Ginevra,
1° gennaio
Caro
signore,
quest'aggettivo
cordiale vi darà forse un brivido, quando vedrete la firma in calce alla
lettera; ma che volete, alla simpatia non si comanda; d'altra parte, voi
giornalisti ed io, il Diavolo, non facciamo forse lo stesso mestiere?
Non componete, ogni giorno, con quelle «novità» che non sono poi così nuove, e con quei «fatti diversi» che non sono poi così diversi, una trama fragile ed illusoria che proponete ai vostri contemporanei come un'immagine della vita, e che non è mai altro che la proiezione tipografica ed illustrata delle vostre allucinazioni, pregiudizi, partitipresi e modeste illuminazioni personali?
Nella
migliore delle ipotesi, un giornale è un'opera d'arte come le altre: la
combinazione d'una scelta e d'una messa in scena. Voi stampate per
impressionare. Voi imprigionate il lettore nella tela dei vostri artifici, per
attirarne l'occhio verso la conclusione che vi piace: anch'io non faccio niente
di diverso, però lo faccio meglio di voi; mi chiedo solo perché nel mio caso
si denuncia la «tentazione», mentre tra voi si riverisce 1'« informazione».
Certamente è un effetto dell'ingiusta reputazione che hanno creato in passato,
attorno a me, i vostri preti, spaventati nel constatare che si cominciava a
credere in me più che nell'Altro (capite benissimo a chi mi riferisco).
Anche
voi, tentate. Pensate così poco ad informare, che fate tutti un identico
giornale. Sui vostri tre canali televisivi, i giornali non sono altro che
versioni luminose de «Le Monde». Essi producono le immagini, «Le Monde»
fornisce il testo, il tono, l'analisi e la riflessione. I fatti vengono
presentati secondo l'ordine d'importanza che ha scelto lui, spesso con le
stesse parole. Non potendo disporre della edizione del giorno, che esce verso le
tre, il Telegiornale di mezzogiorno riproduce i quotidiani del mattino che si
ispirano a «Le Monde» del giorno prima, il quale poi, in definitiva, copia se
stesso fin dal momento in cui è stato fondato.
Non
venite a dirmi che questa bella uniformità è la miglior prova dell'esistenza
di una verità dei fatti la cui evidenza si impone. Se anche così fosse, voi
non la sentireste tutti allo stesso modo per renderne conto negli identici
termini.
In
effetti, voi tutti tentate di rifare il primo numero de «Le Monde», ed è
nella misura in cui non ci riuscite - neanche lui, del resto - che provate la
sensazione della novità.
Detto
questo, devo aggiungere che non è mia abitudine scrivere ai giornalisti, che
svolgono quanto mai convenientemente il loro compito coltivando nel migliore dei
modi possibili le virtù che io mi sono sempre sforzato di far prevalere:
dubbio, invidia, disprezzo e, per quanto riguarda i migliori di voi, odio.
Ma
succede che avendo le cose umane assunto finalmente una forma che mi è
particolarmente gradita, e poiché il mondo si comporta in modo tale che i miei
piccoli interventi diventano sempre meno necessari, dispongo di un mucchio di
tempo libero che trascorro come di solito a Ginevra, dove ho un «pied-àterre
».
Mi
piace questa città dalle tempie grigie, il suo getto d'acqua che non battezza
nessuno, il battito sotterraneo delle sue mandibole bancarie, il lieve mormorio
dei suoi orologi al quarzo, che fanno sentire alle orecchie altrimenti distratte
l'impercettibile gemito del tempo ridotto alla confessione cifrata della sua
lentezza e della sua vanità. Detesto il tempo, e sono ben lieto di vederlo
prigioniero. Amo soprattutto il Muro della Riforma, questa superba costruzione
di pietra nuda innalzata non lungi dalla cattedrale in mio onore, dal momento
che la sua iscrizione mi cita due volte in tre parole: Post tenebras lux, dopo
le tenebre la luce. Non vengo forse chiamato Principe delle tenebre, e non sono
forse Lucifero, il «porta-luce», per lo stato civile angelico?
