LA GIOIA CRISTIANA
MOTIVI
CHE HA IL CRISTIANO DI GIOIRE.
- Gesù Cristo è la nostra gioia... «Colui che si
rallegra in Gesù Cristo, dice S. Agostino, non può patire inganno nelle sue
consolazioni (Sent. XC) ». Il santo abate Apollonio, inculcava che, non
si pensasse con tristezza alla propria salute, essendo noi gli eredi del regno
celeste. Che i pagani siano tristi, che i giudei piangano, che i cuori
impenitenti siano infelici, bene sta, ma i cristiani devono vivere nella gioia (Vit.
Patr. ).
La
gioia cristiana ha per principio e motivo,
1°
la misericordia di Dio, secondo l'esortazione dell'Ecclesiastico: «Gioisca
l'anima vostra nella sua misericordia» (Eccli. LI, 37).
2°
La speranza in Dio... «Io ho posto la mia speranza in colui che è la salute
eterna, diceva Baruch, e la gioia mi è venuta da colui che è santo» (BAR. IV,
22).
3° La promessa di Dio... «Sono io che consolerò», dice il Signore (ISAI. LI, 12); e annunzia che, venuto il Messia, le vergini avrebbero danzato di gioia, e i giovani e i vecchi tripudiato di allegrezza; che il lutto sarebbe da lui cangiato in giubilo, che li avrebbe consolati e riempiti di gaudio per ristorarli del loro dolore; che avrebbe inebriato l’anima dei sacerdoti e colmato dei suoi beni il popolo suo (IEREM. XXXI, 13-14).
4°
La gioia cristiana è fondata sui meriti e sulla bontà di Gesù Cristo.
5°
Sui mezzi che abbiamo di salvarci quali sono i sacramenti e la preghiera... .
6°
Sui meriti che possiamo acquistarci in ogni cosa, col riferirla a Dio.
7°
Sull’obbligo che Dio ci ha imposto di stare allegri. «Figlia di Sion, egli ci
dice, canta inni di lode; Israele, rallegrati ed esulta» (SOPH. III, 14). E
perché tanta festa? Perché il Signore vostro Dio. è in mezzo di voi; egli è
il Dio forte, il vostro Salvatore; egli si rallegrerà in voi, riposerà nel
vostro amore, ed esulterà di gioia con voi (Ib. 17). «Gioisci e loda il
Signore, o figlia di Sionne, dice ancora Iddio, perché ecco che io vengo e
abiterò in mezzo di te» (ZACH. II, 10). «Servite al Signore nell'allegrezza»,
- cantava il Salmista (Psalm. XCIX, 1).
8°
Finalmente questa gioia cristiana è fondata su le grazie e sui favori che Dio
sparge sui fedeli suoi servi. «Fate festa, dice S. Bernardo, perché già avete
ricevuto i doni della mano sinistra di Dio: gioite, perché aspettate i regali
della sua mano destra. La sua sinistra vi alza e vi sorregge, la sua destra vi
accoglie e vi stringe al seno. La sua sinistra guarisce e giustifica, la destra
abbraccia e beatifica. Nella sinistra tiene i meriti, nella destra le
ricompense; con la sinistra ci dà le medicine, con la destra porge le
consolazioni (Serm. IV
in vig. Nativ.)».
DOVE
SI TROVA LA VERA GIOIA?
- La vera gioia si trova in primo luogo nel Signore, secondo quello che diceva
S. Paolo ai Filippesi: «State allegri nel Signore; ve lo ripeto, state allegri»
(Philpp. IV, 4). Rallegratevi, commenta S. Anselmo, non nel secolo, ma
nel Signore; poiché come nessuno può servire a un tempo due padroni, così
nessuno può stare allegro e nel Signore e nel secolo: queste due gioie sono
opposte tra di loro come la notte e il giorno (In Ep. ad Philipp.
IV, 4).
Quindi
il real profeta attestava di sé, che «il corpo e l'anima sua si erano
rallegrati nel Dio vivente» (Psalm. LXXXIII, 2); ed eccita i giusti a
fare festa nel Signore, a gioire ed esultare in lui, che darà loro quanto
desiderano (Psalm. XCVI, 15?). (Psalm.
XXXVI, 4); e Tobia esclamava: «Per me starò allegro nel Signore» (TOB. XIII,
9); e Anna, la madre di Samuele, si rallegrava nel pensiero del Messia (1 Reg.
II, 1).
