LE PROVE
CHE COSA SONO
LE PROVE E LORO NECESSITÀ. - Il vocabolo prova si presta a molti
significati. Mettere alla prova, vuoI dire 1° riguardare; 2° indagare,
scrutinare; 3° discernere; 4° appurare e sceverare quello, che è puro da
quello che non lo è; 5° giudicare; 6° scegliere e ricompensare, rigettare e
punire.
«I
giorni sono cattivi» - dice il grande Apostolo (Eph. V, 16). I giorni
di questa vita sono miserabili, pieni di prove penose, di tentazioni, di
pericoli. Perciò Gesù Cristo dice in S. Matteo: «Basta a ciascun giorno il
suo male» (VI, 34), che vuol dire: basta a ciascun giorno la propria afflizione
e miseria. I giorni sono cattivi, cioè incerti, mobili, brevi, pieni di cure,
di distrazioni, d'insidie, di nemici. Senza prove e senza tentazioni, dice il
Crisostomo, non vi è corona; senza combattimento non si dà vittoria; senza
patimento non si ottiene perdono. Non c'è inverno senza estate. Il grano
seminato su la terra ha bisogno della pioggia, del freddo, del caldo per
macerarsi e per cambiarsi in spiga alla primavera (Homil. IV,
de divit. et paup.). La
cera deve provare l'azione del fuoco per ricevere l'impronta del sigillo, e così
pure, l'uomo, perché sia segnato con l'impronta della grazia celeste e della
divinità, ha bisogno delle prove, del lavoro, delle infermità, delle
tentazioni, ecc... Quello che è lordo di terra, di ruggine, di scoria,
d'immondizie, richiede il fuoco per essere purificato, nettato, brunito...
LE PROVE CI VENGONO DA DIO. -
S. Agostino insegna che le prove le quali ci affliggono, non vengono né dagli
uomini né dal demonio, ma da Dio che si serve degli uomini o dei demoni per
castigarci o purificarci, come adoperò Satana per provare Giobbe. Dio flagella
i suoi figli per disciplinarli e correggerli; flagella i riprovati affinché
siano puniti ad esempio degli altri (In Psalm. XXI). «Io vi porrò un
freno, dice il Signore per bocca di Isaia, affinché non andiate perduti» (XLVIII,
9). Questo freno sono le prove; esse sono dunque un regalo di Dio, e partono
dalla sua benevolenza per noi, sono un frutto della sua beneficenza che vuole
domare, arrestare e sterpare le malvagie e pericolose nostre tendenze. È al
contrario segno evidente della collera di Dio se nessun freno Egli mette alle
perverse inclinazioni dell'uomo, se lo lascia scapricciare e scapestrare a
talento, come cavallo indomito, non frenato da morso, non guidato da briglia.
Le avversità
sono spesso, per parte di Dio, dono assai più prezioso che le prosperità, e
riescono molto più salutari; inoltre, l'amore che si porta a Dio molto più
puro si mostra in mezzo alle strettezze che non fra l'abbondanza. Dio è assai
più perfettamente amato su la croce e nelle afflizioni, che tra le consolazioni
e le delizie. Nelle prove l'amore carnale e sensuale non trova da amare nulla di
quello che ama nelle delizie. Perciò quando si ama Dio su la croce, lo si ama
di un amore spirituale e puro, perché non si ama altro che Dio solo. Dalla
croce e dal puro amor. di Dio su la croce, noi impariamo ad estendere questo
medesimo amore tutto puro e celeste alle cose
terrene, alle ricchezze, ai piaceri, alle prosperità di ogni sorta, affinché
non amiamo in esse che Dio solo. Perciò S. Gregario Nazianzeno diceva: Io dò
lode e ringraziamento a Dio non meno nelle ambasce che nelle allegrezze, perché
tengo per fermo che Dio, suprema ragione, opera per noi a nostro vantaggio.
IN
QUAL MODO DIO CI PROVI, E PERCHÈ.
- «Voi ci avete provati, o Signore, esclama
il Profeta, ci avete saggiati col fuoco come si saggia l'argento» (Psalm.
LXV, 10); e altra volta: «Signore, io porto il peso della vostra collera, il
mio cuore è nell'affanno. I flutti dell'ira vostra mi passarono sopra, i vostri
terrori mi accasciarono; si riversarono su di me come torrente straripato, e
m'investirono» (Psalm. LXXXVII, 16-18). E il Savio dice: «Li ha
provati come oro nel crogiuolo, li ha ricevuti come vittime in olocausto;
risplenderanno nel giorno in cui li visiterà; brilleranno come fiamma appresasi
ad arido canneto» (Sap. III, 6-7). Ci narra il Genesi che Iddio
volendo far prova di Abramo, gli disse: «Prendi l'unico tuo figlio che tanto
ami, Isacco, e va nella terra della visione, e là l'offrirai in olocausto sopra
uno dei monti che t'indicherò» (Gen. XXII, 1-2).
«Come
il fornello prova l'argento e il crogiuolo saggia l'oro, così il Signore prova
i cuori», leggiamo nei Proverbi (XVII, 3). Il Signore prova i cuori
degli uomini esaminandoli... l° per mezzo della sua legge e dei suoi precetti,
per mezzo dei dottori e dei predicatori...; 2° per mezzo delle tribolazioni; 3°
con le tentazioni.
