MADONNA DELLA
FEBBRE
Per
gli antichi padri romani febbraio era consacrato alla dea Febbre e, da questo,
gli derivò il nome.
Bisogna
infatti sapere che Roma, nei primi tempi della sua storia, era circondata da
acquitrini e zone paludose, dovute ai frequenti straripamenti del flavus
Tiber e alla bassura dell'agro circostante, per questo la città quadrata
venne edificata sui sette colli. Particolarmente in febbraio la febbre
infieriva nella città, tanto che alla dea Febbre i Quiriti avevano dedicato
ben tre templi: uno sul Palatino, uno sull'Esquilino ed il terzo nella regione
trasteverina... Del resto la febbre, anche se non più considerata come una
divinità, continuò ad imperversare nell'agro romano, finché il malariologo
G. Battista Grassi di Rovellasca non scoprì, circa un secolo fa, nell'anopheles
malarica, la causa di tanto male.
La
storia registra vari tentativi di bonifica delle paludi Pontine, da Giulio
Cesare a papa Pio VI, nonché a quelli definitivi del Novecento.
Nel
mondo latino, in questo mese, giovani travestiti da lupi, poiché il lupo era un
animale comune nell'agro ed una lupa aveva allattato, secondo la leggenda,
Romolo e Remo, con flagelli fatti di pelle di lupo, giravano per la città, il
giorno quindici, battendo con le loro sverze alle porte delle case e
staffilando, ma... con garbo, i passanti. Era la festa cosiddetta dei Lupercalia,
che mirava ad allontanare la febbre.
Anche
con l'avvento del cristianesimo si è cercato sempre di tener lontano il
pericolo della febbre, proprio a Milano una venerata immagine della Madonna
godeva della prerogativa di allontanare dai suoi devoti tale malanno.
Questa
devozione era sorta intorno all'anno 1566, allorché i Padri Barnabiti che
officiavano la chiesa di S. Barnaba, nell'attuale via Commenda, e che avevano
vicino il loro convento, cinsero l'orto con un muro sul quale fecero
dipingere, ad affresco, l'immagine della Madonna col Divino fante. Ella recava
sul velo, sopra la fronte, una piccola croce e, sulla spalla destra una stella;
il Bambino invece aveva la mano destra benedicente, mentre nella sinistra
stringeva un libro. In alto, in un cartiglio svolazzante, si leggeva la scritta:
Filius meus Jesus imperabit febri; per
questo era denominata "Madonna della Febbre".
Nella
sua forma primitiva, ritratta dalle stampe, questa raffigurazione della
Vergine era simile all'antica immagine della Madonna Salus Populi Romani, venerata nella cappella Borghese della
Patriarcale Basilica di S. Maria Maggiore a Roma. Di notte vi ardeva sempre
dinanzi una lampada ad olio, ed era l'unica illuminazione della via, detta
allora di S. Maria del Tempio: una strada di campagna, tra fossi e sterpi, ed i
passanti si fermavano davanti alla devota pittura, per raccomandare alla Madonna
i loro malati e confidarle tutte le loro angosce. Anche S. Carlo, quando si
recava a S. Barnaba per confessarsi o per fare gli esercizi spirituali, era
solito sostare in preghiera davanti alla "Madonna della Febbre". Le
grazie non tardarono e, nel 1693, vi fu costruito dinanzi un altare e un
porticato.
Il
giorno della festa era l'otto settembre, ed allora la vicina chiesa di S.
Barnaba non era sufficiente a contenere tutti i fedeli che volevano
confessarsi e comunicarsi; per quell'occasione la strada si presentava in
un'insolita atmosfera gioiosa; tutta adorna di festoni, di archi trionfali ed
era rigurgitante di gente.
Apostolo
della devozione alla "Madonna della Febbre" era un fratello laico
Barnabita, tale Aurelio Bonsaglio, che per cinquant'anni consecutivi esercitò
l'ufficio di portinaio nella casa di S. Barnaba. Uomo di grande fede e pietà,
amantissimo della Madonna, nel 1752, ottenne dai suoi superiori il permesso
di erigere, in onore della Vergine, un piccolo oratorio nell'interno del
giardino. Qui l'immagine della Madonna della Febbre fu ridipinta da Antonio
Longone, che l'adornò di un ricco panneggio e della scritta: Rogate
jesum meum qui teneamini magms febrabus.
Per
una ventina d'anni le cose andarono di bene in meglio, finché i decreti di
Giuseppe II non proibirono alla gente di raccogliersi davanti alle immagini
sacre, costringendo i Padri Barnabiti a chiudere la cappellina.
