LA PICCOLA VIRTU' DELL'ESATTEZZA

Nel linguaggio corrente, dire di qualcuno che è esatto, significa elogiarlo per essere presen­te all'ora stabilita. Noi ripetiamo che "l'esat­tezza è la cortesia dei re". Quello è solo uno dei significati dell'esattezza. La nostra parola "esatto" è la traduzione di un participio latino che significa compiuto, oppure eseguito con­formemente a regole e modelli determinati. Così si parla di una riproduzione esatta o di un calcolo esatto. Un lavoro esatto è fatto con cura, come una narrazione oggettiva e precisa costitui­sce un racconto esatto. Questa cura e questa pre­cisione caratterizzano l'uomo puntuale, il quale fa al momento giusto quello che deve.

II campo della virtù dell'esattezza di cui devo parlarvi è così vasto che mi limiterò a conside­rarla sotto l'aspetto della puntualità.

In che modo la puntualità potrebbe non esse­re una virtù, dato che il suo contrario, l'ine­sattezza, è un difetto terribile? Che il pranzo non sia pronto quando tutti i commensali sono riuniti, o che si debba aspettare un ritardatario per mettersi a tavola, non occorre altro per caricare d'elettricità l'atmosfera domestica. Ci può senz'altro capitare di dimenticare occasionalmente l'ora, di aver calcolato male il nostro tempo, o di essere in ritardo a causa di un incidente imprevedibile. Un'eccezione si può tollerare. In compenso, le persone abi­tualmente in ritardo sono delle vere calamità. Avete notato il posto occupato dall'esattezza nelle parabole del Vangelo? E' la storia delle cinque damigelle d'onore che arrivano in ritardo alla sala delle nozze e trovano la porta impietosamente chiusa, o per contrasto l'apo­logo dei servitori che spiano il ritorno del loro padrone per potergli aprire appena egli bussi. L'inesattezza implica una trasgressione alla carità e spesso alla giustizia verso il prossimo. Il bambino che non rientra all'ora stabilita talvolta dà alla propria madre una preoccupa­zione che doveva risparmiarle. Se è sconve­niente far aspettare un superiore, far aspettare un inferiore è un' impertinenza sempre offen­siva. In ogni caso, il ritardatario fa perdere a quelli che lo aspettano un tempo che avrebbe­ro potuto utilizzare meglio. Si dice del can­celliere di Aguesseau, che dei capricci dome­stici condannavano a pasti a delle ore irrego­lari, che ingannasse l'impazienza scrivendo; così riuscì a scrivere un'opera importante che naturalmente dedicò a sua moglie: gentile e giusta vendetta. Poiché non tutti hanno queste risorse, non resta altroché maledire la noncu­ranza dei "cronofagi" a cui pensava quell'uo­mo d'affari americano, che fece pubblicare nei giornali, per quelli che lo avevano deruba­to del suo tempo, il seguente annuncio: "Il Sig. X... questa settimana ha perso due ore d'oro, ognuna di sessanta minuti di diamanti. Non si promettono ricompense, perché non le ritroveremo mai."

Nell'inesattezza vi è una forte dose d'egoi­smo che dovrebbe farci riflettere. E dato che attendere ci risulta così sgradevole, impegnia­moci a non far aspettare gli altri. Non far aspettare la mamma che controlla il quadran­te dell'orologio per paura che l'arrosto sia troppo cotto. Non far aspettare il cliente che vorrebbe entrare in possesso della sua ordina­zione. Non far aspettare il regolamento della nota del fornitore che ha bisogno del proprio denaro. Ed in genere non far aspettare il ser­vizio promesso. Dice un proverbio: " Chi dà presto, dà due volte."

Ma se il ritardatario danneggia i suoi simili, fa un grave torto a se stesso. Le sue inesattezze sono la prova che è incapace d'imporsi una disciplina, sia che bighelloni e sprechi il pro­prio tempo, sia che voglia fare più cose di quelle che può. In effetti, ci sono due tipi di ritardatari, quelli cha hanno sempre tempo, i perdigiorno, e quelli che hanno sempre fretta, i trafelati. Ora il tempo è la ricchezza più preziosa che Dio abbia messo a nostra disposi­zione e ci chiederà conto dell'uso che ne avre­mo fatto: dunque non bisogna perderne nulla; ma Dio ha fissato anche il ritmo del tempo e noi dobbiamo rispettarne il cammino. Qualcuno ha detto: "non ho tempo di avere fretta." Niente di più giusto. Se pretendiamo di sbrigare in venti minuti un affare che ne richiede il doppio, il lavoro sarà affrettato, l'operato mal fatto: bisognerà ricominciarlo e, per aver voluto guadagnare tempo andando troppo in fretta, ci troveremo in ritardo.

