LA VANITA’
LA VANITÀ È ERRORE E MENZOGNA.
- Vanità, secondo l'espressione medesima del vocabolo, significa cosa vana, futile, inutile, di nessun valore; cosa che svanisce... La vanità è cosa vuota, che non può piacere se non alle persone vane le quali perciò sono misero giuoco dell'errore e della menzogna.«Fallace è l'avvenenza e la bellezza», dicono i Proverbi (XXXI, 30). La grazia esteriore è chiamata dallo Spirito Santo bugiarda, falsa, ingannatrice e vana, perché 1° dura poco e non dà merito a chi la possiede; 2° perché alletta e seduce e trae a rovina principalmente le donne che se ne lasciano vincere; questa le rende orgogliose, capricciose, smodate, le riempie di pericolose voglie, di cattivi desideri. Le femmine vanitose raramente sono caste; si tentano da se stesse; tentano gli insensati; sono tentate dai cuori perversi.
Che cosa sono la bellezza, l'avvenenza, la grazia, gli acconciamenti che della vanità sono tanta parte ed origine? Rispondano per me i filosofi e i Padri. La vanità è un inganno, dice Teofrasto (ANTON. In Meliss., c. LX): è cosa triste e disgraziata, dice Euripide (In Helena): è un fuoco che brucia le persone che ne sono dominate e quelle che loro si avvicinano, dice Senofonte (Lib. de Amore). Esopo ci avverte di non guardare la forma esteriore, ma l'anima (Ita Maxim. serm. XLIV): perché le anime semplici, dice Proculo, ignorando dove si trovi la vera bellezza, ammirano le forme fisiche e fanno naufragio (Lib. de Anima). Socrate vede nella vanità il tiranno della gioventù e raccomanda di fuggire le persone che ne sono prese, come la morsicatura di animali velenosi (ANTON. In Meliss., c. LX).
La bellezza, da cui si trae tanto argomento di vanità, è un
fiore che sboccia il mattino, e la sera cade appassito; è cosa passeggera, dice
Tiraquello, che rapidamente ci fugge, che cade, che passa come il fulmine; che
corre a precipizio come un torrente; che scompare in quel punto medesimo in cui
si mostra (Lib. II, Connub., c. II); è ludibrio alle malattie ed al
tempo (GREGOR. NAZ. Orat. XXXI); secondo la sentenza di San Gerolamo, ha
per effetto di far dimenticare la ragione (ANTON. In Meliss., c. XL). Uno
solo è il colorito che ci deve piacere, scrive il citato Nazianzeno, ed è
quello che viene dal pudore; una sola bianchezza è stimabile, ed è quella
che produce l'astinenza (Orat. II de Laud. Gorgon.).
«Non vantarti mai del tuo abbigliamento» - leggiamo nell'Ecclesiastico
(XI, 4); perché, come spiega S. Giovanni Crisostomo, quelli che vanno superbi,
inorgogliscono di una cosa che i vermi producono e divorano (Homil. ad pop.).
I vestimenti sono le cicatrici del peccato. Quando l'uomo vestiva il ricco e
prezioso indumento dell'innocenza, questa veste gli bastava... Inorgoglirsi
delle spoglie animalesche di cui siamo costretti a coprirci, è un gloriarsi del
proprio peccato, della propria onta e degradazione... «Se cammino nella
vanità, diceva Giobbe, il mio piede sdrucciola tosto nell'errore e
nell'inganno» (IOB. XXXI, 5).
QUANTO SONO CIECHI QUELLI CHE AMANO LA VANITÀ
. - Da quanto si è detto già si vede quanto sono ciechi coloro che amano la vanità, perché essi si attaccano ad un filo d'erba, ad un fiore del prato la cui vita, è di un giorno (IAC. I, 10). Che cosa ridicola e sciocca il prendere motivo di vanità dalle vestimenta, e credersi perciò qualche cosa di grande o stimare che sia tale chi va riccamente vestito! Infatti 1° come già abbiamo notato, il vestimento è la pena e l'indumento del peccato. Adamo, nello stato felice di innocenza, non aveva che quest'innocenza per mantello, e com'era ricco e splendido! Un re che fosse giustamente tra i ceppi non sarebbe punto onorato, ma anzi più disprezzato, se fosse legato con catene d'oro; eccetto che fosse pazzo, non si vanaglorierebbe di simili catene; perché, quantunque d'oro, sarebbero sempre catene, anzi appunto perché d'oro gli ricorderebbero più al vivo e con maggior dolore l'antica sua sovranità e la disgrazia di essere caduto da sì alto posto in così vile stato, al punto di essere imprigionato, torturato, privato della libertà, della gloria, della luce. Così chi veste abiti ricchi ed eleganti, deve arrossire e rattristarsi, perché quegli abiti non sono che il testimonio della sua caduta, il velo della sua vergognosa nudità, della concupiscenza, il simbolo del pudore e della bellezza perduti, un continuo ricordo ed un crudele castigo della sconfitta datagli dal demonio... Spesso ancora sotto ricche stoffe di seta, sotto braccialetti, monili, diamanti, e ornamenti preziosissimi, si nascondono grandi brutture, laidissime ignominie, iniquità enormi. I delicati profumi possono non di rado essere indizio d'ignominiose passioni, secondo quel detto: - Odora di peccato, chi sempre olezza di profumi.Perché ornare ed azzimare tanto un corpo che tra poco sarà pastura dei vermi? un essere che è quasi simile a nulla, i cui giorni passano come l'ombra? (Psalm. CXLIII, 4). Perché tanto coltivare un'ombra, un sogno, un corriere che fugge veloce?
