LA
FELICITA’
DESIDERIO
DELLA FELICITA’. - L'uomo
desidera irresistibilmente la felicità, la vuole,
la cerca, è fatto per possederla. Essendo l'uomo creato a immagine di Dio, e
destinato a goderlo per tutta l'eternità, Dio gli ha dato una capacità ed un
desiderio, quasi infiniti, di felicità che nessuna cosa creata può soddisfare.
LA
FELICITÀ NON SI TROVA SU LA TERRA.
- Sette cose, dice il Venerabile Beda, si richiedono per formare la felicità e
nessuna di esse si trova su questa terra: una vita non minacciata da morte, una
gioventù non mai avvizzita da vecchiaia, un'intelligenza sempre lucida, una
gioia senza nube di tristezza, una pace non mai turbata, una volontà non mai
ostacolata, un regno senza rischio di perderlo. Il possesso di queste sette cose
forma la vera felicità, ma quale di esse si può trovare nel mondo? Via dunque
da noi la voglia di andare cercando quaggiù la felicità...
Se la felicità
fosse un bene di questa terra, si dovrebbe trovare soprattutto nelle ricchezze,
negli onori, nei piaceri. Ora queste tre cose non sono che vanità e inganno e
perciò non possono appagare il cuore dell'uomo e saziarne i desideri.
D'altronde, essendo gli uomini destinati tutti quanti alla felicità, questa
dev'essere cosa che tutti possano conseguire; ma si può dire questo delle
ricchezze, degli onori, dei piaceri?...
Si
trova forse la felicità nelle ricchezze? Ma i travagli che porta seco
l'acquistarle, le cure che bisogna sostenere per conservarle, la fame di
aumentarle, il timore di perderle, gli inganni a cui espongono, i dispiaceri che
cagionano, altamente proclamano che la felicità non è nelle ricchezze...
Sarà
forse negli onori? Ma gli onori non sono altro che fumo; quelli che li
posseggono sono costretti a dire con Salomone: «Vanità delle vanità, e tutto
è vanità» (Eccle. I, 2). Gli onori sono una schiavitù dorata, una
splendida servitù, un fardello pesante. Interrogatene i monarchi... chiedetene
al sommo Pontefice...
L'incontreremo
nei piaceri? Ah! vi risponda il prodigo, il voluttuoso... Quanti inganni, quante
amarezze, quanti disgusti, quanti rimorsi, quante agonie, quante infermità!...
E poi quanto durano i piaceri della terra? Non ci sfuggono forse di mano nel
punto stesso in cui crediamo di afferrarli!? Il cuore meno contento e meno
felice è quello che più sfrenatamente corre loro dietro...
«Tutte
le felicità del secolo, dice S. Agostino, rassomigliano ai sogni. Chi sognando
conta grandi tesori, si crede ricco; ma allo svegliarsi si accorge di essere
povero: così avverrà agli uomini che amano le cose di quaggiù. Buon per loro,
se si svegliassero ora, mentre lo svegliarsi torna loro utile! che altrimenti
saranno svegliati poi contro loro voglia. Svegliatevi adunque, o addormentati
del secolo, scuotetevi dal sonno ingannatore che si è impadronito di voi,
dissipate il sogno che v'illude» (Serm.).
Solo
il saggio è felice, perché non desidera nulla; chi desidera qualche cosa è già
infelice, perché o non può averla, o, quando l'ha ottenuta, non gli basta. «Gli
stolti, dice il Salmista, hanno chiamato beato il popolo che abbonda dei beni
terrestri. Ah no! beato è solamente il popolo che ha per suo Dio il Signore» (Psalm.
CXLIII, 15).
«Che
cosa è la vita nostra presente?» domanda S. Giacomo; e risponde: «È un
vapore che sfuma nel mentre stesso che si guarda» (IV, 15). La vita è un
soffio, un buffo di fumo, una goccia di rugiada, una folata di vento. Che cosa
è la terra? la regione dei morti, nella quale, scrive S. Agostino, « non
s'incontrano che fatiche, dolori, timori, tribolazioni, gemiti, sospiri (De
Civit) ». Non si può dunque trovare in essa la felicità.
Dice
S. Gregorio: «La vita di quaggiù è faticosa; è più vana delle favole, più
veloce di un corridore; posa su l'instabilità, su la debolezza e non ha forza
di resistenza. È una catena di risoluzioni incostanti, di agitazioni continue,
di lavoro senza tregua. Dov'è chi non sia tormentato dal dolore, dalla
sollecitudine, dal timore? La tristezza è compagna dell'allegria; una sazietà
penosa ed opprimente succede alla fame, ed alla sazietà segue di nuovo
l'ingorda fame. Nella notte si desidera il giorno, di giorno si desidera la
notte; se il freddo ci punge, sospiriamo il caldo; se il calore c'incomoda, ci
auguriamo il freddo. Appetito e voglia prima del cibo; incomodi, noia, torpore
dopo il mangiare. Una folla di passioni tiranniche si palleggiano l'uomo» (Moral.).
