La stona di PEGGY HURLEY

di Dove Hurley

Peggy ed io facemmo conoscenza nell'agosto del 1965, mentre lavoravamo per dei parlamentari a Washington D.C. Peggy si convertì alla religione cattolica, a mia insaputa, durante il nostro fi­nzamento. Nel gennaio del 1967 ci sposammo contro la vo­ntà della sua famiglia, estremamente ostile nei confronti dei cattolici. Peggy aveva ventidue anni. Fu in quel periodo che le consigliarono di farsi visitare da un famoso neurologo il quale, dopo molti esami, le diagnosticò un'osteoartrite cervicale di sta­dio medio-grave accompagnata da discopatia degenerativa con lieve ernia e sindrome del tunnel carpale bilaterale. Le fu consi­gliato di non avere figli e di limitare la dattiloscrittura: non sa­rebbe mai stata operata in tutta la sua vita per correggere i pro­blemi alla schiena, al collo e ai polsi ed avrebbe avuto dolori cro­nici ogni minuto, ogni giorno, per tutto il resto della sua vita. Inaspettatamente annunciò, nonostante tutto, di essere incinta.

LA LOTTA CON I DOLORI

Peggy lasciò il posto di lavoro tre mesi prima di dare prematuramente alla luce, a Washington D.C., i nostri due gemelli, David e John. Ebbe complicazioni medi­che e dolori, ma offrì in sacrificio le sue sofferenze. I gemelli nacquero con una ma­lattia alla membrana ialina, una disfun­zione polmonare incurabile. Per mantenerli in vita, un ricercatore di New York li sot­topose ad una cura sperimentale. Non una volta Peggy pensò che anche uno solo dei due bambini sarebbe stato sollevato in Pa­radiso, mentre coloro che le stavano ac­canto temevano che fosse destinata ad una tremenda delusione dato che la percentua­le di sopravvivenza era un numero ad una cifra. I gemelli ce la fecero, con stupore del­la maggior parte del personale medico e di tutti i nostri parenti. Nel 1971, in agosto, nacque il nostro terzo figlio, Jim. Le paro­le non bastano a descrivere i dolori che dovette sopportare Peggy durante quel par­to. I medici non le somministrarono alcun farmaco antidolorifico a causa dei suoi pro­blemi al disco e quindi, ancora una volta, Peggy offrì in sacrificio il dolore e la sof­ferenza. Un anno dopo Peggy fu sottopo­sta ad un'isterectomia parziale perché una parte della placenta non era stata del tutto espulsa.

Gli anni passavano, noi allevavamo i nostri figli e Peggy non si lamentava mai dei suoi dolori. Fu sottoposta a trazione molte volte per alleviarle il male alla schie­na e alla gamba destra. Non si lamentò mai neppure per le difficoltà connesse ai traslochi dovuti ai miei trasferimenti di la­voro da Washington D.C., all'Indiana, al Michigan e alla Virginia meridionale. I neu­rologi nelle varie località consigliavano un intervento chirurgico per sostituire tre dischi, ma non potevano garantire che non avrebbe più avuto dolori o altri problemi medici in futuro. Peggy scelse di proseguire la sua lotta con i dolori.

