IO
SONO LA VITA
Don Dolindo Ruotolo (meditazione Eucaristica)
PRESENTAZIONE
Negli anni 1918-1920 e sino ai primi giorni del febbraio del 1921, Padre Dolindo Ruotolo attende con impegno di apostolo alla formazione spirituale di un gruppo di anime che, come un vero cenacolo, si erano strette attorno a lui. Le riunioni erano frequenti, pressoché quotidiane, nella sede dell'Apostolato Stampa in Vico Lungo Sant'Agostino degli Scalzi, n. 6 in Napoli. Padre Dolindo teneva vive le riunioni con profonde meditazioni, conferenze ed esortazioni pratiche, il gruppo ascoltava, interveniva, poneva obiezioni, disapprovava anche, in alcuni casi (c'erano nel gruppo non pochi insegnanti e professionisti). Ad un certo punto si ebbe la felice idea di trascrivere (forse servendosi della stenografia) quanto Padre Dolindo con parole ispirate, e non poche volte improvvisando, andava dettando.
Furono
così riempiti 53 Quaderni che vanno dal 10 novembre 1919 all'8 febbraio 1921.
Il 9 febbraio del 1921 Padre Dolindo va a Roma per essere interrogato dal
Santo Uffizio sul suo operato apostolico. Vi rimarrà sino al 30 dicembre. E
quindi... addio a questi incontri così costruttivi.
Poco
prima di partire per Roma aveva fatto il Voto di abbandono alla Volontà di Dio.
Malauguratamente i ladri, in questi ultimi anni, hanno asportato, tra l'altro,
anche molti di questi Quaderni: ne sono rimasti solo 10.
Il
presente lavoro è dell'8 febbraio del 1920, pp. 2-17 del Quaderno n. 11. È il
primo che viene pubblicato.
Ha
aspettato pazientemente 77 anni, in un angolino buio e disadorno.
È
una meditazione, un colloquio spirituale con Gesù sacramentato e le anime cui
erano dirette queste ispirate parole, e perciò tanta immediatezza e passaggi
improvvisi, senza mai perdere il rigore di un filo logico di un discorso che
viene portato avanti in tutti i suoi aspetti.
C'è
ortodossia teologica, c'è sublime potenza di elevazione spirituale, c'è tanta
lirica e tanta poesia!
Per
felice coincidenza queste pagine vedono la luce nei giorni del XXIII Congresso
Eucaristico Nazionale (Bologna 20-28 settembre 1997).
Napoli,
21 settembre 1997
Dio
solo!
Napoli,
8 febbraio 1920. Sei vita attuale che abbracci tutti i secoli Gesù Cristo è
vivo in questo Sacramento di Amore. Egli come vita vivifica tutto, e ci dà l'immagine
più bella, più viva, più parlante dell'eternità di Dio. Egli è presente
qui, come lo era venti secoli fa, è immutabile in questa presenza, e come lo è
oggi, così lo sarà di qui a secoli innumerevoli, che noi non possiamo
numerare, perché non ci è dato di scrutare i mirabili disegni di Dio.
«Se
non fossi vivo, o Gesù mio, se non fossi vivo, saresti solo per alcuni mortali
un ricordo archeologico, un ricordo storico di un trapassato molto remoto.
Invece l'istituzione tua eucaristica, è fresca oggi, come lo fu venti secoli
fa. Lo stesso amore traspare dal tuo Cuore divino, nascosto e immolato su questo
Altare, lo stesso amore, la stessa misericordia, la stessa dedizione sconfinata.
Tu dunque sei vita.
Ecco,
già vedete come è vero che è Gesù che vi parla. Io credevo di sviluppare
questo concetto: «Gesù è la vita nostra, ed Egli me lo pone sulle labbra.
«Sei
vita attuale, che abbracci tutti i secoli, e li raccogli tutti in una sintesi
mirabile nel tuo Cuore. Tu sei, o Signore, tu sei il mirabile, l'onnipotente,
il Dio, il forte, il principio di pace, e da questo trono di amore e te lo posso
dire veramente da questo trono di amore, moltiplicato per la tua misericordia,
ti rivolgi all'umanità, e gridi tu che sei vita: "Ossa inaridite,
ascoltate la voce del Verbo di Dio, ascoltate il Figliuolo di Dio".
O
Redentore mio bello, che cosa è la vita? Tu hai detto: "Io sono la via, la
verità, la vita". Che cosa hai voluto dire con queste parole? Tu sei la
Via, perché sei il Mediatore, sei la Verità, perché sei l'infinita ed eterna
Sapienza, sei la Vita, perché sei il Dio Sacramentato».