(CHRYSOST. Homil ad pop.). Con ragione il Salmista pregava il Signore che non gli lasciasse vedere la vanità (Psalm. CXVIII, 37). Lo splendore, il lusso nei vestimenti, è lebbra che divora il corpo, l'anima, le sostanze, la virtù, la sanità, la salvezza.Nelle vesti bisogna cercare il riparo dal freddo e dalla nudità, e non il colore, l'eleganza, lo sfoggio; bisogna badare al bisogno e non alla vanità; all'utilità, non alla forma: «Non andate dietro alle cose vane, dice lo Spirito Santo, che non possono né giovarvi, né liberarvi, appunto perché vane» (I Reg. XII, 21): «perché, dice S. Bernardo, imbelletti e curi tanto quella carne che fra pochi giorni sarà pasto dei vermi nel sepolcro? (Epist.)».
LA VANITÀ È SEGNO DELLA NUDITÀ DELL'ANIMA
. - La vanità è sempre stata e sarà sempre il segnale di un'anima bassa, vile e dominata da laide passioni; e un'anima tale non merita forse disprezzo? «Quanto più una donna s'ingegna di acconciarsi ed abbigliarsi con lusso per fare mostra di sé, tanto più Dio la disprezza», scrive S. Ambrogio (Exhort. ad Virgin.); ella è infatti qualche cosa di esoso e di spregevole e agli occhi di Dio e agli occhi degli uomini sensati. A quelli che si fanno schiavi della vanità si possono rivolgere quelle invettive d'Isaia: «Mettetevi alla macina; scopritevi gli omeri; la vostra ignominia sarà messa al nudo e il vostro obbrobrio sarà fatto palese; io mi vendicherò, dice il Signore, e chi potrà resistermi? (ISAI. XLVII, 2-3). La troppa cura della vanità produce e fa vedere ad un tempo un grande oblio, una deplorevole negligenza, un’assoluta nudità dell'anima. Perciò S. Paolo ci ammonisce di non carezzare la carne nelle sue voglie (Rom. XIII, 14). «Lo studio nell'adornare il corpo indica, secondo S. Giovanni Crisostomo, una deformità interiore; e l'amore di questo studio manifesta la carestia e l'indigenza spirituale; la sontuosità, il lusso del vestire prova la nudità dell'anima. Infatti è impossibile che si prenda qualche cura dell'anima, chi ha tutto il cuore nel procurare la bellezza e l'ornamento del corpo (Hom. XXXVII, in Gen.) ». «Figliuolo dell'uomo, disse un giorno Iddio ad Ezechiele, rompi il muro e osserva le turpi laidezze che là entro si commettono. Ed essendo io entrato, vidi immagini di ogni sorta di rettili e animali, l'abominazione, ed ogni generazione d'idoli, dipinti tutto all'intorno del muro» (EZECH. VIII, 8-10). Vi è lo stato di un'anima la cui occupazione è la vanità... Essa somiglia ad un sepolcro bene ornato che racchiude putredine, insetti, ossa spolpate e cenere... È una bella statua di gesso vuota, nel cui interno si annidano rettili schifosi... È il Dio Bel che Nabucodonosor adora, ma che Daniele gli mostra non essere al di dentro che un masso di fango. S. Gerolamo osserva che finché la Maddalena fu cortigiana, vestiva con sfarzo e vanità; ma lavata che fu nelle sue lagrime, ai piedi di Gesù Cristo, non si adornò più di nessun vano abbigliamento. Ma quanto più compariva trascurata negli abiti, tanto più era bella interiormente. Un vano ornamento non viene dal Signore, ma cela un nemico di Cristo (Epl. ad Furiam). «Tu orni il tuo corpo, scriveva S. Bernardo, e non ti dài pensiero di ornare con buone opere l'anima tua che deve essere presentata a Dio dagli Angeli in cielo? Perché vilipendere la tua anima e preferire a lei la carne? Enorme abuso è che la padrona serva, e la serva comandi (Epist.)». S. Gregorio dice: «Noi non ci occuperemmo tanto di abbellire questo miserabile corpo, se l'anima non fosse vuota di virtù!» (Moral.).LA VANITÀ È UNA GRAVE INGIURIA A DIO.
