La Madre

Sulla madre molti hanno scritto con penne migliori della mia. Forse, però, anche in questo libro si troveranno pen­sieri degni di meditazione e di considera­zione. Io sempre e di nuovo sono pieno di stupore e di ammirazione davanti all'ani­ma della madre. Nella dignità della madre io ammiro la prodigiosa potenza del sesso debole, che ha formato e forgiato la storia del pari che le gesta dei grandi uomini.

Dirò apertamente e lealmente perchè io mi occupi di questo argomento, in certo senso eterno e trascendente tutti i tempi. Come pastore di anime è mio compito col­laborare con la madre, nei più vasti campi. Giacché la madre, come il sacer­dote, collabora con Dio ed è il primo apo­stolo della Chiesa. Per questo già da gran tempo sono andato raccogliendo spunti e note sull'anima della migliore collabora­trice nella cura d'anime. Io stesso ho potuto sentire il calore di un grande amore materno. Dio mi ha dato una buona madre, che, con mio padre, in duro lavoro, ebbe cura di me, mi allevò in pre­ghiera, soffrì per me e molto anche pian­se. In patria e all'estero imparai che le rughe sul volto della madre sono sante, poiché le ha scavate l'amore. E poiché non so se potrò mai pagare questo mio debito, metto in iscritto questi pensieri, come piccolo segno di grazie a colei, di cui posso dire con sant'Agostino: «Ciò che io sono lo debbo alla virtù e alla pre­ghiera di mia madre».

Quando Iddio svolge un suo disegno, gli uomini devono sostare in ascolto: Dio ha posto la famiglia nel sorgente mattino dell'umanità. Da Dio uscì la prima vita del cerchio interno della famiglia; a Lui come a sua casa deve dunque tornare.

La storia insegna, e la vita dei popoli conferma: la cellula germinale del popolo è la famiglia. Solo Rousseau, nella sua irra­zionale e inumana utopia, in luogo della santa triade pose la sconsolata unità dell'in­dividuo lasciato a se stesso, la monade sel­vaggia, il Robinson - Emilio dei boschi. Egli spezzò e frantumò umanità e popolo in miriadi e milioni di atomi disgregati. Una scienza illuminata ritorna tuttavia alla veri­tà: riconosce che la famiglia è la cellula ger­minale e la forma primitiva di ogni comuni­tà umana. Anche se noi siamo inseriti nella grande comunità dei popoli, pure la nostra prima patria è e rimane sempre la famiglia.

Essa è il centro essenziale di ogni educazio­ne e di ogni religione, come dice Sigrid Udset. La famiglia è mezzo e strumento per mantenere intatto il genere umano. Solo un cieco può non vederlo. Nella sua intatta purezza io posso ogni giorno proseguire il cammino. Questo è lo scopo: che qui venga dato alla luce un uomo, e che il nuovo nato sia educato a divenire "persona". Per que­sto ogni famiglia ha la sua anima, le sue aspirazioni e le sue emozioni, le sue gioie e le sue lotte; e ha pure un suo e tutto suo calore, una sua temperatura, storia e favel­la. Amore e autorità preparano il nido alla famiglia. Padre e madre sono i due fuochi solari del cerchio interno. Amore e autorità serrano insieme la famiglia a farne un'uni­tà. Tra genitori e figli si intreccia, come legame, il nastro della Pietas, dell'amore rispettoso che dona e che riceve.

La benedizione del cerchio interno abbraccia ogni suo membro. Per l'uomo è questo piccolo mondo soggetto alla sua signorìa. Alla donna esso conferisce l'adem­pimento e la dignità della sua missione di madre. Al figlio è protezione, amore sollecito ed educazione. Il popolo poi attinge senza interruzione a questa fonte la sua rinnovata forza di giovinezza.

Generalmente i membri della famiglia quasi non avvertono che in questo piccolo circolo molte volte modestissimo si cela la felicità e la pace; che qui è piantata la radi­ce del popolo, della nazione, anzi dell'inte­ra umanità. La famiglia è dunque il nostro più prezioso gioiello: rovinate la famiglia e provocherete le rivoluzioni più terribili! Quando sul focolare si estingue il sacro fuoco, l'intera umanità precipita nelle tene­bre più profonde della ferocia e della barbarie, e ogni base vacilla. Possono cambia­re i governi, precipitare i troni, estinguersi le civiltà; immutabile pulsa, attraverso tutti i tempi, il cuore della famiglia. Tutte le forze sterminatrici della storia possono indi­rettamente risalire alla corruzione familiare. Viceversa da una famiglia anche solo super­ficialmente omogenea, emana una forza di coesione e di conservazione non comune. La famiglia garantisce la giustizia e i buoni costumi, e tramanda alle generazioni ventu­re l'eredità degli avi.