Dice
Isaia: «Farò festa nel Signore, e l'anima mia esulterà di gaudio nel mio Dio;
perché mi ha vestito con le vesti di salute, mi ha ornato dei gioielli della
giustizia, come uno sposo inghirlandato della sua corona, e come una sposa
adorna dei suoi monili» (ISAI. LXI, 10). «Quanto a me, esclama il profeta
Abacuc, mi rallegrerò nel Signore, ed esulterò in Dio mio Gesù» (III, 18).
Questo profeta, seicento anni prima della venuta di Gesù Cristo, l'annunzia per
nome ed in lui si rallegra; poiché prevedeva che da lui sarebbe liberato, come
siamo noi, dal peccato, dal demonio, dalla concupiscenza, dalla carne, dal
mondo, e colmato di grazia e di favori. A
ragione pertanto il profeta Baruch animava Gerusalemme a guardare verso
l'oriente e a considerare la gioia che a lei veniva dal Signore (BAR. IV, 36). A
ragione il Salmista esortava all'allegrezza quelli che cercano il Signore (Psalm,
CIV, 3) ed esclamava: «Voi siete venuto in mio soccorso, o Dio, ed io me ne
sono consolato» (Psalm. LXXXV, 16).
Questa gioia che deve avere il cristiano non è già la gioia secondo il
senso della natura; ma è gioia secondo la ragione illuminata e fortificata
dalla fede e dalla grazia... La gioia spirituale è un saggio, un'anticipazione
della gioia celeste. Di qui quella sentenza di S. Agostino: «Chi cerca Dio,
cerca la gioia; perché quanto si avvicina a Dio, tanto resta illuminato,
fortificato, amato da Dio il quale solo è la vera gioia dell'uomo; egli solo ne
appaga le brame, e non solo dell'uomo, ma anche dell'angelo (Sent. IX)...
E altrove il medesimo santo così pregava: «Lungi da me, lungi dal vostro servo
tenete l'idea di stimarmi felice, qualunque gioia io provi all'infuori di voi;
ma fate che io gusti quella gioia che l'empio non conosce, e che voi date a
coloro che vi servono. Questa gioia siete voi medesimo; è la vita beata di
godere con voi, di voi e per voi: ecco la vera gioia, non ve n'è altra fuori di
questa (Confess. l. X, c. XXII); perché ci avete creati per voi solo, e
il nostro cuore non trova pace, fino a tanto che in voi non riposi (Ib..
1. I, c. I)». «L'unica schietta
gioia, dice S. Bernardo, è quella che viene dal Creatore, non dalla creatura, e
che nessuno può rapirti quando la possiedi; a paragone di questa, ogni altra
allegrezza è pianto, ogni dolcezza è amarezza, ogni diletto è noia, ogni
bellezza è sporcizia; insomma ogni piacere è molestia». La gioia perfetta non
viene dalla terra, ma dal cielo; non scaturisce da questa valle di lagrime, ma
dal giardino della città celeste (Epistola CXIV).
La gioia in Dio, notava già il Crisostomo, è la sola che non ci può
essere tolta, tutte le altre gioie sono mutabili e transitorie; ma la gioia in
Dio è stabile, immutabile, e così grande che riempie tutto il cuore. Le altre
gioie non ci rallegrano in modo da dissipare la tristezza e la noia, anzi ne
sono la sorgente; ma chi si rallegra e gioisce in Dio, beve alla fonte della
vera gioia. A quella guisa che non appena una scintilla è caduta nel mare, vi
resta spenta, così avviene a colui che ripone in Dio la sua felicità e la sua
gioia; resta tutto affogato in quest'oceano senza sponde e la sua gioia invece
di diminuire, si aumenta (Homil. Ad pop.
XVIII).
Il
vero cristiano in Dio solo trova il riposo e la pace; in esso solo sono le vere
gioie. Le allegrezze del mondo, le gioie prodotte dalle passioni non dànno il
riposo e la pace, ma in esse si trova il turbamento e il rimorso... «Colui che
vuole godere in se stesso e di sé sarà triste, dice ancora S. Agostino, ma chi
cerca in Dio la propria gioia sarà in continuo gaudio (Tract. XXIV, in Joann)».
La vera gioia si trova in secondo luogo in una vita santa. «Volete
sapere il modo di non vivere mai in tristezza? domanda S. Bernardo: vivete
santamente. Una vita santa ha per indivisibile compagna la gioia; la coscienza
del reo è sempre tra vagliata da foschi pensieri (De inter. Domo, c. XLV)...
