RIPARAZIONE

La Riparazione nella "Miserentissimus Redemptor"

Nella "Miserentissimus Redemptor" del 1928 Pio XI (3a parte) dopo aver parlato degli atti di culto verso il Sacro Cuore, tra cui la Consacrazione personale e del mondo intero nella festa di Cristo Re, parla della riparazione, come esigenza dell'amore di Cristo.

 

a) La riparazione nel cristianesimo

12. - A questi ossequi, e in particolare alla consacrazio­ne, tanto in sé fruttuosa e che è stata come riconfermata con la festa di Cristo Re, conviene che se ne aggiunga un altro, del quale, Venerabili Fratelli, vogliamo parlarvi al­quanto più diffusamente: del dovere, cioé, della giusta sod­disfazione o riparazione al Cuore Sacratissimo di Gesù.

Nella consacrazione s'intende, principalmente, ricam­biare l'amore del Creatore con l'amore della creatura; ma quando questo amore increato è stato trascurato per dimen­ticanza o oltraggio con l'offesa, segue naturalmente il do­vere di risarcire le ingiurie, qualunque sia il modo con cui sono state recate. E' quel dovere che comunemente chia­miamo «riparazione».

1. Richiesta dalla giustizia e dall'amore

13. - Se è vero che sono le medesime ragioni che ci spingono sia alla consacrazione che alla riparazione, è an­che vero che al dovere della riparazione e dell'espiazione siamo tenuti per un titolo più forte di giustizia e di amore. Di giustizia, perché dobbiamo espiare l'offesa recata a Dio con le nostre colpe e ristabilire con la penitenza l'ordine violato; di amore al fine di patire insieme con Cristo soffe­rente e «saturato di obbrobri» e recargli, per quanto può la nostra debolezza, qualche conforto.

Essendo infatti peccatori e gravati di molte colpe dob­biamo rendere onore al nostro Dio non solo con quel culto che è diretto ad adorare, con i dovuti ossequi, la sua Maestà infinita, a riconoscere, mediante la preghiera, il suo supre­mo dominio e a lodare, con azioni di grazie, la sua infinita generosità; ma è necessario inoltre che offriamo soddisfa­zioni a Dio giusto giudice per i nostri «innumerevoli pec­cati, offese e negligenze».

Per questo, alla consacrazione, per mezzo della quale ci offriamo a Dio e diventiamo a lui sacri, con quella santità e stabilità che è propria della consacrazione, come insegna l'Angelico (II-II, q. 81, a. 8 c), si deve aggiungere l'espia­zione, al fine di estinguere totalmente le colpe, affinché l'infinita santità e giustizia di Dio non abbia a rigettare la nostra superba indegnità e invece di gradire rifiuti il nostro dono.

14. - Questo dovere di espiazione grava su tutto il gene­re umano, giacché, come insegna la fede cristiana, dopo la funesta caduta di Adamo, l'umanità, macchiata della colpa ereditaria e soggetta alle passioni e in stato di grave depra­vazione, avrebbe dovuto finire nell'eterna rovina.

Non ammettono questo stato di cose i superbi sapienti del nostro tempo, i quali, seguendo il vecchio errore di Pelagio, rivendicano alla natura umana una bontà congeni­ta, che, di suo interno impulso, spinge a perfezione sempre maggiore.

Ma queste false invenzioni della superbia umana sono respinte dall'Apostolo che ammonisce che «eravamo per natura meritevole d'ira» (Ef 2, 3). E di fatti, fin dagli inizi, gli uomini, hanno riconosciuto in qualche modo il debito che avevano d'una comune espiazione e, mossi da naturale istinto, si adoperarono a placare Dio anche con pubblici sacrifici.

2. La riparazione adeguata fu offerta dal Redentore

15. - Nessuna potenza creata però era sufficiente ad espiare le colpe degli uomini, se il Figlio di Dio non avesse assunto la natura umana per redimerla E' ciò che lo stesso Salvatore degli uomini annunziò per bocca del Salmista: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco io vengo» (Eb 10, 5-7).

