L’UBBRIACHEZZA
1.
L'UBRIACHEZZA È PECCATO. - Gesù
Cristo ci avverte che stiamo attenti su di noi, affinché non ci accada di
lasciarci aggravare dalla crapula e dall'ubriachezza (Luc. XXI, 34).
Quando l'ubriachezza arriva al punto di privarci dell'uso della ragione, è
peccato mortale. Perciò S. Agostino afferma che chi si studia di ubriacare uno,
facendolo bere più del bisognevole, gli farebbe meno male se lo pugnalasse,
piuttosto che uccidergli l'anima con l'ubriachezza (Serm. CCXXXI). Il
Savio ci proibisce di prendere parte ai banchetti dei beoni, perché quelli che
si danno al vino, saranno cacciati dall'eredità dei loro padri. Il vino
s'insinua dolcemente, ma finisce col mordere come serpente e spande il suo
veleno come basilisco (Prov. XXIII, 20-21, 31-32). L'Ecclesiastico
indica come cagione dei traviamenti dei saggi, insieme con le donne, il vino (Eccli.
XIX, 2).
«Guai
a voi, dice Isaia, che bevete da mane a sera: guai a voi che siete robusti a
tracannare vino e ostentate la vostra forza nel vuotare calici pieni di liquori
inebrianti. Perciò, come la fiamma divora la paglia, cosi questi uomini
bruceranno fino nelle radici e la loro stirpe se ne andrà in polvere» (ISAI.
V, 11, 22, 24). Un bicchiere colmo di vino è un pozzo dorato nel quale
l'ubriaco cade, perde l'anima insieme con la ragione, e si annega con tutto ciò
che possiede. Sant'Agostino chiama la ubriachezza il pozzo dell'inferno (Serm.
CCXXXI).
Grandissimo e abominevole delitto è dunque l'ubriachezza; colpevolissimi sono i
bevitori che si abbandonano a così mostruosa e degradante passione. Peccato
speciale è l'ubriachezza, perché mette il peccatore in un pericolo certo e
inevitabile di dannazione eterna. Gli altri peccatori, quando si vedono
minacciati dalla morte, avendo la ragione si pentono, e possono ottenere il
perdono. Ma chi è ubriaco, non essendo in senno, non è capace di pentimento,
di penitenza, e se muore in tale stato va dannato.
2. FUNESTI EFFETTI DELL'UBRIACHEZZA. - 1°
L'ubriachezza uccide la ragione naturale. 2° L'ubriaco non distingue nemmeno più
i suoi amici. 3° Egli è allegro dell'allegrezza dei pazzi. 4° Incollerisce
senza motivo. 5° Bestemmia. 6° Spira un fetore che ripugna, 7° L'ubriachezza
rende insensato, perché come bellamente si esprime Anacarsi, nel primo
bicchiere di vino vi è utilità; nel secondo, gaiezza; nel terzo, voluttà; nel
quarto, follia (ANTON. In Meliss.).
Non
vi è dunque da stupire se i santi Padri pare non trovino espressioni abbastanza
gravi per detestare e fulminare questo vizio. «L'ubriachezza, scrive S.
Bernardo, indebolisce il corpo, incatena l'anima; genera turbamento nello
spirito, apporta il furore nel cuore; toglie la ragione, così che l'uomo non
conosce più se stesso. L'ubriachezza insomma è un demonio visibile che si
mostra agli occhi di tutti (De Modo bene vivendi, c. XXV)». S. Ambrogio
nota che essa fu causa principalissima della schiavitù (De Elia et ieiunio,
c. XVI). Origene vede in essa una malattia che corrompe il corpo e l'anima;
vizia lo spirito e la carne; indebolisce tutte le membra; lega i piedi, le mani,
la lingua; oscura la vista; toglie la memoria e la cognizione, cosicché
l'ubriaco non sa più, non sente più di essere uomo (Homil. III, in Levit.).
S.
Basilio dice che l'ubriachezza «è un demonio volontario; è la madre della
malizia, il nemico della virtù, di un uomo coraggioso ne fa un codardo; di un
temperante, un dissoluto. Questo vizio ignora la giustizia, non conosce la
prudenza. Che cosa sono gli ubriachi, se non statue che hanno gli occhi e non
vedono, orecchi e non odono, piedi e non camminano? (Homil. XIV, de Ebriet.)».