Ma
perché provarci in tante maniere? Perché ci ama, risponde egli medesimo
nell'Apocalisse (Apoc. III, 19: «Quelli che io amo, questi riprendo e
castigo perché correggendoli e castigandoli li affina e purifica in modo che in
loro non resta più nessuna macchia di peccato. Questo vuole indicare il
Salmista con quel verso: «Avete provato il mio cuore, o Signore, e visitato
durante la notte; mi avete fatto passare per il fuoco della tribolazione, e non
fu più trovalo in me peccato» (Psalm XVI, 3). «Indugiando Iddio a
mostrarcisi, osserva S. Agostino, dilata e ingrandisce. il nostro desiderio,
crescendo il desiderio ingrandisce e dilata l'animo, e lo rende maggiormente
capace a riceverlo (In Psalm. XXI)».
Gesù
Cristo mette alla prova i suoi: l° per aumentare i loro meriti...; 2° per
mantenerli bassi...; 3° per dare loro un mezzo da espiare i peccati...; 4° per
fare luogo ad una più solenne manifestazione dell'azione di Dio; come
chiaramente si scorge in Lazzaro, nei Martiri, negli Apostoli, nella Chiesa,
ecc.
Io
mi alzai frettolosa per aprire al mio diletto, diceva la Sposa dei Cantici; ma
quando ebbi aperta la porta, egli era già passato e avviato per altro sentiero;
corsi al luogo donde aveva udito partire la sua voce, ma più non c'era; l'ho
chiamato, ma non rispose; l'ho cercato, ma non l'ho trovato (Cant. V,
5-6). Così fa Iddio con i suoi servi ed amici per eccitarli a desiderarlo e
cercarlo. Inoltre egli li cimenta con prove e persecuzioni diverse, per
innalzarli all'onore della virtù e della gloria... Egli mortifica e vivifica (I
Reg. II, 6); percuote per
emendare. «Tutta la severità di Dio, scrive
Sant'Ambrogio, ha per iscopo di punire le colpe dei suoi con le tribolazioni, di
conservare la loro anima, di distruggere i loro vizi, di fomentare nel loro
cuore le virtù più elette (Epist.)». La prova è per il cristiano
come la tempesta per il pilota, la lotta per l'atleta, il combattimento per il
soldato.
Nulla accade al fedele senza che Dio lo permetta o voglia; e la sua volontà
consiste nel correggerlo dei suoi difetti, nel rinvigorirlo nella virtù e nella
pazienza, per accrescerne la corona in cielo. E questa la ragione per cui
permise che il giusto Abele fosse ucciso dall'empio fratello; provò Abramo
ordinandogli di sacrificare il figlio Isacco; provò Giuseppe, permettendo che
fosse venduto dai fratelli; provò Mosè ed il popolo d'Israele, lasciandoli
opprimere dalla tirannia di Faraone; provò Davide abbandonandolo all'odio di
Saulle; provò la casta Susanna, permettendo che fosse esposta alle nere
calunnie dei due vecchiani; che Geremia fosse imprigionato; che Daniele fosse
gettato nella fossa dei leoni.
Assennatissime sono pertanto le parole rivolte da Giuditta ai seniori di Betulia,
per incoraggiarli a continuare la resistenza contro l'assedio degli Assiri: I
padri nostri, disse ella, furono soggettati alla tentazione come ad una prova,
finché si vedesse se era sincero il culto loro verso Dio. Si rammenti il popolo
del modo con cui il padre nostro Abramo fu provato con molte tribolazioni e
divenne l'amico di Dio; così Isacco, Giacobbe, Mosè e quanti furono cari a
Dio, si mostrarono fedeli in mezzo a molte tribolazioni: al contrario, tutti
quelli che non hanno ricevuto le prove nel timor di Dio e si mostrarono
impazienti e mormoratori contro il Signore, caddero sotto la spada dell'Angelo
sterminatore e perirono morsi dai serpenti. Non c'impazientiamo dunque per i
mali che soffriamo; ma considerando che questi tormenti sono da meno dei nostri
misfatti, e che siamo puniti come servi, crediamo che Dio vuol emendarci, non
perderci (IUDITH, VIII. 21-27). Ah sì. Dio ci manda nelle prove. 1° per
ammollire la nostra volontà ribelle, abbattere il nostro orgoglio, e sforzarci
a sottometterci a lui; 2° per punirei delle nostre trasgressioni; 3° per
distruggere in noi il vecchio Adamo; 4° per condurci alla pazienza; 5° per
renderei simili a Gesù Crocifisso.