Ma
nessuno meglio di Salomone può parlarci al vero delle felicità del mondo. Ecco
quello che ci dice per esperienza: « Io feci opere grandi, fabbricai palazzi e
piantai vigne. Coltivai orti e giardini popolati di ogni sorta di piante. Formai
peschiere e stagni per irrigare le selve dei giovani arboscelli. Ebbi in mio
dominio servi ed ancelle con molta famiglia, armenti e greggi di pecore
numerosi, sorpassando tutti quelli che furono prima di me in Gerusalemme.
Ammassai argento ed oro, e quello che avevano di più prezioso i re e le
province; mi circondai di cantori e di cantatrici, mi provvidi delle delizie dei
figli degli uomini, di coppe e di vasi per mescere i vini. Superai nelle
ricchezze tutti quelli che furono prima di me in Gerusalemme, e la sapienza
ancora fu sempre con me. Non negai agli occhi miei nulla di tutto quello che
desideravano, non vietai al mio cuore il godere di ogni piacere, il deliziarsi
in tutte queste cose preparate da me; e questa credetti mia porzione, il godere
delle mie fatiche. Ma volgendomi poi a tutte le opere fatte dalle mie mani, e
alle fatiche nelle quali aveva sudato inutilmente, in ogni cosa io vidi vanità
e afflizione di cuore, e che niente dura sotto il sole» (Eccle. II,
4-11).
E
altrove il medesimo Savio dice: «Al mio nascere ho respirato anch'io l'aria
comune a tutti, sono stato deposto su la terra, e la mia prima voce, come quella
di tutti gli altri, fu di vagito (Sap. VII, 1, 3)». E a questo
proposito, S. Agostino osservava che il bambino presente e, senza saperlo,
profetizza le mille avversità che l'aspettano e già le deplora (Serm.).
Tutti i beni di questa terra non hanno di bene altro che l'apparenza;
solleticano l'appetito, ma non lo saziano; dilettano gli occhi, ma non
nutriscono l'anima. Di loro può dirsi quel che dice Geremia dell'uomo: «Maledetto
chi si confida nell'uomo, chi si appoggia sopra braccio di carne e distoglie il
suo cuore dal Signore» (IEREM. XVII, 5). «Il mondo invita e alletta, scrive S.
Bernardo, per avvelenare e uccidere (Epist.)».
«Il
riposo, sono parole di S. Agostino, non è su la terra dove voi lo cercate.
Cercatelo pure, ma cercatelo almeno dove potete trovarlo. Perché cercare la
vita felice nel regno della morte? Non è qui che si trova. Infelice l'anima
audace che si lusinga, allontanandosi da te, Signore, di trovare qualche cosa di
meglio. Volgiti e rivolgiti sul fianco, sul petto, sul dorso, qualunque sia il
tuo letto, sarà sempre duro. Tu solo, o Signore, sei il vero riposo (Confess.
lib. IV, c. 12). E come tu hai voluto, così avviene: ogni affetto disordinato
è castigo a se stesso (Id. ib.)».
«Fatta
ad immagine di Dio, dice S. Bernardo, può bene l'anima ragionevole occuparsi di
qualunque cosa le talenti, ma nessuna può soddisfarla se non Dio (Serm)».
L'uomo cerca la sua felicità nelle passioni; ma il seguirle è peccare e
la felicità non si trova nel peccato... Che anzi come assicura San Paolo, «tribolazione
e angoscia sono nell'anima di chi fa male» (Rom. II, 9). «Ben lungi dal
trovare soddisfazione nello sfogo delle passioni, l'anima corrotta, dicono i Proverbi,
languisce sempre di fame » (XIX, 15); e, come dice il Salmista, i peccatori
girano sempre attorno alla felicità, senza mai afferrarla (Psalm. XI,
8). Le passioni sono fiele senza stilla di miele; e quanto più
ingagliardiscono, tanto maggior desolazione, disgusto e tormento cagionano... I
mondani si aggrappano a puntelli vani, malfermi, tarlati. Questo attaccamento li
getta in una continua agitazione che li rende infelici. «No, dice S. Bernardo,
le gioie sante non stanno in un cuore che è occupato dai desideri terreni (In
Evang.)».
Adamo,
cerca di accrescere la sua felicità col peccato, e perde quello che aveva - «Dove
sei, o Adamo?» (Gen. III, 9), chiama il Signore. Io ti avevo messo in un
luogo di delizie, ed ora ti trovo in uno stato ben differente da quello in cui
eri. Io ti avevo vestito di gloria, tu camminavi innanzi a me onorato e lieto;
ora ti scorgo, nudo e vergognoso, andare in traccia di un nascondiglio. Come mai
ciò? Donde tale disgrazia? Qual ladro ti ha spogliato di tante buone qualità,
e ti ha ridotto a così misera condizione? Di dove nasce il sentimento di nudità
e di confusione che tu provi? Perché fuggi? Perché arrossisci? Perché ti
nascondi? Chi ti accusa? Forsechè ti stanno innanzi dei testimoni che ti
schiacciano con le loro deposizioni? Qual è l'origine di questo tuo improvviso
terrore? Che ne è adesso delle magnifiche promesse del serpente? Dov'è la tua
tranquillità d'animo? Dove la tua sicurezza di prima? Come si è sbaldanzito il
tuo coraggio? Che ne hai fatto della pace della coscienza? Dove andarono i
grandi beni che possedevi? Chi ti ha strappato dal cuore l'amore figliale,
sorgente per te di tanta felicità? Il tuo timore, la tua vergogna sono prove
della tua colpa; le tenebre che tu cerchi, indicano che tu hai peccato. Dove sei
tu dunque, Adamo? - Io non cerco in qual luogo, ma piuttosto in quale stato ti
trovi. Vedi dove ti ha condotto la tua disobbedienza! a fuggire quel Dio, che
poco prima con tanto desiderio cercavi!...