Nel 1978 fui trasferito a Washington D.C. e traslocai con la famiglia nella Virginia settentrionale. Un anno dopo Peggy co­minciò a lavorare come segretaria e assi­stente amministrativa presso un'istituzio­ne accademica. Amava le responsabilità del suo lavoro, al quale si dedicava senza ri­sparmio di energie. Peggy mantenne il po­sto fino al 1992, quando, non essendo più in grado di espletare i consueti lavori d'ufficio a causa dei crescenti dolori alla schiena, al collo, alle spalle e alle braccia, dette le dimissioni per ragioni di salute. Peggy condivideva il mio sogno di riti­rarmi nei pressi del confine con la Caroli­na del Nord quando avessi compiuto cin­quantacinque anni. Le restavano cinque an­ni per prepararsi. Gestì il nostro budget in modo così accurato che potemmo permet­terci di comprare un appezzamento in riva al lago, una barca ed una roulotte e co­minciammo a goderci il lago durante i fi­ne settimana. Il nostro progetto era di ven­dere la casa in Virginia e costruirne una sul nostro terreno in riva al lago. Una mat­tina di maggio del 1994, però, Peggy si sve­gliò dopo una buona dormita con un'evi­dente differenza nel modo in cui pronun­ciava le parole e le frasi. Lo notammo en­trambi e discutemmo la necessità di con­sultare un medico, ma Peggy pensava che le sarebbe passato. All'inizio di luglio, poi­ché il problema si stava aggravando, ac­cettò di farsi visitare dal suo neurologo. Un mese dopo, in agosto, la sua capacità di par­lare era regredita ed aveva difficoltà nel­l'inghiottire cibo solido. Sebbene i molti esami effettuati non davano alcun respon­so certo, i medici sospettavano che avesse la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), più comunemente conosciuta come malattia di Lou Gehrig. Fummo messi al corrente di questa diagnosi approssimativa ed avver­titi che la SLA rimane un mistero senza cu­ra. Si tratta di una malattia neuromuscola­re progressiva che colpisce le cellule e i per­corsi nervosi del cervello e della spina dor­sale. Quando i neuroni motori muoiono, viene meno anche la capacità del cervello di ordinare e controllare i movimenti mu­scolari. A causa della distruzione delle cel­lule nervose, la SLA non è accompagnata da dolore in nessuno stadio della malattia. Peggy confermò che non provava più così tanto dolore al collo, alla schiena e alle gam­be, cosa che aveva ritenuto essere una be­nedizione da parte di Dio. Per il medico, invece, non poteva considerarsi una bene­dizione la pesante croce che veniva data a lei e alla sua famiglia.

LA CROCE

All'inizio di dicembre del 1994 a Peggy fu ufficialmente diagnosticata la Sclerosi Laterale Amiotrofica: nel giro dei succes­sivi cinque mesi avrebbe perso la capacità di parlare e di vocalizzare; l'avrei vista pian­gere senza sentire alcun suono. Salito in macchina subito dopo aver lasciato l'o­spedale, scoppiai a piangere. Peggy, sorri­dendo teneramente e trattenendo le lacri­me, tirò fuori dalla borsetta un opuscolo e me lo porse. C'era scritto: "Nella Sua saggezza, Dio eterno ha pre­visto fin dall'eternità la croce che ora ti sta porgendo in dono dal più profondo del Suo cuore. Ha esaminato la croce che ora ti manda con i Suoi occhi onniscienti, l'ha compresa con la Sua mente divina, l'ha messa alla prova con la Sua saggia giusti­zia, l'ha riscaldata con braccia amorevoli e l'ha pesata con le Sue stesse mani per accertarsi che non fosse di un solo centi­metro troppo grande e di un solo grammo troppo pesante per te. L’ha benedetta con il Suo santo nome, l'ha consacrata con la Sua grazia, profumata con la Sua consola­zione, ha rivolto un ultimo sguardo a te e al tuo coraggio e poi te l'ha mandata dal Paradiso, un saluto speciale per te da par­te di Dio che mira all'amore sommamen­te misericordioso di Dio".

I medici ci avevano avvertiti che Peggy sarebbe stata in grado di pensare e capire con lucidità, senza tuttavia poter muover­si e parlare: in sostanza sarebbe stata im­prigionata nel suo stesso corpo.

Il nostro terreno in riva al lago, la barca e la roulotte furono messi in vendita. Ave­vamo in progetto un viaggio a Lourdes, in Francia, che divenne una meravigliosa di­strazione dalle prove della lotta quotidia­na contro il trauma fisico. Leggevo a Peggy gli eventi affascinanti relativi a Lourdes, alla vita di Bernadette, alle apparizioni e ai santuari. Avevamo otto mesi per fare i passaporti, i biglietti e prepararci.