«Qual cosa più preziosa e più dolce a un cuore, osserva ancora il medesimo
santo, qual cosa più sicura e tranquilla in questa terra, che una coscienza
retta? Essa non teme né la perdita degli averi, né i patimenti, né i
rimproveri; la morte invece di spaventarla, le si presenta come messaggera di
gioia» (De Considerat. lib. I).
La
stessa cosa avevano già osservato due pagani, Cicerone e Seneca. Il primo
scriveva a Torquato, che la coscienza di una volontà diritta è la massima
delle consolazioni in mezzo alle pene della vita; l'altro pretendeva da Lucinio
che vivesse contento; e interrogato da questo onde poteva attingere quella
continua contentezza gli rispondeva: In una buona coscienza, in buoni consigli,
in buone azioni, nel disprezzo delle cose fugaci, in una condotta
irreprensibile. La vera gioia si
trova in terzo luogo nell'umiltà; secondo l'esortazione di Giuditta: «Aspettiamo
umilmente la consolazione del Signore» (IUD. VIII, 20).
Si
trova in quarto luogo nell'amore e nel timore di Dio. Il timore del Signore è,
come dice l'Ecclesiastico, gloria, trionfo, sorgente di gioia, corona di
allegrezza. Il timor di Dio rallegrerà il cuore, gli porterà la gioia,
l'esultanza, la lunghezza dei giorni. Chi teme il Signore avrà gioia in fine di
vita e benedizione nel giorno della sua morte (Eccli. I, 11-13).
Si trova in quinto luogo nei pensieri consolanti del cielo, di Gesù
Cristo, dei benefizi di Dio, della sua presenza, della sua dimora e cooperazione
in noi, della Beata Vergine, dei santi, ecc.
Si trova in sesto luogo nella mortificazione della carne e dei sensi. Se
noi rinunziamo ai diletti dei sensi, Dio ci darà delizie assai più dolci; in
vece di piaceri carnali ce ne fornisce di spirituali, sostituisce gioie eterne
alle temporali, le divine alle umane. Davide che ne aveva fatto la prova,
diceva: «L'anima mia ricusò le consolazioni terrestri; mi ricordai del Signore
e mi sentii giubilare il cuore» (Psalm. LXXXVI, 3). Infatti le gioie
spirituali gustate una volta rendono insipido ogni piacere del senso.
Si
trova in settimo luogo nella preghiera e nella meditazione. «Io, dice il
Signore, l'attirerò a me, lo condurrò nella solitudine e gli parlerò al cuore»
(OSE. II, 14). Io gli parlerò interiormente alla sua mente, alla sua volontà
riempirò il suo cuore di consolazione; gli terrò un linguaggio tutto miele; ne
appagherò le brame; me lo stringerò al seno ben vicino, al cuore. Gli
comunicherò il mio spirito consolatore.
Si
trova in ottavo luogo nella virtù; lo sentì anche Seneca che scrive: «Solo la
virtù produce una gioia perpetua e sicura (Epistola XXVII)»; perché la
virtù, è la pratica della legge di Dio. Ora, dice S. Basilio, «rallegrarsi in
ciò che è secondo la legge del Signore, questo è un rallegrarsi nel Signore,
ed è vera gioia (In reg. brevior., reg. CXCIV)».
Si trova finalmente nelle lagrime del pentimento; Una sola lagrima
versata sui peccati passati, contiene più soavità e dolcezza, e quindi gaudio,
che non tutti i piaceri del mondo e della carne insieme uniti.
LA GIOIA
CRISTIANA RENDE INVINCIBILE.
- «Credete che avete motivo di rallegrarvi quando siete fatti bersaglio a varie
tentazioni», scrive S. Giacomo (IACOB. I, 2). «Vedendo S. Paolo, dice il
Crisostomo, che le tentazioni gli si accumulavano addosso come la neve, godeva e
si rallegrava come se fosse vissuto in mezzo al paradiso... Infatti nessuna arma
è così poderosa, quanto il gioire secondo il Signore (De S. Paulo)».
Ai
suoi religiosi che vivevano nella mortificazione e nell'austerità, San Antonio
non sapeva inculcare nulla di meglio che la gioia spirituale nella quale egli
vedeva il più forte scudo ed il più potente rimedio contro ogni maniera di
tentazioni e di prove. «Vi è, soleva dire, un mezzo efficacissimo a conquidere
il nemico, ed è la gioia spirituale; scioglie i tranelli del demonio e ne
dilegua le insidie come fumo; non soltanto le teme, ma le affronta, le insegue,
le sgomina. No, credetemi, non vi è nulla che più sicuramente superi e atterri
i nostri nemici, quanto la gioia e la contentezza spirituale». (Ap.