DOVE
SI TROVA LA FELICITÀ? - 1°
Dov'è la felicità? La felicità si trova
dove l'ha messa Gesù Cristo. Or bene, ascoltate quel che dice Gesù Cristo: «Beati
i poveri di spirito (cioè i cuori semplici, retti ed umili), perché a loro
spetta il regno dei cieli. Beati i miti, perché essi possederanno la terra.
Felici quei che piangono, perché saranno consolati. Felici quelli che hanno
fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Felici i misericordiosi,
perché otterranno misericordia. Beati quelli dal cuore puro, perché vedranno
Dio. Beati i pacifici, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati quelli che
soffrono persecuzione per la giustizia, perché erediteranno il regno dei cieli»
(MATTH. V, 3-10). «Beati quelli che ascoltano e osservano la parola di Dio (Luc.
XI, 28). Ecco dove Gesù Cristo colloca la felicità.
Il mondo la ripone altrove; per lui essa consiste nelle ricchezze, negli onori,
nei piaceri. Ora, dice S. Bernardo, «o Gesù Cristo si inganna, o il mondo è
in errore (Serm. in Evang.)». Ma è impossibile che la divina sapienza
s'inganni ed è perciò il mondo che sta nell'errore: tutti quelli pertanto che
amano e servono il mondo, tutti quelli che corrono dietro alle sue vanità, sono
nell'illusione e nell'accecamento, secondo quelle parole del Salmista: «La vita
di costoro è un cadere di errore in errore» (Psalm. XCIV, 10). Gesù
Cristo, al contrario, che è la via, la verità e la vita, insegna con le parole
e con gli esempi qual è la vera felicità e quale la vera infelicità, dove e
quella e questa si trovano, quel che bisogna fuggire e quello che si deve fare
per conseguire la vita eterna che è la felicità.
Faccia
Iddio che tutti i cristiani ponderino attentamente, come è loro dovere, e
profondamente imprimano nei loro cuori, e chiaramente palesino nei loro fatti
questa verità, che il cedere alle passioni infiamma alla concupiscenza, e che
l'abbracciare la croce, la spegne. Gli apostoli trovavano la felicità dove
l'aveva loro indicata il divin Maestro. Mettendo in pratica le lezioni del
sermone sul monte, essi passarono la loro vita nella obbedienza a Gesù Cristo.
2°
Dov'è la felicità?
Nel disprezzo delle ricchezze, degli onori, dei piaceri del mondo; e
nell'accettazione della povertà, dell'umiltà, della morte. «La vera felicità,
scrive S. Eucherio, sta nel disprezzare la felicità del secolo, nel lasciare da
parte le cose terrene per cercare le divine (Epist. ad Valerian.)».
3°
Dov'è la felicità?
Nelle afflizioni e nelle croci. Dice S. Paolo ai Corinzi: «Quando sono debole,
allora sono potente » (XII, 10), « è tripudio di gioia in mezzo alle
tribolazioni (Id. VII, 4). E ai Galati protestava che di nient'altro egli
si vantava se non della croce di Gesù Cristo, in virtù e per amor del quale il
mondo era crocefisso a lui ed egli al mondo (VI, 14).
«Nessuno, dice Salviano, è tanto felice quanto chi di propria conoscenza e
volontà abbraccia la croce. Le persone religiose sono umili, ma per loro
volere; sono povere, ma godono della povertà loro; respingono l'ambizione,
calpestano gli onori, non schivano i dispregi, ma tutto fanno di buon grado;
piangono, ma hanno care le lacrime; soffrono, ma desiderano di patire. Qualunque
cosa avvenga a quelli che sono veramente pii, dobbiamo
chiamarli felici; perché se sono messi alla prova,
nelle prove trovano la loro felicità: accettano e desiderano le prove» (De
gubernat. Dei).
O
soffrire, o morire - diceva S. Teresa. Basta, o Signore, basta - esclamava S.
Francesco Saverio, nella foga delle consolazioni che provava in mezzo alle
fatiche, agli stenti, alle tribolazioni dell'apostolato. «O potenza delle
lagrime! predicava S. Efrem; in esse è il rimedio dei peccati, per esse gli
infelici diventano beati; le lagrime lavano e purificano l'anima; smorzano la
voluttà, perfezionano le virtù» (Serm.).
4°
Dov'è la felicità?
Nell'osservanza della legge di Dio. «Beato l'uomo, dice Davide, che ama la
legge del Signore, e la medita notte e giorno» (Psalm. I, 1-2). «Non si
dà cosa più dolce, dice il Savio, che quella di tenere sempre l'occhio rivolto
ai comandi del Signore» (Eccli. XXIII, 37). Gesù Cristo dice: «Beati
coloro che odono la parola di Dio, e la osservano» (Luc. XI, 28). La
legge di Dio è dolce, giusta e perfetta, insegna la via alla somma felicità e
vi conduce.
5°
Dov'è la felicità?