E realmente «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; è stato trafitto per i nostri delitti» (Is 53, 4-5). «Egli portò i nostri peccati nel suo cor­po sul legno della croce» (1 Pt 2, 24), «annullando il docu­mento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce» (Col 2, 14), «perché non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia» (1 Pt 2, 24).

3. E' richiesta anche la nostra riparazione

16. - E' vero che la copiosa redenzione di Cristo ci ha abbondantemente perdonato tutti i peccati (Col 2, 13), tut­tavia in forza di quella mirabile disposizione della divina Sapienza per cui si deve completare nella nostra carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo, che è la Chiesa (Col 1, 24), noi possiamo, anzi dobbiamo aggiungere le nostre lodi e soddisfazioni alle lodi e soddi­sfazioni che «Cristo tributò in nome dei peccatori».

17. - Si deve però tenere sempre a mente che tutto il valore espiatorio dipende dall'unico sacrificio cruento di Cristo, che senza intermittenza si rinnova nei nostri altari. Infatti «una sola e identica è la vittima, il medesimo è l'of­ferente che un tempo si offrì sulla croce e che ora si offre mediante il ministero dei sacerdoti; differente è solo il modo di offrire» (Concilio di Trento Sess. XXII c. 2).

A questo augustissimo sacrificio eucaristico, perciò, si deve unire l'immolazione sia dei ministri che dei fedeli, in modo che anch'essi si dimostrino «ostie viventi, sante e gradite a Dio» (Rm 12,1).

Anzi S. Cipriano non dubita di affermare che «non si celebra il sacrificio di Cristo con la conveniente santificazione, se alla passione di Cristo non corrisponde la nostra offerta e il nostro sacrificio» (Ep. 63, n. 381).

Perciò ci ammonisce l'Apostolo che «portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù» (2 Cor 4, 10), e sepolti con Cristo e completamente uniti a lui con una morte simile alla sua (Rm 6, 4-5), non solo crocifiggiamo la nostra carne con le sue passioni e i suoi desideri (Gal 5, 24) «fuggendo alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza» (2 Pt 1, 4), ma anche che «la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4, 10) e resi partecipi del suo sacerdozio eterno, offriamo «doni e sacrifici per i peccati» (Eb S, 1).

18. - Partecipi di questo misterioso sacerdozio e del­l'ufficio di offrire soddisfazioni e sacrifici, non sono sol­tanto quelle persone delle quali il nostro Pontefice Cristo Gesù si serve come ministri per offrire l'oblazione pura al Nome divino, dall'oriente all'occidente in ogni luogo (Malachia 1, 11), ma tutti i cristiani, chiamati a ragione dal Principe degli Apostoli «stirpe eletta, il sacerdozio regale» (1 Pt 2, 9), devono offrire per i peccati propri e per quelli di tutto il genere umano (Eb S, 2), quasi come ogni sacerdote e pontefice «scelto fra gli uomini viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio» (Eb S, 1).

E quanto più perfettamente la nostra oblazione e il no­stro sacrificio saranno conformi al sacrificio del Signore, cosa che si compie immolando il nostro amor proprio e le nostre passioni e crocifiggendo la carne con quel genere di crocifissione di cui parla l'Apostolo, tanto più copiosi sa­ranno i frutti di propiziazione e di espiazione che racco­glieremo per noi e per gli altri.

19. - C'è, infatti, un mirabile legame dei fedeli con Cristo, simile a quello che vige tra il capo e le membra del corpo. Parimenti, per quella misteriosa comunione dei Santi, che professiamo per fede cattolica, sia gli uomini singoli che i popoli, non solo sono uniti fra loro, ma anche con Colui «che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l'energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella cari­tà» (Ef 4, 15-16). Questa fu la preghiera che lo stesso Me­diatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù, vicino a morire, domandò al Padre: «Io in loro e tu in me, perché siano per­fetti nell'unità» (Gv 17, 23).

