LA SANTIFICAZIONE PERSONALE
Enciclica
Haerent animo di San Pio X, (14 agosto 1908)
Questa
esortazione è un forte richiamo perché la prima preoccupazione dei Sacerdoti
sia rivolta a diventare Santi. La santificazione personale é vista come la
premessa indispensabile per l'azione apostolica. Da qui una particolare
insistenza sulle pratiche di pietà, la meditazione e i ritiri spirituali: le
virtù «passive» sono più importanti di quelle «attive».
1.
Scopo dell'esortazione. L'avvenire della Chiesa dipende dalla qualità degli
Ecclesiastici
Abbiamo
scolpite nella mente e ci riempiono di salutare timore le parole dell'Apostolo
agli Ebrei (13,17), che, inculcando loro il dovere dell'ubbidienza verso i
superiori, affermava con tutta la sua autorità: "Essi vegliano come
responsabili che dovranno render conto delle anime vostre". Se questa
sentenza riguarda tutti quelli che hanno nella Chiesa una qualunque preminenza,
principalmente riguarda noi, che, benché impari a tanto officio, abbiamo nella
Chiesa la suprema autorità.
Quindi
notte e giorno senza posa non ci stanchiamo di meditare e di tentare tutto
quanto interessa l'incolumità e la prosperità del gregge affidatoci da Dio.
Fra queste preoccupazioni una più delle altre ci sta a cuore, ed è che i Sacerdoti
siano tali, quali li esige la dignità del loro ministero, poiché a nostro avviso,
per questa via principalmente, possiamo nutrire liete speranze dell'avvenire
della religione. Così, non appena saliti al soglio pontificio, benché,
volgendo uno sguardo all'universalità del clero, scorgessimo in esso
molteplici titoli di lode, tuttavia non potremmo non esortare con ogni studio
i nostri venerandi fratelli, i Vescovi dell'orbe cattolico, che in nulla
ponessero tanta perseveranza e tanta cura, quanto nel formar Cristo in quelli
che a formar Cristo negli altri sono destinati.
Né
ci sfugge lo zelo e l'attività, che dispiegano nell'educare il clero alla
virtù, del che ci torna dolce non tanto di render loro una pubblica lode,
quanto di esprimere i sensi della più viva riconoscenza.
2.
Stimolo ai ferventi e ai meno ferventi
Se
non che, mentre per una parte ci allieta il vedere che, per tali cure dei
Vescovi, già molti ecclesiastici si mostrano accesi di un sacro fuoco, che
risuscita o ravviva in essi la Grazia di Dio ricevuta nell'imposizione delle
mani nella sacra ordinazione, per l'altra ci resta ancora a lamentare che alcuni
altri, in diverse regioni, non sono così esemplari, che i fedeli cristiani, volgendo
gli occhi in loro, quasi in uno specchio, come una guida, possono conformare
se stessi al loro esempio. A questi
vogliamo aprire il nostro cuore con questa lettera, come il cuore di un padre
palpitante di ansiosa carità nel cospetto del figlio infermo. Per un tale
veemente amore, aggiungiamo a quelli dei Vescovi i nostri ammonimenti; i
quali, benché indirizzati specialmente a ridurre a miglior consiglio i
fuorviati e giacenti in letargo, tuttavia possono, come è nostro vivo
desiderio, essere anche agli altri di stimolo.
Noi
additiamo la via, seguendo la quale, ciascuno deve sforzarsi ogni giorno più
di riuscire, secondo la chiara espressione dell'Apostolo, "uomo di
Dio" (1 Tm 6,11), e di corrispondere alla giusta aspettazione della Chiesa.
Nulla diremo di non mai udito da Voi, o di nuovo per chicchessia, ma cose, le
quali conviene che ognuno si rammenti: e Dio ci infonde la speranza che la
nostra voce sia per produrre notevole buon frutto. Questo è il nostro
desiderio: "Che vi rinnoviate nello spirito della vostra mente, e vi
rivestiate dell'uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella vera
santità" (Ef 4,23-24): e sarà questo il più bello e il più gradito
dono, che Ci possiate offrire nel cinquantesimo del nostro sacerdozio. E
mentre Noi, "contriti di anima e umiliati di spirito" (Dn 3,39),
ripenseremo in Dio i passati anni del nostro sacerdozio; espieremo in certo
qual modo i nostri umani mancamenti, dei quali ci abbiamo a pentire,
ammonendovi con paterna cura, "onde camminiate in maniera degna di Dio,
piacendo a Lui in tutte le cose" (Col 1,10).
Ed
in una simile esortazione non miriamo semplicemente alla vostra utilità, ma
al vantaggio generale dei fedeli cattolici, che da quella non si può separare.