Nel timore di
Dio. Davide non solamente dichiara beati tutti quelli che temono il Signore (Psalm.
CXXVII, 1); ma aggiunge che questi tali prendono piacere ad adempire la legge di
Dio (Psalm. CXI, 1). Tobia diceva a suo figlio: «Sta di buon animo, o
figlio mio; noi meniamo una vita povera, è vero, ma
avremo grandi ricchezze se temeremo Iddio» (Tob. IV, 23).
6°
Dov'è la felicità?
Nella vittoria su le proprie inclinazioni. «Beati quelli dal cuore puro, dice
Gesù, perché essi vedranno Iddio» (MATTH. V, 8). «Somma voluttà, dice S.
Cipriano, è aver vinto e soggiogato la voluttà (De discipl. et bono pudic)».
7°
Dov'è la felicità?
Nella virtù, risponde S. Paolo, il quale assegna come porzione di chi fa il
bene, ossia vive virtuosamente, la gloria, l'onore, la pace (Rom. II,
10).
8°
Dov'è la felicità?
Nella pace della coscienza. «La nostra gloria, scriveva l'Apostolo, sta nella
testimonianza della nostra coscienza, la quale ci assicura che siamo vissuti in
questo mondo e in mezzo a voi, nella semplicità del cuore e nella sincerità di
Dio; non secondo la sapienza della carne, ma secondo la grazia di Dio» (II Cor.
I, 12). È sentenza del Savio, che il testimonio della buona coscienza è
maggior piacere che un lauto festino (Prov. XV, 15).
«Nessuno è infelice, osserva Salviano, perché gli altri lo stimano tale; ma
è veramente infelice chi sente il rimorso di una cattiva coscienza, mentre
felicissimo è chi l'ha retta e pura» (De Gubernat. Dei). S. Agostino
così parlava di se stesso a Secondiano: «Pensa pure quello che vuoi di
Agostino; quello solo che io brama per vivere felice, si è che la coscienza non
mi accusi in faccia a Dio (Epistola ad Secundianum)».
«Che
cosa vi è di più prezioso, notava S. Bernardo a papa Eugenio, di più
rassicurante, di più
consolante che una buona coscienza? Non si può perdere come gli altri beni di
questo mondo, non teme gli affronti, né i tormenti del corpo, e della morte
gode più che non si affligga» (De Considerat.). Il medesimo
santo diceva: «Vuoi tu non essere mai triste? Vivi da buon cristiano: una vita
santa è inseparabile dalla felicità, una coscienza colpevole è sempre in
angoscia (In Psalm)». «Se tu fai bene, disse Dio a Caino, non ne ricevi
forse la mercede? e se male, non ti rimorde forse subito la coscienza del
peccato?» (Gen. IV, 7).
«Due cose rendono felice la vita, dice S. Ambrogio, la tranquillità
della coscienza, e la sicurezza dell'innocenza (Lib. II
Offic.. c. I)».
E a lui fa eco S.
Agostino che afferma non darsi felicità maggiore di quella che proviene
dall'avere la coscienza tranquilla (De Civit. lib. XXI).
9°
Dov'è la felicità?
Nella grazia di Dio. La gioia dello spirito e la vera felicità consistono nel
possesso della grazia santificante. Può immaginarsi felicità uguale a quella
di essere in istato di grazia, amico di Dio, suo figlio diletto?...
10°
Dov'è la felicità?
«Non vi è nulla di più felice, risponde Tertulliano, che l'amicarsi con Dio,
conoscere la verità, provare disgusto dell'errore e sapere che ci sono
perdonate le nostre colpe. Può darsi un principio di felicità più feconda,
che quello di aver in dispregio i piaceri e le cose del mondo, di possedere la
vera libertà, ed una coscienza intemerata, di menare una vita non agitata da
passioni, di essere preparato alla morte, di vincere i demoni,
di vivere per Iddio? Ecco la felicità, ecco i
diletti del buon cristiano: diletti santi, continui, gratuiti» (De spectat.
cap. XXVIII). «Chi vuol essere beato, dice Lattanzio, deve ascoltare la voce di
Dio, cercare la sua giustizia, disprezzare le cose umane, e cercare le divine»
(Instit. divin., lib. VI). «Chi è, domanda il Salmista, che ama la vita
e desidera giorni felici? È colui che schiva il male e fa il bene; che cerca la
pace e le tiene dietro senza posa» (Psalm. XXXIII, 12-14).
11°
Dov'è la felicità?
È esclusivamente nella conoscenza, nell'amore, e nel servizio di Dio. «Tu
basti a Dio, dice S. Agostino, ora perché Dio non basterà a te? (De
Trinit. lib. I,
cap. VIII)». «Ah Signore! Voi ci avete fatti per voi, e il nostro cuore sarà
sempre inquieto, finché in voi non posi (Confess. lib. I, cap. I)». «Ami
tu le ricchezze? domanda ancora il medesimo santo, Dio sarà il tuo bene.