4. La riparazione nell'intenzione di Gesù

20. - Così come la consacrazione esprime e rende stabi­le l'unione con Cristo; nello stesso modo la riparazione ini­zia questa unione con la purificazione delle colpe, la perfe­ziona partecipando alle sofferenze di Cristo e la porta al­l'ultimo culmine offrendo sacrifici per i fratelli.

Tale appunto fu l'intenzione che il misericordioso Si­gnore Gesù ci volle far conoscere nel mostrare il suo Cuore con le insegne della passione e le fiamme indicanti l'amo­re, che cioè riconoscendo noi da una parte l'infinita mali­zia del peccato e dall'altra ammirando l'infinita carità del Redentore, detestassimo più vivamente il peccato e rispon­dessimo con maggior ardore al suo amore.

 

b) La riparazione nel culto del Cuore di Cristo

1. Richiesta dallo stesso Gesù

21. - Lo spirito di espiazione e di riparazione ha avuto sempre la prima e principale parte nel culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, e tale spirito è senza dubbio il più conforme all'origine, all'indole, all'efficacia e alle prati­che proprie di questa devozione, come appare dalla storia, dalla prassi, dalla liturgia e dagli atti dei Sommi Pontefici.

Infatti, nel manifestarsi a Margherita Maria, Gesù, men­tre proclamava l'infinità del suo amore, al tempo stesso, in atteggiamento di addolorato, si lamentò dei molti e gravi oltraggi che gli venivano recati dagli uomini ingrati e pro­nunziò queste parole che dovrebbero rimanere sempre scol­pite nelle anime buone e mai dimenticate: «Ecco quel Cuo­re che ha tanto amato gli uomini e li ha ricolmati di ogni genere di benefici, e che, in cambio del suo amore infinito, non solo non ha trovato gratitudine alcuna, ma, al contrario è stato ricambiato con dimenticanza, indifferenza, oltraggi, recati perfino da coloro che sono tenuti, per dovere a ripondergli con uno speciale amore».

22. - In riparazione di tali colpe, tra le molte altre cose, raccomandò questi atti, a Lui graditissimi; che cioè i fedeli, con l'intenzione di riparare si accostassero alla S. Comu­nione, chiamata perciò Comunione riparatrice, e compis­sero atti e preghiere di riparazione per un'ora intera, che per questo viene giustamente chiamata Ora santa.

Tali pratiche la Chiesa non solo le ha approvate, ma le ha anche arricchite di favori spirituali.

2. Si può consolare il Cuore di Gesù glorioso?

23. - Ma, se Cristo regna ora glorioso in cielo, come può venir consolato da questi nostri atti di riparazione? «Dà un'anima amante, e comprenderà ciò che dico», rispondia­mo con le parole di S. Agostino (Sul Vang. di Giovanni, tr. XXVI, 4), che qui vengono a proposito.

Infatti, un'anima ardente di amor di Dio, guardando il passato, vede e contempla Gesù affaticato per il bene del­l'umanità, addolorato e sottoposto alle prove più dure; lo vede, «per noi uomini e per la nostra salvezza», oppresso da tristezza, angoscia, quasi annientato dagli obbrobri, «schiacciato per le nostre iniquità» (Is 53, 5) e che con le sue piaghe ci guarisce.

Queste cose le anime pie le meditano con maggiore ade­renza alla realtà per il fatto che i peccati e i delitti, in qual­siasi tempo siano stati commessi, costituiscono la causa per cui il Figlio di Dio fu dato a morte, e anche al presente cagionerebbero a Cristo la morte accompagnata dai mede­simi dolori ed angosce, dal momento che ogni peccato rin­nova in qualche modo la passione del Signore: «Per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongo­no all'infamia» (Eb 6, 6).