Il Crisostomo la definisce «un demonio, un morto animato, una malattia che
non merita pietà, una caduta che non ha ragionevole scusa, l'obbrobrio
universale della schiatta umana (Homil. I, ad pop.)»,
e paragonava un'anima in preda all’ubriachezza, ad una città cinta
d'assedio, che è tutta sossopra per il turbamento e per il timore (Homil. LIV,
ad pop.).
S. Ambrogio dice
che l'ubriachezza è «fomite a lussuria, strada alla pazzia, veleno della
sapienza (De Elia et ieiun. L I, c. XVI)», che per l'ebrietà «lo
spirito si accende, l'anima va in fiamme» (De Caino 1. I, c. V). S.
Agostino la paragona ad un pantano dove non si vedono guazzare che rane e
serpi (Serm. CCXXXI).
L'ubriachezza provoca la collera di Dio...; mette l'uomo al di sotto del
bruto...; infiamma la impurità...; rovina la sanità e la fortuna...; fa
perdere il pudore, la prudenza; spinge a parole disoneste, a contese, a risse,
ecc.; uccide l'anima, il corpo, lo spirito, il cuore, l'intelligenza, la
memoria, la volontà, la pace, l'onore, la buona fama... «Il vino, dice S.
Cirillo, è miele al palato, ma fiele velenoso al capo; solletica la gola,
brucia le viscere, fuma nel capo; rende ottusi i sensi, accascia il vigore,
distrugge l'immaginazione, spegne la memoria, oscura l'occhio, indebolisce i
nervi, fa balbuziente e laida la lingua, agita le mani, infiamma il petto,
eccita la lussuria, altera la purezza del sangue, rende scomposto il portamento,
insomma mette tal disordine in tutto il corpo, che dalla testa ai piedi non ha
più nulla di sano (Lib. IV,
de Prov.
c., V)». «L'ubriachezza,
dice il Venerabile Beda, è uno stato di imbecillità che istupidisce la
ragione, toglie la memoria, acceca l'intelletto, eccita la lussuria, lega la
lingua, annaspa la parola, corrompe il sangue, contraffà il viso, agita le
vene, tura l'udito, indebolisce i nervi, sconvolge il senso, divora le viscere,
rende pesante il cervello,
snerva il coraggio, chiama il sonno, rallenta la circolazione del sangue, indura
l'anima, macchia e sfigura il corpo, profana tutto l'uomo rendendolo oggetto di
derisione e di scherno (In Collectan.)». Simile in tutto ai bruti, si può
dire che l'ubriaco somiglia in modo speciale alla scimmia, al becco, al porco,
al leone; perché il vino lo fa ridicolo e motteggiatore come la scimmia,
ributtante come il porco, impuro come il becco, impetuoso come il leone.
L'ubriachezza perde, divora, consuma tutto; è una voragine che inghiotte la
sanità, la fortuna, la pace, la salute dell'uomo: niente basta a colmarla; è
l'immagine del baratro infernale.
Lo
Spirito Santo rassomiglia l'ubriaco ad un uomo che dorme in mezzo al mare, ad un
pilota che si è lasciato cadere di mano il timone (Prov. XXIII, 34).
L'ubriaco non sa mantenere il segreto (Ibid. XXXI, 4); perché come il
fuoco prova il ferro, così il vino bevuto fino all'ebbrezza mette a nudo il
cuore dell'uomo; vi fa scoppiare la collera, vi porta il turbamento e la rovina
(Eccli. XXXI, 31, 38, 40). S. Basilio scrive (Homil. XVI, de Ingluvie):
«Come l'acqua è nemica al fuoco e lo spegne, così il vino bevuto oltre misura
soffoca la ragione. L'ubriachezza è la morte della ragione, lo spegnitoio della
forza, è vecchiaia immatura, morte momentanea... L'uomo ne prova quegli
effetti che risente un cocchio tirato da cavalli indomiti e sfrenati... La
temperanza e la sobrietà formano gli uomini, l'ubriachezza cambia l'uomo in
bestia. L'acqua sommerge le navi; il vino annega gli uomini. Quindi quel detto
d'Isaia (XXVIII, 7): furono assorbiti dal vino. I beoni assorbono il vino, ma ne
sono alla loro volta assorbiti... Come il fumo mette in fuga le api, così
l'ubriachezza dà lo sfratto ai doni dello Spirito Santo».