Desideri sorgenti d'acque pure? e qual cosa più limpida e pura che questa
sapienza infinita? Ah! tutto quello che può essere quaggiù amato, ti aiuti ad
amare Colui che è il creatore di tutte le cose» (In Psalm. LXII). «Se
noi desideriamo,
continua S. Agostino raggiungere la felicità in terra, bisogna che possediamo
Dio il quale possiede tutto e ha creato ogni cosa; noi avremo in lui quanto
possiamo desiderare di gioia e di purezza. Ma siccome nessuno possiede Iddio, se
Dio non lo possiede egli stesso, diventiamo noi il bene di Dio, ed egli diventerà
il bene nostro. E che felicità più grande di quella di possedere Dio? In lui
troviamo tutti i beni, perché viviamo in lui e per lui. Quale cosa potrà
bastare a colui al quale non basta Dio? Perché cercare altrove la felicità,
mentre Dio è la felicità somma?» (In
Monit. sal.).
«
Sola, e solo vera felicità è quella, dice S. Bernardo, che deriva non dalla
creatura, ma dal Creatore e che non può essere tolta da nessuno a chi la
possiede. È quella in paragone della quale ogni altra gioia è tristezza; ogni
piacere è tormento; ogni soavità è amarezza; ogni beltà è laidezza; insomma
ogni sorta di diletto è molestia e noia (Epist. CXIV)».
L'amore trasforma l'amante nell'oggetto amato, poiché l'anima vive piuttosto in
colui che essa ama che non nel corpo che essa anima. Ora, l'amor di Dio produce
sei frutti che comunicano la vera felicità: 1°
rischiara l'intelletto; 2° infiamma il cuore; 3° riempie di piaceri; 4°
inspira un desiderio ardente di possedere Dio; 5° sfama l'anima. 6° procura
l'estasi e rapisce ammirabilmente l'uomo verso Dio...
Ecco il paradiso nel quale ci è dato di entrare anche mentre restiamo col corpo
su la terra... La conoscenza, l'amore, e il servizio di Dio non recano mai noia,
né disgusto, né pentimento; l'uomo anzi prova, nell'adempire così dolce e
vantaggioso dovere, una contentezza ineffabile che va più crescendo quanto più
religiosamente si compie. Al contrario, nella conoscenza, nell'amore, nel
servizio del mondo
o di se stesso, tutto è amarezza, nausea, rimorsi; e più uno vi s'ingolfa, più
è infelice.
«Voi siete stati ricolmi di tutte le ricchezze in Gesù Cristo, dice il grande
Apostolo, dimodochè non vi manca alcun dono» (I Cor. I, 5, 7). «Rallegratevi
adunque incessantemente nel Signore, e non mi stanco di ripetervelo,
rallegratevi e gioite» (Philipp. IV, 4). «Rallegratevi, osserva S.
Anselmo, non nel secolo, ma nel Signore; perché, a quel modo che nessuno può
servire a due padroni ad un tempo, così non può rallegrarsi e gioire nell'uno
e nell'altro insieme. La gioia del mondo e quella di Dio sono del tutto diverse
e incompatibili fra loro. Questa è vera e piena, quella è vuota e ingannatrice»
(Lib. de Simil.).
«Fate festa, ci dice S. Bernardo, e tripudiate, perché Iddio con la mano
sinistra vi ha arricchiti di doni e con la destra vi colmerà di ricompense. La
sua mano sinistra vi sostiene, la destra vi accoglie: quella medica e guarisce,
questa abbraccia e glorifica. L'una vi dà i rimedi e i meriti, l'altra le
corone e le delizie» (Serm. in Psalm.).
«La
vita beata, dice S. Agostino, sta nella conoscenza della divinità, nel merito
delle buone opere; il merito delle buone opere poi conduce all'eterna felicità»
(Serm. CXII,
de temp.).
« L'uomo diventa felice se si
procura la felicità che non svanisce, e questa felicità non è altro che Dio.
Egli è la beatitudine eterna; per lui l'uomo giunge alla sapienza perfetta,
riceve la luce imperitura, acquista la vita immortale» (Serm. XXXVIII).
Quindi, così sfogava con Dio la piena dei suoi affetti lo stesso santo: «Ogni
abbondanza che non sia tu, o mio Dio, per me è fame; niente appaga l'anima
fatta a immagine di Dio, se non Dio medesimo. Lungi da me, o Signore, lungi
dall'animo del tuo servo il pensiero di credersi felice, qualunque sia la
felicità che io possa provare lontano da te. Solo in te è la vera felicità,
retaggio non dei traviati, ma di quelli che a te servono fedelmente. La vita
felice consiste nel godere presso di te, in te, e per te e altra non ve n'è
fuori di questa... Allorquando io mi attaccherò a te, o Signore, con tutte le
mie forze, io non patirò più dolore, né travaglio, né fatica: piena di te,
la mia vita sarà davvero vivente; ma al presente, perché io non sono pieno di
te, sono di peso a me stesso (Soliloq.)».
«Niente
è paragonabile alla conoscenza di Dio, dice il medesimo dottore, perché niente
ci rende tanto felici; è anzi questa conoscenza medesima la vera felicità.
Questa è la ragione per cui il Salvatore diceva al Padre: La vita eterna
consiste nel conoscere te che sei il solo Dio vero, e conoscere Gesù Cristo che
tu hai mandato» (Serm. CVII,
de Temp.).
Penetrato della medesima verità,
animato dai medesimi desideri, così diceva il Salmista: «Il Signore è la
porzione della mia eredità e del mio calice. Sei tu, o Dio, che mi hai da
restituire il patrimonio» (Psalm. XV, 5). «La sorte è caduta per me su
le cose migliori, e certamente il retaggio mio è prezioso per me» (Ib.
