LA
PICCOLA VIRTU’ DELLA SINCERITA’
Dite
sì, se è sì; no, se è no. Tale è la regola che Gesù impone ai suoi
discepoli. Vuole che ci si possa credere sulla parola. Non c'è vita sociale
possibile, in effetti, se non ci si può fidare delle dichiarazioni altrui.
Ingannare qualcuno, è trattarlo da nemico, ma è al tempo stesso disonorare se
stessi e rendersi indegni di fiducia. Si capisce che Nostro Signore non accetti
che delle labbra cristiane proferiscano una menzogna. Nessuna scappatoia né
inganno: diciamo semplicemente la verità: si, se è sì; no, se è no.
Io
vi farei un torto se sembrassi solo supporre che si osi mentire in un focolare
cristiano. Sarò più categorico: laddove imperversa la menzogna, c'è solo
forse la parvenza di un focolare, ma le mura hanno le crepe e la rovina, ahimè!
è prossima. Non ci si può amare al di fuori della verità, e, nel linguaggio
dell'affetto, la menzogna è né più né meno un tradimento.
Ma se è superfluo e, lo ripeto, offensivo ricordare ai membri di una famiglia unita il dovere della franchezza, si può dire altrettanto della piccola virtù della sincerità?
Quando
un giovane marmocchio s'imbroglia nelle spiegazioni che fornisce circa il suo
comportamento, la madre lo interrompe: "Ma che mi racconti? Ti si muove il
naso." E senza dubbio se il colpevole si guardasse allo specchio,
contesterebbe a sua volta la veracità di sua madre. Ciononostante, costei non
s'inganna. Le narici, le labbra, le palpebre del piccolo fanfarone
manifestano un leggero fremito che rivela che si sta prendendo qualche libertà
con la verità. Ora questo difetto non è solo una cosa da bambini; i grandi,
anche i molto grandi vi sono ugualmente soggetti, e, lo si voglia o no, queste
distorsioni della verità costituiscono un certo abuso di fiducia, rischiano
inoltre di aprire la porta a degli inganni più gravi. Bisogna proibirseli.
La
caratteristica propria della sincerità è il non voler dire che delle cose
vere. Alcuni hanno ipotizzato che questa parola deriverebbe dal latino sine
cera, senza cera, alludendo alle cere, paste o unguenti di cui le dame romane si
servivano per mascherare le rughe del viso. Anche le nostre Francesi conoscono
questi segreti di bellezza, e poiché li impiegano, io penso, per desiderio di
risultare più gradevoli a coloro che le circondano, ci si mostrerebbe ben
severi biasimandole di una così lodevole attenzione, anche se nessun preparato
varrà mai la freschezza naturale della giovinezza. Ma non si potrebbe scusare
meglio chiunque ricorra a degli artifici simili per abbellire, colorare o
camuffare la verità. La sincerità poggia su ciò che noi pensiamo e su ciò
che noi facciamo. Essa ci obbliga dunque in primo luogo a non essere del
parere dell'ultimo che ha parlato e a non dissimulare il nostro modo di pensare.
In famiglia capita che, col pretesto della carità, si preferisca abbondare come
coloro che manifestano più energicamente la loro opinione. Per paura
d'irritarli si dice amen a tutti i loro giudizi. "Perché contraddirli,
dato che non li convinceremmo?" In tal modo garantite senz'altro la
vostra tranquillità, ma non coprite la vostra ritirata sotto apparenze
caritatevoli. E' lusinghiero per gli altri attribuire loro un carattere intero
ed autoritario? Se voi ritenete che sbaglino, la carità vi consiglierebbe
piuttosto di illuminarli con dolcezza, sottomettendo loro il vostro punto di
vista che può allargare la loro visuale. La carità non vi costringe ad
adottare un'opinione che non condividete affatto, vuole solamente che non
feriate gli altri emettendo un parere differente dal loro.
Quando
il re san Luigi domandò al signore di Joinville se non gli sembrasse meno grave
essere colpito dalla lebbra piuttosto che commettere un peccato mortale,
Joinville non temette di confessargli ingenuamente il suo modo di pensare.
"Ed io, continuò, qui oncques ne mentis, dico che preferirei aver commesso
dieci peccati mortali che essere colpito dalla lebbra." Certo, il sovrano
aveva ragione ed ammiriamo la sua santità, ma la lealtà del cavaliere non è
meno ammirevole: "Io che non mento mai..." Ecco il tipo d'uomo sincero,
incapace di fingere.