LA SPERANZA DI UNA CURA

Per anni i ragazzi ed io eravamo stati cat­tolici della domenica. A differenza di Peggy, pregavamo con la bocca e non con il cuo­re. Adesso stavamo imparando a pregare con il cuore. Dal profondo dell'anima chie­devamo a Dio di far guarire questa donna e madre eccezionale e, se avesse voluto esaudire questa preghiera, c'erano tante co­se che avremmo potuto fare per ripagarlo. Ad ogni ora, in ogni preghiera, Gli chie­devo una cura o un'altra indicazione da par­te sua.

Alla fine arrivò il momento del nostro viaggio a Lourdes con il Pellegrinaggio Na­zionale Statunitense del Rosario per i ma­lati ed i portatori di handicap. Partimmo il 18 settembre del 1995 per il pellegrinag­gio che sarebbe durato sette giorni. Peggy ormai aveva grosse difficoltà ad inghiotti­re e non aveva più voce. Affinché potesse mangiare, il cibo doveva essere liquefatto e comunque rischiava di soffocare ad ogni minima quantità. La malattia le aveva tal­mente indebolito i muscoli della gola che parte del liquido le andava nei polmoni in­vece che nello stomaco. Stava inoltre per­dendo la forza fisica, anche se riusciva an­cora a camminare e a scrivere. Al secondo giorno del pellegrinaggio, la sera del 20 set­tembre, durante la processione del Rosario nella basilica, Peggy fu colta all'improv­viso da fortissimi dolori muscolari in tut­ta la parte sinistra del viso fino al mento. Non sapevamo dove andare per chiedere aiuto, quando di punto un bianco una per­sona meravigliosa uscì dalla folla con una sedia a rotelle e si offrì di portare Peggy all'albergo. Poco dopo averlo raggiunto, il gruppo di medici che accompagnava il Pel­legrinaggio del Rosario venne nella no­stra stanza e somministrò a Peggy dei me­dicinali per alleviarle il dolore ed il tremo­re dei muscoli facciali. Ci fu detto che ci sarebbero voluti un paio di giorni prima che i sintomi scomparissero.

Peggy voleva assistere alla benedizione dei malati nella basilica, che avrebbe avu­to luogo il giorno seguente alle quattro e un quarto del pomeriggio. Cercai di convin­cerla che sarebbe stato meglio non andare, ma Peggy insistette. Trovammo una sedia a rotelle e con riluttanza la spinsi fino alla basilica. Peggy e altri partecipanti sulla sedia a rotelle furono messi in fila uno ac­canto all'altro sul lato sinistro del piazza­le della basilica. Al termine della cerimo­nia il prete officiante be­nedisse i partecipanti alla processione e la folla. Sarebbe dovuto procedere lungo la fila fino ad arrivare in mezzo alla folla sulla sini­stra, superando Peggy di al­meno sei metri, invece si fermò davanti a lei, si girò e con un ostensorio in ma­no benedisse la nostra se­zione. Peggy cambiò im­mediatamente. Su un pez­zo di carta scrisse: "Proprio davanti a me... Gesù è pro­prio davanti a me!". Peggy aveva visto il volto di Gesù nell'ostensorio ed in quell'istante smise di sentire i dolori alla parte sinistra del viso e al mento.

Alla fine della Messa, mentre Peggy ed io ci sta­vamo avviando all'albergo attraverso la folla, una don­na uscì dalla calca insieme ad un prete, fratello Lawrence, che veniva da Dublino. Tirò fuori dal taschino un sacchetto di plastica con un guanto (una reliquia) impregnato del san­gue asciutto di Padre Pio. Mise la reliquia in mano a Peggy e la benedisse, poi fece lo stesso con me. Il giorno seguente, venerdì 22 settembre, Peggy scrisse un appunto da farmi leggere: "Toccami e guariscimi, Gesù. Mi sento bene in fondo al cuore". Guardai gli appunti scritti il 21 e il 22 set­tembre e notai una notevole differenza; le era tornato anche il suo sorriso tenero e la luce negli occhi. Il personale medico notò una variazione nelle sue condizioni di sa­lute, ma non era al corrente di ciò che le era accaduto quel pomeriggio durante la be­nedizione dei malati. 