La fiaccola della vita

Il ritmo della vita familiare è contraddi­stinto da una certa oscillazione, una gioia di vivere e un impulso vitale, che cerca la sua vita anche nelle più lontane generazioni. La famiglia è il luogo sacro, dove una genera­zione consegna alle altre la fiaccola della vita accesa, nel giorno della creazione, da Dio stesso alla Sua eterna vita, e che solo la bufera del giudizio universale soffierà via dalla terra. Questa fiaccola brilla nel futuro di gradino in gradino, per la forza dell'amo­re. Simbolo di questa trasmissione di peren­nità è l'oleandro. Ancora ai tempi della mia infanzia sposo e sposa ne portavano un ramo dalla casa paterna in chiesa, alla bene­dizione nuziale, e di qui nella loro nuova casa. La famiglia non dice mai: "Dopo di me il diluvio!" La famiglia sopravvive in certo modo a qualunque morte. Le sue radi­ci si affondano nel passato e si stendono avidamente nel futuro.

Ogni focolare ha un'anima sua. E questa non si può trasfondere nella famiglia dal di fuori. Chè anzi essa è la vita caratteristica originaria di ogni singola famiglia. Una vec­chia nonnina mi svelava una volta l'anima della sua famiglia: "Essa ha piantato ogni cespuglio, ogni fiore, ogni pianta; ovunque è la traccia della sua mano, del suo lavoro infaticato. In questa casa nessuna cosa è sen­z'anima. Ogni suppellettile ha la sua propria vita, la sua propria storia. In ogni cosa brilla ancora un barlume della passata gioia, o piange l'afflizione passata. Ogni angolo della casa testimonia la storia della fami­glia". Nella Renania da tempo immemorabi­le il capo famiglia tiene la cronaca. Quando il primogenito s'incammina all'altare per le nozze, il padre gli consegna il libro con le parole: "Continua con onore la storia della famiglia!". La conoscenza della propria sto­ria nutre l'orgoglio e la forza delle famiglie illustri: ciò vale ancor più tra persone mode­ste, quando conoscano la storia della propria famiglia, risalendo fino al decimo antenato. Giacché la conoscenza dei giorni passati è una forza immensa.

I giorni degli antenati

Conoscere i giorni dei nostri antenati è necessario alla vita. Noi dobbiamo sapere d'onde veniamo e da chi discendiamo. I figli dei figli devono ancora narrare il duro lavoro dei bisnonni, i meriti del padre: è infinitamente triste, se dalle famiglie scom­pare ogni tradizione. Ormai i figli ignorano l'origine della loro madre; quanto al nome dei nonni e dei parenti, non se ne parla nep­pure. Una volta anche le persone comuni del popolo tenevano un libro di famiglia. Nascita e battesimo, nozze e morti veniva­no ivi registrati. Qua e là vi si aggiungeva qualche annotazione particolare. Quanta forza di nobile sentimento familiare parla da un tale libro! Molto più alta dell'eredità dei campi, praterie e boschi e di tanto dena­ro è da stimarsi l'eredità spirituale. Non è il possesso dell'eredità degli avi che forma la famiglia. Se quella va perduta, si può ricu­perare. Ma se va perduto il bene della fami­glia, fedeltà, amore, unione, allora ne è scomparsa l'anima e non rimane che una vuota salma, dalla quale odora da lungi la morte, e che il più bel patrimonio non richiama in vita. Custodite il sacro fuoco, l'anima della famiglia!

La santa legge del dare e del ricevere regna nella famiglia. La madre apre la porta della famiglia e fa entrare la vita, la culla amorosamente fra le sue braccia. Perciò i figli, quando la mano della madre sarà stan­ca, raddolciranno i suoi ultimi dolori e le chiuderanno placidamente gli occhi.

Anche lo strazio della morte non può spezzare il vincolo della famiglia. I morti ci appartengono ancora. Essi abitano sola­mente in un'altra casa. "Io voglio immer­germi nei giorni più vivi del passato, giac­chè senza i miei morti non potrei vivere". Essi vivono e ci attendono. Non continue­ranno i morti a guidar invisibili il destino dei viventi? Spesso essi si dimostrano più forti dei vivi. Essi rimangono i nostri migliori amici.