- Al vedere le persone tutte imbellettate, azzimate, ornate, si è quasi tentati di dire che Dio, facendo l'uomo, non sapesse quello che si faceva, perché costoro vogliono rifarsi. «Vi sono certuni, dice S. Gregorio, che stimano non esservi peccato nell'amore alla vanità ed al lusso nell'abbigliamento. Ma se non ci fosse nessun male, certamente Gesù Cristo non si sarebbe data la pena di informare i che il ricco il quale gemeva in fondo all'inferno, andava ogni giorno vestito di porpora e di bisso. Infatti nessuno cerca le vesti preziose, se non per vana gloria (Homil. in Evang.)». La vanità è una specie di apostasia... È una doppia idolatria; l'uomo vano adora se stesso e vuol essere adorato. Se un pittore valente dipingesse un quadro, ed un guastamestieri cercasse di rifarlo con altri colori, il pittore si offenderebbe di questa insolenza. E Dio che ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, non si sdegnerà col vanitoso che vuole cambiare l'opera di lui, e non lo castigherà severamente?... Si vuol essere più abili di Dio. Povera umanità! E da ciò che ne risulta? Dio non riconosce più l'opera sua, la disprezza, la rigetta, la maledice... Il serpente per il primo volle mettere la mano su l'immagine formata da Dio in Adamo ed Eva; cancellò i tratti del pennello divino che erano i lineamenti dell'innocenza; e voi sapete che cosa divenne quell'immagine...Era questo anche il sentimento di alcuni pagani. L'imperatore
Augusto diceva: «Un abbigliamento splendido ed effeminato è lo stendardo
dell'orgoglio, il nido della lussuria (SVETON. In Vita)». Presso i
Lacedemoni le donne oneste vestivano dimesse e senza sfoggio; l'uso delle
vesti ricche e sfarzose era permesso solo alle cortigiane...
CASTIGHI DELLA VANITÀ.
- Iddio ci assicura, per bocca di, Davide, che egli odia e abomina gli adoratori delle vanità, del niente (Psalm. XXX, 7); protesta per bocca di Sofonia, che visiterà nella sua collera quelli che indossano vesti straniere (SOPH. I, 8); e fa loro annunziare da Ezechiele che li abbandonerà in mano agli stranieri, i quali ne faranno quell'uso che si fa di roba sudicia; ed egli volgerà da loro lo sguardo (EZECH. VII, 20-22). E già nel Deuteronomio aveva detto: «Essi mi provocarono e m'irritarono con le loro vanità; or bene, io per castigarli ho acceso nel mio sdegno un fuoco che li brucerà fin nelle viscere dell'inferno. Adunerò su di loro un cumulo di mali e vuoterò contro di essi il turcasso delle mie saette» (Deuter. XXXI, 21-23). Isaia, dopo di avere minacciato guai a coloro che si trascinarono dietro l'iniquità per mezzo delle lunghe catene della vanità (V, 18), dice: perché le figlie di Sion si gonfiano di orgoglio e di vanità, perché camminano pettorute e altere, affettate negli sguardi, battendo il calcagno e movendo a cadenza il passo, il Signore scoprirà la loro fronte superba, e le spoglierà della loro capigliatura. Toglierà loro gli ornamenti dei calzari e le lunette; e i vezzi di perle, e i monili, e i braccialetti, e le cuffie; le corone, le gambiere, le catenelle, gli orecchini, gli anelli, le galanterie pendenti sulla fronte; e i vasetti di odori, e le mute degli abiti, e le mantellette, e i candidi veli, e gli spilloni, e gli specchi, e i lini finissimi, e le bende, e le vesti da estate. E invece di odori soavi avranno fetore; e per cintura una corda, e in cambio dei capelli inanellati, la calvizie; e per fascia pettorale il cilizio (Id. III, 17-24). Ritorna altra volta il Profeta ad annunziare in nome di Dio alla donna vana e amante del lusso e degli abbigliamenti, che sarà svelata la sua ignominia, fatto pubblico il suo obbrobrio; che due mali a un punto su di lei piomberanno, la sterilità e la vedovanza, né potrà con prestigi o incantesimi difendersene. Il male la colpirà, senza ch'ella si accorga donde venga, la calamità le piomberà sul capo e non potrà stornarla (Id. XLVII, 1-3, 8-13).O che terribile conto non avranno da rendere a Dio quelle disgraziate figlie del demonio, che si studiano con la colpevole loro vanità di sedurre le anime, di disertare la vigna del Signore, di annientare i buoni effetti del sangue di Gesù Cristo!...IL VERO ORNAMENTO DELLA DONNA.
