L’ABITO DEI PRETI
di
Rino Camilleri
«Viviamo in un'epoca in cui qualsiasi gruppo o
categoria, anche la più piccala, rivendica la propria identità e cerca di
esporla. C'è chi fa battaglie legali per avere il diritto di mettersi il burqua
a scuola. Anche le commesse dei McDonald hanno una divisa. Per non parlare delle
categorie professionali classiche: i medici, gli infermieri, i volontari
dell'ambulanza, i magistrati. Tutti, insomma, cercano un segno estemo per essere
identificabili. È strano che mentre tutti valorizzano i loro segni e i loro
simboli solo il segno del prete deve essere tolto o abbandonato. A che pro?
Ebbene, i soli che in quest'epoca non tengono alla loro immagine sono alcuni
uomini del clero. Sì, in tempi di ghigliottine era consigliabile travestirsi.
Ma oggi non si rischia la pelle, si rischiano tutt'al più fastidi; che so,
passi per una strada in cui ci sono giovinastri ideologicamente orientati che ti
dileggiano. Oppure puoi venire assillato da mendicanti particolarmente petulanti
o da qualche psicolabile. Tutte cose che, però, vanno solo sotto la voce
"fastidi". Ma se temevi tanto i fastidi, perché ti sei fatto prete?
L'abito ecclesiastico è una "predicazione muta", come la
"predica silenziosa" di S. Francesco. E lo è in un tempo affamato di
segni. Se sono in strada nottetempo, ma vedo in giro dei poliziotti, sono più
tranquillo. La loro divisa serve proprio a rasserenare gli onesti e a diffidare
i malintenzionati. Certo, il poliziotto talvolta si traveste per esercitare
meglio la sua attività; ma questo non vale per il prete: il poliziotto deve
cercare i cattivi, invece il sacerdote dovrebbe avere tutto l'interesse a farsi
riconoscere dai buoni. Mi rendo perfettamente conto che in un'epoca in cui il
cattolicesimo non è particolarmente à la page si possa avere un certo
imbarazzo, una ceta esitazione, un timore a manifestare la propria
appartenenza al clero. Ma si tratta di timorucci umani. Ed è singolare che
debbano essere i laici a tirare i preti per i jeans e dire loro: rendetevi
visibili. Ai miei tempi quando uno buttava la tonaca alle ortiche si diceva:
quello si è spogliato. Oggi, paradossalmente, sono i sospesi a divinis a
tenerci di più, all'abito: quelli che per coerenza dovrebbero levarselo se ne
fanno vanto; quelli in regola, si mettono in borghese "per essere come gli
altri". Ma non chiedono mai agli "altri" come vorrebbero che
fossero; ma non hanno mai chiesto alla gente come vuole che sia il prete. Se lo
facessero, scoprirebbero, al contrario, che la gente non vuole affatto che il
prete sia "come gli altri", perché un punto di riferimento deve
essere diverso per forza. Padre Pio, quando sentiva di novizi che non volevano
mettersi il saio, sbottava: "Cacciateli immediatamente. Ecchè, sono forse
loro a fare un piacere a San Francesco?". Pio XII ricevendo in udienza gli
operatori della moda esordì con questa stupenda frase: "Da come uno si
veste si capisce che cosa sogna". L'abito non fa il monaco (dicevano nel
Medioevo, perchè le università erano corpi ecclesiastici: gli studenti
portavano l'abito clericale e ciò li sottraeva alla legislazione civile). È
vero, ma un buon monaco se lo mette, anche perché non ha alcun motivo per
toglierselo. Il problema dell'ostilità odierna all'abito è anche di natura
psicologica. C'è questo sordo muro di gomma, una resistenza passiva che l'ex
cardinale Ratzinger, attualmente Benedetto XVI, conosce perfettamente. Non
vorrei essere nei suoi panni, perché non so come possa risolvere la questione.
Già: la Chiesa non può imporsi ai suoi uomini con la forza. Ma la logica è
dalla sua parte. È ridicolo iscriversi al club del bridge per poi pretendere di
giocare a scopone perché le regole del bridge non mi piacciono. Tuttavia, i
cosiddetti dissenzienti all'interno della Chiesa, visto che l'Inquisizione non
c'è più, usano il sistema dell'orecchio da mercante. Da questo papa, sapendo
chi era, molti temevano una restaurazione. Ciò è interessante, perché quando
si teme la restaurazione vuol dire che si ama la rivoluzione. Ma
"restaurare", da vocabolario, è prendere un capolavoro rovinato dal
tempo e dalla stupidità e riportarlo al suo antico splendore. Stiamo ora
assistendo ad un cristianesimo mediocre che nessuno osa più chiamare col suo
nome. Non ha contorni nitidi ma si manifesta in comportamenti. È un
cristianesimo molto "fai da te", con dentro tutto quello che uno
vuole. Infatti, viviamo una crisi non di strutture o di comando ma di fede. Si
tirano fuori una ad una le eccezioni (e noi sappiamo, come dice il Vangelo, che
se uno non è fedele nel poco non può esserlo nel molto). Si comincia prima con
l'abito, poi prego un pò di meno perché "ho da fare", poi
l’accoglienza è molto meglio della lettura. poi la solidarietà' è molto
meglio della meditazione; alla fine, dài e dài, non rimane più niente. Poco
alla volta, non ti sei nemmeno accorto di come hai fatto a perdere tutto e di
esserti ridotto a travet del sacro, pur avendo cominciato con tanto
entusiasmo il giorno in cui sei stato ordinato».