«In
mezzo alla tribolazione, dice il Signore per bocca di Osea, si affretteranno di
venire a me. Venite e ritorniamo al Signore; Egli ci ha feriti ed Egli ci guarirà,
ci ha percossi ma ci curerà, ci renderà alla vita, ci risusciterà, e noi
vivremo nella sua presenza» (OSEAE. VI, 1-3). S. Agostino commentando queste
parole di Osea, dice: «Ecco la voce del Signore: Io percuoterò e sanerò:
recide la purulenta enfiagione dei nostri misfatti e guarisce il bruciore della
ferita. Così fanno i medici: aprono, tagliano, bruciano e sanano; si armano per
ferire, portano il ferro e vengono per guarire (In Psalm. L)». Le
prove sono come frecce lanciate dalla mano divina, per richiamare a Dio ed alla
loro salvezza gli uomini che fuggono e corrono alla loro rovina. Agitati,
trapassati, umiliati, atterrati da queste frecce salutari, essi depongono il
loro orgoglio, riconoscono
le loro colpe e dimandano col cuore pentito perdono al Signore; e il Signore li
risparmia; loro perdona a cagione delle loro suppliche, e se li stringe al cuore
con la tenerezza di una madre: come appunto dice il Salmista in quel versetto:
«Le tue saette, o Signore, mi si piantarono nelle carni per ogni lato, la tua
mano si è aggravata sopra di me» (Psalm. XXXVII, 3). Perciò S.
Agostino vede in Dio un utile e caritatevole medico il quale si serve delle
prove, come di prezioso ed efficace rimedio, a guarirci dei nostri vizi. «Posto
sotto l'azione del rimedio, tu sei bruciato e tagliato, dice questo santo
Dottore, tu mandi lamenti e grida, ma il medico non si conforma al tuo volere, e
fa quello che la tua sanità richiede. Bevi quell'amaro calice, che tu medesimo
ti sei manipolato; bevilo affinché tu viva (In Psalm. LXI)».
Le prove c'insegnano a distaccarci dal nulla del mondo e ad attaccarci ai soli
veri beni; ci aprono, secondo la frase di S. Gregorio, le orecchie del cuore che
la prosperità di questa terra bene spesso introna e assorda (Moral.).
S. Gerolamo osserva che Dio toglie non di rado ai peccati il loro diletto e ne
priva i peccatori, affinché non avendo voluto conoscere Iddio nella prosperità,
lo conoscano nell'infortunio, e avendo fatto cattivo uso delle ricchezze,
ritornino alla virtù per mezzo della povertà, cioè siano in certo modo
costretti a ritornarvi. S. Agostino poi vede un gran tratto della misericordia
divina, quando Dio permette che noi siamo provati dalla tribolazione;
esercitando la fede col differire il soccorso, non si rifiuta dal venirci in
aiuto, ma pone in movimento il desiderio (Serm. XXXVII,
de Verb. Dom.).
BUON
INDIZIO È PER UN CRISTIANO L'ESSERE MESSO ALLA PROVA.
- Le prove non abbattono e non opprimono se non coloro che non sanno sostenerle.
I più valenti soldati vengono scelti per le congiunture in cui vi è più
bisogno di energia, di coraggio, d'eroismo; vengono designati per le imprese
importanti e decisive; e così pure Iddio elegge, per inviarli alle più
gagliarde prove, quelli che più ama; esempio ne sono Mosè, Giobbe, Tobia, gli
Apostoli, i Martiri, i Santi più celebri in ogni stato e professione.
1°
Sappiano i cristiani, e siano intimamente convinti che le prove sono un segnale
non della collera di Dio, ma del suo amore, perché mostrano l'elezione e la
filiazione divina. Questo c'insegna Iddio per bocca di Zaccaria: «Io li farò
passare per il fuoco e li porrò al cimento come si pone l'argento e l'oro; e
allora essi invocheranno il mio nome, ed Io esaudirò la loro preghiera. Io dirò:
questo è il mio popolo; ed essi esclameranno: il Signore è nostro Dio» (ZACH.
XIII, 9), e per bocca di S. Giovanni con quelle parole: «Io riprendo e castigo
quelli che amo» (Apoc. III, 19). Questo disse l'Angelo a Tobia
divenuto cieco: «Perché tu eri accetto a Dio, bisognò che fossi provato con
la tentazione» (TOB. XII, 13). Questo ripete S. Paolo scrivendo agli Ebrei: «Il
Signore castiga coloro che ama, e percuote tutti quelli che riceve per suoi
figli. Nei castighi tenetevi fermi e di buon animo. Dio vi tratta da figli: e
dov'è il figlio che non sia corretto dal padre? Che se voi siete fuori del
castigo cui tutti i figli vanno soggetti, mostrate di essere frutti di
adulterio, non figli legittimi. E poi, non abbiamo noi forse avuto per educatori
i padri nostri secondo la carne, e non li abbiamo noi avuti in riverenza? a
ben più forte ragione dunque dobbiamo obbedire e
riverire il Padre degli spiriti, se vogliamo vivere. Quei primi ci castigarono
per qualche tempo, come loro talentava, ma questo ci castiga secondo che è
utile, affinché partecipiamo alla sua santità. Ogni castigo pare, al presente,
un motivo di tristezza e non di gioia; ma in seguito, produce a quelli che lo
sopportano, frutto di giustizia pieno di pace» (Hebr. XII, 6-11).
2°
Intendano e si persuadano i cristiani, che le prove per se stesse, non che
ferire e nuocere, purificano e perfezionano coloro ai quali avvengono. «La
fornace cuoce e indura le stoviglie, dice l'Ecclesiastico, e la prova
della tribolazione tempra e raffina l'uomo giusto» (Eccli. XXVII, 6).