6). «Il Signore è mio sostegno, io non difetterò di nulla, perché mi ha
messo in pascoli ubertosi» (Id. XXII, 1-2). «I ricchi soffrirono
indigenza e fame, ma coloro che cercano il Signore hanno beni in abbondanza» (Id.
XXXIII, 10). «Fortunato chi ha riposto nel Signore la sua fiducia, e non degnò
neppure di uno sguardo le vanità e le inezie ingannatrici!» (Id. LXXIX,
4). «L'anima mia non pativa più di essere consolata; allora mi rivolsi al
Signore e fui inondato di gioia» (Id. LXXVI, 3). «Ogni mia felicità
sta nel tenermi stretto a Dio (Id. LXXII, 27). «Provate e vedete quanto
sia dolce il Signore» (Id. XXXIII, 8). - Si rallegrino tutti quelli che
cercano il Signore» (Id. CIV, 3).
S.
Lorenzo Giustiniani dice del connubio divino del Verbo eterno con l'anima
fedele: «Là si celebra un continuo convito, là si mangia spessissimo il vero
vitello pingue; là si gusta la pace interiore, la tranquillità che nulla teme,
la felicità tranquilla, la gioia suprema, la fede serena, la società amabile,
i baci dell'unione, il diletto della contemplazione, la soavità nello Spirito
Santo. Là è la porta del cielo, l'entrata al paradiso (Lib. de Ligno vitae)».
«Non lusingatevi, dice S. Eusebio, di trovare la felicità
nell'anfiteatro del mondo, dove siamo stati mandati a combattere. Qui ben si può
preparare la felicità, ma non goderne. Non cercate qui ciò che nessun santo,
ciò che nessun confessore poté trovare, al termine del suo lavoro. Non cercate
qui, quello che nemmeno Cristo qui ottenne. Se il mondo avesse la pace, i
martiri non avrebbero la gloria (In Chronic)».
Il
Savio ci assicura che il Signore conduce il giusto per vie diritte, gli mostra
qual sia il suo regno, e gli dà la scienza dei santi; benedice la sua fatica e
prospera il suo lavoro (Sap. X, 10). Quindi esclama: «Come buono e soave
è lo spirito vostro, o Signore, in tutte le cose!» (Id. XII, 1).
Nella
Genesi si racconta che essendo Iddio con Giuseppe, mentre questi
trovavasi in Egitto, ogni cosa gli riusciva bene (XXXIX, 2). E nel Libro I
dei Re leggiamo che Israele, avendo cercato il Signore, si riposò in lui (VII,
2). Apprendiamo da questo che non vi è riposo, non sincera felicità, non
durevole prosperità fuorché in Dio, nel servire lui, nell'amarlo. Solo Dio dà
la pace della coscienza, la pace del prossimo, la pace coi nemici, la pace in
mezzo alle tentazioni, la pace con noi medesimi. Cerchiamo di riposarci in Dio,
perché egli solo è il nostro fine verso, cui dobbiamo tendere sempre; in lui
solo è la vera felicità; stringiamoci a lui con la fede, la sapienza, e tutte
le altre virtù.
S.
Bernardo mette in bocca a Gesù Cristo queste parole: «Io vi ristorerò con una
vivanda segreta, adempirò le vostre brame, smorzerò la vostra sete, vi
concederò il riposo; niente più vi resterà a desiderare, perché in me sono i
pascoli della vita, in me è la dolce e vera sazietà» (Serm. in Cantic.).
«E'
ben giusto, dice S. Agostino, che perda voi, o Signore, chiunque vuol cercare
consolazione da altri che da voi. Ah! io vi prego di far sì che ogni cosa mi
riesca amara, affinché voi solo siate dolce al palato dell'anima mia, voi che
siete la dolcezza inestimabile, che addolcite ogni amarezza (Lib. Confess.)».
E altrove dice che «colui il cui godimento è Cristo, non può mai essere
privato della sua felicità; perché imperitura ed eterna è quell'allegrezza
che si alimenta di una contentezza eterna (Sentent. LXI)». Clemente
Alessandrino chiama la vita del giusto una santa festa perenne (Strom., lib.
IV). «E come mai si avrà da temere del mondo, dice S, Cipriano, quando si
ha quaggiù Dio per protettore? (Epist.)». Suvvia, adunque, anima
cristiana, unisciti a Dio solo, rallegrati di lui solo, siedi alla sua mensa,
egli sarà tuo assiduo commensale e si farà egli medesimo tuo banchetto. Digli
con la Sposa dei Cantici: «Il mio diletto è tutto mio, ed io sono tutta sua»
(Cant. II, 16).
La
somma felicità dell'uomo è che Dio regni in lui, e che esso riposi in Dio.