Si
va di sorpresa in sorpresa quando parla Lui. Mentre parlo ho come due correnti
di vita. Egli parla, e lo percepisco evidentemente. Io, prima che Lui parli ho
l'idea mia, come qualche cosa che gli scorra a fianco, e lo distinguo precisamente;
come si vede che è Lui!
In
qual modo tu sei la vita?
«In
qual modo Tu sei la Vita?».
Ascoltatemi
bene, perché questo è uno dei misteri più belli dell'Amore e della
Misericordia di Gesù. Vi dico questo, però, senza capire, e senza neppure
sapere quello che segue, in nessuna maniera.
La
vita è movimento. La vita soprannaturale è movimento verso Dio, con Dio, in
Dio. La vita dataci da Gesù è movimento nella sua vita. Egli è come il
magnete, Egli è come la dinamo. Le specie sacramentali sono come i fili
conduttori, attraverso dei quali, cioè, sotto dei quali passa l'immensa
corrente, l'infinita corrente della sua vita. Egli si è, reso in questo
Sacramento di Amore il palpito stesso della nostra povera e miserabile vita.
Che
cosa è la vita per te, o piccolo essere fisico, che cosa è la vita per te?
È un mistero, dinanzi al quale la scienza moderna s'immeschinisce, si
avvilisce, non sa rispondere, o, dirò meglio, risponde con i limiti della
biologia.
La
tua vita è movimento: un cuore, delle arterie, delle vene, un sangue che
circola, un palpito che ti fa accorgere di questa circolazione e di questo
cuore, un pulsare di tutte le cellule del tuo organismo, di tutte le fibre del
tuo essere, il tutto ricoperto come di una cappa silenziosa.
Noi
abbiamo in noi stessi un uragano di movimenti, e tutto è ricoperto dalla pelle,
ed è tutto normale, non te ne accorgi neppure.
«Ora,
ecco la vita tua, Gesù Cristo mio, bello e caro, in questo Sacramento di Amore.
Tu sei Vita, e stai nel centro dell'umanità, come un cuore; ecco perché hai
voluto rivelare il tuo Cuore a Margherita Alacoque, ed hai voluto accendere gli
uomini della devozione al tuo Cuore, perché in realtà tu sei il cuore
dell'umanità. Questo Cuore viene in comunione con tutto il tuo Corpo mistico,
che siamo noi, per mezzo di tante arterie, dirò così, di tante vene. Il
Sacrificio Eucaristico, la Comunione sacramentale, la Confessione sacramentale,
la Parola di Dio, la vita della Chiesa, sono le vene e le arterie di questo
immenso tuo Cuore.
I
Sacramenti sono le arterie, l'Eucaristia è l'aorta del tuo Cuore, le preghiere
e i beni minori della tua Chiesa sono come le vene, non le arterie, le vene.
Come
il cuore rifonde tutto in se stesso e dà la vita a tutto, perché alimenta
tutto l'organismo, pulsa e fa sentire l'eco di questa pulsazione in ogni sua
arteria, di modo che si può dire, toccando un'arteria, che hai sotto mano il
cuore stesso, perché ne senti il palpito, eppure il cuore è tanto lontano così
tu, Gesù Cristo mio, sei la vita in te stesso. (Quante parole misteriose nel
Vangelo di Gesù Cristo e non si conoscono! Per questo siamo giunti al tempo
della rivelazione. Quanto siamo ingrati noi che ne abbiamo raccolte le primizie,
e stiamo ancora a terra).
Tu
palpiti per conto tuo, rifondi nell'umanità la tua vita facendole circolare il
sangue tuo nelle vene e in queste arterie, in questi muscoli, in queste membra
del tuo Corpo mistico vibra la stessa vibrazione del tuo Cuore nel momento nel
quale circola lo stesso sangue della tua vita. Oh, adorabile Redentore, quanto
sei ammirabile! ».
Se
noi potessimo vedere questi segreti della vita di Gesù Cristo, noi rimarremmo
stupefatti, storditi, annientati, sprofondati nel nulla del nostro nulla.
Lo
vuoi vedere, o anima cristiana, come in uno schizzo, in una sintesi? Guarda quel
santo Tabernacolo, quell'Ostia benedetta; stacca quei veli che ricoprono il
Redentore e squarciali con la fede, perché solo con la fede li puoi squarciare.
