LETTURE EUCARISTICHE

 1.

LA MEDESIMA VITTIMA DELLA CROCE

Guardiamo quel che avviene sull'altare. Che vediamo? Dopo qualche preghiera preparatoria e le letture, il sacerdote offre il pane e il vino: è l'offerta o l'offertorio; fra poco questi elementi saranno trasformati nel Corpo e nel Sangue di Nostro Signore. Il sacerdote invita poi i fedeli e gli spiriti celesti a circondare l'altare (Pregate fratelli e Prefazio che diventerà un nuovo Cal­vario), ad accompagnare con lodi e omaggi l'azione santa. Dopo di che, entra silenziosamente in comunione più intima con Dio. Il momento della consacrazione arriva. Stende le ma­ni sulle offerte, come faceva in antico il sommo sacerdote sul­la vittima da immolare; richiama tutti i gesti e tutte le parole di Cristo nell'ultima Cena al momento di istituire il Sacrificio: Nella notte in cui fu tradito... Poi, identificatosi con Cristo, egli pronuncia le parole rituali: "Questo è il mio Corpo", "Questo è il mio Sangue".

Queste parole operano il cambiamento del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Gesù Cristo. Per la sua espressa volontà e la sua istituzione formale, Cristo si rende presente realmente e sostanzialmente con la sua divinità e la sua umanità, sotto ap­parenze che restano e che lo nascondono ai nostri sguardi.

Con queste parole, il Sacrificio è compiuto. In virtù delle pa­role: Questo è il mio Corpo, Cristo, per l'intermediario del sa­cerdote, mette la sua carne sotto le specie del pane; con le pa­role: Questo è il mio Sangue, mette il suo sangue sotto le specie del vino. Egli separa così misticamente la sua Carne e il suo Sangue, che, sulla Croce, furono fisicamente separati, e la cui separazione produsse la morte.

Dopo la resurrezione, Cristo non può più morire: la morte non ha più potere su di lui (Rm 6,9). La separazione del suo Corpo e del suo Sangue che si fa sull'altare è mistica. Lo stesso Cristo, che è stato immolato sulla Croce, è immolato sull'altare, ma in modo diverso; e questa immolazione, accompagnata dall'offer­ta, costituisce un vero sacrificio.

La Comunione continua il Sacrificio; è l'ultimo atto impor­tante della Messa. Il rito della consumazione della Vittima fini­sce di esprimere l'idea di sostituzione e soprattutto il legame che si trova in tutto il Sacrificio. Unendosi così intimamente al­la Vittima che gli si è sostituita, l'uomo s'immola, per così di­re, di più; l'Ostia, essendo divenuta cosa santa e sacra, man­giandola, noi ci appropriamo la virtù divina operata dalla con­sacrazione.

Nella Messa, la vittima è Cristo stesso, Uomo-Dio; perciò la comunione è l'atto per l'eccellenza di unione alla Divinità; è la migliore e la più intima partecipazione a questi frutti di al­leanza e di vita divina che ci dona l'immolazione di Cristo.

Così, dunque, la Messa non è solamente una semplice rap­presentazione del sacrificio della Croce; non ha solamente il valore di un semplice ricordo; ma è un vero sacrificio, come quello del Calvario, che essa riproduce, continua e di cui ap­plica i frutti.

Marmion, Cristo vita dell'anima. 

2.

LA MESSA DA A DIO UNA GLORIA INFINITA

I frutti della Messa sono inesauribili, perché sono gli stessi frutti del sacrificio della Croce.

È lo stesso Gesù che si offre per noi al Padre suo; offre i me­riti infiniti acquistati con la sua Passione. Perciò tutti i sacerdo­ti offrono la Santa Messa non solo per se stessi, ma per tutti quelli che vi assistono, per tutti i cristiani, per tutti i defunti.

Così grandi, immensi, sono i frutti del santo Sacrificio e così sublime è la gloria che ne riceve Dio.

Quando noi dunque proviamo il desiderio di glorificare l'in­finita grandezza di Dio e di offrirgli, nella nostra povertà di creature, un ossequio che sia gradito alla sua maestà, un omag­gio veramente degno della sua grandezza, offriamo il Santo Sa­crificio, oppure assistiamo ad esso, presentando a Dio Gesù, vit­tima divina: come sul Calvario, il Padre riceve da questa offer­ta, un omaggio di valore infinito, veramente degno delle sue perfezioni. Infatti, per opera di Gesù Cristo, Uomo-Dio, Figlio suo, immolato e adorato sull'altare: per Lui, con Lui e in Lui sale a Dio Padre Onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli.

In tutta la religione, non vi è atto che rassicuri l'anima con­vinta del suo nulla e desiderosa di dare a Dio un omaggio degno della sua grandezza infinita, quanto il sacrificio della Messa.

Tutte le lodi degli angeli e dei Santi, tutte le lodi delle crea­ture, riunite insieme, non danno al Padre celeste la gloria che egli riceve nell'offerta del Figlio suo.

Solo la fede, che è partecipazione alla conoscenza che Dio ha di se stesso e delle cose divine, può farci capire il valore della Messa. Nella luce della fede noi possiamo guardare l'altare co­me lo guarda Dio Padre. Che cosa egli vede all'altare sul quale si offre il sacrificio? Egli vede " il Figlio del suo amore" (Col 1,13); il Figlio delle sue compiacenze infinite, veramente e real­mente presente, che rinnova il sacrificio della Croce.

Dio misura ogni cosa dalla gloria che ne riceve. Nella Messa, come sul Calvario, Gli è resa dal suo Figlio una gloria infinita. Dio non può quindi trovare omaggio più grande di questo, che contiene e supera tutti gli altri.

Marmion, Cristo vita dell'anima. 

3.

LA MESSA È IL PIÙ GRANDE GRAZIE A DIO

A volte ci domina il ricordo della bontà del Signore: il dono della fede cristiana che ci ha aperto il cammino della salvezza e ci ha fatto partecipi di tutti i misteri di Cristo, nell'attesa dell'eredità beata eterna; una moltitudine di grazie che dal bat­tesimo si spargono sul cammino di tutta la nostra vita. L'anima, quando guarda dietro a sé, è come sopraffatta dalla vista delle grazie innumerevoli di cui Dio, a piene mani, l'ha colmata.

Piena di stupore di essere l'oggetto delle compiacenze divine, esclama: "Signore, come posso io, povera creatura, ricambiare tanti tuoi benefici? Benché tu non abbia bisogno dei miei beni, è tuttavia giusto che io riconosca la tua bontà infinita: come posso io degnamente ringraziarti: Che cosa renderò al Signore per guanto mi ha dato?" (Salmo 116,12).