L'ubriachezza
è la perturbazione e la rovina delle famiglie: quanti sono i sorsi di vino che
l'ubriacone beve più del lecito, altrettante sono
le lacrime che fa versare alla moglie ed ai figli... L'ubriachezza distrugge la
prudenza, la dignità, il dovere, la fede, la virtù, la religione e scaccia
Dio dal cuore... L'ubriacone è un vaso sempre aperto... Egli beve per
vomitare e vomita per bere di nuovo. «O vino! esclama S. Cirillo; o dolcezza
allettante ma tutta veleno! Tu odii quelli che ti amano, ami quelli che ti
aborrono; uccidi quelli che si dilettano di te, ingoi quelli che ti seguono,
ferisci quelli che abusano di te, sei rimedio a quelli che si servono di te
sobriamente: Ah! io ti conosco, o tossico melato! (Apolog.
in Iudith.)». «Per
quelli che vivono nell'ubriachezza, dice il Crisostomo, il giorno si cambia in
notte oscura; non perché scompaia il sole, ma perché la mente loro si
ottenebra per l'ebrietà. L'ubriachezza è la privazione della sana ragione, è
un delirio, è la perdita della sanità dell'anima (Homil. LIV
ad pop.)».
Anche
Platone lasciò scritto, «che se colui il quale ha il governo di una qualunque
cosa, o cocchio, o nave, o esercito, si dà al vino, manda tutto alla malora (Apud
Stobeum serm. XVIII)». Quindi tra le leggi che dettava per la sua
repubblica, vi era anche questa: «che nessun servo né serva gustasse vino,
nemmeno i magistrati, nel tempo della magistratura; né i governatori, né i
giudici mentre sono in carica (De Legib. lib. II)».
3. L'UBRIACHEZZA È VERGOGNOSA E DEGRADANTE.
- Che vergogna è per l'uomo il mettersi in
condizione di non saper più s'egli è uomo, se vive o se è morto! Eppure
l'uomo ubriaco si priva del lume della ragione col quale si differenzia dal
bruto, e quindi si può annoverare tra le bestie non tra gli uomini, dice S.
Basilio (Homil. XIV); egli non è né vivo, è morto, dice S. Gerolamo (In
Epl. ad Galat. c. V). Guardate, dice S. Ambrogio, la figura che fa
l'ubriaco: egli ha perduto la voce, ha cambiato colore, l'occhio scintilla, il
fiato abbrucia, le narici fremono, la collera lo dimena (De Elia et ieiun.).
Dove vi è l'ubriachezza, vi è Satana, dice il Crisostomo; ivi le parole
oscene, le bestemmie, le imprecazioni; ivi i demoni fanno festa. Oh! come
l'asino è da preferire all'ubriaco! oh quanto vale di più di lui il cane! Non
trovi bestia che nel mangiare e nel bere prenda più del necessario, e ancorché
ti provassi a costringervela con la forza (Homil. LVII). E già prima
aveva detto: «L'ubriachezza cambia gli uomini in porci, anzi in energumeni. La
loro bocca, gli occhi, le narici, e tutti gli altri loro sensi diventano
altrettante cloache di corruzione (Homil. LVIII, in Matth.)». S.
Ambrogio fa notare che l'ubriachezza pare che cambi perfino i sensi e trasformi
l'uomo in belva, perché gli ubriachi sono come pazzi, vanno barcollando innanzi
e indietro, a destra e a sinistra, cadono e si rialzano per cadere di nuovo (De
Elia et ieiun. c. XII).
L'ubriachezza porta con sé il disordine e mille miserie. l° L'ubriaco, privo
di ragione, mette fuori tutto ciò che ha in cuore, manifesta i segreti, si
attira l'odio, prepara il terreno per chi voglia tendergli, agguati. 2° Fà e
dice cose ridicole, spregevoli, insensate. Col suo riso sgangherato, dice S.