Perché primieramente Dio è un re giustissimo e ottimo che comanda con
ineffabile dolcezza, bene diversamente dai tiranni, quali sono il mondo, il
demonio, la carne, che comandano con insolenza cose inique e durissime... In
secondo luogo, il regno di Dio consiste nella grazia e nelle virtù, nella fede,
nella speranza, nella carità, ecc., doni preziosi che Dio comunica all'anima
affinché se ne giovi per andare a lui, suo bene supremo. Dio governa l'anima
rivelandosi a lei, e inspirandole il desiderio di essere unita a lui, di amarlo
e servirlo. E che cosa vi è di più nobile e più felice che il conoscere la
verità suprema, l'amare la bontà infinita, l'adorare e servire la maestà
immensa? In terzo luogo, Iddio stabilì il suo regno non per utile suo proprio,
ma dell'anima ch'egli governa; utilità per lei importantissima e
impareggiabile, perché ha lo scopo di farla vivere di una vita di pietà, di
santità, di virtù, di grazia; affinché si meriti il regno e la gloria celeste
dove possederà Iddio e tutti i doni suoi in eterno. In quarto luogo, il regno
di Dio non è tale che avvilisca o renda schiavi i sudditi, che anzi li nobilita
e li mantiene liberi: ma che dico li nobilita? li fa re e sacerdoti di Dio,
secondo quelle parole dell'Apocalisse (V, 10). Noi regneremo su la terra, cioè
sul nostro corpo, su le passioni, sul mondo, su l'inferno, e nella terra dei
viventi. Non è forse re, chi con la grazia di Dio frena le sue passioni, modera
la sue tendenze? Non si deve chiamare re, chi soggioga l'orgoglio con l'umiltà,
domina l'avarizia con la liberalità, regna su la collera con la dolcezza e con
la clemenza, vince la gola con la sobrietà, comanda alla libidine con la castità,
impera su la carne con lo spirito? Non è forse re colui la cui ragione, la
prudenza, la continenza tengono saviamente e vittoriosamente a sé soggette la
memoria, la volontà, la concupiscenza, gli occhi, le orecchie, la lingua, la
bocca, i piedi, le mani, in una parola l'essere tutto intero? Ecco perché Gesù
Cristo ci ordina di chiedere tutti i giorni, che venga il regno di Dio (MATTH.
VI, 10). Fanno a questo proposito quelle parole di S. Cipriano: «Chi ha detto
addio al secolo, già è più grande degli onori e dei regni di quaggiù:
pertanto chi si consacra a Dio, non mira al regno terreno, ma al celeste, anzi
mira a Dio medesimo, perché dovremo regnare in lui (Serm. in orat. Domin.)».
S. Ambrogio osserva che se in noi regna Dio, non ci può più essere luogo per
il nostro nemico: non più la colpa, non più il peccato, ma la virtù, la
pudicizia, la divozione (Serm. VII). Ecco la vera felicità.
Siate dunque, o Signore Iddio, siate nostro re, nostro legislatore;
regnate su di noi: noi vi offriamo la nostr'anima e tutte le sue potenze; non
possiamo governarla da noi stessi, e non vogliamo darla da governare al demonio,
al mondo, alla carne; tocca a voi che ci avete creati e redenti col vostro
sangue, governarci come vostra proprietà e vostro regno. Solo voi impererete
con sapienza, clemenza e potestà a vantaggio e felicità nostra. In voi solo, o
Dio, è il vero bene, il bene infinito, la beltà, la ricchezza, la dolcezza, il
riposo, la consolazione, la maestà, la gloria, la sapienza, la vita, cigni
piacere e dignità e tesoro. Voi siete, o mio Dio, l'oceano infinito
dell'essere, la bontà, la felicità senza limiti. Da tutta l'eternità voi
avete in voi ogni vero bene. Voi siete il principio e il fine della creazione,
l'autore di tutte le cose, il conservatore e la provvidenza del mondo: voi siete
in tutti i luoghi, esistete da tutti i tempi, voi siete la norma, il nesso, la
durata, il termine. In voi solo è la felicità degli angeli, degli uomini,
delle creature tutte. Mio Dio, mio amore, mio tutto, deh! che io m'inabissi in
voi. O eterno, immenso oceano, la vostra provvidenza, la misericordia, la bontà
vostra mi circondino e mi avviluppino come l'acqua circonda e avviluppa il pesce
nel mare; fate che io mi vi tuffi e vi nuoti per tutta l'eternità; che me ne
inebbrii, mi vi perda, e vi rimanga assorbito per sempre; che con me vi porti e
vi deponga i miei voti, le mie speranze, i miei desideri, tutto quello che ho, i
miei affetti e il mio amore tutto quanto: perché in voi è la felicità e non
altrove.
Gesù
Cristo è l'anima che ci deve dare la vita; in lui, dice S. Paolo, noi abbiamo
la vita, il moto, l'essere (Act. XVII, 18). Dica il cristiano: Gesù
Cristo è il mio alito, il mio respiro, l'anima e la vita mia; egli mi è più
caro, più prezioso, più strettamente unito che non l'anima mia stessa, perché
egli è l'anima della mia anima, lo spirito del mio spirito, il centro del mio
cuore. A quel modo che l'anima vivifica, muove, governa e dirige tutte le
membra; siccome parla per mezzo della bocca, ode per via delle orecchie, vede
per gli occhi, cammina coi piedi e tocca con le mani; così Gesù Cristo anima e
vivifica la mia anima, e per mezzo di lei tutti i sensi, tutte le facoltà,
tutti i membri del mio corpo; li muove e li dirige per il bene e per il suo
servizio. Difatti egli fa sì che la mia lingua nulla dica se non onesto e
santo, i miei occhi non vedano se non ciò che è puro, le orecchie non si
aprano se non alle aspirazioni divine ed alla parola di Gesù Cristo, che il mio
cuore non ami se non il cielo, che la mia mente non si volga che alle cose
celesti, che i miei piedi e le mie mani non si muovano se non per opere buone.