È questo il grido del sacerdote dopo la comunione con l'Ostia. E quale risposta la Chiesa mette sulle sue labbra? Al­zerò il calice della salvezza...".

La Messa è l'azione di grazie per eccellenza, la più perfetta e la più gradita che possiamo rendere a Dio.

Il Vangelo ci dice che prima di istituire questo Sacrificio, Ge­sù rese Grazie al Padre. S. Paolo usa la stessa espressione e la Chiesa ha conservato questo termine a preferenza degli altri, benché non escluda altre espressioni per designare l'offerta dell'altare: sacrificio eucaristico significa sacrificio di azione di grazie.

In ogni Messa, dopo l'offertorio e prima di passare alla con­sacrazione, il sacerdote ad imitazione di Gesù recita un canto di ringraziamento: "È veramente cosa buona e giusta, nostro do­vere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre in ogni luogo a te, Signore, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno per Cristo nostro Signore".

Poi il sacerdote immola la Vittima Santa: è Essa che ringra­zia per noi, che riconosce degnamente - perché Cristo è Dio - tutti i benefici che sono scesi a noi dall'alto, dal seno del Pa­dre: "ogni dono perfetto viene dall'alto e discende dal Padre della luce"; tutti ci sono venuti per opera di Gesù Cristo, ed è per mezzo suo che la riconoscenza umana risale al trono di Dio. Marmion, Cristo vita nell'anima. 

4.

LA MESSA SORGENTE DI CONFIDENZA E DI PERDONO

Quando siamo intimoriti dal ricordo delle nostre colpe e cer­chiamo il modo di riparare le nostre offese e propiziarci la giu­stizia divina, non possiamo trovare mezzo più efficace e più ras­sicurante della santa Messa. Dio, placato da questa offerta, con­cede la grazia e il dono della penitenza; rimette i delitti e anche i peccati più grandi.

La santa Messa non perdona direttamente i peccati: questo è riservato al sacramento della Confessione e della contrizione perfetta. (La contrizione perfetta è il dolore di aver offeso Dio, non per i castighi che meritiamo, ma perché Egli è infinitamente buono e degno del nostro amore).

La Messa, però, contiene delle grazie potenti ed abbondanti che illuminano il peccatore e gli ispirano atti di pentimento e di contrizione, i quali lo inducono a penitenza e gli fanno trovare nella Confessione l'amicizia di Dio.

Se questo è vero per il peccatore non ancora assolto dalla ma­no del sacerdote, è vero soprattutto per le anime già in grazia di Dio che cercano per le loro colpe una riparazione, completa quanto possibile, che possa colmare il loro desiderio di purifi­cazione.

La Messa non è soltanto un sacrificio di lode o un semplice ricordo del sacrificio della Croce: è un vero sacrificio di propi­ziazione, istituito da Cristo per applicarci ogni giorno la grazia redentrice della immolazione sulla croce.

La Vittima divina placa Dio e ce lo rende propizio. Quando dunque il ricordo delle nostre colpe ci turba, offriamo questo sacrificio: Cristo è offerto per noi, "Agnello di Dio che cancel­la i peccati del mondo e rinnova ogni volta che è offerto, l'ope­ra della nostra redenzione".

Quale confidenza dobbiamo avere in questo sacrificio di espiazione! Per quanto grandi possano essere le nostre offese e la nostra ingratitudine, una santa Messa dà più gloria a Dio che non gliene abbiamo tolta, per così dire, con le nostre ingiurie.

O Eterno Padre, guarda questo altare, guarda il tuo Figlio che mi ha amato e si è offerto per me sopra il Calvario ed ora ti pre­senta per me le sue riparazioni infinite: Guarda il volto del tuo Cristo (Salmo 83,10) e dimentica queste colpe che ho com­messo contro la tua bontà! lo ti offro questa Vittima in cui tu trovi le tue compiacenze, in riparazione di tutte le offese fatte alla tua divina maestà.

Una simile preghiera è certamente ascoltata da Dio, perché avvalorata dai meriti del Figlio prediletto, che ha espiato tutto con la sua Passione.

Marmion, Cristo vita dell'anima.  

5.

LA MESSA SORGENTE DI OGNI GRAZIA

La nostra indigenza è immensa: noi abbiamo continuamente bisogno di luce, di forza, di conforto. Troviamo questi soccor­si nella S. Messa.

Nella Messa infatti è Colui che ha detto: " lo sono la luce del

mondo, lo sono la via, lo sono la verità, lo sono la vita. Venite a me voi tutti che soffrite e lo vi consolerò. Se qualcuno viene a Me, lo non lo respingerò" (Gv 6,37).

Nella Messa è lo stesso Gesù che è "passato ovunque facen­do del bene" (At. 10,38); che ha perdonato alla Samaritana e al­la Maddalena, al buon ladrone sulla croce; che liberava gli in­demoniati, guariva i malati, rendeva la vista ai ciechi e l'arti­colazione ai paralitici. Lo stesso Gesù che lasciò riposare la te­sta a S. Giovanni sul suo Cuore divino...

E osserviamo bene: Egli è sull'altare, a un titolo speciale e cioé come vittima santa, che si offre per noi; è lì immolato e tuttavia sempre vivo e orante per noi (cfr Eb 7,25). Egli offre i suoi meriti infiniti per ottenerci le grazie di vita che ci sono ne­cessarie. Avvalora con i suoi meriti le nostre domande e le no­stre suppliche. Non c'é momento più favorevole della S. Mes­sa per ottenere le grazie di cui abbiamo bisogno.

Come dice S. Paolo, parlando precisamente del Pontefice gran­de che è penetrato nei cieli, pieno di compassione per quelli che si degna chiamare suoi fratelli, l'altare è "il trono della Grazia, al quale dobbiamo avvicinarci con fiducia, per trovarvi misericor­dia, grazia, ed essere aiutati al momento opportuno" (Eb 6,16).

Ricordiamo queste parole di S. Paolo: Con fiducia: con con­fidenza. È la condizione per essere esauditi. Dobbiamo offrire il Santo Sacrificio e assistervi con fede e confidenza. Questo Sa­crificio non agisce tuttavia in noi per se stesso: i suoi frutti so­no inesauribili, ma essi si misurano in gran parte dalle nostre disposizioni interiori.

Vi sono per noi in ogni Messa possibilità infinite di perfezio­ne e santità; ma la misura delle grazie che vi riceviamo è in re­lazione alla nostra fede e al nostro amore. "Ricordati, Signore, di tutti i presenti, dei quali conosci la fede e la devozione: per loro ti offriamo e anche essi ti offrono questo sacrificio di lo­de..." (Canone I); queste parole ci dimostrano che le grazie derivanti dalla Messa ci sono date in misura della vivezza della nostra fede e della sincerità della nostra devozione.