IL LIBRO DI PREGHIERE DELLA PIETÀ

Andammo ogni sera alla processione del Rosario a lume di candela, alla quale par­tecipavano più di quarantamila persone. Camminare e pregare con una tale molti­tudine era così toccante che scoppiammo entrambi in lacrime. Durante il nostro soggiorno Peggy andò quattro volte a ba­gnarsi nelle acque miracolose nella spe­ranza di essere guarita fisicamente. Pre­gammo spesso e con il cuore. Incontram­mo due persone straordinarie del Vermont che pregarono con noi e ci fecero conoscere il Libro di Preghie­re della Divina Mi­sericordia e della Pietà. Divennero nostri amici intimi che sarebbero entrati presto nei nostri cuori e nella nostra famiglia. Peggy ed io partim­mo da Lourdes con un sollievo spiritua­le che andava fino in fondo all'anima. Mentre l'aereo de­collava, guardai in basso verso Lourdes e dissi a Dio: "Con­tinuo a chiederti il mio miracolo, qual­siasi momento an­drebbe bene". Dio non mi aveva dato al­cun segno di una cu­ra, perlomeno n­è presuno che io avessi ri­conosciuto.

Nel marzo del 1996 mi fu concesso di avvalermi di un pro­gramma di lavoro a domicilio che mi per­metteva di prendermi cura di Peggy a tem­po pieno. Prima di allora avevamo dovuto assumere assistenti part-time per badare a Peggy mentre io ero al lavoro. La salute di Peggy peggiorò notevolmente nei tre me­si seguenti e in quel periodo usammo ogni momento di ogni giorno per dirci "ti amo" e, se possibile, andavamo alla Messa tutti i giorni. I sacerdoti sapevano che, quando Peggy andava a ricevere la Comunione, do­vevano spezzare l'Ostia e darle solo una piccola parte a causa delle sue difficoltà ad inghiottire. Tornata a sedere al suo posto, beveva un sorso di acqua santa portata da Lourdes per mandare giù l'Ostia più facil­mente. Affrontava le sfide di ogni giorno con un sorriso, senza mai lamentarsi; io, invece, sostenevo una facciata di incorag­giamento e di preghiera mentre dentro di me piangevo. Giunsi alla conclusione che era difficile essere sposato con una santa e cominciai a capire che probabilmente nel­la volontà di Dio non rientrava una cura per la mia bella moglie, anche se io non avevo intenzione di smettere di chiederla! Con­tinuai a tempestare Dio di petizioni per un miracolo. Pensavo che, se i miei figli mi avessero chiesto qualcosa abbastanza a lun­go e purché non facesse loro del male, io avrei ceduto e credevo che, se avessi fatto lo stesso con il mio Padre Celeste che mi voleva altrettanto bene ed anche di più, di certo mi avrebbe ascoltato e, conoscendo la profondità del mio amore per Peggy, avrebbe esaudito la mia richiesta di un mi­racolo.

Il 31 maggio 1996 fui costretto a chia­mare a casa il personale di Hospice. Al lo­ro arrivo li avvertii che volevo continuare ad essere il principale assistente di mia mo­glie. Mi sarei occupato di tutte le sue ne­cessità, compresa la somministrazione di tutti i farmaci, di qualsiasi genere. Peggy, sentendo questo, sorrise come per dire che anche lei voleva che fosse così (…)

Il 27 giugno l'infermiera di Hospice ven­ne a casa nostra per controllare a Peggy la respirazione, la pressione del sangue, ecc. Dopodiché mi disse che, secondo lei, non le restava molto tempo. Il giorno dopo, venerdì 28 giugno, eravamo nello studio medico. Il dottore le controllò la respira­zione e non proseguì oltre: gli apparati vi­tali di Peggy stavano cominciando a spe­gnersi. In quel momento il silenzio del medico ci disse tutto quello che non voleva­mo sentire. Ci abbracciammo tutti e tre e piangemmo. Il medico confermò l'opi­nione dell'infermiera secondo cui non ci restava molto tempo, non molto davve­ro: qualche giorno, una settimana, forse due.

