LA VIRTU’ DELLA FORTEZZA

Parlare di fortezza, nel contesto della cultura occiden­tale attuale, è piuttosto difficile. Abbiamo educato i nostri figli e i nostri nipoti al tutto facile, tutto subito, tutto abbondante, tutto dovuto. Questo a causa delle nostre paure e dell'annebbiamento della nostra identità. Ci siamo confusi e identificati con la società permissiva ed edoni­sta (Edonismo: Dottrina filosofica che fa del piacere il fine supremo della vita umana) del consumismo. Abbiamo dimenticato che il nostro punto di riferimento è Gesù Cristo, il Vangelo.

Abbiamo rinunciato ed essere educatori, per paura di essere differenti dagli altri, per paura delle reazioni sbagliate dei giovani, e in questo modo li abbiamo resi più deboli, inca­paci di interrogarsi, di mettere in evidenza la loro iden­tità.

Noi siamo infatti fragili, deboli, assaliti spesso da mille paure, indecisi, timidi. Spesso questa paura ci impedisce di com­piere ciò che pure valutiamo come buono e giusto, con­ducendoci ad agire conformandoci agli altri o facendoci guidare dal cosiddetto rispetto umano cioè vergognando­ci di esprimere la nostra fede.

In quante occasioni oggi siamo privi di slancio, senza entu­siasmo né forza per perseverare nel bene, lamentandoci col Signore e con gli amici, per le occasioni che ci sono sfug­gite, senza ringraziare per tutti i beni di cui potremmo gode­re e che non consideriamo e non valorizziamo

Proprio per questo la fortezza è una virtù attuale che oggi abbia­mo pìù bìsogno dì coltìvare.

Cosa è la fortezza

Il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero recita: «La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa raffor­za la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli, nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affron­tare la prova e le persecuzioni. Dà il coraggio di giunge­re fino alla rinuncia e al sacrificio della propria vita per difendere una giusta causa».

Vengono aggiunte due citazioni: una presa dall'Antico Testamento, l'altra dal Nuovo. "Mia forza e mio canto è il Signore" (Salmo 117,14). "Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia, io ho vinto il mondo" (Gv 16,33). La virtù della fortezza, come ogni virtù si nutre della parola di Dio e trova la sua ragione nell'esempio di Gesù.

Fortezza nella Bibbia

Quando parliamo della virtù della fortezza andiamo oltre la forza d'animo, l'energia morale per cui uno vuole e può conseguire la meta che si è prefissa, né del coraggio e del valore nei combattimenti. Nella Bibbia la virtù della for­tezza ha un ruolo molto importante quando, appunto, viene evidenziata la forza e la potenza che Dio possiede in abbon­danza e che dona al suo popolo.

Così viene cantato il passaggio del Mar Rosso: «Io canterò al Signore perché si è mirabilmente manifestato. Il Signore è la mia forza e la mia salvezza».

Forte è Noè, nel conservare la fede nonostante la derisione dei contemporanei. Forti sono le donne celebrate nella Bibbia. Forti sono i profeti che hanno dovuto subire persecuzio­ni, come Geremia ed Elia. Forte è soprattutto Gesù che, pur essendo di natura divina, si è rivestito di carne mortale e ha voluto affrontare la passione e la morte, per amore del­l'uomo. Da questo amore scaturisce la forza di Maria, degli Apostoli e di tutti e santi e i martiri.

Gesù ci rende forti

La virtù della fortezza presuppone la nostra vulnerabilità, ossia la nostra fragilità. Forte può essere solo colui che sa di esse­re debole, conosce i propri limiti e riesce a invocare il dono della fortezza da Colui che tutto può, in modo che appaia che questa fortezza non viene da noi, ma da Dio.

Per questo motivo, come scrive s. Paolo alla comunità di Corinto: "Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiac­ciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi".

La fortezza è la capacita di resistere alle avversità, di non sco­raggiarsi dinanzi ai contrattempi, di perseverare nel cam­mino di perfezione, cioè di andar avanti ad ogni costo, senza lasciarsi vincere dalla pigrizia, dalla viltà, dalla paura.