Pertanto, se a motivo dei nostri peccati che sarebbero stati commessi nel futuro, ma che furono previsti allora, l'anima di Cristo divenne triste fino alla morte, non vi può esser dubbio che abbia provato anche qualche conforto già da allora a motivo della nostra riparazione anch'essa previ­sta, quando «gli apparve un angelo dal cielo» (Lc 22, 43) per consolare il suo Cuore oppresso dalla tristezza e dal­l'angoscia.

Sicché, anche ora, in modo mirabile ma vero, noi pos­siamo e dobbiamo consolare quel Cuore Sacratissimo, che viene continuamente ferito dai peccati degli uomini ingra­ti. Ed è Cristo stesso, come si legge nella Liturgia, che si duole per bocca del Salmista dell'abbandono dei suoi ami­ci: «L'insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno. Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati» (Sal 68, 21).

3. Si consola Gesù anche nelle sue membra sofferenti

24. -A ciò s'aggiunga che la passione espiatrice di Cri­sto si rinnova e in certo modo continua e si completa nel suo corpo mistico, che è la Chiesa.

Infatti, per servirci ancora delle parole di S. Agostino, «Cristo patì tutto ciò che doveva patire; ormai nulla più manca al numero dei patimenti. Dunque i patimenti sono completi, ma nel capo; rimanevano ancora le sofferenze di Cristo da compiersi nel corpo» (In Sal 86).

E' ciò che il Signore Gesù stesso ha voluto dichiarare quando, parlando a Saulo «sempre fremente minaccia stra­ge contro i discepoli» (At 9, 1), disse: «Io sono Gesù, che tu perseguiti» (At 9, 5). Con ciò significò chiaramente che le persecuzioni mosse alla Chiesa, andavano a colpire e af­fliggere lo stesso capo della Chiesa. E' giusto, dunque, che Cristo, sofferente ancora oggi nel suo corpo mistico, vo­glia averci compagni della sua espiazione, cosa che richie­de la stessa nostra unione con Lui, perché essendo noi «corpo di Cristo e sue membra» (1 Cor 12, 27), ciò che soffre il capo bisogna che con lui soffrano anche le mem­bra (1 Cor 12, 26).

 

c) Necessità della riparazione oggi

25. - Quanto sia urgente, specialmente in questo nostro tempo, l'espiazione o riparazione appare manifesto, come abbiamo detto all'inizio, a chiunque osservi con gli occhi e la mente questo mondo che giace «sotto il potere del mali­gno» (1 Gv 5,19).

Da ogni parte giunge a Noi il grido di popoli afflitti, dove capi e governanti sono, nel vero senso, insorti e con­giurano insieme contro il Signore e contro la sua Chiesa (Sal 2, 2).

Vediamo in quelle regioni calpestato ogni diritto divino e umano. I templi demoliti e distrutti, i religiosi e le sacre vergini cacciati dalle loro case, insultati, tormentati, affa­mati, imprigionati; strappati dal grembo della madre Chiesa schiere di fanciulli e fanciulle, spinti a negare e a bestemmiare Cristo e a commettere i peggiori crimini di lussuria; il popolo cristiano gravemente minacciato e oppresso, e in continuo pericolo di apostatare dalla fede o andare incontro a morte anche la più atroce.

Cose tutte tanto tristi, che tali avvenimenti, sembrano preannunciare e anticipare fin da ora «l'inizio dei dolori», che ha da portare «l'uomo iniquo che s'innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto» (2 Ts 2, 4).

1. Per i cristiani d'oggi

26. - Ma il fatto è ancor più doloroso, Venerabili Fratel­li, se si pensa che tra gli stessi cristiani, lavati con il sangue dell'Agnello immacolato nel battesimo e arricchiti della sua grazia, ce ne sono tanti, appartenenti ad ogni classe, i quali, ignorando in maniera incredibile le verità divine e infetti da false dottrine, vivono una vita viziosa, lontana dalla casa del Padre; una vita che non è illuminata dalla vera fede, non confortata dalla speranza nella futura beatitudine, non sostenuta né ravvivata dall'ardore della carità, sicché si può dire davvero che costoro siano nelle tenebre e nell'ombra di morte.

