Tratto
da: Sac
Pasquale Casillo – Casa Mariana – 83040 Frigento (AV)
Della liturgia della Chiesa latina
l'enciclica "Ad coeli reginam" ricorda "l'antica e dolcissima
preghiera: "Salve, Regina", le gioconde antifone "Ave, o Regina
dei cieli", "Regina del cielo, rallegrati, alleluia", le litanie
lauretane, il quinto mistero glorioso del Rosario. Tra queste preghiere emerge
la "Salve, Regina", provvista di particolari doti che l'hanno fatta
sentire attuale in ogni tempo e ne assicurano la popolarità anche per il più
lontano futuro.
Per
quanto si sia cercato, non si è ancora riusciti a individuarne l'autore. Si è
pensato al vescovo spagnolo Pietro Martinez (+ 1000), al vescovo francese
Ademaro (+ 1098), uno dei capi della prima crociata, all'italiano Anselmo di
Lucca (+ 1086), al monaco tedesco benedettino Ermanno Contratto (+ 1054), ma
senza arrivare a una certezza.
Non
si esclude che più di uno abbia messo mano a perfezionare questa preghiera. Si
dice, per esempio, che quelle che sono oggi le parole di chiusura siano di san
Bernardo che le avrebbe pronunziate la vigilia del Natale 1146 nel Duomo di
Spira (Germania) rispondendo, in qualità di Delegato Apostolico, al popolo che
lo aveva acclamato con il canto della "Salve, Regina" e facendo tre
genuflessioni là dove poi sono state poste in ricordo tre lastre di bronzo.
Pare anche che la parola iniziale "Madre" sia stata inserita da san
Carlo di Bloiss (s,h 1364).
E'
accertato comunque che la copia di "Salve, Regina" più antica è
del secolo undicesimo ed è dell'abbazia benedettina di Reichenau (presso il
lago di Costanza).
Grazie
a san Bernardo (+ 1153) e all'abate Pietro il Venerabile (+ 1156) la preghiera
si diffuse nei monasteri dei diversi Ordini Religiosi del medioevo, e poi anche
in mezzo ai fedeli. Pare che la preghiera dovesse servire ai crociati. Papa
Giovanni XXII (+ 1334) concesse alla recita della "Salve, Regina"
l'indulgenza di quaranta giorni. Si usava dirla la sera, immancabilmente il
sabato sera, anzi in chiesa era una cerimonia a sè stante. Precisamente in occasione
di questa cerimonia nasceva già dal 1600 l'abitudine di dare la benedizione
del Santissimo Sacramento mostrando ai fedeli l'Ostia consacrata, in risposta
alle parole che chiedono a Maria di mostrarci Gesù.
E'
anche certo che venivano rilasciate notevoli somme di denaro perché questa
funzione, recita della "Salve, Regina" e benedizione con l'Ostia,
venisse introdotta nelle diverse chiese.
Per
quanto pochi e fiacchi, non mancarono i nemici della "Salve, Regina".
"I protestanti nel 1500 e i giansenisti nel 1600 insorsero contro di essa
per togliere, per esempio, la parola "vita" applicata alla Madonna
ritenendola troppo contraria al prestigio di Cristo. Arrivarono a dire che era
peccato mortale recitare la "Salve, Regina".
Si
oppose a loro una associazione che si proponeva non solo di difendere ma anche
di diffondere il più possibile la preghiera, all'insegna del versetto rivolto
alla Madonna: "Degnami di lodarti". San Pier Canisio (+ 1597) e
sant'Alfonso Maria dei Liguori (+ 1787) scrissero dotti e fervorosi commenti
alla "Salve, Regina", anzi su di essa sant'Alfonso compose la parte
principale della sua opera "Le glorie di Maria".
Anche
valenti musicisti misero in note la "Salve Regina": basti ricordare
Pergolesi (+ 1736), Coccia (4 1873), Verdi (+ 1901), Perosi (+ 1956).
Ancora
oggi, come da almeno sei secoli, l'uso di questa preghiera e universale in tutta
la Chiesa. Anche oggi, per esempio, conclude la recita del Rosario.
Sono
riconoscibili nella "Salve, Regina" tre parti che si possono
distinguere come introduzione, corpo e conclusione.
