L’ADDOLORATA

 

L’origine di questa celebrazio­ne mariana fu prima po­polare e poi liturgica. Si deve alla predicazione dei Servi di Maria e dei Passionisti la dif­fusione in tutta Europa della me­moria dei dolori di Maria. Ma fu Papa Pio VII che, nel 1814 in me­moria delle sofferenze inflitte da Napoleone alla Chiesa, volle i­niziare a celebrare anche liturgi­camente i dolori di Maria. La maternità divina associa Maria a Gesù con i più stretti vincoli di sangue, di affetti e di intenti, ed è quindi logico che sia a Lui strettamente legata nel momento supremo di dimostra­zione del Suo amore filiale ver­so il Padre e verso l'umanità. Anche l'Addolorata è stata redenta dal suo Figlio e di que­sta salvezza ne ha beneficiato in modo sublime con l'applica­zione preventiva dei Suoi frutti al momento del suo Immacola­to Concepimento. Ed è questa sua immacolatezza che le ha per­messo di comprendere meglio di chiunque altro la tragedia del­l'umanità che rifiuta l'amore di Dio. Questo suo dolore che na­sce dal vedere il mondo rifiuta­re il Figlio suo, l'ha unita ancor più al dolore del Figlio sulla Croce. Il Concilio Vaticano Il ci ricorda: che Maria «serbò fe­delmente la sua unione col Fi­glio sino alla Croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette soffrendo profondamente col suo Unigenito e associan­dosi con animo materno al sa­crificio di Lui, amorosamente consenziente all'immolazione della Vittima da lei generata» (Lumen Gentium, 58). Giustamente Sant'Alberto Magno afferma: «Solo a te, o Maria, è stato dato questo privi­legio, affinché come tutto il mon­do è obbligato verso Dio per la sua Passione, così sia pure ob­bligato verso di Te, Signora di tutti, per la tua Compassione».Tuttavia, a Maria era proprio necessario questo dolore? Gesù non poteva risparmiarglielo? Se il Figlio era nato senza provo­care i dolori del parto, perché o­ra la Madre doveva patire dolore per la morte del Figlio? Quale figlio non risparmie­rebbe alla propria madre simili sofferenze? Non nasce forse da qui, quel­la visione dolorifica del­la vita, responsabile del­l'allontanamento di mol­ti dalla fede, che il cri­stianesimo avrebbe so­stenuto e diffuso? Per ra­gioni storiche e sociali, purtroppo ciò si è veri­ficato, ma la memoria dell'Addolorata non ha nulla a che vedere con le deviazioni spirituali che talvolta ne sono con­seguite. Anzitutto, la morte non rifiutata da Gesù è solo un passag­gio, integralmente as­sunto, per la vita e la gioia. Non per nulla le parole del Risorto sono sempre: pace e gioia. In secondo luogo, la mor­te di Gesù è la dimo­strazione suprema dell'amore di Dio per noi. E come se a ciuascuno di noi dicesse: «Senza di te non posso vivere. Arrivo anche a mo­rire per te, perché ti voglio be­ne, poiché mi sei prezioso». La sua morte è la protesta d'amore per la durezza del cuore del­l'uomo che insegue in modo fa­natico il potere, il controllo su­gli altri e la vanagloria. Quindi, Maria si è natural­mente unita al dolore del Figlio, rifiutato dal mondo. Lei è la Ma­dre che soffre perché il Figlio è rifiutato. Tuttavia, questo è so­lo un aspetto della memoria del­l'Addolorata, anche se il più ap­pariscente e commovente. Ve n’è un altro che si colloca dal punto di vista di Dio. La sal­vezza del genere umano poteva essere attuata solo da Dio, in­fatti, Lui solo ha il potere di ri­dare la vita immortale all'uma­nità che per sua natura è morta­le. Dio avrebbe potuto realizza­re questo piano in vari modi, ma ha scelto di incarnarsi e di vivere come un ebreo della Palestina del primo secolo. Dal momen­to che ha assunto in Sé la natu­ra umana e ha chiamato Sua Ma­dre a cooperare alla realizza­zione di questo piano, era ben giusto che la Madre stessa fos­se unita al Figlio nel momento più alto in cui il Figlio realizzava questo piano di amore per la sal­vezza dell'umanità. In questo modo, la salvezza donata dal Pa­dre, non solo trova nel Figlio fatto uomo il pieno assenso d'a­more, ma anche nella madre, ve­ra persona umana, incontra l'a­desione completa alla volontà divina. Così, il Figlio realizza la salvezza e la Madre assume in sé la salvezza attuata dal Fi­glio. La Redenzione non solo viene offerta all'umanità nel cor­po crocifisso di Cristo, ma vie­ne anche accolta dall'umanità nella persona di Maria. Solo rea­lizzando questo duplice passag­gio di salvezza donata e accol­ta, si può parlare di Re­denzione pienamente realizzata e compiuta nella sua dimensione di­vina e umana. Maria, unendosi al dolore del Figlio, prova l'acutissima angoscia  della madre che vede l'umanità rigettare Colui che Lei ha generato e amato. Rifiutando Gesù, l'umanità ha rifiuta­to la Madre. In questa sua unione al Figlio sof­ferente, Maria realizza «tutto ciò che un essere umano può compiere per restare unito a Dio. Dun­que, Maria soddisfa pienamente alla richiesta di “fedeltà da parte di Dio”. L' immagine che la vede addolorata, abbracciare o il Figlio staccato dalla o Croce è la più vera im­magine della sua mater­nità provata e realizzata: accoglie stringendo fra le braccia Colui che è il rifiuta­to, e nel contempo lo offre al mondo per un ultimo sguardo di pietà. Si era donata tutta a Dio, ora offrendo il Figlio crocifisso al mondo, dona tutto ciò che ha. Dio le aveva dato un Figlio, il mondo l'ha ripagata con la mor­te, ma ora Lei distaccata da tut­to, offre, sulle sue braccia di ma­dre il figlio, e lo dona a Dio e al mondo. L'Addolorata è la don­na povera che non ha più nulla, desolata dal dolore dello strap­po, prova l'amarezza della soli­tudine e del silenzio. In questa aridità d'amore manifestata dal­l'umanità, Maria si è mantenu­ta fedele a Dio e a nome di tut­ti noi ha risposto il suo sì di fe­deltà. In questo suo «stare nella fedeltà» è divenuta Madre di tut­ti noi e nel suo dolore presso la Croce ci ha generati figli suoi, lei che senza dolore aveva genera­to il Figlio.