Che cos'é la devozione? È la donazione pronta e totale di noi stessi a Dio, alla sua volontà, al suo servizio. Dio, che solo leg­ge in fondo al cuore, vede se il desiderio, la volontà di essergli fedeli, di appartenergli totalmente, è sincera. Se è così, noi sia­mo veramente di quelli "dei quali Egli conosce la fede e la de­vozione", per i quali il sacerdote prega in modo particolare, e che quindi attingeranno largamente al tesoro dei meriti infiniti di Cristo, offerto per loro.

Se dunque abbiamo la convinzione profonda che tutto ci è da­to dal nostro Padre celeste per mezzo di Gesù Cristo; che Dio ha posto in lui tutti i tesori di santità che gli uomini possono de­siderare; che Gesù stesso è lì sull'altare con questi tesori, e non solo presente, ma offrente se stesso per noi alla gloria del Padre, rendendogli in questo momento l'omaggio più perfetto e più gradito, perché rinnova il sacrificio della Croce; se abbiamo questa convinzione profonda, non ci sarà grazia che non pos­siamo domandare e ottenere.

Infatti, in questo istante, è come se fossimo con la Vergine e S. Giovanni e con la Maddalena ai piedi della Croce, alla sor­gente stessa di ogni salvezza e di ogni redenzione. Oh, se noi conoscessimo il dono di Dio! Se tu conoscessi il dono di Dio! (Gv 4,10). Se sapessimo a quali tesori possiamo attingere per noi stessi e per la Chiesa intera!...

Marmion, Cristo vita dell'anima. 

6.

VIVIAMO LA SANTA MESSA

Nella Messa, come sulla Croce, Gesù è sacerdote ed ostia. Il desiderio del suo Sacro Cuore è che anche noi partecipiamo a questa sua qualità di vittima: soprattutto così le nostre anime si trasformano nella santità.

Noi dobbiamo essere uniti a Cristo nella sua immolazione, of­frici con Lui. Allora egli ci prende con sé, ci immola con sé, ci porta davanti al Padre come profumo soave.

Dobbiamo offrire noi stessi con Gesù Cristo. Noi infatti par­tecipiamo col Battesimo al sacerdozio di Cristo, "alfine, dice S. Pietro, di offrire sacrifici spirituali, graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo" (1 Pt 2,5). Perché siamo accetti a Dio, occorre che l'offerta di noi stessi sia unita a quella che Cristo fece sulla Cro­ce e che rinnova sull'altare. Gesù si è sostituito a noi nella sua immolazione; Egli ha preso il posto di tutti noi e perciò la lancia che l'ha colpito ci ha fatto misticamente morire con Lui: "Uno è morto per tutti, quindi tutti sono morti con Lui" (2 Cor 5,14).

Noi moriamo con lui unendoci al sacrificio dell'altare, cioé offrendoci, come Lui, al compimento intero dei desideri divini. Dio deve disporre completamente della vittima che Gli è of­ferta. Noi dobbiamo metterci in questa posizione fondamentale di dare tutto a Dio, di compiere i nostri atti di rinuncia e di mor­tificazione, di accettare le sofferenze, le prove e le pene di ogni giorno per amore suo, in modo da poter dire, come Cristo Ge­sù al momento della sua passione: "Perché conosca il mondo che amo il Padre, così faccio" (Gv 14,30). Questo è offrirsi con Gesù. Quando offriamo all'eterno Padre il suo Figlio divino, ed offriamo noi stessi con "l'Ostia Santa", con le stesse disposi­zioni che animavano il Sacro cuore di Cristo sulla Croce: amo­re intenso al Padre e ai fratelli, desiderio ardente della salvezza delle anime, abbandono totale alla volontà divina, soprattutto in ciò che contiene di penoso e di contrariante per la nostra natu­ra; allora noi offriamo a Dio l'omaggio più gradito che Egli possa ricevere da noi.

Troviamo così anche il mezzo più sicuro per trasformarci in Gesù, soprattutto se ci uniamo a Lui nella Comunione, che è la partecipazione più feconda al sacrificio dell'altare.

Cristo, trovandoci uniti a Lui, ci immola con Sé, ci rende be­ne accetti al Padre suo e, per mezzo della sua grazia, ci assimi­la sempre di più a Sé.

Un eccellente modo di partecipare al Santo sacrificio, è segui­re con gli occhi, con la mente e col cuore quanto avviene sull'al­tare; fare nostre le preghiere che la Chiesa mette sulle labbra del sacerdote. Unendoci così, con profonda devozione, con viva fe­de, con ardente amore e sincera contrizione delle nostre colpe, a Cristo, Sacerdote e Vittima e del suo sacrificio, Egli che vive in noi, prende nel suo Cuore tutte le nostre intenzioni e presenta per noi a Dio Padre un'adorazione perfetta, una riparazione piena, un ringraziamento degno, una impetrazione onnipotente. E tutti que­sti atti di Cristo, Sacerdote eterno, che rinnova sull'altare l'im­molazione del Calvario, diventando nostri.

Nello stesso tempo, mentre noi diamo a Dio, con Cristo, ogni onore e gloria, grazie abbondanti di luce e di vita vengono ver­sate in noi e in tutta la Chiesa.

Ogni S. Messa contiene infatti tutti i frutti del sacrificio del­la Croce. Ma, per raccoglierli, bisogna che la nostra anima en­tri nelle disposizioni di Cristo, nel momento in cui andava a of­frirsi sul Calvario.

Quando noi entriamo nei pensieri del Cuore di Gesù: "Ab­biate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù" (Fil 2,5), il Sacerdote eterno ci introduce con Sé nel santo dei san­ti, davanti al trono della Maestà divina, alla sorgente di ogni grazia e di ogni beatitudine.

Marmion, Cristo vita del'anima. 

7.

DI PIÙ NON POTEVO DARVI...

Parla Gesù: "Ora che l'antico rito è compiuto (la pasqua ebraica), lo celebro il nuovo rito. Vi ho promesso un miracolo d'amore. È l'ora di farlo. Per questo ho desiderato questa Pa­squa. Da ora in poi questa è l'Ostia che sarà consumata in per­petuo rito d'amore.

Vi ho amato per tutta la vita della terra, amici diletti. Vi ho amato per tutta l'eternità, figli miei. E amare vi voglio sino al­la fine. Non vi è cosa più grande di questa. Ricordatevelo. lo me ne vado. Ma resteremo per sempre uniti mediante il mira­colo che ora compio".

Gesù prende un pane ancora intero, lo pone sul calice colmo. Benedice e offre questo e quello, poi spezza il pane e ne pren­de tredici pezzi e ne dà uno per uno agli apostoli dicendo: "Prendete e mangiate. Questo è il mio Corpo. Fate questo in memoria di me che me ne vado".