Poiché tale non è il Sacerdote che possa essere buono o cattivo semplicemente
per sé, ma l'esempio della sua vita non è a dire di qua! li conseguenze sia
fecondo sull'indirizzo della vita dei fedeli. Ove è un Sacerdote veramente
buono, qual tesoro è veramente largito dal cielo
II.
LA SANTITA DEL SACERDOTE
3.
La santità, dote prima della vita sacerdotale. L'esempio deve precedere la
parola
Diamo principio, diletti figli, alla nostra esortazione, con l'incitarvi a quella santità, che è richiesta dalla dignità del vostro grado. Poiché chi è insignito del sacerdozio, non per sé soltanto, ma per gli altri ancora ne è insignito: "Ogni pontefice scelto tra gli uomini, è preposto a pro degli uomini a tutte quelle cose che riguardano Dio" (Eb 5,1).
Il
medesimo pensiero volle esprimere Cristo, quando, a significare quale sia il
fine dell'azione sacerdotale, li paragonò al sole ed alla luce del mondo,
sale della terra. Ognuno sa che sale e luce Egli è principalmente per l'ufficio
che ha di distribuire il pane della verità cristiana; ma chi è che ignori
che un tale ammaestramento non approda a nulla, se il Sacerdote non consacri con
l'esempio le cose insegnate con la parola.
Gli
uditori con irriverenza sì, ma non a torto obietteranno: "Professano di
conoscere Dio e lo rinnegano coi fatti" (Tt 1,16); e respingeranno la
dottrina, né fruiranno della luce del sacerdozio.
Ond'è
che Cristo, forma viva del Sacerdote, insegnò prima con l'esempio e poi con
le parole: "Principiò Gesù a fare, e poi ad insegnare " (At 1,1).
Parimenti se gli si levi la santità a nessun titolo il Sacerdote sarà più
sale della terra: poiché ciò che è corrotto e contaminato non può servire a
conferire la purezza; e, donde esula la santità, conviene che abiti la
contaminazione. Perciò Gesù, continuando la medesima figura, chiama tali
Sacerdoti sale insipido, "che non è più buono a nulla se non ad esser
gettato via e calpestato" (Mt 5,13).
4.
L'altezza della vocazione e i Sacri Uffici per sè medesimi esigono la santità
Quanto
si è fin qui detto riceve nuova luce, quando si pensa che noi esercitiamo
l'ufficio sacerdotale non già a nostro nome ma nel nome di Gesù. "Così",
dice l'Apostolo, "ognuno consideri noi come ministri di Cristo e
dispensatori dei misteri di Dio" (1 Cor 4,1); "siamo davvero adunque
ambasciatori di Cristo" (2 Cor 5,20).
Proprio
per questo motivo Cristo ci ascrisse non al numero dei suoi servi, ma degli
amici: "Non vi chiamerò più servi, ma amici, perché tutto quello che
intesi dal Padre mio, l'ho fatto sapere a voi... Io ho eletto voi, e vi ho
destinati, che andiate e facciate frutto"(Gv 15,16).
È
quindi nostro ufficio di rappresentare la persona di Cristo e di condurre la missione
da lui affidataci in maniera che ci sia dato di raggiungere il fine, che Egli ha
di mira. E poiché "il bramare e schivare le cose medesime, questo è il
pegno più fermo d'amicizia", siamo tenuti, come amici, a nutrire i
medesimi sentimenti, che sono in Cristo Gesù, che è "santo, innocente,
immacolato" (Eb 7,26): come suoi ambasciatori, dobbiamo conciliare gli
uomini alla sua dottrina ed alla sua legge, non senza osservarle prima noi
stessi: come partecipi della sua autorità nell'alleggerire le anime dalle
catene della colpa, conviene che poniamo ogni studio nell'evitare di caricarci
noi di tali catene.
Ma
più come suoi ministri nell'augusto sacrificio che, con perenne prodigio, si
rinnova per la vita del mondo, dobbiamo avere la medesima disposizione di animo,
con la quale Egli sull'altare della Croce si offrì Ostia immacolata a Dio.
Poiché,
se in antico, quando non esisteva che un'ombra e figura del vero sacrifizio,
si esigeva nei sacri ministri tanta santità, quale non è giusto che si
esiga, ora che la vittima è Cristo?
5.
Due splendidi moniti di San Giovanni Crisostomo e di San Carlo Borromeo
"Quanto
dunque non conviene che sia più puro chi fruisce di un tal sacrificio? Di quale
raggio solare non deve essere più splendida la mano, che divide questa carne,
la bocca che è saziata dal fuoco spirituale, la lingua che rosseggia di
questo sacramentissimo Sangue?".
Assai
opportunamente San Carlo Borromeo nei discorsi al Clero così inculcava:
"Se ci ricordassimo, dilettissimi fratelli, quante e quanto preziose cose
abbia poste Dio nelle nostre mani, quale stimolo non sarebbe per noi questa
considerazione a farci condurre una vita degna di ecclesiastici! Che cosa non
pose Iddio nelle mani, quando vi pose il proprio suo Figlio unigenito, come
Lui eterno ed a Lui eguale?