L'introduzione
è nelle parole: "Salve, Regina, Madre di misericordia, vita, dolcezza e
speranza nostra, salve". La prima parola "Salve" indica un
saluto, un augurio, un compiacimento, un omaggio; e richiama istintivamente
alla memoria l'iniziale Ave che annuncia l'Ave Maria.
La
seconda parola "Regina" è il titolo che la preghiera vuol mettere
in evidenza. E ciò è tanto più significativo quanto più si pensa che era
citato sì ma non studiato, nel tempo in cui nasceva questa preghiera.
La
terza parola o meglio espressione "Madre di misericordia"
preannuncia già i motivi che saranno sviluppati nelle invocazioni seguenti.
Dopo la considerazione della regalità segnata dal termine precedente potrebbe,
nascere nell'animo un certo senso di soggezione, e perciò ecco; subito a
dissiparlo la precisazione consolante di Madre e Madre di misericordia riferita
alla Regina. Non si pensa più a una Donna seduta in trono e incoronata di
gemme, ma stringente al seno un bambino.
Incalzano
poi le parole: "vita, dolcezza e speranza nostra". Tre sostantivi
carichi di significati, il più forte dei quali è messo al primo posto come per
sottolineare l'urgenza del sentimento più sentito e più meritevole di essere
espresso: cioè non si può vivere senza Maria, come non si vive senza aria,
senza sangue, senza respiro. E quel possessivo "nostra" ancor più
carico di affetti! Chi prega non è uno solo; anche se prega da solo, è con
tutti come tutti sono con lui. Siamo una famiglia sola davanti a Maria:
fratelli tra noi e figli dinanzi alla medesima Madre. Da Lei la dolcezza, in Lei
la speranza. Torna in mente il "nostro" che Gesù ha legato al
"Padre" nella preghiera da Lui insegnataci.
L'ultima
parola è quella usata per prima: "Salve" come per riaffermare la
gioia dell'incontro già avvenuto con Maria
attraverso la preghiera e più sentita man mano che passa il tempo.
Insomma
questa introduzione sembra uno squillo di tromba risuonante a gloria già. nella
seconda parola "Regina" e pur placantesi in tenerezza; nella
terz'ultima parola "speranza", uno squillo aperto e chiuso con la
medesima nota. Il corpo della preghiera comprende due parti: una costatazione e
una domanda.
La
costatazione dice alla Regina: "A Te ricorriamo, esuli figli di Eva; a Te
sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime". Con queste
parole esprimiamo due concetti: lo slancio della nostra fiducia in Lei, "A
Te ricorriamo", e i titoli della nostra miseria, "esuli ... gementi e
piangenti". Confessiamo cioè il nostro stato di bisogno e di dolore nelle
due manifestazioni più pietose e più capaci di attirare misericordia: l'esilio
e il pianto. Dimostrando così un senso molto umano e una concretezza molto
realistica; dettatici dalla lunga triste esperienza, riconosciamo la nostra vera
situazione e apriamo nel migliore dei modi la via alla domanda che dobbiamo
rivolgere alla Regina.
La
domanda chiede: "Orsù dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi quegli occhi
tuoi misericordiosi e mostraci - dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto
del tua seno". Nominiamo a questo punto – quello che ci preme più di
tutto - non più la Regina e nemmeno la Madre di misericordia, ma l'Avvocata.
E’ il terzo titolo nel breve volgere di poche parole alla medesima Persona,
vero come gli altri due. L'Avvocata è quella che difende gli accusati. E gli
accusati siamo noi. Non abbiamo avuto il coraggio di dirlo prima. Prima ci è
sembrato sufficiente dire solo quanto siamo miserabili per il fatto di essere
gementi e piangenti. Ma c’è di peggio. Siamo anche accusati. Accusati perchè
colpevoli. Accusati, dalla giustizia del Re, colpevoli di troppi peccati. Non
osiamo dirlo esplicitamente, ma Lei l'ha già capito. Ci difenda adesso
concedendoci due grazie.
La
prima è: "Rivolgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi". Si, gli
occhi! I suoi occhi. Occhi come i nostri. Quelli vedono e sanano. Ci bastano.
D'altronde non meritiamo di più. E a Lei non occorre che si parli o si muova.
E' così potente che basta il suo sguardo a ottenere quello che vuole.