Dà il calice e dice: "Prendete e bevete. Questo è il mio San­gue. Questo è il calice del nuovo patto nel Sangue e per il San­gue mio che sarà sparso per voi e per la remissione dei vostri peccati e per darvi la Vita. Fate questo in memoria di Me".

Gesù è tristissimo. Ogni sorriso, ogni traccia di luce, di colo­re lo hanno abbandonato. Ha già un volto d'agonia. Gli aposto­li lo guardano angosciati.

"Io tutto vi ho detto e tutto vi ho dato. Di più non potevo dar­vi. Me stesso vi ho dato".

Gesù ha il suo dolce gesto delle mani che, prima congiunte, ora si disgiungono e si allargano mentre la testa si china come per dire: "Scusate se non posso di più. Così è".

"Tutto vi ho detto e tutto vi ho dato. E ripeto. Il nuovo rito è compiuto. Fate questo in memoria di Me. lo vi ho lavato i pie­di per insegnarvi ad essere umili e puri come il maestro vostro.

Perché in verità vi dico che come è il Maestro devono essere i discepoli. Ricordatelo, ricordatelo. Anche quando sarete in alto, ricordatelo. Non vi è discepolo da più del Maestro. Come lo vi ho lavato voi fatelo tra voi. Ossia amatevi come fratelli, aiu­tandovi l'un l'altro, venerandovi a vicenda, essendo l'un coll'al­tro d'esempio. E siate puri. Per essere degni di mangiare il Pa­ne vivo disceso dal Cielo ed avere in voi e per Esso la forza di essere i miei discepoli nel mondo nemico che vi odierà per il mio Nome".

Maria Valtorta, Il Vangelo come mi è stato rivelato, Editrice Pisani.  

8.

AVE VERO CORPO NATO DA MARIA

La Messa procura la presenza che l'incarnazione ci ha dona­to; estende l'incarnazione nell'universo attuale, e in questo mo­do diffonde sacramentalmente nel mondo intero ciò che l'in­carnazione ha recato in un solo luogo della terra.

È tanto vero che si è paragonata la venuta di Cristo sull'alta­re alla sua nascita nel seno della Vergine Maria, e che si è ri­conosciuto al sacerdote un potere che per certi aspetti rassomi­glia al privilegio accordato alla Madre di Gesù. Si è detto che il sacerdote fa venire il Salvatore in questo mondo come lo aveva fatto venire Maria.

In realtà vi è una gran differenza di compiti e di poteri fra Maria è il sacerdote. Maria ha ricevuto una missione unica ed una qualifica eccezionale a causa della sua maternità; Ella ha concorso all'incarnazione col suo assenso e col suo apporto cor­poreo, prestandosi all'azione dello Spirito Santo.

Ella è stata incaricata di dare al mondo il Salvatore. Non ha mai avuto però poteri sacerdotali: il potere, essenzialmente, di rendere presente Cristo con la consacrazione non le è mai stato concesso. In tal senso il sacerdote possiede un potere che non è stato dato a Maria.

Ma quando il sacerdote esercita questo potere durante la ce­lebrazione della Messa, non può dire "Questo è il mio corpo" se non del corpo nato da Maria Vergine. Se rende Cristo presente in modo sacramentale sull'altare, è perché Maria ha contribui­to alla formazione del suo corpo e gli ha assicurato una nascita umana. Nell'atto sacerdotale della Messa si espande il frutto della missione materna di Maria Vergine.

Al momento della consacrazione il sacerdote raccoglie questo frutto: il corpo che misteriosamente tiene fra le sue dita è quel­lo che era stato prima confidato alle mani della Vergine Maria; è da queste mani materne che questo corpo gli è dato, così co­me proviene dal suo seno materno. Maria ha preparato la venu­ta del Salvatore nella Messa.

L'azione di Maria e l'azione del sacerdote non sono due azio­ni parallele; l'una è all'origine e il fondamento dell'altra. Da una parte e dall'altra vi è una collaborazione umana per il com­pimento di un mistero divino, collaborazione richiesta da Dio e di importanza decisiva; senza il consenso di Maria non vi sa­rebbe stata l'incarnazione e senza il ministero sacerdotale la car­ne di Cristo non si renderebbe presente nella Messa. Da un la­to però è un concorso all'opera stessa dell'incarnazione; dall'al­to, un concorso al suo prolungamento attuale. Da un lato, an­cora, è un compito materno, dall'altro un atto sacramentale compiuto in nome del Signore.

Dalle due parti la collaborazione è richiesta precisamente per­ché l'incarnazione sia più profonda, più completa. Grazie alla Vergine Maria, il Figlio di Dio diventa il Figlio dell'uomo e si collega alla razza umana, alle generazioni che l'hanno prece­duto; appartiene ad un popolo, ad un ambiente, ad una famiglia; grazie ad essa Egli è simile agli altri uomini. Grazie al sacer­dote, Cristo introduce la sua presenza in una determinata co-

munità e torna a rivivere in un ambiente umano.

Perché questo completamento e questo approfondimento dell'incarnazione con la Messa? Perché Cristo ha voluto spin­gere sino all'estremo la sua intenzione di diffondere nell'uni­verso la sua presenza divina. Il suo scopo finale, come abbia­mo già osservato, è quello di realizzare una penetrazione uni­versale della vita divina in questo mondo: che Dio sia "tutto in tutto" (1 Cor 15,28). J. Galot, l'Eucaristia vivente. 

9.

IL MIRACOLO EUCARISTICO DI LANCIANO

L'antica Anxanum dei Frentani conserva, da oltre dodici se­coli, il primo più grande Miracolo Eucaristico della Chiesa Cat­tolica.

Tale prodigio avvenne nel sec. VIII d. C., nella piccola chie­sa di San Legonziano, per il dubbio di un monaco Basiliano sul­la presenza reale di Gesù nell'Eucaristia.

Durante la celebrazione della Santa Messa, fatta la doppia consacrazione, l'ostia diventò Carne viva e il vino si mutò in Sangue vivo, raggrumandosi in cinque globuli regolari e diver­si per forma e grandezza.

L'Ostia-Carne, come oggi si osserva molto bene, ha la gran­dezza dell'ostia grande attualmente in uso nella Chiesa latina, è leggermente bruna e diventa rosea se osservata in trasparenza.

Il Sangue è coagulato, di colore terreo, tendente al giallo-ocra. La Carne, dal 1713, è conservata in un artistico Ostensorio d'argento, finemente cesellato, di scuola napoletana.

Il Sangue è contenuto in una ricca e antica ampolla di cristal­lo di Rocca.

1 Frati Minori Conventuali custodiscono il Miracolo fin dal 1252, per volere del vescovo di Chieti, Landulfo, e con Bolla pontificia del 12.5.1252.

