LA DIGNITA’ DEL SACERDOZIO

di Placido

Tutti i mestieri e professioni e tutte le altre attività umane sono correlati alla propria dignità dal ruolo stesso che ciascuno svolge e che concorre a garantire alla società quel complesso di beni e di servizi che sono propri dello Stato libero e ordinato. Anche il Sacerdozio cattolico, che ha il fine di glorificare Dio e santificare le anime, ha la propria dignità. Una dignità, peraltro, del tutto particolare, perché deriva al Sacerdote dalla sua stessa origine divina e dall'altissima missione alla quale, inserita nella storia del­l'uomo, egli è chiamato a svolgere nel mondo. Una dignità che, nella sua scala di valori, trascende ogni alta dignità umana. Ci si può chiedere allo­ra: «Chi può accedere a tanta dignità?». Certamente solo coloro che sento­no nell'anima la chiamata dello Spirito Santo, che fornisce loro speciali grazie e aiuti per corrispondervi e per viverla nelle migliori disposizioni del perfetto imitatore di Cristo. Cerchiamo ora di definire alcuni fra i più importanti aspetti del Sacerdote per meglio individuarne la dignità.

Come si sa, il sacerdozio è Gesù stesso che l'ha istituito - sostituendo­lo all'antico sacerdozio levitico di Melchisedech - perché continuasse la Sua opera e servisse la Sua Chiesa. Ecco perché i Sacerdoti, essendo il cuore, la mente e la voce del Redentore, devono tendere quanto più possi­bile all'unione con Lui, diventare cioè "Alter Christus" e quindi agire, pen­sare e amare come Gesù e con Gesù. Amando in Lui la SS. Trinità, la Vergine Maria, di cui essi sono i "figli prediletti", ameranno tutte le creatu­re umane che, con l'aiuto del Signore e sotto la Sua azione santificatrice, devono essere ricondotte al Creatore, in Paradiso. Una dignità incommen­surabile, dunque, quella del Sacerdozio e così sublime che San Francesco - come altri Santi - per umiltà, non si sentì degno di ricevere. Riguardo alla vocazione sacerdotale, diciamo che il giovinetto che avvertiva la chiamata al sacerdozio, esponeva questo desiderio soprannaturale alla persona più intima o al parroco, al confessore, al padre spirituale o allo stesso genitore. Oggi, naturalmente, gli aspiranti al Sacerdozio si comporterebbero allo stesso modo. Ma è l'ambiente, la famiglia e la società, che non sono più quelli di una volta, quando la vocazione veniva coltivata come un fiore del giardino, curata, sollecitata, incoraggiata a crescere e a svilupparsi prima ancora di essere affidata alle premure e alle attenzioni dei Superiori di qual­che Seminario o Istituto religioso. Erano questi i veri "cenacoli" che dispo­nevano l'aspïrante, in un clima di preghiera e di raccoglimento, lontano dai frastuoni e dai richiami del mondo esterno, a studiare con serietà e profitto, a riflettere e a meditare sul ruolo del Sacerdote e sulle finalità del suo futu­ro ministero. In questo modo egli si preparava con la graduale crescita di vita interiore e culturale, agli studi teologici, intensificando, nel contempo, la sua formazione spirituale e la sua preparazione alla missione pastorale che lo attendeva. Certo, in tutto questo, molto era dovuto, oltre all'impe­gno personale e all'azione dello Spirito Santo, alle qualità morali e spiri­tuali dei Superiori, al loro attaccamento alla Chiesa e alla Tradizione, allo zelo per le anime e alla cura e all'amore per coloro che avrebbero dovuto portarle alla salvezza eterna. Ben a ragione, dunque, il santo Pontefice Pio XII affermava che il seminarista è come una piantina tropicale, portata in zone più fredde: essa va protetta dai venti gelidi e dalle intemperie durante lo sviluppo perché, una volta irrobustita, possa vivere senza danni alle no­stre latitudini, rallegrando l'ambiente circostante con la sua bellezza, pro­fumo e succosi frutti. Il che è come dire che il seminarista deve vivere in un ambiente caldo e sereno dove potersi sentire al sicuro e protetto, nell'attesa di crescere "in sapientia, aetate et gratia", potersi fortificare nella volontà e prepararsi, interiormente, ad affrontare i "venti gelidi del mondo" per diventare maestro, pastore e guida.