La fortezza si oppone alla pusillanimità che è il difetto di chi non raggiunge l'altezza delle proprie possibilità, cioè non si esprime nella pienezza delle sue potenzialità, ferman­dosi davanti agli ostacoli o accontentandosi di condurre una esistenza mediocre.

Oggi abbiamo bisogno di coltivare la virtù della fortezza, quel­la virtù che guidò i martiri a dare perfino la vita per difen­dere la propria fede.

Noi viviamo in una società debole, flaccida, paurosa, in cui ci si spaventa di fronte alla prima difficoltà nello stu­dio, nel lavoro, nella vita coniugale, nella vita comu­nitaria.

Così è ricorrente la tentazio­ne di ricercare le vie di usci­ta più comode o di cedere ai compromessi, fuggendo da tutto ciò che richiede sacri­ficio o rinuncia. Come acqui­stare questa virtù? Abituiamoci a non lamentar­ci, ma a ringraziare il Si­gnore.

Nella vita sono più le cose buone che riceviamo di quel­le negative. Guardando il bene stiamo meglio, ferman­doci sul male, ci facciamo male. Impariamo a discerne­re il significato e il valore delle difficoltà.

Guardando l'esempio di Gesù e dei santi nelle situa­zioni di sofferenza. Invocando lo Spirito Santo, poiché la fortezza è un suo dono.

Acquistando forza dalla preghiera: "Ti amo, Signore, mia forza, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore; mio Dio, mia rupe in cui trovo riparo, mio scudo e baluardo, mia potente salvezza".

Forti e liberi

La fortezza rende spiritual­mente liberi, toglie gli ostacoli che impediscono di intraprendere e portare a termine con costanza e coraggio il bene, nono­stante le difficoltà.

È quindi una condizione necessaria all'esercizio di ogni virtù, dovere ed ope­ra buona. E un tratto carat­teristico di chi è moral­mente adulto. È condizio­ne indispensabile per vi­vere il Vangelo autentica­mente e in pienezza, ossia per essere vero cristiano, soprattutto in un clima dove la fedeltà al Vangelo obbliga ad un vigoroso andare contro corrente. Non è spavalderia, avventa­tezza. Non è forte colui che, senza riflettere e sen­za discernere, si espone sconsideratamente al peri­colo fisico o morale, ma colui che, dopo una giusta valutazione delle cose, sa affrontare fatiche e dolori per realizzare il bene.

Colui che non si perde d'animo nemmeno di fronte agli insuc­cessi ed è irremovibile nel portare a termine la sua mis­sione, costi quel che costi.

L'esempio più perfetto di fortezza, come sempre, l'abbiamo in Gesù stesso, dalla sua nascita nella povertà di Betlemme, alla sua passione e morte in croce, volontariamente abbrac­ciate.

Il discorso della montagna, cuore del messaggio evangelico, è una propo­sta esigentissima, che non permette titubanze ed equivoci nel nostro donarci a Dio, anche quando ciò com­portasse i più duri sacrifici, espressi col paragone iperbole di cavare l'oc­chio o di tagliare la mano o il piede. Gesù richiedeva fortezza soprattutto agli Apostoli: chi voleva seguirlo più da vicino, appunto come apostolo, dove­va essere disposto a vendere tutto per darlo ai poveri, condividere la sua vita di pellegrino, senza una casa, senza un sasso dove poggiare il capo e per­sino rinunziare a seppellire il proprio padre o a prendere commiato da casa e, come coronamento di tutto, abbrac­ciando la croce, divenire partecipe del mistero della sua passione: «Se qual­cuno vuol venire dietro a Me, rinne­ghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

Vangelo senza sconti

Uno degli errori che oggi facciamo con più facilità, anche all'interno della Chiesa, e che costituisce una vera e propria adulterazione del Vangelo e un suo svuotamento, è quello di presentare un cristianesi­mo edulcorato all'acqua di rose, per non urtare la suscet­tibilità dell'uomo contemporaneo, allergico ad ogni esi­gente imperativo morale.

Ma così facendo, non ci rendiamo conto di presentare una cari­catura di cristianesimo, adatto a tutti i palati, anche i più schizzinosi e perciò stesso insipido e insignificante. E così capita, secondo la predizione di Gesù, come al sale dive­nuto insipido, che non serve a nulla, se non ad essere buttato sulla strada e cal­pestato.