Avete
voi fame? desiderate Gesù; egli è il pane, il cibo, degli angeli. Avete voi
sete? desiderate Gesù: egli è la palla delle acque vive, è vino che inebria
l'anima. Siete voi infermo? andate a Gesù; egli è il medico dei medici, il
Salvatore. La morte vi si avvicina? sospirate Gesù; egli è la vita e la
risurrezione. Avete dubbi? consultate Gesù; egli è l'angelo del grande
consiglio. Siete nell'ignoranza e nell'errore? interrogate Gesù; è la via, la
verità, la vita. Siete peccatore? implorate Gesù; egli è venuto al mondo per
liberare il suo popolo dalle colpe: il fine della sua passione e il frutto è
stato di cancellare il peccato. Vi sentite tentato di orgoglio, di gola,
d'impurità, di accidia? invocate Gesù: è l'umiltà, la purezza, il fervore
per essenza. Vi piace la bellezza? è beltà incomparabile. Gradite le
ricchezze? «In lui abitano, anche corporalmente, i tesori tutti della divinità»,
dice S. Paolo (Coloss. II, 9). Desiderate forse gli onori? la gloria è
cosa sì propria di Dio, che egli ne è il re (Psalm. XXIII, 10). Cercate
un amico intimo e fedele? per amar vostro egli è disceso dal cielo, ha
lavorato, sudato, portato la croce ed è morto. Volete la sapienza? egli è la
sapienza eterna ed increata del Padre. Volete consolazioni e gioie? egli è il
conforto dei cuori afflitti, la gioia degli angeli. Amate la giustizia e la
santità? egli è il Santo dei Santi, l'eterna giustizia che giustifica tutti
quelli che in lui credono e sperano. Sospirate la vita beata? egli è la vita
eterna e la felicità suprema dei santi e di tutti gli eletti. La sola vera
felicità è in Gesù Cristo.
LA VERA FELICITÀ SI TROVA SOLAMENTE IN CIELO.
- Nel cielo solamente si trova la somma, la perfetta felicità: perché, «né
occhio vide, come dice S. Paolo, né orecchio udì, né cuore di uomo non ha mai
capito quello che Dio tiene pronto in cielo per coloro che lo amano» (I Cor.
II, 9). Nel cielo si avverano i detti del Salmista, che gli eletti saranno
inebriati dell'abbondanza della casa del Signore, e abbeverati al torrente delle
sue delizie; poiché in lui è il fonte della vita, e nella sua luce vedremo la
luce (Psalm. XXXV, 8-9).
«Quaggiù il giusto tramonta pieno di giorni, scrive S. Bernardo, nel
cielo nasce nella pienezza dei giorni; egli si trova e qui e là sazio: qui di
grazia, là di gloria (Serm. in Cantic)». «Dite al giusto, esclama
Isaia, che egli starà bene» (III, 10).
L'UOMO
È IL NEMICO DELLA PROPRIA FELICITÀ.
- Dice S. Ambrogio: «Nessuno è ferito, se non da se stesso (Serm. III)».
Noi desideriamo, sospiriamo incessantemente la felicità, ed una felicità senza
misura e senza termine nei godimenti, e nel mentre medesimo la fuggiamo; la
vogliamo, e nel volerla ce ne allontaniamo. La felicità ci si presenta dinanzi;
noi chiudiamo gli occhi per non vederla, ed ella se ne va. La cerchiamo
dappertutto dove non si trova né si troverà mai; e intanto non ci volgiamo a
cercarla dov'è e dove si può trovare. La felicità non esiste fuori di Dio, e
fuori di lui noi l'andiamo cercando: solo in Dio si trova, e qui solamente non
vogliamo cercarla... Accecati, ingannati, sedotti dalla menzogna, dall'errore,
dal demonio, dal mondo, dai sensi, pensiamo di trovarla negli oggetti sensibili,
carnali, terreni, nelle creature, in ciò che ci sta intorno, in noi medesimi;
ma siccome inseguiamo fantasmi, quindi siamo sempre a mani vuote.
Ciechi spirituali, aprite gli occhi e vedrete che la vera felicità non è
che in Dio; persuadetevi una buona volta che non vi verrà mai fatto di trovarla
altrove: gettatevi adunque nel seno di Dio, e vi riposerete in eterno.
MEZZI
PER GIUNGERE ALLA VERA FELICITÀ.
- Tre mezzi ci suggerisce S. Tommaso, per giungere alla felicità: l° volontà
ferma ed efficace; 2° resistenza alle passioni; 3° bontà e mansuetudine col
prossimo (1.a 2.ae q. 5). Altre tre ce ne dà S. Agostino: la preghiera e
la lettura, perché, quando noi preghiamo, parliamo con Dio; quando leggiamo,
Dio parla con noi: e l'osservanza delle cose lette nella sacra Scrittura (Serm.
CXII,
de Temp.).
Mettere
in pratica le otto beatitudini, è via sicura per arrivare alla felicità.