Sanct. Athanas.).
I
demoni tripudiano quando riescono a spegnere e anche solo a illanguidire la
gioia spirituale in un'anima. «Ma ricordatevi, dice S. Agostino, che il demonio
è come cane legato alla catena da Gesù Cristo; può abbaiare e lacerare le
vesti, ma non può mordere se non chi vuol essere morso; può assaltare, ma non
gettare a terra, e perde la speranza anche solo di persuadere, quando vede
l'uomo stare fermo, generoso, lieto ed allegro (Civit. Dei, L II, c. 8)».
Perciò afferma Origene, che quanti atti di gioia noi facciamo in Dio, tanti
colpi di verga scarichiamo sul diavolo (De Elcana).
Con questa gioia spirituale noi ci attiriamo la grazia e i lumi divini;
vediamo i pericoli e li scansiamo; i nostri nemici, vedutisi scoperti e
conosciuti, se ne fuggono.
LA
GIOIA CRISTIANA SOPPORTA TUTTO.
- Attestano gli Atti Apostolici che avendo il sinedrio ordinato che gli Apostoli
fossero flagellati perché annunziavano Gesù Cristo, questi uscirono dal
concilio allegri ed esultanti, perché erano stati stimati degni di patire
contumelie per il nome di Gesù (Act. V, 40-41); ed il grande Apostolo
diceva di essere inondato di gioia in mezzo. ad ogni tribolazione (II Cor
VII, 4); e ai Colossesi scriveva: «Io mi rallegro nei miei patimenti per voi»
(Coloss. I, 24). Per voi, cioè per ottenere merito a voi con i miei
travagli e per lasciare a voi esempio del come mantenervi d'animo tra le croci e
le persecuzioni. E questo esempio vediamo riprodotto al vivo in quel detto di S.
Francesco d'Assisi: «Tanto è il bene ch'io m'aspetto, che ogni pena m'è
diletto » (In Vita). «Gesù
Cristo godeva, come dice il Crisostomo, in mezzo ai suoi supplizi. Chiamava
giorno suo il giorno della crocifissione. Così devono fare i cristiani. I
patimenti sono pene rispetto al corpo, ma sono gioie rispetto allo spirito. Non
è nell'indole delle croci considerate in se stesse, il dare la gioia, ma solo
di quelle croci che si portano per Gesù Cristo, e con l'aiuto dello Spirito
Santo. Queste danno la gioia e il riposo, principalmente per l'eternità» (Homil.
ad pop.). Ah! solo dalla croce del Salvatore stilla gioia perfetta!
La gioia cristiana mitiga, addolcisce e rende meritorie le afflizioni e
le prove; e talora arriva a far sì che chi le patisce non se ne accorga, come
accadde a molti martiri ed anche ad altri santi, per virtù dell'Onnipotente.
Quante anime non conta il Cristianesimo, le quali ben lungi dal temere
patimenti, li desiderano, li invocano, li accolgono a braccia aperte: anime che
imitano colui che scriveva: «Il Signore ha posto nella mia carne un pungolo,
licenziò l'angelo di Satana a schiaffeggiarmi. Perciò io mi volsi a Dio
supplicandolo che me ne liberasse; ma egli mi rispose: Ti basta la grazia mia,
perché la virtù nella debolezza si perfeziona. Volentieri adunque io giubilerò
e mi glorierò delle mie infermità, affinché in me abiti la forza di Cristo.
Perciò mi rallegro nelle mie debolezze, negli obbrobri, nelle strettezze, nelle
persecuzioni, negli stenti che sopporto per Cristo; perché allora sono forte,
quando mi conosco debole e fiacco» (II Cor. XII, 10). S. Paolo attingeva
la gioia nelle sue prove, dal merito medesimo inerente alle prove; e questa
gioia rendeva le prove non solo tollerabili, ma desiderate...
Chi patisce con tristezza e senza rassegnazione, patisce di più e
patisce senza merito. Chi soffre con gioia, soffre meno e acquista di grandi
meriti. Il Signor nostro Gesù Cristo che conosceva il pregio delle afflizioni,
diceva: «Beati quelli che soffrono, felici quelli che piangono» (MATTH. V,
10). Se è felicità soffrire, ne segue che si deve soffrire con gioia; perché
è la gioia nei patimenti che procura la felicità.