Le prove sono, dice S. Agostino, un rimedio che porta salute, non una sentenza
che porta condanna (Sent. CCIV). S. Giovanni Crisostomo, parlando di
Giuseppe il quale sopportò generosamente e vittoriosamente ogni genere di
prove, fa rilevare che quaggiù Iddio non suole liberare dalle prove e dai
pericoli le persone più virtuose, ma dimostra in esse la sua potenza, perciocchè
le prove riescono per loro un'occasione di alta gioia e di grande merito,
secondo quel detto del Salmista: «Signore, nelle tribolazioni voi mi avete
fatto grandeggiare» (Psalm. IV,
2 - Homil. de Cruce). Questo
ci apre il senso di quelle parole di S. Gregorio Papa: «Non appena la luce
divina batte sul cuore umano, tosto il demonio vi solleva tempeste, non mai
provate per l'innanzi da quel cuore, finché giaceva nelle tenebre (Moral.)».
Tanto meno dobbiamo mormorare contro le prove, quanto più siamo assicurati che
esse sono un pegno dell'amore paterno di Dio. L'avversità è un segno certo, è
una caparra immancabile della
divina elezione, e per essa l'anima è fidanzata a Gesù Cristo, per unirsi a
lui in divino connubio. Bisogna dunque conchiudere che le prove sono piuttosto
da invidiare e da desiderare, anziché da fuggire. I vasi dello stovigliaio,
ricevuto che hanno la forma voluta e designata, non direbbero essi, se fossero
capaci di pensiero, di desiderio, e di parola, che il padrone li metta nella
fornace a cuocere e diventare solidi? Così i giusti, corretti dalla grazia di
Dio, desiderano che il fuoco delle prove bruci e consumi quello che vi è in
loro di impuro, che li consolidi e perfezioni nella virtù.
DIO
NON ABBANDONA L'UOMO SOGGETTO ALLE PROVE.
- «Iddio, leggiamo nella Sapienza, non
abbandona il giusto; lo scampa alle insidie dei peccatori, e discende con lui
nel pozzo delle tribolazioni; lo toglie dalle mani di quelli che l'opprimono,
non gli si leva dal fianco quando è in catene; entra nell'anima del suo servo;
gli paga il prezzo dei suoi lavori, lo guida per una via miracolosa, gli
fornisce immancabilmente tetto e lume» (Sap. X, 13-17). Quando il
popolo di Dio, schiavo in Egitto, fu oppresso di lavoro da Faraone, Dio inviò
Mosè a liberarlo. Il soccorso di Dio allora più si mostra, quando più
abbondano le traversie. «Il Signore, dice S. Pietro, sa liberare i giusti dalle
prove» (II PETR. II, 9). E infatti, ecco Noè, scampato dalle acque del
diluvio; Lot, dal fuoco di Sodoma; Abramo, dai mali esempi dei Cananei;
Giacobbe, dall'ira di Esaù; Giuseppe, dalle mani dei suoi fratelli e dal
carcere; Mosè e gli Ebrei, dal furore di Faraone, dalle onde del Mar Rosso,
dalla fame e dalla sete; Davide, dalla lancia di Saulle; Susanna, dalle calunnie
dei vecchioni; Daniele, dai denti dei leoni; i tre giovani, dalle fiamme della
fornace; Mardocheo, dal capestro di Aman; Giuditta, dal potere di Oloferne; il
giovine Tobia, dall'assalto del demonio; Giuda Maccabeo, dalle armi di Antioco;
Elia, dalla rabbia di Gezabele; S. Pietro, dal carcere e dalle catene. Più le
prove sono terribili, e più Dio ci sta vicino. Questa verità già proclamava
il Salmista in quel versetto: «Gravi
tribolazioni stanno riservate per i giusti, ma il Signore li libererà da tutte»
(Psalm. XXXIII, 20). Perciò il Signore ci dice: «Invocatemi nel
giorno della tribolazione ed io vi libererò, e voi mi onorerete» (Psalm.
LXIX, 15). «Chi griderà a me io l'ascolterò; sarò con lui nelle sue
tribolazioni, lo salverò e lo rivestirò di gloria» (Psalm. XC, 15).
LE
PROVE FANNO CONOSCERE QUELLO CHE SIAMO.
- Vi sono due occasioni nella vita, nelle quali ogni
uomo vede chiaramente che cosa vi è nel cuore umano; e queste sono l'occasione
di operare in segreto ed il momento delle prove. Molti sono cattivi
interiormente, e buoni all'esterno; ora fate che venga il caso in cui possano
peccare, senza timore di essere scoperti, e allora la corruzione e la malizia
loro dà fuori e si palesa all'aperto. Così pure nel tempo della prosperità
riesce difficile discernere i cattivi dai buoni, ma, posti al fuoco delle prove,
l'oro splende e la paglia fuma. Allora i cattivi s'istizziscono, si ribellano,
mormorano, bestemmiano; i buoni, all'opposto, si sottomettono, si rassegnano,
pregano, praticano la pazienza e la dolcezza, Al primo genere di prove accenna
il Salmista con la frase, Visitasti nocte: Mi avete visitato durante la
notte, cioè quando aveva l'occasione di peccare in segreto; al secondo con
quell'altra: Igne me examinasti: Mi avete fatto passare per il fuoco
della tribolazione, per una prova scottante. Ed avendo egli saputo vincere
nell'uno e nell'altro caso, aggiunge: Et non est inventa in me iniquitas
(Psalm. XVI, 3). Chiunque nei sopraddetti due casi sa conservare, come
il re Profeta, l'anima e la virtù sua, può dire con lui: «Nessuna iniquità
si trova in me». - Nel crogiuolo, dice S. Agostino, l'oro si purifica, la
paglia è bruciata (In Psalm. LXI). Il pilota, dice Seneca, si fa
conoscere nella tempesta, ed il soldato nella zuffa (Lib. de Provv.).