Precedentemente si erano succeduti i Monaci Basiliani fino al 1176 e i Benedettini fino al 1252.

Nel 1258 i Francescani costruivano l'attuale Santuario che, nel '700, subì la trasformazione dallo stile romanico-gotico in barocco.

Il «Miracolo» fu collocato dapprima in una cappella a lato dell'altare maggiore, quindi, dal 1636, in un altare laterale del­la Navata, che conserva ancora l'antica custodia in ferro battu­to e l'epigrafe commemorativa.

Dal 1902 il «Miracolo» è custodito nel secondo tabernacolo dell'altare monumentale, fatto erigere dai Lancianesi, al centro del presbiterio.

Alle varie ricognizioni ecclesiastiche, condotte fin dal 1574, seguì, nel 1970-1971 e ripresa in parte nel 1981, quella scienti­fica, compiuta dal professore Odoardo Linoli, libero docente in Anatomia e Istologia Patologica e in Chimica e Microscopia Clinica, coadiuvato dal prof. Ruggero Bertelli, dell'Università di Siena.

Le analisi, eseguite con assoluto rigore scientifico e docu­mentate da una serie di fotografie al microscopio, hanno dato questi risultati:

La Carne è vera carne. Il Sangue è vero sangue.

La Carne e il Sangue appartengono alla specie umana.

La Carne è un "CUORE" completo nella sua struttura essenziale. Nella Carne sono presenti, in sezione, il miocardio, l'endocardio, il nervo vago e, per il rilevante spessore del miocardio, il ventricolo cardiaco sinistro.

La Carne e il Sangue hanno lo stesso gruppo sanguigno: AB.

Nel Sangue sono state ritrovate le proteine normalmente frazionate con i rapporti percentuali quali si hanno nel quadro siero-proteico del sangue fresco normale.

Nel Sangue sono stati ritrovati i minerali: Cloruro, Fosforo, Ma­gnesio, Potassio, Sodio e Calcio.

La conservazione della Carne e del Sangue Miracolosi, lasciati allo stato naturale per dodici secoli ed esposti all'azione di agenti fisici, at­mosferici e biologici rimane un Fenomeno straordinario.

A conclusione si può dire che la Scienza, chiamata in causa, ha dato una risposta sicura ed esauriente circa l'autenticità del Miracolo Eucaristico di Lanciano.

Per informazioni, libri, opuscoli, cartoline del Santuario, ecc. rivolgersi: SANTUARIO DEL MIRACOLO EUCARISTICO FRATI MINORI CONVETUALI - 66034 LANCIANO (CH) 

10.

SE VUOI AVERE LA VITA

In verità, in verità vi dico: chi crede in Me ha la vita eterna.

Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende nel cielo, perché chi ne mangia non muoia.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo resusciterò nell'ultimo giorno.

Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui.

Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che man­gia di me vivrà per me.

Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i vostri padri e moriro­no. "Chi mangia questo pane vivrà in eterno". (Giovanni, 6,47-58). 

11.

MERAVIGLIOSO CONVITO CHE DA GIOIA SENZA FINE!

L'Unigenito Figlio di Dio, volendoci partecipi della sua divi­nità, assunse la nostra natura e si fece uomo per far di noi da uomini dèi.

Tutto quello che assunse, lo valorizzò per la nostra salvezza. Offrì infatti a Dio Padre il suo Corpo come vittima sull'altare della Croce per la nostra riconciliazione.

Sparse il suo Sangue facendolo valere come prezzo e come lavacro, perché, redenti dalla umiliante schiavitù, fossimo pu­rificati da tutti i peccati.

Perché rimanesse in noi, infine, un costante ricordo di così grande beneficio, lasciò ai suoi fedeli il suo Corpo in cibo e il suo Sangue come bevanda, sotto le specie del pane e del vino.

O inapprezzabile e meraviglioso convito, che dà ai commen­sali salvezza e gioia senza fine! Che cosa mai vi può essere di più prezioso? Non ci vengono imbandite le carni dei vitelli e dei capri, come nella legge antica, ma ci viene dato in cibo Cri­sto, vero Dio.

Che cosa di più sublime di questo Sacramento?

Nessun sacramento in realtà e più salutare di questo: per sua virtù vengono cancellati i peccati, crescono le buone disposi­zioni, e la mente viene arricchita di tutti i carismi spirituali. Nel­la Chiesa l'Eucaristia viene offerta per i vivi e per i morti, per­ché giovi a tutti, essendo stata istituita per la salvezza di tutti.

Nessuno infine può esprimere la soavità di questo Sacra­mento. Per mezzo di Esso si gusta la dolcezza spirituale nella sua stessa fonte e si fa memoria di quella altissima carità, che Cristo ha dimostrato nella sua Passione.

Egli istituì l'Eucaristia nell'ultima Cena, quando, celebrata la Pasqua con i suoi discepoli, stava per passare dal mondo al Padre.

L'Eucaristia è il memoriale della Passione, il compimento del­le figure dell'Antica Alleanza, la più grande di tutte le meravi­glie operate da Cristo, il mirabile documento del suo amore im­menso per gli uomini.

Dalle "Opere" di S. Tommaso d'Aquino. 

12.

IN CRISTO OGNI ESEMPIO DI VIRTÙ

La Passione di Cristo è sufficiente per orientare tutta la no­stra vita.

Chiunque vuol vivere la perfezione non faccia altro che di­sprezzare quello che Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che Egli desiderò. Nessun esempio di virtù infatti è as­sente dalla Croce.

Se cerchi un esempio di carità, ricorda: "Nessuno ha un amo­re più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13). Questo ha fatto Cristo sulla Croce. E quindi, se Egli ha dato la sua vita per noi, non ci deve essere pesante sostenere qualsiasi male per Lui.

Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla Croce. La pazienza infatti si giudica grande in due circostanze: o quando uno sopporta grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si potrebbero evitare, ma non si evitano.

Ora Cristo ci ha dato sulla Croce l'esempio dell'una e dell'al­tra cosa. Infatti "quando soffriva non minacciava"(1 Pt 2,23) e come un agnello fu condotto alla sua morte e non aprì la sua bocca (cfr. At 8,32). Grande dunque è la pazienza di Cristo sul­la Croce: "Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta da­vanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta in­nanzi, si sottopose alla Croce, disprezzando l'ignominia" (Eb 12,2).

Se cerchi un esempio di umiltà, guarda il Crocifisso: Dio, in­fatti, volle essere giudicato sotto Ponzio Pilato e morire. Se cerchi un esempio di obbedienza, segui colui che si fece obbediente al Padre fino alla morte: "Come per la disobbedien­za di uno solo (cioé Adamo), tutti sono stati costituiti peccato­ri, così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costi­tuiti giusti" (Rm 5,19).