Si
tratta d'altra parte del solo monumento che gli uomini abbiano innalzato a mia
gloria, per onorare me che ho insegnato loro tutto quanto li interessa, la
guerra, la lussuria, la menzogna, e il resto. Mentre tutte le città di Francia,
per citare soltanto il vostro simpatico paese, hanno dedicato un viale a Emile
Zola od a Gambetta, dei quali al massimo si può dire che non furono dei cattivi
diavoli, cerchereste invano sulla terra un «corso Satana», una piazza
Mefistofele, la più piccola, insignificante via, viuzza, vicolo, budello
testimoniante la riconoscenza che mi è dovuta per tanti benefici ed eccellenti
consigli che raramente ho dovuto ripetervi. Senza il bel parapetto di Ginevra,
che mi diverto ad attraversare da parte a parte diverse volte al giorno - è
il mio muro del suono - anch'io non avrei «una pietra su cui posare il capo».
Rin,grazio i Ginevrini, benché non l'abbiano fatto apposta.
E
da Ginevra che vi scrivo, e poiché mi chiedete per qual motivo vi accordi
questo favore, vi dirò che mi è parso giunto il momento di rettificare certi
errori che da troppo tempo circolano sul mio conto e che trattengono ancora il
mondo sul cammino della salvezza.
La
beata sfacciataggine di alcuni dei vostri scritti mi fa pensare che siete tipo
da darmi una mano in questa impresa. Permettetemi di dichiararmi, in questo
spirito, essenzialmente mio e accessoriamente vostro
Il
Diavolo
P.S. In questo 1° gennaio, capirete benissimo che non intendo abbandonarmi alla ridicola abitudine degli auguri per l'anno nuovo. Formulare un voto vuol dire aspettarsi qualcosa dalla vita, dal caso o da qualcuno; ora la vita non fa regali oggi senza riprenderseli domani, il caso non esiste ed io non mi aspetto niente se non da me stesso, cosa nella quale non mi stancherei di consigliarvi di imitarmi.
Caro
signore,
il
vostro confratello in fantasticherie e frottole mistiche, l'inglese C. S.
Lewis,
Nota:
Si riferisce a Clive Staples Lewis (1898-1963), scrittore e critico inglese;
nel 1942 scrisse Le lettere di Berlicche, una serie di lettere che un vecchio
diavolo in pensione, Belicche, invia ad un giovane diavolo, Malacoda, alla
prime esperienze di «lavoro» (N.d.C.).
sosteneva
che gli uomini commettono nei miei confronti due errori gemelli e contradditori,
l'uno per eccesso, l'altro per difetto: «Talvolta credono troppo al Diavolo,
diceva, talaltra non vi credono abbastanza».
Lewis
non aveva torto. E’ certo che il vostro Medioevo è caduto nel primo di
questi due errori: non che sopravvalutasse la mia importanza, cosa impossibile,
ma si sbagliava sull'estensione dei miei mezzi di azione; li credeva illimitati,
mentre mi vengono invece grettamente misurati dall'Altro, che non gioca a carte
scoperte. Pensate che nessun bilancio è stato previsto per me nell'economia
della creazione, dove pure il superfluo trabocca, e che devo vivere alla
giornata, come dite voi, di ciò che tralasciate dei vostri diritti o di ciò
che lasciate perdere delle vostre enormi gratifiche spirituali.
Il
Medioevo mi credeva dappertutto, ed io non ero in nessun posto. Cacciato dai
vostri esorcisti, respinto da masse compatte d'acqua benedetta che mi arrivavano
in piena faccia come ondate marine, radiato da innumerevoli segni di croce,
strangolato dai vostri rosari e messo alla gogna su tutti i capitelli delle
vostre cattedrali, ero ridotto dai vostri predicatori all'immagine biblica del
Serpente, questa falsa sembianza, questo segno della sottrazione
insinuato
sotto le foglie, questa retta ondulata che non trova sistemazione in nessuna
forma, e di cui voi avete fatto quanto mai stranamente, allorché si morde la
coda, il simbolo congiunto della saggezza e dello zero.