Inoltre, va sempre più crescendo tra i fedeli la noncu­ranza della disciplina ecclesiastica e delle antiche istituzio­ni dalle quali è sorretta tutta la vita cristiana è regolata la società domestica e difesa la santità del matrimonio.

Inoltre è del tutto trascurata o deformata da troppe delicatezze e lusinghe l'educazione dei fanciulli e perfino tolta alla Chiesa la facoltà di educare cristianamente la gioventù.

Il pudore cristiano è purtroppo dimenticato nel modo di vivere e di vestire, specialmente nelle donne. Insaziabile è la cupidigia dei beni effimeri, gli interessi civili predomi­nanti, sfrenata la ricerca del favore popolare, rifiutata la legittima autorità, disprezzata la parola di Dio, per cui la fede stessa vacilla o è messa in grave pericolo.

27. - Al complesso di questi mali si aggiunge l'ignavia e l'infingardaggine di coloro che, a somiglianza degli apo­stoli addormentati o fuggiti, ma fermi nella fede, abbando­nano Cristo oppresso dai dolori e circondato dai satelliti di Satana. E c'è anche la perfidia di coloro che seguendo l'esempio di Giuda traditore, con sacrilega temerarietà, si accostano all'altare o passano al campo nemico.

E così, anche senza volerlo, si presenta alla mente il pensiero che si stiano avvicinando i tempi predetti dal Signore: «Per il dilagare dell'iniquità, l'amore di molti si raffredderà» (Mt 24, 12).

2. Confortanti reazioni

28. - Tutte le volte che i fedeli torneranno su queste con­siderazioni, infiammati d'amore per Cristo sofferente, non potranno fare a meno di dedicarsi ad espiare con maggiore impegno le proprie e le altrui colpe, rsarcire l'onore di Cristo e promuovere la salvezza delle anime.

E potremo così desrivere questa nostra età adattando in qualche modo il detto dell'Apostolo: «Laddove è abbon­dato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm S, 20).

Infatti se è vero che è cresciuta di molto la perversità degli uomini, è anche vero che va meravigliosamente au­mentando, per impulso dello Spirito Santo, il numero dei fedeli dell'uno e dell'altro sesso, i quali con animo volen­teroso si adoperano a dare soddisfazione al divin Cuore per tante ingiurie che gli si recano e giungono anche ad offrire a Cristo se stessi come vittime.

29. - Certo che chi riflette con spirito di amore a quanto abbiamo fin qui ricordato e l'imprime, per così dire, nel­l'intimo del cuore, arriverà non solo ad aborrire il peccato come il sommo dei mali e a fuggirlo, ma anche ad abban­donarsi totalmente alla volontà di Dio e risarcire l'onore leso della divina Maestà con la preghiera assidua, le volon­tarie penitenze e col sopportare pazientemente le eventuali calamità, fino a vivere tutta la vita in spirito di riparazione.

30. - E' così che sono sorte molte famiglie religiose di uomini e di donne, le quali, con ambito servizio, si propon­gono di fare in qualche modo, giorno e notte, le veci del­l'Angelo confortatore di Gesù nell'orto.

Di qui pure le pie associazioni di uomini, approvate dalla Sede Apostolica e arricchite di indulgenze, che si assumo­no il compito della riparazione con opportuni esercizi di pietà e con atti di virtù.

Di qui, infine, per non parlare di altre pratiche, l'uso frequente di solenni ammende usate non solo da singoli fedeli ma anche da parrocchie, diocesi e città.