La roccaforte delle anime

Fin dai tempi antichissimi la famiglia è il luogo della preghiera, perché Cristo Signore è anche qui: "Quando due o tre sono radunati nel mio nome, io sarò in mezzo a loro". Da simili famiglie uscirono santi ed eroi. Per la liturgia la casa è un modello della patria eterna. La famiglia è roccaforte di anime, baluardo, fonte ristora­trice, in essa si può sostare in riposo quando tornando dal lavoro, si entra nel santuario del focolare domestico.

La famiglia è il miglior centro educativo per la società nazionale. Il fanciullo impara qui l'ubbidienza e il rispetto dovuti alle autorità. Egli deve aver riguardi per i fratel­li fimo alle rinunce in loro favore. Le fami­glie ricche di figli sono la miglior prepara­zione alla socialità e ad un'utile filantropia. I genitori imparano a reggere le redini del governo con moderazione ed energia. La famiglia è proprio un piccolo stato.

Pestalozzi ottantunenne, sul letto di morte, si congedò con le parole: "Figli, rimanete tutti uniti e cercate la vostra felici­tà nel tranquillo cerchio della famiglia". Dalle opere del grande educatore risalta quest'ultima cosa, che origine e centro di ogni buona educazione è la famiglia, ed in essa in modo speciale la madre. Chi dunque mina la famiglia o la fa esplodere, seppelli­sce sotto i rottami precipitanti non solo padre, madre e figlio, ma la felicità dell'in­tera nazione, anzi della stessa umanità.

È un fatto ben noto che la famiglia si corrode dall'interno. Se vogliamo risanare l'umanità, dobbiamo prima guarire la fami­glia. Nella giostra di tutti i problemi umani, la famiglia è l'unico vero problema: ogni altra questione e difficoltà scompare davan­ti alle esigenze della famiglia.

Il risanamento dev'essere duplice: reli­gioso ed economico. Nella famiglia deve rinascere una profonda fede. La Chiesa deve destarsi nelle anime. Come invece la famiglia si è laicizzata! Quadri sacri e fre­quenza alla Chiesa sono caduti in dimenti­canza. Eppure queste sono proprio le sacre fonti segrete di forza nuova. Solo un'ani­ma religiosa può domare i demoni dell'in­ferno, dimentica di sé, pronta al soccorso, piena d'amore e di lealtà. Tavola e culla sono le proprietà più preziose della fami­glia. Ma sulla culla e sulla tavola deve regnare la croce del Signore e l'immagine di Sua Madre. Solo sotto il Suo manto di protezione può la famiglia essere sana. Ma le Sacre Immagini non devono essere solo ornamento alle pareti, che sbiadite sotto la polvere nessuno più guarda; al contrario esse devono essere i testimoni vivi della preghiera e della fede di ogni giorno. Sotto vi sia un motto familiare e una benedizio­ne della casa:

Dove è fede, ivi è amore; Dove amore, ivi pace; Dove pace, ivi benedizione; Dove benedizione, ivi Dio; Dove Dio, ivi nessun penuria.

La fede non è semplicemente un abito festivo, ma il palpito della vita quotidiana, il respiro dell'anima.

Non si dimentichi neppure la benedi­zione della casa: le è annesso un grande significato. Quando si fonda una nuova famiglia, o quando si va ad abitare in una casa nuova casa in città o fuori al villag­gio o nella pustza, allora si chiami il prete, che benedica la nuova dimora, per­ché in essa abiti quell'amore di estrema dedizione così ineffabilmente modellato sul Cuore di Gesù. Nessun uomo e nessun metro può misurare questo incommensu­rabile amore di Dio. Dove si fonda un nido d'amore, non dovrà fare la sua entra­ta solenne l'infinito Amore di Dio? La consacrazione della famiglia al Sacro Cuore di Gesù non è quindi solo una pia cerimonia esteriore; chi la compie bene riceve un forza inaspettata. Si narra del confessore Eleazer (+1323) che una volta fu costretto lontano da casa sua per lungo tempo. Quando sua moglie gli scriveva, sollecitandolo preoccupata a ritornare finalmente a casa, egli le rispondeva: "Se mi vuoi vedere, cercami nel costato aper­to del Signore. Qui io abito, qui tu mi puoi trovare anche quando gli uomini cat­tivi mi trattengono lontano da te".

Cardinale Mindszenty" La madre" (ed. Paoline, 1960)