LE COMUNIONI SACRILEGHE

PERCHE’ QUEL PANE NON DIVENTI VELENO di Don Enzo Boninsegna

Dopo aver riflettuto in questi giorni sulla fame di Dio che è presente in ogni uomo, ne sia cosciente o no; dopo aver me­ditato sul prezzo altissimo che Gesù ha pagato per guadagnare per noi il Pane di vita eterna; dopo aver considerato il valore infinito, la ricchezza immensa che è rac­chiusa in quel Pane, vedremo oggi come ci dobbiamo accostare a quel Pane, perché da Pane di vita non si trasformi per noi in ve­leno di morte.

Non sto esagerando: l'Eucaristia può trasformarsi davvero in un veleno mortale per le nostre anime.

Non è un'opinione mia, ma è l'apostolo San Paolo che lo afferma quando dice:

"Chi mangia il Corpo del Signore inde­gnamente, mangia la propria con­danna" (cfr. l Cor 11, 29).

Queste dure parole di San Paolo non si riferiscono alle volontarie e diaboliche profanazioni dell'Eucaristia che si com­piono nelle messe nere. Nelle due parroc­chie in cui ho svolto il mio ministero sa­cerdotale, si è compiuta la tragedia del furto dell'Eucaristia.

Queste cose avvengono perché gli ado­ratori di Satana, che credono nella pre­senza reale di Gesù nel Pane Consacrato, come ci crede il demonio, vogliono pre­sente nelle loro messe sacrileghe il Corpo del Signore per poterlo profanare.

Di queste miserie umane, che avven­gono anche a Verona e più spesso di quan­to non si pensi, ne ha parlato recentemente anche la stampa locale.

Ma non è a queste miserie che si rife­risce San Paolo; non parla di chi, spinto da odio raffinato e satanico verso il Signore, profana volontariamente l'Eucaristia; par­la invece di chi la profana quasi senza ren­dersene conto, facendo la Comunione in peccato mortale e quindi compiendo un sacrilegio.

Qualcuno penserà: se non si rendono conto di essere in peccato mortale è perchè sono in buona fede, e se sono in buona fede non fanno alcun male a ricevere la Comu­nione e quindi non commettono sacrilegio.

Questo discorso è vero solo per chi, senza sua colpa, per una semplice dimen­ticanza, non si è accusato in Confessione di qualche peccato mortale, ma in cuor suo ha un dolore sincero per tutti i suoi peccati, anche per quelli eventualmente dimenti­cati.

- Chi invece "ha deciso", accecato dal­l'orgoglio, che certi peccati mortali non sono peccati;...

 - chi "ha decretato" che i Comandamenti non sono più dieci, ma qualcuno di meno, almeno per lui, perché lui è un privilegiato che ha diritto allo sconto sulla Leg­ge di Dio;...

 - chi cancella i Comandamenti scomodi, considerandoli ormai supe­rati, per fare tranquilla­mente i suoi porci comodi senza rimorsi... se fa la Co­munione pecca gravemen­te, perché profana il Corpo del Signore e quindi mangia la sua condanna.

Sentite cosa scrive San Giovanni Bosco, che di anime se ne intendeva: "Scrivo con le lacrime agli occhi e con la mano tre­mante e vi dico: molti van­no all'inferno per le Con­fessioni malfatte" .

Io sono Prete da dicias­sette anni, quindi un po' di esperienza l'ho fatta e in for­za di questa esperienza mi sento di sottoscrivere in pieno le parole di San Giovanni Bosco. Solo vorrei aggiungere che dove ci sono Confessioni malfatte ci sono anche Comunione malfatte e sono appunto le Comunioni sacrileghe, assieme alle Con­fessioni sacrileghe, a spedire molti cris­tiani all'inferno.

Fa parte della strategia tentatrice del diavolo sia il tener lontani dalla Comunio­ne quelli che potrebbero farla, come pure e più ancora, il portare alla Comunione quelli che non dovrebbero farla perché non sono in Grazia di Dio.

Se l'Eucaristia è il dono più grande che Dio ha dato agli uomini, si può con certezza affermare che i peccati contro l'Eucaristia sono i peccati più gravi che l'uomo possa compiere. Val la pena perciò che oggi riflettiamo seriamente per non correre il rischio, an­che noi, di peccare contro l'Eucaristia e quindi di mangiare, con il Corpo del Si­gnore, anche la nostra condanna. Cosa fare perché le nostre Comunioni siano sempre incontri di amore con il Si­gnore Gesù e quindi sorgente di Grazia per le nostre anime?

Ce lo insegna il Vangelo con la para­bola del figliol prodigo.