Divenuto sacerdote, infatti, egli dovrà impegnarsi a vivere e a rimane­re fedele non solo alla sua vocazione come dono gratuito che Gesù gli ha fatto («non voi avete scelto Me, ma Io ho scelto voi» [Gv 15, 16]) per la Comunità e la Chiesa, ma anche alla vocazione come scelta personale la quale, però, dovrà essere rinnovata giorno per giorno ed elevata fino a dare, al di sopra di ogni cosa, il primato assoluto a Dio e alla Sua gloria, Il sacer­dozio, con la rinuncia, la mortificazione e il sacrificio, illuminato e reso manifesto attraverso l'esercizio costante delle virtù e, particolarmente, con la pratica della carità perfetta e della castità, va alimentato con la meditazinne e la preghiera e sublimato con il dono totale di se stesso a Dio. In una parola, il consacrato deve farsi imitatore di Gesù e portare con Lui, ogni giorno, la Croce, perché questo è quanto esige la sua eccelsa missione e le incommensurabili altezze della dignità sacerdotale. Basti pensare che il Sacerdote è investito di tutti i poteri divini, è depositario e dispensatore dei meriti della Redenzione, o, come lo chiama San Paolo, «ministro di Dio e dispensatore dei Suoi tesori» (1 Cor 4, 1). Egli è il solo mediatore tra Dio e gli uomini, che assolve dai peccati e ridona alle anime Dio e la Sua grazia. Predica Gesù a cui comanda, con le poche e sublimi parole della Consacra­zione, di scendere dal Cielo e di farsi vivo e reale sull'Altare. Egli obbedi­sce, scende e si fa vivo tra le sue mani, si lascia maneggiare, assumere, offrire e dispensare ad altri tutte le volte che viene celebrata la Santa Mes­sa.

Anche riguardo al Sacramento della penitenza o confessione è neces­sario chiedersi: quale uomo, anche il più potente della terra, quale tribunale di giustizia umana, o quale Santo o Angelo, anche il più elevato nella gerar­chia celeste, o la stessa Madre di Gesù, pur nella Sua "onnipotenza soccor­ritrice", ha la potestà di rimettere un solo peccato o di infondere nell'anima anche "un solo frammento di grazia"? Solo la mano del Sacerdote legitti­mamente consacrato, dunque, sia pure il più semplice e più povero o il meno dotto e il più ignorato e disprezzato, ha il diritto e l'autorità di assol­vere o di non assolvere il peccatore, di ridonargli o di non ridonargli la grazia e di riconciliarlo o non riconciliarlo con Dio. Ecco, dunque, perché il Sacerdote, per rendersi veramente degno di tali doni dovrebbe essere sempre in tensione imitativa di Gesù: pregare, cercare di superare difetti volontari e involontari e ogni giorno prepararsi alla celebrazione della San­ta Messa con le dovute disposizioni, evitando distrazioni e riflettendo sul suo valore sacrificale e propiziatorio per ricavarne il maggiore arricchi­mento interiore, impreziosendo così anche ogni sua azione pastorale. Cer­to, il Sacerdote è un grande mistero: è uomo fragile, eppure è, in un certo senso, onnipotente, vive sulla terra e guida le anime verso il Cielo, vive nel tempo e apre all'uomo le porte dell'eternità! E tutto questo perché quando parla e agisce è Gesù stesso che parla e opera in lui. Quando, infatti, il Sacerdote consacra, non dice: «Questo è il Corpo di Gesù», ma «questo è il Mio Corpo»; e, quando nella confessione rimette i peccati, non dice: «Dio ti assolve», ma «Io ti assolvo». Il Sacerdote, cioè, - come si dice - «loquitir et agit in persona Christi» e quindi come Suo rappresentante, A questo punto ci si potrebbe chiedere ancora: ma... perché tanta antipatia e tanto odio e livore contro il prete? Perché la fede e la morale che egli predica sono in contrasto con l'orgoglio e con tutti gli altri vizi e passioni umane.

Abbiamo detto come dovrebbe essere il Sacerdote in rapporto alla sua altissima dignità. Ma ora ci chiediamo: e oggi, com'è? Oggi è quello che, mimetizzato e confuso tra la gente, ti sembra e non ti sembra un sacerdote, e non soltanto perché ha rinunciato all'abito talare, ma anche per il nuovo modo di comportarsi e di esercitare il proprio ministero pastorale, più ri­volto all'uomo che a Dio, più al messaggio sociale che alla realtà sempre attuale dei "Novissimi", alla gravità del peccato, al valore della purezza, alla necessita della confessione. Quanta responsabilità davanti a Dio! La stessa che, contro i Sacerdoti dell'Antica Legge, aveva indotto il Profeta Ezechiele ad esclamare: «Guai ai pastori di Israele che pascolano se stes­si!» (Ez 34, 2). (Tratto da Presenza Divina”)