LA VITA OLTRE LA MORTE
Il
mese di novembre ci trova tutti con il cuore un po' addolorato e triste, ripiegato
sul pensiero rivolto ai nostri cari di cui non godiamo più la presenza, dopo
aver segnato col loro amore un tratto forse molto lungo della nostra vita. La
nostra fede cristiana combatte con il pensiero umano di non vederli più. A
volte siamo incerti su dove si possano trovare, quale sia la loro condizione, se
possiamo veramente essere in comunione con loro al di là della barriera della
morte, del tempo e dello spazio.
Sulla
scia dell'Anno paolino che si è chiuso nello scorso mese di giugno vogliamo
soffermarci su alcune pagine delle lettere di san Paolo per ricavarne alcuni
spunti di riflessione sulla vita che attende i cristiani oltre la morte. Il grande
apostolo vuol rafforzare nella fede le sue comunità, e così sarà anche per
noi. San Paolo non descrive la condizione concreta nella quale si trovano i
nostri morti, come non lo aveva fatto Gesù stesso, ma mostra una fede
incrollabile nella risurrezione di Gesù che porta con sé la certezza che anche
i nostri cari sono custoditi con amore fin d'ora dal Signore Risorto, in attesa
del compimento glorioso di ogni cosa, uomini e creato insieme.
Nel
51 dopo Cristo, a pochi anni dalla morte e risurrezione di Gesù, Paolo scrive
la Prima lettera ai Tessalonicesi (1Ts), il più antico scritto del Nuovo
Testamento. La comunità di Tessalonica era fortemente preoccupata della sorte
dei fratelli cristiani che erano morti prima che il Signore Gesù Risorto
fosse tornato nella sua gloria. La sua venuta era attesa da tutti, Paolo
compreso, come una realtà molto vicina. Inizialmente anche Paolo pensava
probabilmente di parteciparvi ancora da vivo. In 1Ts 4,13-18 Paolo rassicura
la comunità sul fatto che i viventi al momento della venuta di Gesù non
avranno alcun vantaggio su coloro che si sono già "addormentati". La
loro situazione è diversa da coloro che sono ancora vivi, ma la loro condizione
è uguale: sono "morti in Cristo" (v. 16). Appartenevano a Cristo in
vita per mezzo del battesimo. Anche nella morte sono di Cristo, come sono di
Cristo coloro che sono ancora in vita. La condizione cristiana è eguale per
tutti. Tutti siamo proprietà di Cristo Risorto. I morti si sono
"addormentati" in Cristo e al raduno universale forale, annunciato
dalla tromba di Dio e alla voce dell'arcangelo, risorgeranno per primi. Il
Signore stesso scenderà dal cielo e verrà incontro ad essi. Poi anche coloro
che a quel momento si troveranno in vita saranno "rapiti insieme con loro
nelle nubi, per l'incontro con il Signore nell'aria; e così saremo per sempre
con il Signore". San Paolo usa il linguaggio del suo tempo, chiamato
apocalittico, per esprimere la certezza che tutti i cristiani saranno per sempre
con il Signore Risorto, nel mondo di Dio ("nubi", "aria").
La comunità si ritroverà nuovamente riunita e tutti godranno della vita
continua con Cristo ("saremo sempre con il Signore"). Questa deve
essere la certezza con cui i cristiani devono "confortarsi"
vicendevolmente nella fede (1 Ts 4,18). Paolo non spiega come sarà
concretamente la condizione dei corpi dei risorti. Tenterà di balbettare
qualche cosa nelle sue lettere successive, soprattutto nella Prima e nella
Seconda lettera ai Corinzi. Fin d'ora esprime però la sua certezza
incrollabile che coloro che sono vissuti e si sono addormentati in comunione
con Gesù morto e risorto parteciperanno per sempre della sua vita di Figlio
di Dio risorto dai morti.