IL PROFUMO DELLE ROSE

Il giorno seguente, il 29 giugno, fu per Peggy una lunga e difficile giornata. Era quasi mezzanotte quando finalmente si sentì abbastanza bene da permettermi di met­terla a letto. Finito di recitare il Rosario, mi sdraiai accanto a lei, ringraziai Dio per aver­mela data e Gli chiesi di alleviare le sue sof­ferenze. Alle tre del mattino fu svegliato da un meraviglioso profumo di rose che riem­piva la camera da letto (nella stanza non c'erano fiori). Inspirai ancora, e ancora, e ancora, finché mi sembrò che mi stessero per scoppiare i polmoni, ma quel profumo meraviglioso non mi bastava mai. Mi guar­dai attorno nella stanza alla ricerca di qual­siasi cosa insolita, ma non vidi nulla. Quan­do il profumo svanì, pensai che doveva es­sere stato l'odore della Santa Madre. Guar­dai Peggy per accertarmi che stesse bene. Non stava dormendo; si tirò su a sedere per alcuni istanti e poi si distese di nuovo. Le chiesi se stesse bene ed ella rispose con il pollice alzato. Andai in cucina e scris­si sul calendario: "Forte profumo della San­ta Vergine Maria nella nostra camera".

Alle sei del mattino mi svegliai perché Peggy aveva bisogno d'aiuto. Dopo averla assistita, pensando che si potesse essere trattato di un sogno, andai al calendario so­lo per trovare il mio appunto. Chiesi a Peggy se avesse sentito il meraviglioso profumo di rose. Non più in grado di parlare da mol­ti mesi, era solita rispondere di sì alzando il pollice, mentre per esprimere un "no" muoveva la mano da un lato all'altro. Ri­cevetti un convinto pollice alzato. Le chiesi se, attorno alle tre del mattino, avesse visto la Santa Madre e di nuovo ri­spose con il pollice alzato ed un sorriso. Avevo centinaia di domande da porle. Co­sa mi disse? Peggy non poteva (o non vo­leva) rispondere alle mie domande, così pensai che forse non stavo seguendo gli argomenti giusti e quindi non stavo facen­do le domande giuste, il che era frustran­te. Dai suoi occhi capivo che Peggy aveva molto da dirmi, ma non poteva (o non vo­leva)! Dopo un po' le lacrime furono la sua risposta fisica, così abbandonai i miei tentativi, l'abbracciai e continuai a ripeterle che mi dispiaceva finché non le ritornò il suo tenero sorriso.

Quella sera, mentre stavo leggendo il Li­bro di Preghiere della Pietà e recitavo le quindici preghiere di Bridget, quattro pa­role attirarono il mio sguardo al centro del­la pagina: "Apparirà la Beata Vergine". La frase intera era: "... e quaranta giorni pri­ma della sua morte, alla persona che ha su di sé quest'orazione apparirà la Beata Ver­gine. Così disse S. Gregorio". Andai al ca­lendario e, contando quaranta giorni a par­tire dal 30 giugno, arrivai all'8 agosto. Te­lefonai ai nostri due figli che non vivevano in Virginia - Dave, che frequentava la facoltà di legge a Chicago, e Jim, che faceva l'i­struttore di volo in Florida - per raccontare loro ciò che stava accadendo. Avevo biso­gno di aiuto per badare a Peggy ventiquat­tr'ore al giorno e, per quanto possibile, non volevo aiuto esterno. Dave era nel bel mez­zo dei corsi estivi di legge, ma si organizzò per lasciare immediatamente l'università e Jim si fece dare subito una licenza. Entrambi tornarono a casa nel giro di pochi giorni. Nostro figlio John, che abita a circa trenta chilometri di distanza, era appena diventa­to papà (eravamo nonni ormai) e dedicava il suo tempo quando poteva.