LE
PROVE SONO SPESSO GRANDI E SEMPRE MOLTEPLICI.
- Il santo e famoso patriarca Abramo dieci volte, e
sempre fortemente, fu provato da Dio: 1° Dio gli intima che abbandoni patria,
parenti e amici, e vada come straniero in terra sconosciuta. 2° Al tempo di una
carestia, gli ordina di andare in Egitto. 3° Faraone gli toglie la moglie, la
quale è esposta a perdere la castità, mentr'esso corre rischio di perdere la
vita. 4° È costretto a separarsi da Loth, suo nipote carissimo, a cagione
delle risse scoppiate fra i loro servi. 5° È obbligato ad ingaggiare una zuffa
ostinata e pericolosa per liberare Loth caduto prigioniero. 6° Stimolato da
Sara, si vede spinto a dover cacciare di casa sua Agar ch'egli aveva sposato, e
che già stava in procinto di renderlo padre di un figlio. 7° Già avanzato
negli anni, è costretto a sottoporsi alla circoncisione. 8° Il re Abimelec gli
ruba Sara sua moglie. 9° È obbligato una seconda volta da Sara, per ordine del
Signore, di bandire Agar con suo figlio, Ismaele. 10° Dio gli comanda,
d'immolare il figlio suo Isacco. E siccome quest'ultima prova fu la più
tremenda, solamente questa Mosè chiama col nome di tentazione.
Udite
quest'ordine doloroso, ciascuna delle cui parole è al cuore di Abramo un colpo
di spada, una crudele prova. Prendi, Abramo, l'unigenito tuo, l'amore del tuo
cuore, e va ad immolarlo su quel monte che sarò per indicarti (Gen.
XXII, 2). 1° Prendi non uno sconosciuto, uno
straniero, ma tuo figlio; 2° tuo figlio unico; 3°
tuo figlio che tanto teneramente ami, e tanto devi amare; 4° il tuo figlio
Isacco, cioè la tua gioia; 5° tu l'offrirai; il Signore non gli dice: tu lo
farai immolare per mano straniera, ma l'immolerai tu medesimo, con le tue
proprie mani. E a tale ingiunzione, Abramo poteva pure rispondere: dove sono, o
Signore, le vostre promesse? ma egli non muove labbro; 6° l'offrirai in
olocausto, affinché nessuna parte del suo corpo rimanga presso di te, suo
padre; ma il tuo Isacco tutt'intero sia ridotto in cenere e scompaia; 7°
prendilo subito, senza indugio; non ti si concede ritardo nell'esecuzione.
La madre dei Maccabei imita Abramo. E quanti altri santi uomini ed eroiche donne
non furono sottoposti a uguali prove! Quando mai noi fummo posti a così crudeli
strette? Eppure osiamo lamentarci!
VANTAGGI
DELLE PROVE.
- «Noi non siamo passati per il fuoco e per l'acqua, dice il Profeta, e voi, o
Signore, ci avete condotti in luogo di refrigerio» (Psalm. LXV, 12).
«Io ho trovato dappertutto tribolazioni e dolori; perciò ho invocato il nome
del Signore» (Psalm. CXIV, 3). «Signore, voi mi avete provato e
conosciuto» (Psalm. CXXXVIII, 1). Le tribolazioni, le prove, le croci,
fanno a pro delle anime fedeli quello che il fuoco fa all'oro, la lima al ferro,
il vaglio al grano.
Sottoposto
S. Paolo a dure prove e a terribili tentazioni, scongiura il Signore che lo
liberi. Ma avendogli il Signore risposto: Ti basta, o Paolo, la mia grazia;
perché la forza nella debolezza si perfeziona, l'Apostolo soggiunge: «Volentieri
mi glorierò adunque delle mie infermità, affinché in me dimori la forza di
Cristo. Perciò mi compiaccio e gioisco nelle mie debolezze, negli oltraggi,
nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle ambasce per Cristo; perché quando
appaio debole, allora sono forte» (II Cor. XII, 9-10).
Chi
meglio di Gesù conosceva quello che tornava più vantaggioso all'uomo? Or bene,
sapete voi in che cosa egli pose i più grandi beni e vantaggi dell'uomo? Andate
a meditare il sublime suo sermone del monte, e vedrete che Egli li fa consistere
in otto prove le quali chiamò beatitudini, appunto per le grandi utilità che
da esse derivano... Le prove sono avvertimenti che hanno lo scopo di conservarci
nella grazia e nella virtù. di preservarci dal peccato e dall'inferno, di
assicurarci l'eterna salute. «L'oro e l'argento sono saggiati al fuoco, dice il
Savio, e le anime care a Dio passano per la fornace dell'umiliazione» (Eccli.