Sé cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene, segui Colui che è il re ed il Signore dei signori, "nel quale sono na­scosti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (Col 2,3). Egli è nudo sulla Croce, schernito, percosso, coronato di spine, ab­beverato con aceto e fiele.

Non legare dunque il tuo cuore alle vesti e alle ricchezze, per­ché "si son divise tra loro le mie vesti" (Gv 19,24); non gli ono­ri, perché ho provato gli oltraggi e le battiture (cfr. Is 53,4); non alle dignità, perché intrecciata una corona di spine, la misero sul mio capo (cfr. Mc 15,17) non ai piaceri, perché "quando avevo sete, mi han dato da bere aceto" (Sal 68,22).

Dalle "Conferenze" di S. Tommaso d'Aquino. 

13.

IMITIAMO CRISTO CHE PER NOI HA DATO LA VITA

Nella Messa si compie quello che prescrisse lo stesso Salva­tore, come è anche testimoniato da S. Paolo. Ecco quanto dice l'Apostolo: "Il Signore Gesù nella notte in cui veniva tradito prese il pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: Questo

è il mio Corpo che è per voi, fate questo in memoria di me. Al­lo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice, dicendo: Que­sto è il calice della nuova alleanza nel mio Sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi an­nunziate la morte del Signore finché Egli venga" (1 Cor 11,23­26).

Perciò il Sacrificio eucaristico viene offerto perché sia an­nunziata la morte del Signore e ci ricordiamo di Lui, che per noi ha dato la vita. Gesù stesso poi dice: "Nessuno ha un amo­re più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13).

Cristo è morto per noi. Perciò quando ricordiamo la sua mor­te, durante il sacrificio, invochiamo la venuta dello Spirito San­to quale dono di amore. La nostra preghiera chiede quello stes­so amore per cui Cristo si è degnato di essere crocifisso per noi. Anche noi, mediante la grazia dello Spirito Santo, possia­mo essere crocifissi al mondo e il mondo a noi. Siamo invitati a imitare Cristo.

Egli per quanto riguarda la sua morte, morì al peccato una volta per tutte; ora invece, per il fatto che vive, vive per Dio. Così anche noi consideriamoci morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù (cfr. Rm 6, 10-11). "Camminiamo in una vita nuova" (Rm 6,4) mediante il dono dell'amore.

"Infatti l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rm 5,5). Noi partecipiamo al Corpo e al Sangue del Signore, noi mangiamo il Suo pane e beviamo il Suo calice. Perciò dobbiamo morire al mondo e condurre una vita nascosta con Cristo in Dio; croci­figgere la nostra carne con i suoi vizi e le sue concupiscenze (cfr. Col 3,3; Gal 5,24).

Tutti i fedeli che amano Dio e il prossimo, anche se non be­vono il calice della passione corporale, bevono tuttavia il calice dell'amore del Signore. Inebriati da esso, mortificano le lo­ro membra e, avendo rivestito il Signore Gesù Cristo, non si danno pensiero dei desideri della carne e non fissano lo sguar­do sulle cose che si vedono, ma su quelle che non si vedono. Così chi beve al calice del Signore, custodisce la santa carità, senza la quale nulla giova, neppure dare il proprio corpo alle fiamme. Per il dono della carità poi ci viene dato di essere ve­ramente quello che misticamente celebriamo in modo sacra­mentale nel sacrificio.

S. Fulgenzio di Ruspe, vescovo. 

14.

AMARTI SEMPRE PIÙ

Quanto sono beati,quanto sono felici "quei servi che il Si­gnore, al suo ritorno troverà ancora svegli!" (Le 12,37). Veglia veramente beata quella in cui si è in attesa di Dio, creatore dell'universo, che tutto riempie e tutto trascende! Volesse il cie­lo che il Signore si degnasse di scuotere anche me, meschino suo servo, dal sonno sella mia mediocrità e accendermi talmente della sua divina carità da farmi divampare del suo amore fin so­pra le stelle, sicché ardessi del desiderio di amarlo sempre di più, nè mai più in me questo fuoco si estinguesse!

Volesse il cielo che i miei meriti fossero così grandi che la mia lucerna risplendesse continuamente di notte nel tempio del mio Dio, così da poter illuminare tutti quelli che entrano nella casa del mio Signore!

O Dio Padre, ti prego nel nome del tuo Figlio Gesù Cristo: donami quella carità che non viene mai meno, perché la mia lu­cerna si mantenga sempre accesa, nè mai si estingua; arda per me, brilli per gli altri.

Degnati o Cristo, dolcissimo nostro Salvatore, di accendere le nostre lucerne: brillino nel tuo tempio e siano alimentate da Te che sei la Luce eterna; siano rischiarati gli angoli oscuri del nostro spirito e fuggano da noi le tenebre del mondo.

Dona, dunque, o Gesù mio, la tua luce alla mia lucerna, per­ché al suo splendore si apra il santuario celeste, il santo dei san­ti, che sotto le sue volte maestose accoglie Te, sacerdote eterno del sacrificio perenne.

Fa' che guardi, contempli e desideri solo Te; solo Te ami e solo Te attenda nel più ardente desiderio.

Nella visione dell'amore il mio desiderio si spenga in Te e al tuo cospetto la mia lucerna continuamente brilli e arda. Degnati, amato nostro Salvatore, di mostrarti anche a noi che bussiamo, perché conoscendoti, amiamo solo Te, Te solo desi­deriamo, a Te solo pensiamo continuamente. Degnati di infon­derci un amore così grande, quale si conviene a Te che sei Dio, e quale meriti che Ti sia reso, perché il tuo amore pervada tut­to il nostro essere interiore e ci faccia completamente tuoi.

In questo modo non saremo capaci di amare altra cosa all'in­fuori di Te, che sei eterno, e la nostra carità non potrà essere estinta dalle molte acque di questo cielo, di questa terra e di questo mare, come sta scritto: "Le grandi acque non possono spegnere l'amore" (Ct 8,7).

Possa questo, avverarsi per tua grazia, anche per noi, o Si­gnore nostro Gesù Cristo, a cui sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Dalle "Istruzioni di San Colombano, abate". 

15.

CECITA’ E DUREZZA DEL CUORE UMANO

Corrono molti fino a luoghi lontani per vedere le reliquie dei Santi e stanno a bocca aperta a sentire le cose straordinarie da loro compiute; ammirano le grandi Chiese; osservano e baciano con venerazione le sacre ossa dei martiri, avvolte in sete e in­tessute d'oro. Mentre qui, accanto a me, sull'altare, ci sei Tu, mio Dio, il Santo dei Santi, il Creatore degli uomini e il Signo­re degli angeli.

