La
predestinazione di San Giuseppe
Volendo
illustrare i titoli e i privilegi di san Giuseppe, che definiscono la sua figura
e lo abilitano alla sua missione nella storia della salvezza, è necessario incominciare
dal tema della "predestinazione". Il suo significato è spesso
confuso con quello di Provvidenza divina e di destino, che coinvolgono insieme
molte verità - tutte da salvare - come l'esistenza di Dio, la sua potenza e
intervento nel mondo, la sua prescienza, la sua provvidenza, l'accordo con la
libertà, l'utilità e l'efficacia della preghiera, della speranza, del merito
e del demerito, ecc. Di qui la difficoltà di armonizzare tali espressioni,
alle quali hanno dedicato la loro attenzione sant'Agostino, M. S. Boezio (+525)
e san Tommaso.
Per
quanto ci riguarda, intendiamo rimanere nell'orizzonte di san Paolo, che usa
la parola "predestinazione" per rassicurarci che siamo inseriti nel
"disegno di Dio" e che perciò "tutto concorre al nostro
bene": "Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha
anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo, perché egli
sia il primogenito tra molti fratelli; quelli che ha chiamati li ha anche
giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati" (Rm
8,28-30). È chiaro che questa predestinazione riguarda la nostra conformità
all'immagine del Figlio di Dio, come è ripetuto espressamente nella lettera
agli Efesini: "predestinandoci a esse re suoi figli adottivi" (1,5),
con la conseguenza di "essere stati fatti anche eredi, essendo stati
predestinati secondo il piano di colui che tutto opera efficacemente, secondo
il piano della sua volontà" (v.11). Nulla da temere, dunque, davanti a
questa "predestinazione", che ci assicura l'inserimento nel piano
di Dio. Si tratta della nostra predestinazione alla grazia e alla gloria,
ossia alla vita eterna.
Evidentemente
entriamo qui nel mistero dell'incarnazione. S. Tommaso se ne occupa dove tratta
delle implicanze dell'unione ipostatica, interrogandosi se Cristo sia stato
predestinato. La difficoltà nasce dalla traduzione latina (la Vulgata) della
lettera ai Romani, dove si legge: "Qui praedestinatus est Filius Dei in
virtute". La traduzione giusta sarebbe stata, invece, "constitutus",
come ha corretto la Nova Vulgata e come lo stesso Tommaso leggeva in Origene (destinatus),
togliendo così la difficoltà alla radice. Ecco allora la sua spiegazione:
"La predestinazione è l'atto con il quale Dio predispone dall'eternità
le cose da attuare nel tempo per mezzo della sua grazia. Ora, che l'uomo fosse
Dio e Dio fosse uomo è un fatto che si e compiuto nel tempo per mezzo della
grazia dell'unione ipostatica. Né si può dire che Dio non abbia predisposto
dall'eternità il compimento di questa sua opera nel tempo, altrimenti
bisognerebbe ammettere una novità nell'intelligenza divina. Dunque anche
l'unione delle due nature nell'unica persona di Cristo cade sotto l'eterna
predestinazione di Dio. In questo senso si dice che Cristo è stato predestinato"
(S. Th., III, q.24, a.1). San Tommaso ha chiarito così che l'oggetto della
predestinazione di Cristo non è, come per noi, la grazia santificante o la
gloria, ma la grazia dell'unione, che è molto superiore.
Ci
siamo soffermati di proposito su questo argomento, consapevoli della sua
difficoltà, ma anche della sua importanza per comprendere il ruolo di san
Giuseppe nel mistero dell'Incarnazione e della Redenzione. Una delle cause della
poca conoscenza della teologia di san Giuseppe è proprio lo scarso
approfondimento di questo mistero, nel quale appunto si inserisce la sua figura
e la sua missione.
Poiché
la grazia e la gloria sono il fine della nostra esistenza, detto fine deve
comprendere anche i mezzi per raggiungerlo. Ecco allora che, essendo
l'incarnazione del Signore ordinata a condurre l'uomo alla vita eterna, lo
è congiuntamente anche quanto riguarda più da vicino la sua incarnazione, come
la beata Vergine Maria, predestinata ad essere nel tempo Madre di Dio, e
parimenti san Giuseppe. "Proprio a questo mistero Giuseppe di Nazaret
‘partecipò’ come nessun'altra persona umana, ad eccezione di Maria, la
Madre del Verbo incarnato" (RC, n.1).
I
teologi si sono spesso interrogati sia sulla ragione della predestinazione di
san Giuseppe a sposo della B. V Maria, sia sul grado di gloria al quale egli fin
dall’eternità è stato predestinato.
Riguardo
alla predestinazione di san Giuseppe a sposo della B. V Maria non ci sono
difficoltà. Ne tratta espressamente san Tommaso nella sua Summa, chiedendosi
espressamente se "Cristo doveva nascere da una donna sposata (III, q.29).
L'argomento è egregiamente sviluppato dai teologi, come ad es., dal mariologo
E. Llamas Martínez (Estudios Josefinos, n. 110), al quale rimandiamo per chi
volesse approfondire il tema. Evidentemente non poteva non tenerne conto
Giovanni Paolo II nell'Esortazione apostolica Redemptoris Custos (1989), dove
insiste sull'importanza di detto matrimonio, tracciando le linee di una vasta
teologia, sviluppata nel mio libro Il matrimonio della Madre di Dio. I Santi
Sposi (Edizioni Stimmatine, Verona 2001).
La
novità dell'Esortazione apostolica consiste, tuttavia, nell'aver posto in
primo piano la paternità di san Giuseppe e il suo ruolo di "ministro della
salvezza" (cfr. n.8). Il matrimonio con Maria non perde evidentemente la
sua importanza, ma viene ad essa subordinato e finalizzato. "È per
assicurare la protezione paterna a Gesù che Dio sceglie Giuseppe come sposo di
Maria" (n.7). Rimanendo coerente all'Incipit dell'Esortazione apostolica
Redemptoris Custos, Giovanni Paolo II sottolinea che "il nucleo centrale
della verità biblica su san Giuseppe, il momento della sua esistenza a cui in
particolare si riferiscono i Padri della Chiesa", è contenuto nelle
parole: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria,
tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella
partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo
popolo dai suoi peccati" (Mt 1,20-21) (n.2). "E quando il Figlio,
portato in grembo da Maria, verrà al mondo, dovrà ricevere il nome di Gesù.
Era, questo, un nome conosciuto tra gli Israeliti ed a volte veniva dato ai
figli. In questo caso, però, si tratta del Figlio che - secondo la promessa
divina - adempirà in pieno il significato di questo nome: Gesù-Yehosua, che
significa: Dio salva. Il messaggero si rivolge a Giuseppe come allo ‘sposo
di Maria’, a colui che a suo tempo dovrà imporre tale nome al Figlio che
nascerà dalla Vergine di Nazaret, a lui sposata. Si rivolge, dunque, a Giuseppe
affidandogli i compiti di un padre terreno nei riguardi del Figlio di Maria"
(n.3).
Questi compiti vengono poi descritti accuratamente, sottolineandone il loro significato e valore salvifico, dal momento che "alla premurosa custodia di san Giuseppe sono stati affidati gli inizi della nostra redenzione", come riconosce la Liturgia (n.8). Si tratta di un "servizio" riguardante direttamente la persona e la missione di Gesù, tale da definire san Giuseppe "ministro della salvezza", qualifica che ci introduce nel tema della partecipazione di san Giuseppe all'ordine dell'unione ipostatica.