MADONNA DELLA FEBBRE

Febbraio: il più corto dei mesi, quello che secondo l'antico detto milanese l'ha ciapàa su el respatusc, cioè quel che restava del­l'anno. Infatti era l'ultimo mese del primitivo ciclo annuale italico e per questo, onde combinare con il calendario il giro solare, aveva un giorno in più ogni quattro anni. Poiché detto giorno veniva inserito dopo il sesto giorno ante­cedente le calende di marzo, era chiamato bis sextus, e da ciò il nome di bisestile all'anno, quando febbraio contava, come quest'an­no, ventinove giorni.

Per gli antichi padri romani febbraio era consacrato alla dea Febbre e, da questo, gli derivò il nome.

Bisogna infatti sapere che Ro­ma, nei primi tempi della sua sto­ria, era circondata da acquitrini e zone paludose, dovute ai frequenti straripamenti del flavus Tiber e alla bassura dell'agro circostante, per questo la città quadrata venne edifi­cata sui sette colli. Partico­larmente in febbraio la febbre infieriva nella città, tanto che alla dea Febbre i Quiriti avevano dedi­cato ben tre templi: uno sul Palatino, uno sull'Esquilino ed il terzo nella regione trasteverina... Del resto la febbre, anche se non più considerata come una divinità, continuò ad imperversare nell'a­gro romano, finché il malariologo G. Battista Grassi di Rovellasca non scoprì, circa un secolo fa, nel­l'anopheles malarica, la causa di tan­to male.

La storia registra vari tentativi di bonifica delle paludi Pontine, da Giulio Cesare a papa Pio VI, nonché a quelli definitivi del No­vecento.

Nel mondo latino, in questo mese, giovani travestiti da lupi, poiché il lupo era un animale comune nell'agro ed una lupa ave­va allattato, secondo la leggenda, Romolo e Remo, con flagelli fatti di pelle di lupo, giravano per la città, il giorno quindici, battendo con le loro sverze alle porte delle case e staffilando, ma... con garbo, i passanti. Era la festa cosiddetta dei Lupercalia, che mirava ad al­lontanare la febbre.

Anche con l'avvento del cri­stianesimo si è cercato sempre di tener lontano il pericolo della feb­bre, proprio a Milano una venera­ta immagine della Madonna gode­va della prerogativa di allontanare dai suoi devoti tale malanno.

Questa devozione era sorta intorno all'anno 1566, allorché i Padri Barnabiti che officiavano la chiesa di S. Barnaba, nell'attuale via Commenda, e che avevano vicino il loro convento, cinsero l'orto con un muro sul quale fece­ro dipingere, ad affresco, l'immag­ine della Madonna col Divino fante. Ella recava sul velo, sopra la fronte, una piccola croce e, sulla spalla destra una stella; il Bambino invece aveva la mano destra bene­dicente, mentre nella sinistra stringeva un libro. In alto, in un cartiglio svolazzante, si leggeva la scritta: Filius meus Jesus imperabit febri; per questo era denominata "Madonna della Febbre".

Nella sua forma primitiva, ritratta dalle stampe, questa raffi­gurazione della Vergine era simile all'antica immagine della Madon­na Salus Populi Romani, venerata nella cappella Borghese della Patriarcale Basilica di S. Maria Maggiore a Roma. Di notte vi ar­deva sempre dinanzi una lampada ad olio, ed era l'unica illuminazio­ne della via, detta allora di S. Maria del Tempio: una strada di campagna, tra fossi e sterpi, ed i passanti si fermavano davanti alla devota pittura, per raccomandare alla Madonna i loro malati e confi­darle tutte le loro angosce. Anche S. Carlo, quando si recava a S. Barnaba per confessarsi o per fare gli esercizi spirituali, era solito sostare in preghiera davanti alla "Madonna della Febbre". Le gra­zie non tardarono e, nel 1693, vi fu costruito dinanzi un altare e un porticato.

Il giorno della festa era l'otto settembre, ed allora la vicina chie­sa di S. Barnaba non era sufficien­te a contenere tutti i fedeli che vo­levano confessarsi e comunicarsi; per quell'occasione la strada si presentava in un'insolita atmosfera gioiosa; tutta adorna di festoni, di archi trionfali ed era rigurgitante di gente.

Apostolo della devozione alla "Madonna della Febbre" era un fra­tello laico Barnabita, tale Aurelio Bonsaglio, che per cinquant'anni consecutivi esercitò l'ufficio di por­tinaio nella casa di S. Barnaba. Uomo di grande fede e pietà, aman­tissimo della Madonna, nel 1752, ottenne dai suoi superiori il permes­so di erigere, in onore della Ver­gine, un piccolo oratorio nell'inter­no del giardino. Qui l'immagine della Madonna della Febbre fu ri­dipinta da Antonio Longone, che l'adornò di un ricco panneggio e della scritta: Rogate jesum meum qui teneamini magms febrabus.