La
seconda grazia è: "Mostraci dopo questo esilio Gesù, il frutto benedetto
del tuo seno". Quale balzo in avanti, fin dentro l'eternità che verrà
dopo questo esilio, fino a Gesù, che è il frutto del suo seno e dev'essere il
frutto della nostra conversione! Un balzo, di colpo! Si vede che la fiducia è
aumentata in chi prega. Un balzo da fare con Lei perchè riesca. E Lei ci
mostrerà il suo Gesù, come già ai pastori, ai magi, a Simeone, ad Anna.
Questo
corpo della preghiera non continua io squillo di tromba suonato
nell'introduzione, ma si estende più lungamente come un sommesso singhiozzo. E'
ovvia la differenza. L'introduzione era tutta rivolta alla Regina e non poteva
essere che festa, mentre il corpo è diretto quasi tutto a noi e non può essere
che lutto. Un lutto però raddolcito dal riflesso che si sprigiona dall'Avvocata
e dà il tono alle ultime invocazioni.
La
conclusione è tutta in cinque parole: "O clemente, o pia, o dolce
Vergine, Maria", e in un crescendo continuo di valori. Si parla di nuovo di
Lei, e solo di Lei, e ritorna la festa. E la chiusura in bellezza; l'ovazione
finale, l'entusiasmo portato al massimo in quel "Vergine" aggiunto al
"Madre" detto poco prima, per ricordare le due possibili grandezze
della donna riunire eccezzionalmente in questa Regina che si sta pregando e
solo in Lei; ed entusiasmo esplodente, nell'ultima parola: un nome mai detto
prima, sebbene sembrasse il primo da doversi dire, e ora messo qui a suggello
della preghiera; nome proprio di Persona, nome che dice tutto: Maria. La Regina
è Maria.
La
"Salve, Regina", pur chiamando la Madonna con il titolo regale, non si
preoccupa affatto di spiegarlo, ma insinua dolcemente questo pensiero: Maria è
Regina non perchè si goda da sola la sua grandezza, ma perchè la metta tutta a
nostro servizio. E' un pensiero cristiano che la Madonna è la prima ad
accettare, perchè vuole veramente usare della sua autorità soltanto per il
nostro bene.
Confrontata
con l'Ave Maria, alla cui composizione hanno collaborato cielo e terra, cioè
l'Angelo Gabriele, santa Elisabetta e la Chiesa, la "Salve, Regina" è
certamente meno teologica ma, in compenso, è più umana perchè più vibrante
di esperienza terrena, più proporzionata alle varie situazioni della vita, più
vicina ai bisogni del cuore. Per questo è tanto popolare, nonostante che sia più
lunga dell'Ave Maria e meno facile da ritenere a memoria.
E'
gustata sopratutto come preghiera della sera, cioè del tempo più raccolto e più
religioso della giornata, per quel senso di commozione e di speranza che circola
nelle sue invocazioni.
E
si presta ad essere cantata. Non è vera poesia, ma ha con il suo ritmo un
andamento sinceramente poetico. - Era cantata di sera, nei secoli passati, dai
marinai; oggi è cantata dai benedettini, cistercensi, carmelitani, trappisti,
domenicani e altri, come ultima preghiera della giornata. Ed è un rito solenne.
Il canto comincia in chiesa, prosegue lungo i corridoi del convento e termina
nelle celle dei monaci.
Quei
cento carmelitani che furono uccisi dai saraceni sul monte Carmelo nel 1291,
affrontarono il martirio cantando la "Salve, Regina".
San
Vincenzo de' Paoli ( + 1660) determinò la conversione del suo padrone, a
Nizza, con il canto di questa preghiera.
Nell'Ordine
Domenicano si canta la "Salve, Regina" ad ogni frate che muore. Il
Domenicano P. Vincent Mc. Nabb la cantò al morente Gilbert Chesterton (sh
1936).
E
questa preghiera noi ripetiamo qui, a conclusione di queste pagine, e vorremmo
davvero che fosse un canto.. con il nostro lettore:
Salve,
Regina,
Madre
di misericordia,
vita,
dolcezza e speranza nostra, salve.
A
Te ricorriamo, esuli figli di Eva;
a
Te sospiriamo, gementi e piangenti in questa valle di lacrime.
Orsù
dunque, Avvocata nostra,
rivolgi
a noi quegli occhi tuoi misericordiosi
e
mostraci dopo questo esilio Gesù,
il
frutto benedetto del tuo seno.
O
clemente, o pia, o dolce Vergine, Maria.