Nella
mano mia pose i tesori suoi, tutti i Sacramenti e le Grazie: pose le anime che
gli sono care come la pupilla e che nell'amore preferì a se stesso, che
redense con il suo Sangue; nelle mie mani pose il cielo che io posso aprire e
chiudere agli altri...
Come
mai dunque potrò io essere così ingrato a tanta degnazione ed amore da peccare
contro di Lui, da offenderlo nell'onore, da inquinare questo Corpo che è suo,
da macchiare questa dignità e questa vita al suo ossequio consacrata?".
6.
Avvertimenti della Chiesa nel conferiregli Ordini ai suoi Chierici
Ad
ottenere nei suoi Sacerdoti questa santità di vita, la Chiesa mira con assidue
e non mai interrotte cure. A tal fine furono istituiti i Seminari: dove, se
coloro che costituiscono le speranze della Chiesa devono essere educati nelle
lettere e nelle scienze, nello stesso tempo, tuttavia, e più ancora lo
devono essere sino dai più teneri anni ad una sincera pietà verso Dio.
Inoltre,
nel mentre promuove i candidati ai gradi sacri con non brevi intervalli, non
pone fine mai, come madre amorosa, alle esortazioni, che impartisce intorno al
conseguimento della santità. Richiamiamoci queste tappe gioconde.
Non
appena ci ascrisse nella sacra milizia, volle che dichiarassimo secondo il rito:
"Il Signore è la porzione della mia eredità e del mio calice; tu sei
quegli che a me restituirà la mia eredità" (Sal 16,5).
Con
le quali parole, commenta san Girolamo, si ammonisce "il chierico, affinché
egli, che è parte del Signore o ha per sua parte il Signore, si diporti così
che egli possegga il Signore e sia dal Signore posseduto".
Quanto
gravi parole rivolge poi la Chiesa ai novelli diaconi! Dovete considerare
attentamente quale obbligo oggi di vostra spontanea volontà assumete; quando
avrete ricevuto quest'Ordine, non vi sarà più possibile di volgere indietro
i passi; ma dovrete servire in perpetuo a Dio, e mantenere, con la sua Grazia,
la castità. E infine: se finora foste lontani alla Chiesa, d'ora innanzi
dovete essere assidui; se finora foste sonnolenti, d'ora innanzi vigilanti...;
Se finora disonesti, d'ora innanzi casti... Riflettete di chi vi si affida
il servizio!
Per
i futuri consacrati così prega la Chiesa per mezzo del Vescovo: "Abbondi
in essi la bellezza di ogni virtù, l'autorità modesta, la pudicizia costante,
la ferma purità dell'innocenza e l'osservanza della spirituale disciplina. I
suoi precetti risplendano nella loro vita, affinché dall'esempio della loro
castità il popolo si ecciti a imitarli santamente".
Più
commovente ancora è l'ammonizione rivolta a coloro che devono essere iniziati
al sacerdozio: "Con grande timore a così alto grado si deve salire, ed
allora bisogna accertarsi che una celeste sapienza, illibati costumi e lunga
osservanza della legge di Dio distinguano gli eletti a tale dignità... Sia il
profumo della vostra vita diletto della Chiesa di Cristo, affinché con la
parola e con l'esempio edifichiate la casa della famiglia di Dio".
E
più di ogni cosa ci stimola la grave sentenza, che si aggiunge: "Siate
all'altezza di ciò che amministrate "; il che concorda col precetto di
San Paolo: "Affine di rendere perfetto ogni uomo in Cristo Gesù"
(Col 1,28).
7.
Padri e Dottori confermano che il Sacerdote deve essere un cielo tersissimo
Poiché
questa dunque è la mente della Chiesa riguardo alla vita sacerdotale, non
potrebbe riuscire ad alcuno di meraviglia, che tale sia la consonanza delle voci
dei Padri e dei Dottori intorno a questo punto così che sembrino peccare di
ridondanza.
Ma,
se con retto giudizio li osserviamo, ci apparirà evidente come altro non dicano
che il vero e il giusto.
Il
loro giudizio si può brevemente esporre così: tanta differenza è tra il
cielo e la terra; e quindi guardi bene il Sacerdote che la sua virtù non solo
non sia tocca neppure dall'ombra delle più gravi colpe, ma neppure delle più
lievi.
A
tal riguardo il Concilio di Trento fece suo il pensiero, quando ammonì i
chierici di fuggire anche i leggeri mancamenti, che in loro sarebbero massimi:
massimi non già in sé, ma per ragione di chi li commette, al quale più
ancora che all'edifizio sacro conviene quel detto: "Alla casa tua (o Signore),
si conviene la santità " (Sal 93,5).