II, 5). Come il fuoco non nuoce all'oro, ma gli è vantaggioso, perché lo
prova, lo purifica, lo forbisce e lo rende più lucente, così il crogiuolo
delle prove, delle umiliazioni, delle afflizioni, mette al cimento colui che le
sopporta, lo purifica, lo perfeziona, lo illustra, lo rende accetto a Dio e
degno di lui...
S.
Bernardo mette in rilievo che tre cose propone Gesù Cristo, l'Angelo del gran
consiglio, all'anima ragionevole fatta ad immagine della Trinità Santissima: e
sono la servitù. l'annientamento, le spine. La servitù, nell'abnegazione di se
stesso; l'annientamento, nel portare la croce; le spine, nell'imitazione di Gesù
Cristo; e gliele propone affinché l'anima, dallo stato di una triplice felicità
decaduta, si rialzi dalla sua triplice miseria per mezzo dell'obbedienza e
dell'umiltà nell'afflizione. Poiché essa era caduta di per se stessa dalla
società degli Angeli e dalla visione di Dio, cioè dalla libertà, dalla dignità,
dalla beatitudine. Ascolti dunque il consiglio che le è dato, affinché
rinunziando a se stessa, cioè alla propria volontà, ricuperi la sua libertà;
portando la sua croce, cioè crocifiggendo la propria carne con le concupiscenze
sue, ritorni, per il bene della continenza, nella società degli Angeli;
seguendo Gesù Cristo, cioè imitando la sua passione, ritrovi la visione della
sua chiarezza; poiché se noi patiamo con lui, regneremo anche con lui (Serm.
in Cant.). Non si poteva meglio che con queste parole mostrare l'intima
ragione e la molteplice utilità delle prove.
Le prove sono la verga di Dio; esse fanno a noi un frumento degno dell'aia del
Signore, sceverandoci dalla paglia... Dice S. Agostino: «Nella fornace la
paglia brucia, l'oro si purga; quella si converte in cenere, questo si spoglia
della scoria. La fornace figura il mondo; l'oro, i giusti; il fuoco, le prove,
le tribolazioni, le avversità; il fornaciaio, Iddio. Io faccio quello che vuole
il fornaciaio, e dov'egli mi colloca, io rimango. È mio dovere il sopportare
tutto pazientemente, egli sa come purgarmi. Bruci pure la paglia per incendiarmi
e consumarmi, io mi adatto; essa viene ridotta in cenere, ed io resto purgato di
ogni bruttura. Nessun servo di Gesù Cristo va esente da prove; se tu t'immagini
di poterne fare senza, non hai ancora cominciato ad essere cristiano. Le prove
interiori ed esteriori preparano la glorificazione del peccatore; sforzano il
riluttante, istruiscono l'ignorante, proteggono il debole, stimolano il tiepido,
custodiscono quello che corre e iniziano a quella, morte che è il cominciamento
della vita eterna (Serm. III,
in Machab.)».
Beato
l'uomo che è provato da Dio! Non rigettiamo dunque le prove alle quali ci
sottopone, perché egli ferisce e risana, percuote e salva... Questo ci
assicurano i suoi inspirati; Dio ha moltiplicato sopra di loro le prove, le
infermità, le croci, diceva già il Salmista, e dopo queste essi avanzano a
grandi passi per il buon cammino (Psalm. XV, 4). Le acque, dice Giona,
mi assalirono così impetuose ed alte, che mi cacciarono fino alle porte della
morte; l'abisso mi ha ingoiato, l'oceano mi seppellì nei suoi gorghi. Quando
l'anima mia fu tutta concentrata in me, io mi ricordai di voi, o Signore, e la
mia preghiera fu esaudita; voi avete parlato al pesce, ed esso mi ha rigettato
sul lido (ION. II, 6, 8-11). «I sapienti del popolo, dice Daniele, cadranno
sotto il fendente delle spade, tra le fiamme ed in prigione. E cadranno, affinché
siano rinnovati e scelti e purificati» (DAN. XI, 33, 35). Il profeta Malachia
raffigura Iddio al fuoco che divora, all'erba dei gualchierai; e lo presenta
come seduto al fornello dove purga i figli di Levi, come si purifica l'oro e
l'argento nel crogiuolo (III, 2).
In
mezzo alle prove, bisogna mantenere sempre l'anima tranquilla, essendo certo che
il soccorso divino arriva quando manca ogni aiuto umano... Inoltre la virtù
messa al cimento ingigantisce, dice S. Leone (Serm.). Perciò quel
detto del Dottore di Chiaravalle: «Più siete provati, e più vi arricchite» (In
Sentent.). Il medesimo Santo poi osserva ancora, che dalle tribolazioni
ricaviamo tre principali beni: l'esercizio, affinché la virtù non si
intiepidisca per l'accidia e la noncuranza; il patimento, affinché la forza
della nostra costanza sia esempio ed incoraggiamento degli altri; la ricompensa,
affinché il peso della gloria aumenti in ragione della gravità delle prove (Sentent.).
Assennatissime pertanto e sempre da ricordare sono quelle parole di Giuditta: «Non
inquietiamoci per i mali che soffriamo, ma considerando che questi mali sono
molto più lievi di quelli che meriterebbonsi i nostri peccati, e che noi siamo
castigati come servi, teniamo per certo che Dio vuole correggerei, non perderci»
(IUDITH. VIII, 26-27).