Basilio, con le sue grida, con la sua collera precipitosa, con la sua lussuria
sfrenata mette ogni cosa sossopra (S. BASIL. Orat. de Ebriet.). 3°
Divora il suo patrimonio, e si riduce alla
miseria con la moglie e coi figli, perché, come dice S. Ambrogio, «gli
ubriaconi bevono in un giorno i lavori di molti giorni (De Elia et ieiun.
c. XII)». 4° Mette a scompiglio tutta la casa; rovescia ogni cosa, e tutti
fuggono dinanzi a lui. Avviene perfino, talvolta, di doversi levare nel cuore
della notte oscura e fredda e fuggire in fretta, per evitare i cattivi
trattamenti di tali esseri cangiati in bestie. Vedeteli ravvoltolarsi nel fango,
con gli abiti a brandelli, questi in preda ad una gioia insensata, quelli
sopraffatti da una melanconia spaventosa, altri agitati da una collera
furibonda. Le loro orecchie rombano come onde muggenti, i loro occhi imbambolati
non discernono più le cose. La loro vita è un sonno, il loro sonno è per essi
una morte. Oh quanto una tal vita è deplorevole, inutile, scandalosa! Essa è
la vergogna del genere umano e con ragione S. Giovanni Crisostomo asserisce che
l'ubriaco non è solamente un essere inutile nella società e inetto ai pubblici
e privati affari, ma è ancora tale, che il solo vederlo mette ribrezzo, e la
compagnia ne è intollerabile, per il fetore che manda (Homil. LVII).
Così
vorace è il lupo che, anche pienamente sazio, se gli si presenta una preda
tosto l'assale e la sbrana, poi vomita per potersi divorare il nuovo pasto. Tale
è l'ubriacone. Sua unica vita è bere, digerire e vomitare, per bere di nuovo,
dice S. Bernardo (Epist.); mette tutta la sua felicità nel soddisfare il
palato. Non si sveglia e leva che per bere, e non beve che per dormire; più
vino beve e più ne vuol bere; non ha ancora cessato, che già ricomincia di
nuovo. O vita animalesca e degradante! Cade per istrada, bisogna sorreggerlo; e
cade a tavola, bisogna portarlo a letto. Di lui dice il profeta Abacuc: «Ti sei
coperto d'ignominia; bevi
ancora e dormi, e un vomito ignominioso seppellisca sotto un cumulo di sozzura
la tua gloria» (II, 16).
Che
cosa vergognosa è mai quella di bere più vino di quello che ne sopporti lo
stomaco! esclama Seneca. O quanto spesso i beoni si abbandonano a eccessi dei
quali arrossiscono gli uomini sobri! L'ubriachezza è una vera follia volontaria
la quale, togliendo a chi ne è schiavo il pudore che si sforza di rattenerla,
questi non pensa più che a darsi in braccio ad ogni vizio e metterlo in mostra;
perché quando l'ubriachezza si è impadronita di un uomo, egli propaga tutto ciò
che di malvagio si cova nel cuore. Osservate quali disordini ha cagionato
l'ubriachezza: essa ha dato in potere ai nemici nazioni forti e bellicose; ha
diroccato fortezze che si difendevano eroicamente da lungo tempo; ha abbattuto
poderosissimi e terribili combattenti; ha vinto quelli che il ferro non aveva
potuto soggiogare (Ad Lucil.).
4. L'UBRIACHEZZA È FOMITE D'IMPUDICIZIA.
- «Non ubriacatevi di vino, nel quale è lussuria»
- dice S. Paolo (Eph. V, 18), il quale l'aveva imparato dai libri sacri
dov'è scritto: «Cosa lussuriosa è il vino, e turbolenta è l'ubriachezza: chi
si diletta di loro non sarà mai saggio» (Prov. XX, 1). I costumi
corrispondono alla temperanza del corpo; l'uomo sobrio è continente,
l'intemperante è voluttuoso. «Dovunque s'incontra la crapula e l'ubriachezza,
state certi di trovare regina l'impudicizia, scrive S. Gerolamo. Io non crederò
mai casto un ubriacone; e quantunque addormentato dal vino, può tuttavia
commettere lussuria a cagione del vino. Noè prende in un'ora, dominato dal
vino, tale indecente atteggiamento, che non aveva mai preso per seicento anni
indietro. Lot si ubriaca una sola volta e commette un incesto senza saperlo; e
così quegli che Sodoma non aveva vinto, fu vinto dal vino (In c. I. ad Tit.)».