LE
ANIME ILLUMINATE E PIE HANNO PER LORO EREDITÀ LA GIOIA.
«Essi, cioè i giusti, si rallegreranno al vostro cospetto, o Signore,
diceva già Isaia, come mietitori ricchi del loro raccolto, come vincitori nel
dividersi le spoglie» (ISAI. IX, 3). Il Signore dice: «I miei servi mieteranno
nell'abbondanza e voi patirete la miseria; i miei servi saranno dissetati, e voi
morrete di sete; essi gioiranno, e voi sarete confusi; intoneranno, nel giubilo
dei loro cuori, cantici di allegrezza e di lode, e voi manderete strida col
cuore spezzato, gemerete nella tristezza del vostro spirito» (ISAI. LXV,
13-14). A conferma del detto del
Salmista: «Starà il giusto in festa e in gioia» (Psalm. L VII, 10),
noi abbiamo la vita degli anacoreti del deserto, dei quali narra Palladio, che
mettevano stupore in chi li vedeva raggiare di tanta gioia in mezzo agli orrori
della solitudine; così dolce e grande era il gaudio loro, che non si era visto
mai l'uguale su la terra, anche per riguardo all'allegrezza corporale, perché
non si vedeva nessuno di loro di volto oscuro e triste (In Lausiac. C.
LII). E ad elogio di ogni santo può ripetersi quello che dell'apostolo Andrea
diceva S. Bernardo: «Andò alla croce non solo rassegnato e paziente, ma
volenteroso, lieto e giubilante, quasi che s'incamminasse ad un banchetto, ad
incomparabili diletti».
LA
GIOIA CRISTIANA È TESTIMONIO DI UNA BUONA COSCIENZA.
- «La più sicura prova che si ha di essere in grazia di Dio è la gioia
spirituale», sentenzia S. Bonaventura (Speculum c. III); facendo eco a
S. Paolo che aveva notato come frutto dello Spirito Santo la gioia (Galat.
V, 22).
«La
buona coscienza, scrive S. Agostino, è tutta nella speranza; e la speranza è
il fondamento della gioia» (Soliloq.); S. Ambrogio, spiegando quel testo
dei Proverbi (XV, 15): «Una coscienza tranquilla è un festino continuo,
esclama: Che nutrimento più appetitoso di quello di cui si ciba un'anima pura
ed innocente? » (Offic.). «Non già le grandezze, dice il Crisostomo,
non le ricchezze, non la potenza, non la forza, non qualunque altra cosa di
questo mondo danno la gioia all'anima e al cuore, ma solo la buona coscienza ha
il segreto di procurarla» (Homil. ad pop.).
SOAVITÀ
DELLA GIOIA CRISTIANA.
- «Dove trovare cosa più dolce; scriveva Tertulliano, che essere amato da Dio,
conoscere Dio, detestare l'errore, ottenere il perdono dei propri peccati? Qual
piacere più soave che disprezzare la voluttà e il mondo, essere libero della
libertà dei figli di Dio, avere una coscienza monda, non temere la morte,
calpestare le false divinità, cacciare i demoni, vivere di Dio e per Iddio?
Questi diletti, questi spettacoli dei cristiani, sono santi, perpetui, gratuiti
(De Spectac., c. XXVIII)».
Le
gioie cristiane sono prodotte dall'intima unione del Verbo con l'anima. Ora dove
trovare una felicità uguale? In quest’unione casta, immacolata, vi è un
festino continuo, e sovente vi si mangia l'agnello pingue, dice S. Lorenzo
Giustiniani. Vi si gusta la pace interiore, la tranquillità sicura, la felicità
tranquilla, una grande dolcezza, una fede calma, una società amabile, i baci
dell'unità, le delizie della contemplazione, la soavità nello Spirito Santo. Là
è la porta del cielo, l'ingresso al paradiso, dal talamo nuziale la sposa
scende bene spesso al cielo, e sovente lo Sposo divino discende dal cielo verso
la sposa. Ella vive senza timore, senza inquietudine intorno alla sua salvezza;
penetra nelle sublimi dimore dello Sposo, come nella casa del suo diletto, nella
sua propria possessione; poiché per riscattarla, lo Sposo si è venduto egli
medesimo e a lei si è dato. Per redimerla ha lottato con le tentazioni, ha
combattuto contro gli spiriti malvagi, e contro di loro combatte tuttora. Non da
temeraria, ma da confidente, ella entra negli appartamenti dello Sposo; poiché
se vi fu un tempo in cui era come straniera alla città santa, al presente essa
ne è divenuta la concittadina insieme coi santi; è divenuta la sposa del Verbo
e, per un privilegio d'amore, tutto ciò che è dello sposo a lei appartiene.