Noi saremo esatti se eviteremo questi due difetti. E prima di tutto le perdite di tempo. Verso la fine del suo ministero, Nostro Signore fece questa riflessione davanti ai suoi apostoli: Bisogna che compia la mia opera finché è giorno; giunta la notte, non si può più lavorare. Padrone del tempo, Gesù cono­sceva il prezzo delle ore. Seguendo il suo esempio, prendiamo il tempo sul serio. E' vero che la nostra vita è breve: tuttavia quan­te cose si possono fare in una vita d'uomo, se si utilizzano le giornate in modo esatto! Troppe persone, invece di iniziare subito un'opera necessaria, la rimandano all'indo­mani dicendo: "C'è tempo." E quando, dopo qualche giorno, non l'hanno ancora comincia­ta, con perfetta mancanza di logica, adducono come scusa: "non ho avuto tempo."

So che la maggior parte di voi deve fornire delle ore di lavoro che assorbono la miglior parte della vostra attività. Tuttavia, senza con­tare i giorni di riposo di cui disponete libera­mente, anche nei giorni lavorativi vi resta un po' di tempo per voi. Fate fruttare il tempo che vi appartiene. Sul suo letto d'ospedale, Jacques d'Arnoux pensava: "La tua vita sarà breve, bisogna che sia piena", e pregava così: "Mio Dio, dammi l'esecrazione dei minuti perduti." E non perdendo tempo, possiamo imparare e fare molte cose, e al tempo stesso evitiamo la precipitazione, l'altro nemico dell'esattezza. Organizziamo le nostre giornate senza conge­stionarle, prevedendo perfino una parte d'im­previsti. Il progresso ci fa dei brutti scherzi: a forza di dividere il tempo seguendo il mecca­nismo preciso dei nostri orologi che ignorano lo stato del cielo, siamo arrivati al punto di non distinguere più il giorno dalla notte. Il coltivatore, invece, regola la propria giornata sul sole e fa i conti con le stagioni, così come il pescatore fa con la luna ed il movimento delle maree. Restando in contatto con la natu­ra, obbediscono alle leggi del Creatore: così il loro lavoro risulta più metodico e la loro vita più regolare, non perdono tempo facendo le cose col tempo dovuto.

Sappiamo, come loro, consultare la natura e fare le cose col tempo dovuto. Essere pronti senza essere di fretta. Lo strapazzo e la dis­persione nuocciono alla qualità dell'azione. Molti credono di agire quando non fanno che agitarsi; affermano di macinare tanto lavoro ma, per una triste legge del contrappasso, l'eccesso di lavoro li schiaccia a sua volta. Riserviamoci ogni giorno dei momenti di svago; non sono minuti persi, soprattutto quando li dedichiamo a conversare e a diver­tirci in famiglia. Crediamo all'insostituibile potenza del riposo.

A cosa dobbiamo che ci siano tanti ritardata­ri? Al fatto che si alzano all'ultimo minuto e dopo non possono più recuperare il ritardo mattutino? E perché si alzano tardi? Perché sono andati a letto troppo tardi.

Gratry, che mi compiaccio di citarvi (perché questo precursore ha detto tutto), scriveva: "Noi siamo sterili per la mancanza di riposo ancor più che di lavoro... Il riposo del corpo, è il sonno... Il riposo per la mente e l'anima, è la preghiera." Neppure il tempo concesso alla preghiera è tempo perso. Quello, lo rigua­dagniamo presto. Ponendoci ogni giorno alla presenza di Dio noi capiamo meglio il valore del tempo ed impariamo a svolgere il nostro compito con esattezza.

Estratto dal libro: Les petites vertus du foyer, Georges Chevrot, ed. Le Laurier, Paris