L'immagine
della "Madonna della Febbre" venne allora trasferita nell’interno
della chiesa di S. Barnaba, sulla parete di fronte al pulpito.
Più
tardi, in via Commenda, al posto dell'antica cappelletta, ne fu costruita una
nuova, nella quale, ancor oggi, la Madonna è circondata dall'affettuosa
venerazione dei passanti, del personale ospedaliero e di quanti si recano nere
vicine cliniche per far visita ai loro cari degenti, nonché degli alunni
dell'Istituto Zaccaria. In questa edicola, il Reffo, rappresentò la "Madonna
della Provvidenza", ma con la variante della rosa, tuttavia viene ancora
invocata dal popolo con l'antico titolo di "Madonna della Febbre".
C'era
poi un'altra festa, in questo mese, per gli antichi romani, che cadeva il
giorno ventuno, e coincideva con la fine dei dies parentales che erano iniziati il tredici, durante i quali i
magistrati deponevano la toga praetexta,
i templi venivano chiusi, non si celebravano matrimoni ed ognuno adornava,
meglio che poteva, le tombe dei suoi morti. Proprio per questo Isidoro pensa
che come il primo mese era dedicato, dopo la riforma di Numa Pompilio, a Giano,
cioè ad un dio supero, così febbraio era dedicato agli dei inferi e Februus
sarebbe stato un altro nome di Plutone, dio infernale. Quindi ecco i riti
purificatori, perché gli antichi vedevano nella morte un "contagio"
dal quale era necessario purificarsi e februa
chiama Ovidio appunto gli oggetti che servivano alla purificazione. Anche questa
usanza pagana è stata cristianizzata nella festa della Purificazione di Maria.
Secondo
una tradizione, che pare accolta anche dal Venerabile Beda, la benedizione delle
candele all'inizio del mese, sarebbe un resto di cerimonia pagana: ricorderebbe
infatti le torce che, nella stessa epoca, venivano portate in giro in onore di
Cerere e di Proserpina; sarebbe stato il papa S. Gelasio, nel 492, a
cristianizzare tale usanza, connettendola al ricordo della Purificazione della
Madonna.
Sembra
che per i milanesi ci sia stato anche un altro ricordo pagano: in tale giorno
una processione partiva dalla chiesa di S. Maria Beltrade, che sorgeva
nell'odierna via Torino, alla volta del Duomo ed in essa si portava un'immagine
della Madonna chiamata Idaea. Ora la
processione si fa nell'interno del Duomo, ma l'immagine viene ancora posta in
venerazione... La pagana Mater Idaea,
chiamata madre degli dei e degli uomini, è sostituita cristianamente da
Maria, vera Madre di Dio e anche Madre nostra.
Dialettalmente
questa solennità è detta serioeula
da Candelora, ed il proverbio milanese sentenzia: Per la Madonna della serioeula dell'inverno semm foeura, ma se pioeuv o
tira vent per quaranta dì semm dent.
La
candela benedetta, la si appendeva a capo del letto e, nella grande e vivida
fede degli antenati, veniva accesa quando qualche tribolazione gravava sulla
famiglia, quando qualcuno era malato e soprattutto quando uno entrava in agonia.
Ma le candele benedette il giorno della Purificazione, ora detto della Presentazione
del Signore, servono anche per benedire la gola il giorno seguente: S. Biagio,
il santo vescovo che avrebbe liberato un ragazzo dalla spina di pesce che gli si
era conficcata in gola e che stava per farlo morire soffocato.
Ecco
perché questo santo è il protettore contro il mal di gola! A Milano egli era
particolarmente venerato nella chiesa di S. Sisto presso il Carrobbio, ed ivi
venivano distribuiti, nel giorno della sua festa, dei piccoli biscotti di scarso
sapore: i biasitt. Le mamme ne
compravano qualche pacchetto e lo riponevano nel cassettone "per benedire
la gola" dei figlioli che, durante l'anno, avessero avuto il mal di gola.
Ma per benedire la gola il mattino di S. Biagio si mangiava una fetta di
panettone, avanzata appositamente a Natale. Ora a conservarlo non ci pensano
più le provvide mamme, ma le industrie dolciarie milanesi che, per la
ricorrenza del santo, offrono il panettone di Natale insieme anche ad uno
fresco di giornata, o giù di lì.
Alberto Vallini
Tratto dal Bollettino mensile di S. Rita da Cascia. Febbraio 2004.