Infatti il vero amore niente serba esclusivamente ad uso suo, ma dà a larga
mano e quello che ha e se stesso; ed in forza della medesima legge, della
medesima carità, che lo spinge a dare quello che possiede, si serve egli anche
di quello che hanno gli altri. E per questa esuberanza di mutuo amore, vi corre
tra l'anima e il Verbo una perfetta famigliarità in parole, in confidenza, in
sicurezza della grazia e della gloria, senza distinzione di condizione (De
inter, Conflictu). «La gioia
dei giusti è, dice il Crisostomo, una vera nuova creazione dell'anima e del
corpo, il presagio e il fiore dell’eterno frutto. Perciò l'Apostolo esorta i
fedeli a gioire del continuo nel Signore» (Homil. ad pop.),
«La
tranquillità della coscienza, scrive S. Ambrogio, e la sicurezza dell'innocenza
formano la vita felice (Offic.)». A ragione pertanto Clemente di
Alessandria chiama la vita dei giusti un giorno di continua santità, festa e
letizia (Lib. Stromat); poiché qual cosa può temere dal secolo,
dice S. Cipriano, chi ha nel secolo per suo tutore Iddio? (Epistola ad Martyr).
«Non vi è gioia che uguagli la gioia del cuore, dice Rabano; nessuna
gioia terrena si può paragonare con la gioia della vera sapienza che consiste
nella verità, nella contemplazione della verità, nella conoscenza di Dio» (De
adep. virtut.). Nell'anima che
gioisce nel Signore, si verificano alla lettera e nel loro vero senso le parole
del Signore: «Io verserò su di voi la pace a guisa di un fiume, e la gloria
delle nazioni come un torrente; sarete portati tra le braccia, e i popoli vi
carezzeranno su le ginocchia come bimbi lattanti. Io vi consolerò come la madre
consola il bambino, e Voi ne gioirete. Vedrete, e ne andrà in giubilo il vostro
cuore, le vostre ossa si rianimeranno come l'erba; i servi del Signore
conosceranno il suo braccio» (ISAI. LXVI, 12-14); quel braccio che avrebbe
attirato secondo la profezia di Osea, gli uomini con catene di amore (OSE. XI.
4). Ecco come parla chi poté
confrontare questa gioia con quella del secolo: «Oh! quanto mi fu dolore a un
tratto essere privo delle gioie insipide e leggere del mondo di modo che mi
pareva una gioia indicibile il perdere quello che poco prima parevami il colmo
della sventura perdere! Poiché tu le cacciavi da me, tu, o somma e vera
dolcezza; sì, tu le snidavi e in vece loro, entravi tu, più soave di ogni
piacere e di ogni gioia (Confess., 1. VIII, c. XI) ».
La gioia cristiana è il segno di una buona e pia volontà; è
l'ornamento e il fiore delle virtù. Per il possesso di Gesù Cristo la gioia
del cuore non ha misura, l'anima si rinnova e si sente sopraffatta da una
dolcezza ineffabile; ottiene l'intelligenza spirituale, i lumi della fede
l'aumento della speranza, il fuoco della carità, l'affetto della compassione,
lo zelo della giustizia, il diletto delle virtù. L'anima in braccio alle gioie
spirituali ha nell'orazione famigliari colloqui con Dio, si accorge che è
ascoltata e sovente esaudita; parla con lui a faccia a faccia ed ascolta quello
ch'egli le dice, guadagna a sé il suo Dio, gli fa dolce ma forte violenza, lo
incatena con la sua preghiera tutta spirante consolazioni e gioie celesti...
Beata
e felice le mille volte dunque l'anima fedele che corrisponde alle grazie di Gesù
Cristo! Essa trova e riceve fin da questa vita il centuplo di quello che ha
sacrificato per Cristo; è contenta, ricca e in pace; si assicura con la buone
opere il conseguimento dell'eterno gaudio degli eletti nella celeste Gerusalemme,
di maniera che passa dalla gioia della grazia alla gioia della gloria, dal fiume
delle delizie che gusta in Dio quaggiù in terra all'oceano infinito dell'eterno
possesso di Dio...