Il
medesimo santo Dottore dice che né dal Vesuvio, né dall'Etna, né dalla terra
di Vulcano, né dall'Olimpo si sprigionano fiamme così ardenti come quelle che
bruciano le midolle dei giovani infarcite di vino e di alimenti (Ad Furiam.).
«Il ventre gonfio di vino, scriveva a Eustochio, bolle d'impudicizia; chi
empie il ventre di vino, nutrisce Venere. Il vino e la giovinezza sono due
focolari di libidine; perché spargere olio sul fuoco della gioventù? perché
ad un corpicciuolo già in fiamme aggiungere esca? (Ad Eustoch.). Semenza
di lussuria è la bevanda del vino» (Contra Iovin.).
Non
meno energicamente si esprime S. Basilio: «L'incontinenza scaturisce
pubblicamente, come da naturale sua sorgente, dal vino; da questo stimolata,
acquista tal forza che dà in pazzie e furori peggiori di quanti ne possano
fare i bruti più lascivi... L'ubriachezza è il fornite della lussuria,
l'alimento della voluttà, la peste della gioventù, il veleno dell'anima, la
rovina delle virtù... Il fuoco che si accende nelle vene portatovi dal vino,
diventa una fornace d'infocate saette a uso del demonio; il vino fa su le
passioni quell'effetto che fa l'olio su la fiamma (Homil. contra Christ.)».
La medesima espressione adopera S. Bernardo: «L'ubriachezza nutre la fiamma
della fornicazione» (Epist.); e S. Agostino la definisce: «Turpitudine
dei costumi, disdoro della vita, obbrobrio dell'onestà, corruzione dell'anima (De
Sobrietate et Virgin.)». Finalmente S. Ambrogio dice: «Per gli occhi entra
nel cuore la lussuria; per l'ubriachezza divampa; è questa fomite di
libidine, per cui lo spirito s'infiamma, l'anima brucia. Infatti l'ubriaco,
caldo di per sé e riscaldato dall'ardente vapore del vino, non può contenersi,
e diventa zimbello di bestiali libidini (Apolog. II,
in David.
c. III)». Altrove
il medesimo Santo la chiama il naufragio della castità, l'incentivo alla
libidine (De Elia et ieiunio).
5. L'UBRIACHEZZA È SORGENTE DI OGNI VIZIO.
- «Madre di tutte le virtù è la sobrietà, dice
Origene; e al contrario, madre di tutti i vizi è la ubriachezza» (Homil.
III, in Levit.). S. Giovanni Crisostomo scrive che «nessuno è così intimo
e caro amico al demonio, quanto chi, si dà all'ubriachezza, perché questa
passione è la sorgente, la madre, il principio di tutti i vizi (Homil. LVIII,
in Matth.)». Non ne parlano diversamente S. Ambrogio e S. Agostino: quegli
la chiama arsenale di tutte le passioni (De Elia et ieiun.), madre di
ogni genere di delitti, tempesta della carne, naufragio della castità (Exhort.
ad Virg.); questi vede in lei la sorgente di tutti i misfatti, la materia
delle colpe, la radice dei delitti, l'origine di tutti i vizi (Tract. de
Sobriet. et Virgin.). Il vino conduce all'orgia; l'orgia alla fornicazione;
la fornicazione alla perdita della fede e della religione; la perdita della fede
all'apostasia; l'apostasia alla perdita eterna di Dio e dell'anima: di modo che
dobbiamo convenire con Ponziano nel chiamare l'ubriachezza «la metropoli di
tutti i mali» (De ebriet.); e nel qualificarla, con S. Basilio, «un
demonio introdotto volontariamente, per mezzo del piacere, nell'anima; madre
della malizia, nemica giurata della virtù (Apud Anton. in Meliss, L I,
c, XLI)».