Per formare una nuova generazione di veri cristiani, per lanciare una nuova evangelizzazione, più che fare sconti indebiti sul Vangelo, bisogna dare a gio­vani e meno giovani il gusto delle cose difficili, ardue, generose, il gusto della santità non i compromessi della medio­crità, poiché a tutti Gesù rivolge l'invi­to "Siate perfetti, com'è perfetto il Padre vostro che è nei Cieli".

Esistono varie virtù o atteggiamenti vir­tuosi che sono connessi alla fortezza, come la magnanimità o desiderio di com­piere cose grandi per il Signore e la pazienza, o capacità di sopportare con fermezza e serenità le prove e le soffe­renze inerenti alla vita umana e cristiana. Siamo chiamati ad essere pazienti e forti nella vita quotidiana portando in silenzio le fatiche del lavoro, il peso di un servi­zio a favore di un anziano, di un malato da anni gettato su di un letto e bisogno­so di tutto, il disagio di accogliere con amore le asprezze, le debolezze e le stra­nezze di carattere del marito o della moglie, dei figli ecc., gli insuccessi nella vita, la molestia delle tentazioni e gli inevitabili acciacchi della vecchiaia.

Quanta pazienza e fortezza sono necessarie nella vita quoti­diana!

Tutto ciò può talvolta paragonarsi ad un martirio prolungato ed incruento che solo l'amore sa accettare, amore che affon­da le sue radici nel sacrificio di Cristo.

Forti e pazienti nella sofferenza

Il cristiano forte e paziente si santifica, espia il peccato pro­prio e del mondo, si prepara uno smisurato ed eterno grado di gloria, diviene collaboratore con Cristo alla salvezza del mondo: «Io completo nella mia carne, scrive S. Paolo ai Colossesi, quello che manca ai patimenti di Cristo, a favo­re del suo Corpo che è la Chiesa».

S. Paolo considerava le sofferenze come una grazia e si glo­riava della sue innumerevoli tribolazioni. S. Pietro scri­ve: «E' una grazia per chi conosce Dio subire afflizioni, soffrendo ingiustamente. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi».

La sofferenza non è mai fine a se stessa, il cristiano non ama la sofferenza, ma la rende preziosa attraverso alcune dispo­sizioni dell'animo: accogliendola per partecipare alla croce di Cristo, con la pazienza, illuminato e reso forte dalla pre­ghiera, per amore verso Dio e i fratelli. È più necessario chie­dere a Dio la forza necessaria per trasformarla in un offer­ta d'amore piuttosto che l'esenzione dalla sofferenza.

Noi abbiamo ricevuto lo spirito di fortezza nel sacramento della cresima.

Un campo di applicazione particolarmente attuale della virtù della fortezza è quello del rispetto umano, cioè di quella paura che ci spinge ad omettere dei giusti doveri religiosi o atti esterni di culto o un comportamento conforme al Vangelo e ai comandamenti, per timore delle canzonature o dei giudizi sfavorevoli di qualcuno. In una società seco­larizzata è facile incontrare il sorrisino sarcastico o la paro­la pungente se uno si manifesta cattolico praticante.

E questo ormai non solo tra i giovani, ma anche tra persone di una certa età. Vi sono delle mamme, delle nonne che spingono al compromesso, per una carriera nel lavoro o ancora di più nello spettacolo.

Quanto è difficile dire ai propri ospiti: «Oggi è domenica, adesso io vado a messa». Abbiamo paura di manifestare pubblicamente la nostra fede e convinzione cristiana.

Per un rilancio cristiano ed umano della nostra società abbia­mo veramente urgenza di uomini e donne spiritualmente forti, dalla spina dorsale solida e non di burattini che si fanno dirigere dall'andazzo delle mode.

Prima di tutto, la virtù della fortezza assicura da parte di Dio la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Per ogni cristiano il bene, il vero e supremo bene è il Signore Gesù nostro unico Salvatore. Sovente noi ci troviamo di fronte a terribili dubbi, tentennamenti, proposte che vorrebbero farci mettere in secondo ordine la fede.