 

d) Conclusione

31. - Ebbene, Venerabili Fratelli, come la pratica della consacrazione, cominciata da umili inizi e poi largamente diffusasi, ha raggiunto, con il nostro incoraggiamento, lo splendore desiderato, così grandemente bramiamo che la pratica di questa espiazione o riparazione, già da tempo santamente introdotta e propagata, abbia con la nostra apo­stolica autorità, il più stabile suggello e diventi più solenne e universale nel mondo cattolico.

Stabiliamo perciò e ordiniamo che tutti gli anni nella festa del Cuore Sacratissimo di Gesù (che in questa occa­sione abbiamo disposto che sia elevata al grado di doppio di prima classe con ottava) in tutte le Chiese del mondo si reciti solennemente con la formula di cui uniamo esempla­re in questa Lettera, la preghiera espiatrice o, come la chia­mano, ammenda onorevole, per esprimere con essa il pen­timento delle nostre colpe e risarcire i diritti violati di Cri­sto sommo Re e Signore amatissimo.

1. Vantaggi della riparazione

32. - Non dubitiamo, Venerabili Fratelli che da questa pratica santamente rinnovata ed estesa a tutta la Chiesa, molti e segnalati siano i beni che ne deriveranno non solo alle singole persone, ma anche alla società religiosa, civile e domestica.

Lo stesso Redentore nostro, infatti, ha promesso a Mar­gherita Maria che «avrebbe colmato con l'abbondanza delle sue grazie celesti tutti coloro che avessero reso questo ono­re al suo Cuore».

I peccatori «volgendo lo sguardo a colui che hanno tra­fitto» (Gv 19, 37) e commossi dai gemiti e dalle lacrime di tutta la Chiesa, pentiti per le ingiurie recate al Sommo Re, «rientreranno in se stessi (Is 46, 8), perché non avvenga che, ostinandosi nei loro peccati, piangano troppo tardi e inutilmente su Colui che hanno trafitto, quando Lo vedran­no venire sulle nubi del cielo (Mt 26, 64).

I giusti invece diventeranno più giusti e più santi (Ap 22, 11) e si consacreranno con rinnovato fervore al ser­vizio del loro Re, che vedono tanto disprezzato e combat­tuto e oggetto di tante e così gravi ingiurie. Essi nel medi­tare il lamento della vittima divina: «Quale vantaggio dal mio sangue» (Sal 29,10), e nel riflettere al gaudio che avrà quel Sacratissimo Cuore «per un peccatore converti­to» (Lc 15, 7) si infiammeranno di zelo per la salvezza del­le anime.

Ma quel che principalmente desideriamo e speriamo è che la giustizia divina, la quale per dieci giusti avrebbe usato misericordia e perdonato a Sodoma, molto più voglia per­donare a tutto il genere umano, in vista delle suppliche e delle riparazioni che dappertutto innalza la comunità dei fedeli, insieme con Cristo Mediatore e Capo.

2. Maria Riparatrice

33. - Sia proprizia a questi nostri voti e a queste nostre disposizioni la benignissima Vergine Madre di Dio, la qua­le col dare alla luce il nostro Redentore, col nutrirlo e of­frirlo come vittima sulla croce, per la mirabile unione che ebbe con Cristo e per grazia del tutto singolare, è divenuta anch'essa Riparatrice e come tale è pienamente invocata.

Noi confidiamo nella sua intercessione presso Cristo, il quale pur essendo il solo «Mediatore fra Dio e gli uomini» (1 Tm 2, 5) volle associarsi la Madre come avvocata dei peccatori, dispensatrice e mediatrice di grazia.

Auspice dei divini favori e in testimonianza della pater­na nostra benevolenza, a Voi, Venerabili Fratelli e all'inte­ro gregge affidato alle vostre cure, impartiamo di cuore l'apostolica benedizione.

Dato a Roma presso S. Pietro, il giorno 8 del mese di maggio dell'anno 1928, settimo del nostro Pontificato.

Pio Papa XI