«Per
quelli che amano Dio, tutto riesce a bene», dice il grande Apostolo (Rom.
VIII, 28). Il cristiano non deve mai dimenticare un istante queste parole. Nella
povertà, nelle malattie, nelle persecuzioni, nelle calunnie, nei naufragi,
negli incendi, negli smarrimenti, nell'esilio, nella morte, ricordi che ogni
cosa torna a vantaggio di chi ama Dio. In ogni genere di prove, il vero
cristiano deve dire a se stesso: Io sono certo che nulla può succedermi di
penoso, di disgustoso, di amaro, di crudo, che non sia anticipatamente regolato
secondo l'ordine paterno della Provvidenza. Io sono sicuro che né gli uomini, né
i demoni, né le creature tutte potranno giammai provarmi oltre quello che Dio
vuole, che ha preveduto, ed oltre il potere ch'egli ha loro concesso, perché
tutto volga a mio vantaggio. Qualunque prova dunque piaccia a Dio mandarmi, io
l'accetto, non mi rifiuto, non indietreggio; perché altra cosa io non voglio
fuori della santa volontà di Dio; deh! si compia essa pienamente in me ed in
tutte le creature. Non cade infatti un capello dalla nostra testa senza il
volere di Dio. Sottomettermi ad esso in tutte le prove, le avversità, le
afflizioni, i dolori, le croci, è mio sommo vantaggio; è il vero mezzo di
tesoreggiare per l'eternità e di essere felice in questa vita...
GESÙ
CRISTO E I SANTI, MODELLI NELLE PROVE.
- Ogni vero cristiano deve bere il calice delle prove; gli è necessario
tracannarlo, se vuole guarire e vivere. E perché nessuno dica: Non posso bere,
non mi regge l'animo d'appressarvi le labbra, non lo berrò, Gesù Cristo, pieno
di sanità, Gesù Cristo, l'innocenza e la santità in persona, l'ha sorbito
egli il primo, fino alla feccia; sì, l'ha bevuto, affinché noi, miseri
infermi, coperti di ferite e di piaghe, carichi di peccati, oppressi dai debiti,
lo beviamo per guarire, cancellare i peccati, ricuperare l'innocenza, pagare i
debiti, assicurarci il cielo, dove nulla di macchiato può entrare. Quale
amarezza vi è in questo calice delle prove, che Gesù prima di noi non l'abbia
assaggiata? Si tratta forse di disprezzi e d'ingiustizie? Egli ne fu abbeverato
quando, cacciati i demoni dagli ossessi, sentì dirsi dai suoi nemici: Nel nome
di Belzebù costui mette in fuga i diavoli: sono amari i patimenti, i dolori?
Egli fu legato, flagellato, incoronato di spine, inchiodato su la croce. E amara
la morte? Ci mette ribrezzo il genere di morte che ci minaccia? Eccolo rendere
l'ultimo fiato in mezzo a due ladroni, sopra una croce, il supplizio più
ignominioso che fosse in uso a quei tempi... Sia dunque Gesù Cristo nostro
modello in tutti i generi di prove. Anche i Santi ci offrono modelli da imitare
nelle prove; e senza fare parola di altri, Tobia e Giobbe furono, sono e saranno
in ogni tempo due esempi chiarissimi e due lucidissimi specchi di pazienza per
tutti i ciechi, gli afflitti, i disgraziati, i poveri, i perseguitati. Di Tobia
la Sacra Scrittura dice che si mantenne saldo nel timore di Dio, rendendo grazie
al Signore tutti i giorni della sua vita (TOB. II, 14). Vi è qui un atto eroico
di pazienza: è questo lo stato di un uomo santo e perfetto che nulla curandosi
di tutte le cose terrene, aiuti od ostacoli, tiene lo spirito in cielo, e gusta
anticipatamente la felicità celeste... Così pure Giobbe, oppresso da
afflizioni di ogni genere e di ogni lato, esclamava: « Dio mi ha dato dei beni,
Dio me li ha tolti; accadde come piacque al Signore; sia benedetto il suo nome»
(IOB. I, 21)... In mezzo alle più dure prove, che ammirabili modelli non ci
presentano i patriarchi, i profeti, gli apostoli, i martiri, i confessori, le
vergini, i missionari, i santi di tutte le età, di tutti i sessi, di tutti i
tempi, di tutti i luoghi, di tutte le condizioni!
Singolari
e meravigliose sono certamente le vie, le maniere, e le ragioni secondo le quali
Dio conduce i suoi eletti per il deserto di questa vita. A traverso le prove, le
insidie, i pericoli, i nemici, le angustie, i travagli, le tentazioni, le
persecuzioni, le croci, il martirio egli li guida alla terra promessa, li
introduce nella terra dei viventi.
LE
PROVE SONO UN ECCELLENTE RIMEDIO.
- Vi sono delle ferite che invece di nuocere alla sanità, ne sono anzi
efficacissimo rimedio: questo fanno nell'ordine spirituale le prove. Da S.