Nella
Seconda lettera ai Tessalonicesi (2Ts) si afferma però con forza che la venuta
di Gesù Risorto non è imminente come alcuni pensavano, abbandonandosi all'ozio
e a una vita sregolata. In 2Ts 2,1-12 Paolo afferma che il cammino sarà ancora
lungo, segnato dalla lotta contro colui che si contrappone a Dio e fomenta il
male e l'apostasia dei credenti. L'annuncio del vangelo contrasterà l'opera del
Maligno, che alla fine sarà distrutto dal soffio della parola che esce dalla
bocca del Signore Gesù risorto. Ancora una volta Paolo afferma la certezza del
destino vittorioso e positivo dell'avventura cristiana nella storia, anche se
dovrà essere segnata dall'aspro combattimento con Colui che vuole allontanare i
cristiani dal loro Signore. Cristo ha il potere sulla storia, e l'ultima parola
non sarà quella del male, ma quella del Signore della vita.
I
MORTI RISORGERANNO INCORRUTT1B1LI E NOI SAREMO TRASFORMATI
Il
brano in cui Paolo si sofferma più a lungo sulla certezza della risurrezione e
sul tentativo di illustrare la condizione dei cristiani risorti è rappresentato
dal capitolo 15 della Prima Lettera ai Corinzi (1Cor 15), scritta alla comunità
di Corinto verso il 54-55 dopo Cristo. È un testo indubbiamente difficile nei
suoi particolari, ma è un brano nel quale Paolo afferma chiaramente due realtà
importanti: la certezza della risurrezione di Gesù e la sorte gloriosa dei
cristiani risorti.
Paolo
è un convinto trasmettitore della tradizione ricevuta. Il vangelo, la buona
notizia, consiste soprattutto nella morte di Gesù secondo il piano di Dio, la
sua sepoltura, la sua risurrezione e la sua apparizione a moltissimi cristiani,
nel cui lungo elenco c'è anche Paolo.
Paolo
si meraviglia ed è esterrefatto che mentre la Chiesa annuncia con forza la
risurrezione di Gesù, esperimentata da così tanti testimoni qualificati,
alcuni della comunità, forse spinti da forze esterne, negano la risurrezione
dei morti. Questo è un controsenso, perché le due realtà vanno insieme: la
risurrezione di Gesù è fondamento della fede cristiana, e se lui non è
risorto, allora sì che neanche i cristiani risorgeranno ed è vano l'annuncio
cristiano, vana la fede, falsi i testimoni dell'opera di Dio, immersi nei
peccati i cristiani, perduti per sempre i loro morti. Se i cristiani hanno
sperato in Cristo solo in questa vita, senza la speranza nell'altra, sono da
compiangere più di tutti gli uomini, che possono vivere spensierati e senza
dover lottare e soffrire per una fede che non garantisce una vita oltre la
morte. Ma come in Adamo tutti muoiono per la loro condizione umana, così anche
nel Cristo tutti saranno vivificati. Cristo è molto superiore a chi rappresenta
l'umanità nella sua fragile consistenza. Gesù risorto è l'inizio, la primizia,
di un raccolto abbondante della stessa qualità: i cristiani risorti per la sua
potenza vivificante.
Cristo
è davvero risorto dai morti, primizia di quelli che sono morti. Questo è
l'annuncio gioioso, evangelico, trasmesso dagli apostoli. I morti "di
Cristo", appartenenti a lui, risorgeranno alla sua venuta. Allora sarà la
fine, il dominio pieno del Signore risorto su tutta la realtà, morte compresa.
Tutto sarà sottoposto alla signoria di Gesù, ed egli consegnerà tutto il
suo dominio al Padre che lo ha inviato nel mondo a riscattare gli uomini.
Allora Dio sarà tutto in ogni cosa, pervaderà con la sua presenza vivificate e
santificante ogni realtà, uomini e cose comprese.
Nella
seconda parte del capitolo (1Cor 15,35-58) Paolo tenta di dire qualche cosa
sulla condizione nella quale si troveranno i cristiani dopo la morte:
"Come risorgono i morti? Con quale corpo vengono?" si domanda
qualcuno. Paolo risponde illustrando la continuità ma anche la discontinuità
tra la nostra condizione umana che viene sepolta al momento della morte e la
modalità di vita gloriosa, trasfigurata, con il Signore. Paolo si serve di
immagini, di paragoni, di metafore, per far capire quello che probabilmente
anche lui sente come qualcosa di impossibile da descrivere con parole umane.