Spesso è la curiosità umana che spinge a quelle visite, un de­siderio di cose nuove, non mai viste; ma se ne riporta scarso frutto di miglioramento interiore, specialmente quando il pere­grinare è così superficiale, privo di una vera contrizione.

Mentre qui, nel Sacramento dell'altare, sei veramente pre­sente Tu, mio Dio, "Uomo Cristo Gesù" (1 Tm 2,5); qui si ri­ceve frutto abbondante di salvezza eterna ogni volta che ti si accoglie degnamente e con devozione. Non è la smania curiosa di vedere con i propri occhi che ci porta a questo Sacramento, ma una fede sicura, una pia speranza, un sincero amore.

O Dio, invisibile Creatore del mondo, come è mirabile quel­lo che Tu fai con noi; come è soave e misericordioso quello che concedi ai tuoi eletti, ai quali offri Te stesso, come cibo, nell'Eucaristia! Dono che oltrepassa ogni nostra comprensione, trascina in modo del tutto particolare il cuore delle persone de­vote e infiamma il loro amore.

Rammarichiamoci altamente e lamentiamo la nostra tiepi­dezza e negligenza, poiché non siamo attirati da un ardore più grande a ricevere Cristo, nel quale sta tutta la speranza e il me­rito della salvezza.

È Lui, infatti, " la nostra santificazione e la nostra redenzio­ne" (1 Cor 1,30); è Lui il conforto di noi che siamo in cammi­no; è Lui l'eterna gioia dei Santi. Rammarichiamoci perciò altamente che tanti cristiani si rendano così poco conto di questo mistero di salvezza, letizia del Cielo e fondamento di tutto il mondo.

Cecità e durezza di cuore umano, non curarsi maggiormente di un dono così grande, o, godendone tutti i giorni, finire spes­so col non farci più caso!

Se la santissima Eucaristia si celebrasse soltanto in un certo luogo e da un solo sacerdote in tutto il mondo, pensa da quale desiderio sarebbero tutti presi di andare a quel luogo, a quel sa­cerdote, per vedere celebrare una Santa Messa! 1 sacerdoti in­vece sono moltissimi e Cristo viene immolato in molti luoghi; così, quanto più è diffusa nel mondo la sacra Comunione tanto più è manifesta la grazia e la bontà di Dio verso l'uomo.

Grazie, o Gesù buono, Pastore eterno, che con il tuo Corpo prezioso e con il tuo Sangue Ti sei degnato di ristorare noi po­veri ed esulti, invitandoci a riceverti con queste parole, uscite dalla tua stessa bocca: "Venite a me voi tutti che siete affatica­ti ed oppressi ed io vi ristorerò" (Mt 11,28).

Dal libro, L'imitazione di Cristo. 

16.

PURIFICA LA DIMORA DEL TUO CUORE

Dice Gesù: "lo sono colui che ama la purezza; Colui che do­na ogni santità. lo cerco un cuore puro: là è il luogo del mio ri­poso. "Prepara per me un'ampia sala dove cenare (Lc 22,12) e farò la Pasqua presso di te con i miei discepoli" (Mc 14,15). Se vuoi che venga a te e rimanga presso di te, togli "il vec­chio fermento del peccato" (1 Cor 5,7), purifica la dimora del tuo cuore.

Caccia fuori tutto il mondo e tutto il disordine delle passioni; sta' "come il passero solitario sul tetto" (Sal 101,8) e ripensa, con amarezza di cuore, alla tua ingratitudine. Chi veramente ama, prepara a colui da cui è amato, il luogo migliore e più bel­lo: di qui si conosce l'amore di chi riceve il suo Dio.

Sappi tuttavia che, per questa preparazione, - anche se du­rasse un intero anno e tu non avessi altro in mente - non po­tresti mai fare abbastanza con le tue sole forze. Solo per mia benevolenza e grazia ti viene concesso di accostarti alla mia mensa: come se un povero fosse chiamato al banchetto di un ricco e non avesse altro modo di ripagare che farsi piccolo e dire grazie.

Fa' dunque tutto quello che sta in te; fallo con ogni attenzio­ne, non per abitudine, non per forza. Accogli il Corpo del tuo Dio che si degna di venire a te, con santo rispetto, con venera­zione e con amore. Sono lo che ti ho chiamato; sono lo che ti ho comandato di venire a me; e sarò lo a supplire alla tua povertà. Vieni e accoglimi.

Vieni per ricevere da me la santità, nell'unione con me; per ricevere nuova grazia, nel rinnovato, ardente desiderio di puri­ficazione.

"Non disprezzare questa grazia" (1 Tm 4,14); prepara invece il tuo cuore con ogni cura e fa' entrare in te il tuo Dio. Ricorda che è necessario non solo che tu ti disponga a since­ra devozione prima della Comunione, ma anche che tu ti con­servi in essa, con ogni diligenza, dopo avermi ricevuto. La tua vigilanza dopo la santa Comunione non deve essere inferiore a quella della preparazione; essa infatti ti dispone a ricevere sem­pre nuova grazia.

Chi, dopo la Santa Comunione, si abbandona alle cose este­riori, difficilmente si troverà ben disposto a ricevermi con de­vozione.

Evita il molto parlare; preferisci startene col tuo Dio. Tu lo possiedi! Il mondo intero non potrà togliertelo. Donati a me interamente, e vivi più in Me che in te, per sentirti libero da ogni affanno.

Dal libro, L'imitazione di Cristo. 

17.

CIASCUNO ESAMINI SE STESSO

Io ho ricevuto dal Signore ciò che a mia vol­ta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella not­te in cui veniva tradito, prese il pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: "Questo è il mio corpo che è per voi, fate questo in memo­ria di me".

Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese an­che il calice dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete, in memoria di me".

Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la mor­te del Signore finché egli venga. Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore.

Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria con­danna (1 Corinti, 11,23-32).

Per fare una buona comunione sono necessarie tre cose: 1. essere in grazia di Dio; 2. sapere e pensare chi si va a ri­cevere; 3. osservare il digiuno eucaristico.

Essere in grazia di Dio significa avere la coscienza monda da ogni peccato mortale.

Chi si comunica sapendo di essere in peccato mortale, ri­ceve Gesù Cristo, ma non la sua grazia; anzi, commette un orribile sacrilegio.

(Catechismo di S. Pio X). 

18.

AVERE SEMPRE FAME E SETE

Fratelli carissimi, ascoltate attentamente. Ciò che vi dirò è ne­cessario al vostro bene. Sono verità che ristoreranno la sete del­la vostra anima. Vi parlerò infatti della inesauribile sorgente di­vina. Però, per quanto sembri paradossale, vi dirò: non estin­guete mai la vostra sete. Così potrete continuare a bere alla sor­gente della vita, senza mai smettere di desiderarla. È la stessa sorgente, la fontana dell'acqua viva che vi chiama a sé e vi di­ce: "Chi ha sete venga da Me e beva" (Gv 7,3).