Ho
un pessimo ricordo di quell'epoca e disperavo ormai di uscirne quando mi venne
l'idea geniale di lanciare il motto «oscurantismo», subito ripreso con
entusiasmo dai vostri umanisti, che hanno determinato il suo splendido successo.
L'idea
era tanto più buffa dal momento che tale definizione si poneva in
contraddizione assoluta con l'esuberanza variopinta di quel tempo, con
l'allegria dei suoi vestiti rosso-verdi, o giallobleu, con l'aspetto
scanzonato delle sue scarpe alla polacca, con lo splendore delle sue miniature,
con l'incendio azzurro delle sue vetrate ed il biancore irritante dei suoi
monasteri contemplativi. Qualificare di «oscuro» quel carosello permanente di
colori e di stravaganze impennacchiate era un po' esagerato, ma con voi la
sottigliezza non paga. Generazioni di citrulli maturati nelle vostre scuole
hanno rappresentato il Medioevo come una galleria brulicante di pipistrelli,
visto che io non insegnavo loro che era invece un mattino di festa pieno d'un
esecrabile sole.
Un
secondo tratto di genio - non sono avaro di questo tipo di manifestazioni - è
stato quello di parlare di «secolo» o di «filosofia dei lumi» nel momento
preciso in cui è venuto a mancare il fuoco dello spirito, allorché cioè non
brillava più nei vostri salotti che quella specie di fosforescenza tra
l'effimero ed il sulfureo che voi chiamate spiritualità. Il mio XVIII secolo
è stato un grosso successo. Voltaire era considerato una fiaccola; chiunque
poteva trarre dalla sua lettura la gradevole sensazione di essere
intelligentissimo, e non ci vuole di più per farsi una clientela. L'uomo del
Medioevo, che aveva inventato le leggi della cavalleria e quelle dell'amor
cortese, passava per un compagnone un po' grossolano; il marchese de Sade, le
sue catene, le sue ossessioni, il suo rimbambimento verboso e i suoi infami
allettamenti sessuali, per modello di raffinatezza. Queste cantonate mi
piacciono moltissimo. Niente mi diverte come il vedervi prendere Napoleone per
un gran sentimentale.
Il
mio XX secolo è ancora più bello. Certo, voi non credete quasi più in me ed
io sopravvivo nel vostro vocabolario solo grazie a qualche espressione
stereotipa, la «bellezza del diavolo», una «creatura infernale», «tirare il
diavolo per la coda» il che vuol dire riconoscere come in certe miserevoli
situazioni voi sperate solo più in me, dal momento che la coda che mi
attribuite funziona da segnale d'allarme; e vi servite infine ancora correntemente
dell'espressione «astuzia diabolica», nella quale traspare l'ammirazione che
avete per me.
Questi omaggi, tuttavia, non rivestono più la forma liturgica, se si eccettuano pochi occultisti che pensano, nella loro ingenuità, mi si possa far accorrere ad un fischio, come un lacchè, quasi i puri spiriti quali siamo non si potessero esprimere diversamente che facendo ballare i tavolini a tre zampe o spostando oggetti nella stanza. A parte questo sparuto gruppetto di adepti, che mi venerano insopportabilmente, voi sprofondate nell'irreligiosità, e ci sono giorni nei quali mi chiedo se non dovrei restituirvi un po' di fede cristiana, al fine di far meglio risaltare i miei servigi; dopo tutto, ho bisogno di considerazione come chiunque altro. Tuttavia, la vostra obbedienza mi consola delle vostre manchevolezze. Voi credete di fare la vostra volontà, e fate invece la mia, con precisione e celerità. Ho appena il tempo di formulare un desiderio, che voi subito vi date da fare per metterlo in esecuzione. E correte tanto veloci sulla strada dei miei comandi, che talvolta mi sento un po' superato.
Ma
non abbiate paura: vi riacciufferò. Ardentemente vostro
Tratto
da: “Il diavolo forse” con le 35 prove che il diavolo esiste
- André Frossard.