- S. Paolo insegna quale deve essere l'abbigliamento delle donne cristiane: «Voglio che le femmine vadano vestite convenientemente, ornate con pudore e modestia, non coi capelli inanellati, con abiti di sfarzo, tempestati d'oro e di diamanti» (I Tim. II, 8-9). Tertulliano dice: Mostratevi vestite degli ornamenti degli Apostoli; prendete dalla semplicità il suo candore, dalla purità la sua riservatezza; dipingetevi gli occhi col colore della modestia; ascoltate in silenzio la parola di Dio; indossate per mantello il giogo di Gesù Cristo. Copritevi i capo di meriti e avrete una magnifica acconciatura. Lavorate con le vostre mani la lana, il lino, e occupatevi in ogni altro lavoro donnesco; fermate i piedi vostri in casa, ornatevi con la seta e con la porpora della probità, e vi assicuro che sarete e più eleganti e più preziose che non se foste coperte di oro (De Habitu mul.). Infatti, osserva S. Cipriano, «la pudicizia non sì occupa di ornamenti; ella è ornamento a se stessa. Essa è l'onore dei corpi, l'ornamento dei costumi, la santità dei sessi, il vincolo del pudore, la sorgente della castità, la pace della casa, il principio della concordia (De Bono Pudicitiae)». «La vera bellezza è quella dell'anima», dice S. Gregorio Nazianzeno (ANTON. In Meliss. c. LX). «Non nell'eleganza delle forme corporali consiste la bellezza, scrive S. Giovanni Crisostomo, ma sta tutt'intera nei buoni e modesti costumi» (Id. ibid.). «Il vero ornamento dei cristiani e delle cristiane, sono, dice S. Agostino, i buoni e puri costumi» (Epl. XXXVII, ad Possid.); S. Clemente Alessandrino esorta gli uomini a diffondere l'odore di probità, non di profumi: vuole che le donne abbiano il profumo di Cristo, non di unguenti (De Poedag. lib. II, c. VIII). Gli abiti, l'oro, l'argento vanno soggetti al deperimento e alla distruzione, osservava già il Crisostomo; ma chi è vestito di virtù, possiede un abito che non può essere danneggiato né dai vermi né dalla morte. E a buon diritto, poiché le anime hanno la loro origine dal cielo (Homil. XL VII, ad pop.). «Le figlie di Babilonia, dice S. Bernardo, vestono porpora e seta, ma lurida e fecciosa è la loro coscienza; splendono di gemme, ma sono sporche di costumi. Al contrario le figlie di Sion vestono alla semplice, ma splendono per integrità di costumi (Serm. in Cant.)». Lo specchio delle femmine dev'essere la vita della Beata Vergine Immacolata, nella quale brillano, secondo la frase di S. Ambrogio, la bellezza della castità e il fulgore di tutte virtù (Exort. ad Virgin.). «Lo specchio delle donne, dice S. Gregorio, sono i comandamenti di Dio, nei quali le sante anime tengono sempre, l'occhio fisso; e se qualche neo vi è in loro, tosto lo scoprono e se ne correggono; perché vedono chiaramente quello che piace e spiace agli occhi del celeste sposo (Lib. Moral.)». Ester, dovendo presentarsi al re Assuero, non cercò di abbellirsi con ornamenti donneschi: (ESTH. II, 15); ed Ester piacque al re, più che tutte le altre pomposamente abbigliate, e fu da lui scelta in isposa... Donne cristiane, volete voi piacere al Re dei re e divenire sue spose quaggiù per la sua grazia, e nel cielo, per una eternità di gloria? lasciate gli ornamenti mondani, le livree di Satana, e rivestitevi della virtù e di Gesù Cristo. La donna casta veste modestamente; ha un portamento che invita gli altri alla modestia e al pudore; il suo esteriore è senza affettazione, senza incentivo; ella si ammanta di umiltà, scrive S. Bernardo, spande l'olezzo della pietà; la sua grazia sa di celeste, la sua presenza impone il rispetto, il suo sguardo riempie il cuore di santa gioia, reca dovunque il buon esempio e l'edificazione (Serm. in Cant.).