La
virtù della sincerità non si esercita soltanto nell'esprimere il nostro
pensiero, ma sul terreno più vasto dei fatti di cui noi siamo i testimoni o gli
autori. Su questo punto, molte persone hanno difficoltà ad essere perfettamente
oggettive, perché non vedono i soli fatti con i loro occhi e non li giudicano
unicamente con la propria fredda ragione. Essi li interpretano sotto
l'impulso, spesso incosciente, dei loro desideri o delle loro paure, della loro
simpatia abile nello scusare i loro amici o della loro antipatia pronta a
sospettare una cattiva intenzione presso gli altri.
Sapete
che la funzione di testimone non è facile da compiere? Adempiervi bene supporrebbe
che la nostra attenzione abbia osservato tutto e che la nostra memoria abbia
trattenuto esattamente tutto come una lastra fotografica. Così, in mancanza di
un'obiettività assoluta, raramente possibile, si deve possedere - e questa è
una virtù - abbastanza disinteresse da dichiarare che noi riferiamo le cose
come crediamo averle viste o sentite, tali almeno quali le abbiamo comprese,
così come da esprimere i nostri giudizi con le sfumature imposte dal rischio
che corriamo sempre di snaturare anche se dico la realtà.
Tuttavia,
il rischio è maggiore quando parliamo di ciò che abbiamo fatto noi stessi.
Occorre un coraggio fiero per non accentuare ciò che ci mette in valore o per
non attenuare quello che ci è sfavorevole. Ma esagerare la verità o
rosicchiarla ingegnosamente, è sempre alterarla. Povera verità, sembra che
uscendo dal pozzo non abbia vestiti: questo spettacolo ci è concesso
raramente perché, quando si presenta in pubblico, qualcuno generalmente si è
preso cura di vestirla. Che sia adorna di ricami innocenti, è un crimine
benigno, purché a forza di esagerazioni non sia resa irriconoscibile. Ma
chi non ha esagerato mai? Si esagera per rafforzare l'interesse di una storia;
si esagera anche per vanità, per fare bella figura; va già meno bene, e non va
più bene del tutto se si aggiusta la verità allo scopo di lusingare i gusti o
le tendenze di un interlocutore. Lusingare qualcuno, significa fatalmente
ingannarlo.
Forse
siete più indulgenti verso quelli che sono spinti dalla timidezza a velare i
propri errori o i propri torti. Capita, è sicuro, che si possa, senza mentire,
non dire tutta la verità, ma, più spesso le reticenze e le preterizioni
finiscono per falsarla. Bisogna quindi condannarsi apertamente? E' talvolta un
dovere che comporta, in compenso, il diritto d'invocare le circostanze
attenuanti. Ma si guadagna sempre a parlare di sé con severità: quando ci si
accusa, gli altri vi trovano delle scuse. E vice versa.
Infine
il silenzio può, anche lui, testimoniare contro la verità. Per esempio, si è
interrogati e, per dare una risposta soddisfacente, bisognerebbe dilungarsi in
commenti. Allora, per pigrizia o per stanchezza, si semplifica, si schematizza,
e della verità, non rimane un granché.
Ora,
dei casi appena passati in rivista, questo mi pare il più pericoloso, perché
viola la fiducia dovuta in famiglia. Se decidete che le vostre attività non
interessino gli altri o che essi non vi abbiano niente a che vedere (eccetto
il caso, ben inteso, di un segreto di cui siate i depositari), voi create
all'interno del focolare domestico delle zone chiuse in cui l'individualismo
rode poco a poco i legami della comunità familiare. Se sembrasse facile non
dire tutto, presto sarà più semplice non dire nulla, e si finirà col vivere
sotto lo stesso tetto, estranei gli uni agli altri. Non è forse lontano il
momento in cui questo silenzio favorirà la dissimulazione di sentimenti e di
azioni che non sono più completamente innocenti. Impercettibilmente abbiamo
fatto il grande passo, siamo entrati nella menzogna. La prossima volta diremo
che la carità pone dei limiti alla sincerità. Ma se siete autorizzati a tacere
certe cose a quelli che amate, proprio perché li amate, il medesimo principio
vuole che abitualmente voi apriate loro largamente il santuario dei vostri
pensieri e della vostra coscienza, che tutti voi mettiate in comune le vostre
esperienze, le vostre riflessioni, i vostri desideri, che abbiate fiducia gli
uni negli altri. Che un cristiano affermi o neghi, nessuno può contestare la
sua parola: è si, se dice sì, e se dice no, è no.
(Articolo
estratto dal libro: Les petites vertus du foyer, Georges Chevrot, ed. Le Laurier,
Paris).