Il 17 luglio, durante una visita di con­trollo dal neurologo, lo misi al corrente del­la nostra esperienza del 30 giugno con il meraviglioso profumo di rose e del mes­saggio contenuto nella Pietà. Ascoltò ciò che gli dissi senza rispondere o cambiare espressione. Poiché è un neurologo catto­lico la cui famiglia prega di notte per i suoi pazienti e ha assistito a molte cose straordinarie nell'esercizio della sua pro­fessione, dovetti immaginare cosa stesse pensando. Secondo me stava dicendo: "Ve­dremo", perché, stando ai sintomi di Peggy, quaranta giorni erano troppi: qualche gior­no o una settimana erano più probabili.

VISITE A CASA

Nello stesso periodo, inoltre, ci fecero visita due meravigliosi e premurosi preti della nostra parrocchia, padre Jerome Fa­sano e padre Thomas Vander Woude, che portarono alla nostra famiglia calore spi­rituale e benedizioni speciali. Durante una di queste visite, padre Fasano ci pre­stò un bel crocifisso che conteneva una reliquia della "vera croce". Da quella sera (e per il resto della sua vita, cioè meno di quaranta giorni), Peggy avrebbe tenuto la croce appoggiata al petto mentre giaceva a letto ed io ero inginocchiato accanto a lei a recitare il Rosario. Padre Vander Wou­de ritenne essenziale venire a trovarci il po­meriggio dell'8 agosto; parlammo del qua­rantesimo giorno e del significato che aveva per noi. Dal punto di vista medico e spirituale, Peggy aveva dimostrato di es­sere diversa! Al termine di questa caloro­sa visita, il padre benedisse Peggy, i miei figli e me.

Il 9 agosto il nostro neurologo, oltre che amico personale, venne a casa per visitare Peggy. Alla fine del breve esame medico mi chiese di uscire per potermi parlare. Af­fermò che l'ascesa di Peggy al Paradiso sa­rebbe potuta avvenire in qualsiasi momento e mi chiese se eravamo pronti. Potei ri­spondere solo che non sapevo se i miei fi­gli ed io, da egoisti, lo saremmo mai stati. Disse inoltre di sentire ed essere certo che Peggy fosse un'anima speciale nel cuore di Dio. Alle undici e mezza di sera del 14 ago­sto 1996, con alle spalle una giornata dif­ficile, mi inginocchiai accanto a Peggy che era distesa a letto. Le porsi la vera croce che, appoggiata al petto, le portò sollievo e conforto nel profondo dell'anima. Reci­tai le preghiere ed il Rosario della Pietà. In condizioni normali si sarebbe addor­mentata prima della fine della preghiera, ma non quella sera. Poiché mi sentivo mol­to stanco, le diedi il bacio della buonanot­te. Mi stava guardando, ma io non capivo la sua espressione. Era diversa, quasi tri­ste. Le dissi che l'amavo (ce lo eravamo detti l'un l'altra ogni giorno del nostro matrimonio prima di andare a dormire) e mi distesi accanto a lei. Peggy fu solleva­ta in Paradiso poche ore più tardi. Era gio­vedì 15 agosto, il giorno dell'Assunzione. Che benedizione per Peggy, per me e per i miei tre figli ci aveva concesso Dio por­tando Peggy in Paradiso lo stesso giorno in cui vi aveva condotto sua Madre!

Sono stato fortunato ad aver ricevuto la benedizione di essere sposato con questa donna meravigliosa per 29 anni e mezzo. Quando guardo alla nostra vita insieme, posso dire di essere stato continuamente ispirato ed umiliato dalla sua santa presenza fatta dell'amore, della generosità, del sa­crificio e dell'altruismo che riversava nei suoi impegni quotidiani prendendosi cura della famiglia e che dimostrava a tutti. Il 14 gennaio 1997 ho festeggiato il nostro trentesimo anniversario di matrimonio. So che Peggy era con me nello spirito, con il suo radioso, tenero sorriso! Ti amo Peggy e, con l'aiuto di Dio, sarò di nuovo con te.

Traduzione: DANIELA DONATO

Fonte: “Il segno” 4/1999