6. CASTIGHI DELL'UBRIACHEZZA. - Noè
si ubriaca, ed ecco il suo figlio Cam insultarlo e punirlo con amara derisione.
Sansone avvinazzato è consegnato da Dalila ai nemici che, strappatigli gli
occhi, lo condannano a girare una macina, come un giumento. Si addormenta
Oloferne ubriaco, e Giuditta gli tronca il capo. Baldassarre vede in mezzo alle
anfore ed ai calici una mano che segna la sua sentenza di morte, e dal banchetto
passa al sepolcro. I figli di Giobbe restano schiacciati sotto la casa, che loro
cade addosso mentre stanno facendo baldoria. Erode, avvinazzato, ordina la
decapitazione di Giovanni Battista, ed è anch'egli colpito da morte crudele.
L'epulone del Vangelo, amico della tavola, è precipitato nell'inferno e non può,
dice S. Giovanni Crisostomo, ottenere dopo questa vita nemmeno una goccia di
acqua (Homil. in Ev. Lucae). Amàno, osserva S. Ambrogio, in mezzo ai
vini di splendido convito, paga il fio della sua ubriachezza (De Elia et
ieiun.). Come è vero quello che dice S. Basilio! «L'ubriaco è assorbito,
mentre si crede di assorbire. Infatti come il pesce, quando si lancia avido
all'amo, si affretta ad ingoiare l'esca e si trova in quel punto il nemico tra
le fauci, così l'ubriacone ingoia col vino il suo nemico che lo spinge a ogni
più vile e più vergognoso eccesso, tanto che si può paragonare ad un
energumeno, con questa differenza, che gli ossessi sono tormentati dal diavolo,
loro malgrado; al contrario, l'ubriaco è tormentato, avvilito, malmenato
dall'ubriachezza, perché così gli piace (Admonit. ad filium spirit.)».
Dice
il Savio: «A chi le minacce? a chi le risse? a chi i trabocchetti? a chi le
ferite senza cagione? a chi l'occhio sanguigno e ardente? non forse a quelli che
guazzano nel vino e prendono diletto nel vuotare bicchieri?» (Prov.
XXIII, 29-30). Ah! dunque, «non provocate a bere quelli cui piace il vino,
perché il vino ne ha mietuto molti» (Eccli. XXXI, 30). È giusto
giudizio di Dio, che i beni da lui datici a nostro uso e nostra santificazione
volgano a nostro danno e castigo se ne abusiamo; di modo che troviamo i nostri
persecutori e manigoldi in quelli che abbiamo fatto nostri idoli. Tale è il
vino; tali sono gli onori, i tesori, i piaceri; tali le creature animate nelle
quali abbiamo posto eccessiva compiacenza.
Infiacchire, di volontà deliberata, la sanità e la vita; perdere la ragione,
l'onore, la tranquillità, la fortuna, l'anima, il cielo, Iddio, ecc., tutti
questi castighi che si rovesciano su l'ubriacone non sono essi spaventosi? Non
è forse una punizione terribile assimilarsi, anzi rendersi inferiori al bruto,
al giumento; eccitare in noi le più sozze inclinazioni, senza potere né volere
vincerle? Non è orrendo castigo bere al calice dell'ira di Dio, inebriarsi
del vino dell'angoscia, della perplessità, dell'ignominia, della confusione;
metterei in condizioni di non più pentirci, di non più ricevere i sacramenti,
non più ottenere misericordia? Si può immaginare stato più deplorevole e più
spaventoso per l'eternità? Ora l'ubriaco si espone a tutte queste sciagure, a
tutti questi castighi; egli per l'ordinario se li attira, se li merita
sempre... All'ubriacone più specialmente che ad
ogni altro peccatore sta riservato quel castigo descritto nell'Apocalisse: «Beverà
del vino puro della collera di Dio, che sta preparato nel calice della sua
vendetta; e sarà cruciato nel fuoco e nello zolfo; e il fuoco dei suoi tormenti
s'innalzerà per i secoli dei secoli e non avrà riposo né giorno né notte» (Apoc.
XIV, 10-11)
Cornelio
A Lapide – Tratto da Totustuus