Bisogna capire bene quello che si deve bere. Ve lo dica lo stesso profeta Geremia, ve lo dica la sorgente stessa: "Hanno abbandonato me sorgente di acqua viva, dice il Signore" (Ger 2,13). È dunque il Signore stesso, il nostro Dio Gesù Cristo, questa sorgente di vita che ci invita a Sé, perché di lui bevia­mo. Beve di lui chi lo ama. Beve di lui chi si disseta della parola di Dio: chi lo ama ardentemente e con vivo desiderio. Beve di lui chi arde d'amore per la sapienza.

Osservate bene da dove scaturisce questa fonte; poiché quel­lo stesso che è il Pane è anche la Fonte, cioé il Figlio unico, il nostro Dio Cristo Signore, di cui dobbiamo aver sempre fame. È vero che amandolo lo mangiamo e desiderandolo lo introdu­ciamo in noi; tuttavia dobbiamo sempre desiderarlo come degli affamati. Con tutta la forza del nostro amore beviamo di Lui che è la nostra sorgente; attingiamo da lui con tutta l'intensità del nostro cuore e gustiamo la dolcezza del suo amore.

Il Signore infatti è dolce e soave: sebbene lo mangiamo e lo beviamo, dobbiamo tuttavia averne sempre fame e sete, perché è nostro cibo e nostra bevanda. Nessuno potrà mai mangiarlo e berlo interamente, perché mangiandolo e bevendolo non si esaurisce, né si consuma. Questo nostro Pane è eterno, questa nostra sorgente è perenne, questa nostra fonte è dolce.

Per tale motivo il profeta afferma: "Voi tutti assetati, venite alla fonte" (Is 55,1). Questa fonte è per chi ha sete, non per chi è sazio. Giustamente quindi chiama a sé quelli che hanno sete, che dichiara beati nel discorso della montagna. Questi non be­vono mai a sufficienza; anzi quanto più bevono tanto più han­no sete.

È dunque necessario, o fratelli, che noi sempre desideriamo, cerchiamo e amiamo "la fonte della sapienza, il Verbo di Dio altissimo" (Sir 1,5), nel quale, secondo le parole dell'Aposto­lo, "sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (Col 2,3).

Se hai sete, bevi alla fonte della vita; se hai fame, mangia di questo Pane di vita. Beati coloro che hanno fame di questo Pa­ne e sete di quest'acqua, perché, pur mangiandone e bevendone sempre, desiderano di mangiarne e di berne ancora. Deve esse­re senza dubbio indicibilmente gustoso il cibo che si mangia e la bevanda che si beve per non sentirsene mai sazi e infastiditi, anzi sempre più soddisfatti e bramosi. Per questo il profeta di­ce: "Gustate e vedete quanto è buono il Signore" (Sal 33,9).

Dalle "Istruzioni" di S. Colombano, abate. 

19.

MARIA TI PORTA A GESÙ

Nella Comunione Gesù si dona a te con la sua divinità, con la sua stessa sostanza di Iddio. Tu ricevi il suo essere Iddio. Nel­la fragilità della tua carne mortale, tu sei fuso in amore con Ge­sù che è Dio e uomo. Diventi una sola cosa con lui, che ti con­giunge in unità d'amore con il Padre e con lo Spirito Santo. Al­la Comunione il mistero trinitario diventa sostanza di noi, respiro dell'anima, battito del cuore.

A S. Teresa d'Avila un giorno un angelo con la spada fiam­meggiante attraversò il cuore, le mani e i piedi. Fu la "tran­sverberatio" della santa: il dono delle stimmate.

Nella Comunione noi abbiamo qualcosa di più, anche se non in maniera visibile: noi siamo attraversati nell'anima e nel cor­po dalla luce travolgente del corpo glorioso e vivente di Gesù nello stato di Risurrezione. Dal fuoco ardente della sua divinità e della vita trinitaria.

Chiedi alla Madonna che nelle tue Comunioni non si deposi­ti la pàtina dell'assuefazione e dell'usura delle cose di sempre. Che ogni tua Comunione sia un avvenimento straordinario, un evento nuovo. Ogni volta come una tua nuova Nazareth d'In­carnazione.

La Madonna ti comunichi sete d'Eucaristia come chi è asse­tato nel deserto. "Come il cervo assetato anela alla fonte delle acque" (Salmo 41,2). Così la tua anima aneli alla Comunione. Chi è assetato s'accosta con ardore alle sorgenti delle acque. Chiedi alla Madonna di vivere da "innamorato di Gesù". Amare Gesù è fare unità di esistenza, unità di sentire e di vo­lere con lui. È sussultare di gioia alla vista di lui, vivente nel Tabernacolo e nel cuore dei fratelli.

È sussultare d'amore all'ascolto della sua voce, che è incisa nel Vangelo. È avere sete di Vangelo, Vangelo, Vangelo. È vi­vere il Vangelo per avere più luce. Solo se si vive il Vangelo, si è ammessi a ricevere nuove luci sul Vangelo.

Amare è imitare. È assimilare. È assorbire Gesù. Nei suoi sentimenti nella sua mentalità, nel suo modo di parlare, di agire. La "Consacrazione" a Maria porta a questo vortice cristo­centrico di vita d'amore. Maria ti porta a Gesù. Fino alla fu­sione d'amore con lui. Fino all'identità con lui.

Farano, Con Maria, la Madre di Gesù, Roma.

20.

O DIVINA EUCARISTIA

(melodia "Genti tutte, proclamate")

1 - Figli tutti del Signore, qui venite ad adorare il miracolo d'amore che nel pane si compi: Cristo è vivo sull'altare, Verbo della Trinità.

2 - Figlio inviato a noi dal Padre, nel suo Spirito d'amore; carne prese da una Madre che ai fratelli lo donò: Uomo-Dio, Redentore dell'intera umanità.

3 - La sua origine divina nel Vangelo dell'amore, con l'esempio, la dottrina e i portenti rivelò: è certezza per il cuore che sol brama verità.

4 - La tua morte, Gesù buono, portò al limite il tuo amore: Ti offristi a noi in dono, mite Agnello del Signor; dato in cibo al peccatore, con divina carità.

5 - Or discendi a noi dal Cielo, nella gloria del tuo Regno, e nascondi in bianco velo il divino tuo splendor; nostra vita, nostro pegno di gloriosa eternità.

6 - O divina EUCARISTIA, noi prostrati t'adoriamo: vero Figlio di Maria e del Padre Creator;

nostro Dio, proclamiamo l'infinita tua bontà. Amen.