L'ABITO ECCLESIASTICO
Ora, se fin qui abbiamo anche scherzato un po', sarà
opportuno ricordare che l'obbligo dell'uso dell'abito ecclesiastico non è una
fisima conservatrice o reazionaria, né tantomeno un'esasperazione dei fedeli
legati alla Tradizione. Il Codice di Diritto Canonico vigente (1983), al canone
284 così recita: "I chierici portino un abito ecclesiastico decoroso
secondo le norme emanate dalla Conferenza Episcopale e secondo le legittime
consuetudini locali". In questo senso, la Conferenza Episcopale Italiana,
con delibera n° 12 del 23 dicembre 1983 ha stabilito che: "Salve le
prescrizioni per le celebrazioni liturgiche, il clero in pubblico deve indossare
l'abito talare o il clergyman". Per quanto riguarda i religiosi, lo stesso
obbligo è stabilito dal canone 669: § 1 1 religiosi portino. l'abito
dell'istituto fatto a norma del diritto proprio, quale segno della loro
consacrazione e testimonianza di povertà. § 2 I religiosì chierici di un
istituto che non ha abito proprio adottino l'abito clericale a norma del canone
284. La Congregazione per il Clero, in data 31 gennaio 1994, ha emanato il
Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, il quale, al n° 66, così
recita: "In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista, dove
anche i segni esterni delle realtà sacre e soprannaturali tendono a scomparire,
è particolarmente sentita la necessità che il presbitero - uomo di Dio,
dispensatore dei suoi misteri - sia riconoscibile agli occhi della comunità,
anche per l'abito che porta, come segno inequivocabile della sua dedizione e
della sua identità di detentore di un ministero pubblico. Il presbitero dev'essere
riconoscibile anzitutto per il suo comportamento, ma anche per il suo vestire in
modo da rendere immediatamente percepibile ad ogni fedele, anzi ad ogni uomo, la
sua identità e la sua appartenenza a Dio e alla Chiesa. Per questa ragione, il
chierico deve portare "un abito ecclesiastico decoroso, secondo le norme
emanate dalla Conferenza episcopale e secondo le legittime consuetudini
locali". Ciò significa che tale abito, quando non è quello talare, deve
essere diverso dalla maniera di vestire dei laici, e conforme alla dignità e
alla sacralità del ministero. La foggia e il colore debbono essere stabiliti
dalla Conferenza dei Vescovi, sempre in armonia con le disposizioni del diritto
universale. Per la loro incoerenza con lo spirito di tale disciplina, le prassi
contrarie non si possono considerare legittime consuetudini e devono essere
rimosse dalla competente autorità. Fatte salve situazioni del tutto
eccezionali, il non uso dell'abito ecclesiastico da parte dei chierico può
manifestare un debole “senso della propria identità di pastore interamente
dedicato al servizio della Chiesa”. Il 22 ottobre del 1994, il Pontificio
Consiglio per l'Interpretazione dei Testi Legislativi, ha emanata una
precisazione circa il valore vincolante del n° 66 che abbiamo riportato prima,
nella quale, fra l'altro, si afferma che: "N. 7. In ossequio al prescritto
del can. 32, queste disposizioni dell'art. 66 del " Direttorio per il
ministero e la vita dei presbiteri " obbligano tutti quelli che sono tenuti
alla norma universale del can. 284, vale a dire i Vescovi e i presbiteri, non
invece i diaconi permanenti (cfr. can. 288). I Vescovi diocesani costituiscono,
inoltre, l'autorità competente per sollecitare l'obbedienza alla predetta
disciplina e per rimuovere le eventuali prassi contrarie all'uso dell'abito
ecclesiastico (cfr. can. 392, § 2). Alle Conferenze episcopali corrisponde di
facilitare ai singoli Vescovi diocesani l'adempimento di questo loro
dovere".
(Vedi: Communieationes, 27 (1995) 192-194). Il 27-01-1976 la Congregazione per i Vescovi invia una lettera a tutte le Conferenze episcopali del mondo in cui ricorda che l'autorizzazione ad un adeguamento dell'abito reliogioso non può in alcun modo trasformarsi in un abbandono di esso. La Congregazione per il Clero con lettera del 10-02-1996, riaffermava che né il solo colletto bianco, né una semplice croce bastano a rendere "ecclesiastico" un abito borghese. Abbiamo voluto riportare per intero questi richiami perché si comprenda chiaramente che il mancato uso dell'abito ecclesiastico non riguarda disquisizioni di scarsissima importanza, ma attiene ad una evidente e grossa disubbidienza di preti che non hanno riguardo della Chiesa e delle sue leggi. Ma c'è anche un'assenza dell'Autorità: perché chi ha la competenza in materia non a si preoccupa di rendere il comportamento dei preti coerente con gli obblighi da essi stessi liberamente assunti, avallando di fatto una situazione anomala e un abuso? Ora, se nella Chiesa ognuno può fare come gli pare, e per primi i preti, come si potrà mai pretendere che i fedeli rimangano fedeli, appunto, alle leggi del Signore? E se i preti possono fare quello che più loro aggrada, come potranno mai pretendere di essere ascoltati con un minimo di autorevolezza quando predicano dai pulpiti? Se è normale non usare la talare o il clergy-man per andare a sciare, per un immersione subacquea o per giocare una partita di calcio non si capisce per quale motivo quando si sta in parrocchia tutti i giorni o quando si va a trovare dei parrocchiani per benedizioni o sacramenti, non si indossa l'abito ecclesiastico. Perché ordinariamente non ci si attiene alle disposizioni della Chiesa?