Con la preghiera, con i sacramenti, nell'ascolto della parola di Dio e della Chiesa, potremo ripetere con S. Paolo: «Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Non le tribo­lazioni né i pericoli, non la fame né la nudità e neppure la spada». Nulla, dunque. Perché la forza dell'amore di Dio ci ha conquistati e ci ha resi come una fortezza invin­cibile; perché nessuna creatura ci potrà separare dall'amore di Cristo Gesù.

Fortezza nelle tentazioni

La virtù della fortezza rafforza la decisione di resistere alle tentazioni che ci vengono dal mondo e dalla stessa nostra fragilità. È un dono che ci rende capaci di essere fedeli alla vocazione cristiana nello stato in cui ognuno di noi si trova, rispondendo con decisione contro ogni sollecitudine catti­va che vuole farci cadere nella trappola del maligno.

Siamo chiamati a essere vigilanti come le cinque vergini sagge che attendono lo sposo.

Non deve mancare in noi l'olio della preghiera allo Spirito Santo, perché questa supplica continua accompagnata dalla vigilanza, formi una vera barriera quando ci assalgono le tentazioni e ci colpiscono le sofferenze che si abbattono a grappoli su di noi.

Tutto questo ci rende pazienti ma di una pazienza fatta di fortezza e di fermezza, capace di affrontare mille ostaco­li e di suscitare in noi stupende energie di rinnovamento spirituale per noi e per i nostri fratelli.

La fortezza fino al sacrificio della vita

La virtù della fortezza vince ogni paura, anche la paura della morte. I cristiani che hanno ricevuto il coraggio dallo Spirito Santo di giungere fino alla rinuncia e al sacrificio della vita per difendere la propria fede, sono innumerevoli, e molti anche in questi nostri giorni. Ricordiamo Edith Stein, ebrea, cristiana, carmelitana, martirizzata nelle camere a gas ad Auschwitz nel 1942, proclamata da Giovanni Paolo II patrona d'Europa, Massimiliano Kolbe, Bernardo Longo. Possiamo avere paura della nostra fragilità, abbiamo il dove­re di invocare l'aiuto del Signore, ma non deve mai crol­lare la fiducia nel Signore: "La mia grazia ti basta; la mia forza trionfa nella debolezza". La grazia di Dio è l'amicizia che ci lega con Lui, e per essa ci viene donata la for­tezza capace di vincere ogni ostacolo, ogni tentazione. Allora preghiamo con fede viva, nelle prove, nelle lotte contro il nemico, nelle debolezze, nelle fragilità della natu­ra umana, negli abbattimenti del nostro spirito. La grazia del Signore Gesù è potenza divina e non ci mancherà mai, perché Dio guarda gli umili e ha scelto ciò che nel mondo è debole, per confondere i forti.

La fortezza cristiana si basa sull'equilibrio e sulla saggezza. Perciò è virtù cristiana la fortezza, dono dello Spirito Santo, quando uno sa valutare i pericoli, segue le regole stradali e prende consiglio, per rispettare la propria e altrui vita e per ben amministrare le risorse della propria famiglia.

E pure fortezza cristiana modellare il proprio carattere, sce­gliendo con sincerità la via del confronto e del dialogo, in tutte le discussioni, considerando gli altri persone umane e figli di Dio.

È ancora fortezza altamente cristiana il perdonare sempre in tutte le situazioni. Possiamo chiedere che la giustizia umana faccia il suo corso, ma l'odio nel cuore del cristiano non deve regnare.

Insomma, la virtù della fortezza non la si dimostra con la teme­rarietà, che mette tutto a rischio, e neppure con la presun­zione di essere già perfetti. E inoltre, la vera fortezza non è ambiziosa oltre misura, né vanagloriosa rivestendosi di meriti e di virtù che non ha.

Possiamo concludere con l'esortazione che S. Paolo rivolge a Timoteo, il discepolo che gli sta più a cuore: «Ti ricor­do di ravvivare il dono di Dio che è in te per l'imposizio­ne delle mie mani. Dio, infatti, non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. Non vergognarti dunque della testimonianza da rendere al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma soffri anche tu insieme con me per il Vangelo, aiutato dalla forza di Dio. Egli, infatti, ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la sua grazia; gra­zia che ci è stata data in Cristo Gesù fin dall'eternità».