Per una ventina d'anni le cose andarono di bene in meglio, fin­ché i decreti di Giuseppe II non proibirono alla gente di racco­gliersi davanti alle immagini sacre, costringendo i Padri Barnabiti a chiudere la cappellina.

L'immagine della "Madonna della Febbre" venne allora trasferita nell’interno della chiesa di S. Barnaba, sulla parete di fronte al pulpito.

Più tardi, in via Commenda, al posto dell'antica cappelletta, ne fu costruita una nuova, nella quale, ancor oggi, la Madonna è circon­data dall'affettuosa venerazione dei passanti, del personale ospedaliero e di quanti si recano nere vicine cliniche per far visita ai loro cari degenti, nonché degli alunni dell'Istituto Zaccaria. In questa edicola, il Reffo, rappresentò la "Madon­na della Provvidenza", ma con la variante della rosa, tuttavia viene an­cora invocata dal popolo con l'antico titolo di "Madonna della Feb­bre".

C'era poi un'altra fe­sta, in questo mese, per gli antichi romani, che cadeva il giorno ven­tuno, e coincideva con la fine dei dies parentales che erano iniziati il tre­dici, durante i quali i magistrati deponevano la toga praetexta, i templi venivano chiusi, non si celebravano matrimoni ed ognuno adornava, meglio che poteva, le tombe dei suoi morti. Proprio per questo Isi­doro pensa che come il primo mese era dedica­to, dopo la riforma di Numa Pompilio, a Gia­no, cioè ad un dio supe­ro, così febbraio era dedicato agli dei inferi e Februus sarebbe stato un altro nome di Plutone, dio infernale. Quindi ecco i riti purificatori, perché gli antichi vede­vano nella morte un "contagio" dal quale era necessario purificarsi e februa chiama Ovidio appunto gli oggetti che servivano alla purificazione. Anche questa usanza pagana è stata cristianizzata nella festa della Purificazione di Maria.

Secondo una tradizione, che pare accolta anche dal Venerabile Beda, la benedizione delle candele all'inizio del mese, sarebbe un resto di cerimonia pagana: ricor­derebbe infatti le torce che, nella stessa epoca, venivano portate in giro in onore di Cerere e di Proserpina; sarebbe stato il papa S. Gelasio, nel 492, a cristianizzare tale usanza, connettendola al ricordo della Purificazione della Madonna.

Sembra che per i milanesi ci sia stato anche un altro ricordo pagano: in tale giorno una processione partiva dalla chiesa di S. Maria Beltrade, che sorgeva nell'odierna via Torino, alla volta del Duomo ed in essa si portava un'immagine della Madonna chiamata Idaea. Ora la processione si fa nell'inter­no del Duomo, ma l'immagine viene ancora posta in venerazio­ne... La pagana Mater Idaea, chia­mata madre degli dei e degli uo­mini, è sostituita cristianamente da Maria, vera Madre di Dio e anche Madre nostra.

Dialettalmente questa solen­nità è detta serioeula da Candelora, ed il proverbio milanese sentenzia: Per la Madonna della serioeula dell'inverno semm foeura, ma se pioeuv o tira vent per quaranta dì semm dent.

La candela benedetta, la si appendeva a capo del let­to e, nella grande e vivida fede degli antenati, veniva accesa quando qualche tri­bolazione gravava sulla fa­miglia, quando qualcuno era malato e soprattutto quando uno entrava in ago­nia. Ma le candele benedet­te il giorno della Purifica­zione, ora detto della Pre­sentazione del Signore, ser­vono anche per benedire la gola il giorno seguente: S. Biagio, il santo vescovo che avrebbe liberato un ragazzo dalla spina di pesce che gli si era conficcata in gola e che stava per farlo morire soffocato.

Ecco perché questo san­to è il protettore contro il mal di gola! A Milano egli era particolarmente venera­to nella chiesa di S. Sisto presso il Carrobbio, ed ivi venivano distribuiti, nel giorno della sua festa, dei piccoli biscotti di scarso sapore: i biasitt. Le mamme ne compravano qualche pacchetto e lo riponevano nel cassettone "per benedire la gola" dei figlioli che, du­rante l'anno, avessero avuto il mal di gola. Ma per bene­dire la gola il mattino di S. Biagio si mangiava una fetta di panettone, avanzata ap­positamente a Natale. Ora a con­servarlo non ci pensano più le prov­vide mamme, ma le industrie dol­ciarie milanesi che, per la ricorren­za del santo, offrono il panettone di Natale insieme anche ad uno fresco di giornata, o giù di lì.

Alberto Vallini

Tratto dal Bollettino mensile di S. Rita da Cascia. Febbraio 2004.