Giovanni Crisostomo vengono paragonate al ferro dell'aratro; perché con esse
noi apriamo e solchiamo il terreno del nostro cuore, affinché se vi si tengono
abbarbicate erbe cattive, rovi e spine, siano interamente schiantate, e noi
diventiamo terreno diligentemente coltivato, atto a ricevere il seme della
grazia e della virtù (Homil. de Cruce).
Ma che cosa dobbiamo fare per profittare delle prove? Bisogna imitare la
pazienza di Giobbe e con lui ripetere: Il Signore mi ha dato ogni mio avere, il
Signore è padrone di ritoglierselo; è avvenuto come piacque al Signore; sia
benedetto il nome di Dio! (IOB. I, 21). Bisogna imitare Tobia il quale diceva:
« Io vi benedico, o Signore Dio d'Israele, perché mi avete castigato e salvato»
(Tob. XI, 17). Figlio mio, dice il Signore per bocca del Savio, quando tu ti
consacri al servizio di Dio, sta nella giustizia e nel timore, e prepara l'anima
tua alla prova. Umilia il tuo spirito e attendi con pazienza. Sopporta gli
indugi di Dio. Accetta tutto quello che ti succede e rimani in pace nel tuo
dolore. Affidati a Dio ed egli ti libererà; conserva il suo timore e in esso
invecchia (Eccli. II, 1-4, 6).
Chi
desidera di piacere a Dio e diventare suo erede per la fede, per essere chiamato
figlio di Dio, deve anzitutto, dice S. Efrem, armarsi di longanime pazienza per
prevenire le tribolazioni, le angustie, le strettezze, le malattie, i patimenti,
gli affronti, le ingiurie, le tentazioni, i demoni, e poter sopportare tutte
queste prove (Tract. de Patientia). «Quando l'anima si attacca
fortemente a Dio, nota S. Gregorio Papa, cosicché altro non veda fuori che lui
in tutte le cose, ogni amarezza si cambia per lei in dolcezza; ogni afflizione
le è riposo (Moral. lib. V)». Il più cospicuo vantaggio che, a
parere del Crisostomo, uno può ricavare dalle prove, quello che ne aumenta
infinitamente il merito e la ricompensa, è di rendere grazie a Dio (Homil.
de Cruce).
LE
PROVE SONO LA PORTA DEL CIELO.
- Le prove
pazientemente sopportate sono la porta del paradiso, e vi ci introducono. Questo
ci insegna la Sacra Scrittura con quel testo: «Non bisognava forse che il
Cristo patisse tutte queste pene (la sua passione), e così entrasse nella sua
gloria?» (Luc. XXIV, 26), e con quell'altro chiarissimo che si legge
negli Atti Apostolici: «Bisogna che per mezzo a molte tribolazioni noi
entriamo nel regno di Dio» (XIV, 21). Ora se bisognò che Gesù Cristo
soffrisse, sostenesse ogni genere di prove, e entrasse alla gloria per la via
dei patimenti e della croce, non ci ha egli, con questo, chiaramente indicato
che se non si dà altra strada che metta al cielo, questa però vi mette
sicuramente, e che chiunque la calca è certo di entrarvi? Le prosperità e la
felicità di questa vita sono, al contrario, la porta dell'inferno. Perciò
vediamo Dio concederle bene spesso ai tristi ed agli empi, e negarle ai buoni...
«Chiunque
adora voi, o Signore, diceva Tobia, è sicuro che se sostiene prove in vita sua,
sarà coronato; se è afflitto, sarà liberato; se percosso, otterrà
misericordia» (TOB. III, 21). «Coloro che hanno seminato nel pianto,
mieteranno nella gioia, dice il Salmista. Essi andavano e piangevano spargendo
la loro semenza; ritorneranno lieti e giubilanti portando in mano i loro covoni»
(Psalm CXXV, 5-6).
DISGRAZIATI
QUELLI CHE NON HANNO PROVE.
- Vivere senza prove, è un vivere per l'inferno... Sappiano quelli i quali
rifiutano le prove loro mandate da Dio, che in essi non è l'impronta di Dio, ma
quella del demonio, e che saranno infelici e in questa e nell'altra vita.
Infatti è chiara la parola dello Spirito Santo: «Coloro che non hanno ricevuto
le prove nel timor del Signore, ma dimostrarono la loro impazienza e mormorarono
contro Dio, furono abbandonati alla spada dell'Angelo sterminatore» (IUDITH.
VIII, 24-25)... Non accettare le prove con cui Dio ci cimenta, è un resistere a
Dio; ora non è questo colpa gravissima e terribile disgrazia?
Forse
che le prove bussano meno alla porta di chi si rifiuta di accoglierle? Oibò:
molte volte anzi vi si affollano in maggior numero e più gravi... Si perde il
merito che dovrebbero procurare... Si cambiano in peccato... Invece di essere
principio di ricompensa, diventano principio di castighi... Il mondo tutto è un
vasto fornello in cui sono gettati gli uomini, Là il giusto rassomiglia
all'oro, l'empio alla paglia. Per mezzo del medesimo fuoco, il giusto è
purificato, santificato; l'empio è divorato, consumato, condannato. E Dio,
osserva S. Agostino, è nell'uno e nell'altro caso lodato; in quello per la
ricompensa, in questo per il castigo; nel primo per la sua misericordia, nel
secondo per la sua giustizia (Dei civit. Dei).