Nella creazione Dio ha dato diversità di corpi agli uomini e alle cose, con
diversità di gloria, cioè di partecipazione alla vita divina. Al momento della
morte, nella terra viene come seminato un chicco nudo, una vita umana fragile,
mortale, corruttibile, fatta di terra, a immagine della prima umanità, chiamata
Adam. Nella risurrezione ci sarà una fioritura di qualche cosa che è in
continuità ma anche in discontinuità con quello che si è seminato. Si
risorgerà nella gloria, nella forza, nell'incorruttibilità, si porterà
l'immagine piena dell'Uomo che viene da Dio, dal cielo, Gesù che è già
risorto. Egli sta ogni giorno imprimendo nel cristiano la sua immagine grazie al
lavorio dello Spirito Santo. Alla sua venuta finale Gesù risorto darà la
pienezza di vita a quelli che erano stati sepolti come discendenti di Adam,
"un essere vivente", uomini segnati dalla naturalità fragile e
corruttibile.
Nei
vv. 51 e seguenti Paolo riconosce che è un "mistero", una rivelazione
profetica del piano salvifico di Dio quello che sta per affermare. Noi
erediteremo il regno di Dio, la vita divina non per le nostre forze e meriti
umani, ma per grazia di Dio. Tutti coloro che al momento della venuta di Gesù
risorto saranno morti risorgeranno, ma trasformati. Paolo usa un'altra metafora
per indicare la trasformazione: il nostro essere corruttibile sarà rivestito
di incorruttibilità e di immortalità. La metafora del vestito, che Paolo userà
anche in 2Cor, indica una trasformazione profonda dell'essere. Non ci sarà un
semplice passaggio. Ci sarà una nuova creazione, in cui per grazia la morte sarà
ingoiata nella vittoria dalla vita, e non pungerà più col suo pungiglione. Dio
ci dà per grazia la vittoria per mezzo di Cristo Gesù. A Dio Padre deve
andare il ringraziamento di tutti i cristiani (v. 57).
Paolo
riprende la sua riflessione sulla certezza di una vita gloriosa dopo la morte
nella Seconda Lettera ai Corinzi (2Cor) scritta verso il 56 dopo Cristo. Nel
brano 2Cor 4,16 - 5,10 riprende con le immagini dell'abitazione celeste e del
vestito rinnovato le riflessioni. Anche in questo brano Paolo non parla di anima
separata dal corpo fisico. Noi viviamo in un corpo, cioè in un'esistenza umana
completa ma fragile e corruttibile, da cui desideriamo andare in esilio per
essere con il Signore. Noi non andiamo al Signore con la nostra pura anima ma
con tutto noi stessi. Paolo chiama questa nuova realtà un essere rivestiti da
una dimora celeste, una tenda non fatta da mani d'uomo, ma ricevuta da Dio,
eterna, celeste. La realtà umana "è ingoiata dalla vita" (5,4). Dio
ci ha plasmati proprio per questo, donandoci la caparra dello Spirito (5,5).
Lo Spirito lavora a fondo nei cristiani, per imprimere giorno per giorno
l'immagine di Gesù nella loro vita.
Quello
che ci attende è una nuova creazione, che san Paolo esprime balbettando
attraverso immagini e metafore. Anche se impossibile da descrivere a parole, la
condizione di risorti è gloriosa e vivificata dallo Spirito di Gesù risorto.
Mentre siamo vivi siamo in comunione con quelli che sono "morti nel
Cristo", per la medesima condizione di cristiani sigillati col battesimo e
la fede. Al momento della risurrezione sperimenteremo una trasformazione
radicale della nostra esistenza, che però si pone in continuità trasfigurata
con la nostra umanità segnata dalla fragilità sperimentata nella nostra vita
quotidiana attuale.
Conquistati
da Cristo, corriamo verso di lui per conquistarlo nella pienezza della
risurrezione. "La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo
come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro
misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che
ha di sottomettere a sé tutte le cose" (Fil 3,20-21). Questo scrive Paolo
dalla prigione alla comunità dei Filippesi. Questa è pure la nostra fede, la
nostra speranza certa e la nostra consolazione sicura. Per questo viviamo
nella serenità cristiana anche il periodo che maggiormente ci ricorda i nostri
cari che pensiamo già essere col Signore, sotto il suo potere di vita, di luce
e di gioia. (p. Roberto Mela)