Tu scorgerai non le dimensioni del Corpo di Gesù Cristo, perché Gesù non ci
sta con le sue dimensioni qui, ma scorgerai la sostanza sua. Che cos'è questa
sostanza sua se non il movimento della sua vita? Come il chirurgo,
l'anatomista, rimane sorpreso nello scoprire il petto di un animaluccio e nel
vedere il cuore che palpita - deve essere impressionante; questo per fartelo
figurare te lo dico -, così, e molto di più rimarresti sorpreso tu se cadesse
quel velo. Non vedresti il volto di Gesù, perché c'è come sostanza; non
vedresti il suo sorriso, la sua amabilità in un segno esterno, rimarresti
sorpreso di sentire: ta, ta, ta, il palpito solenne della sua vita, rimarresti
sorpreso di veder rigonfiare tutte le vene bellissime della Chiesa cattolica, di
veder vivificare tutte le membra marcite di questa Chiesa: peccatori induriti,
marciti, morti, annientati dal male, in un momento rivivificati dal sangue
suo, ripigliati nella loro vita, eretti nelle loro persona, nella loro vita
morale, palpitanti dello stesso ritmo divino, del palpito tuo, o Gesù.
La
rigenerazione dell'anima... Che cosa splendidamente divina deve essere per Dio
che la vede. Noi siamo dei poveri ciechi, ma proprio dei poveri ciechi; di
fronte a queste rivelazioni splendide noi siamo ancora immeschiniti e preoccupati
di conciare Gesù in tutti i modi. Bah! Dio ci conosce.
(O
SACRUM CONVIVIUM IN QUO CHRISTUS SUMITUR)
Questo,
diremmo così, e il fenomeno della vita eucaristica del Redentore. E dico: «è
il fenomeno», con vera ragione, non per usare il termine moderno, perché la
vita che ci dà Gesù da questo sacramento non è una vita morale nel senso
comune della parola, ma è anzitutto una trasfusione fisica del Suo essere in
noi, perché lo riceviamo fisicamente. Sicché, logicamente, Egli, nel darsi a
noi, deve darsi prima fisicamente. Or questa dedizione sua è fatta in tutta la
Chiesa Cattolica, noi siamo membra del suo Corpo mistico. Egli ci raggiunge
con la sua vita per mezzo di questa mirabile circolazione eucaristica, per
questa moltiplicazione divina del Sacramento del suo Amore.
Voi
avete sentito parlare troppo comunemente di vita eucaristica sotto un punto di
vista morale, generale, dirò così.
«No,
Tu, Gesù mio, ci hai dato il Sangue tuo, il Corpo tuo, ti sei reso cibo nostro,
tu dunque anche a questa umanità materiale, anche a noi figliuoli tristi della
perdizione, e di questa generazione di apostati, anche a noi hai detto: «Io
sono la vita» e ci hai cibato di te.
Tu
dunque sei la Vita, perché sei la Via e la Verità;
sei
la Vita perché sostieni la vita;
sei
la Vita perché coroni la vita;
sei
la Vita, perché sei il Tutto che noi possiamo desiderare;
Tu
sei la luce dell'intelletto;
Tu
sei l'appagamento della volontà;
Tu
sei la pace del cuore;
Tu
sei la dolcezza nell'amarezza della vita;
Tu
sei la sapienza pratica;
Tu
sei il conforto, il sostegno, la forza, l'aiuto;
Tu
sei per noi la rassegnazione, la pazienza, la ragione del nostro sacrificio, il
sostegno, l'appoggio di questo sacrificio;
Tu
sei la corona immortale;
Tu
sei la gloria;
Tu
il Mediatore della nostra unione eterna con Dio;
Tu
la vita eterna. Lo hai detto Tu stesso: «Questa è la vita eterna, che
conoscano Te, vero Dio e Quegli che Tu hai mandato: Gesù Cristo.
Luce
soave dell'intelletto. Il sapore della Tua Volontà
MENS IMPLETUR GRATIA
Che luce, o Signore, nell'intelletto, ai piedi tuoi quando l'anima incomincia a familiarizzarsi con Te, dopo che s'è purificata, lavata, abbellita e s'è resa più adatta ad ascoltare la voce tua! ».
Io
vorrei farvela intendere, perché, sapete che cosa è questa luce soave
nell'intelletto ai piedi di Gesù Sacramentato?
È
come l'aurora che sorge, come il sole che indora le cime del nostro povero
cuore; è un fulgore calmo, sereno, tranquillo; è l'intellezione sicura dei
misteri più tristi, più difficoltosi della nostra vita, è un atto
intellettivo è contemporaneamente un atto di cuore, dimodochè tu rimani come
appoggiato sul Cuore del Redentore e vivi.
Non
è speculazione la sua luce, non è un'arida dichiarazione di teorie, non è
uno sforzare la mente, il pensiero, l'immaginazione. No! È il gusto della verità.
Egli che è cibo, ti ciba della verità, ti nutre l'intelletto; è vita, non è
studio.
La
volontà: quanti desideri non ha, quanti movimenti, quante aspirazioni? Come
vive questa tua volontà sopra di questa terra? Di che cosa si nutre?
Ordinariamente di fantasia, di aspirazioni senza compimento, di progetti senza
serietà, di capricci senza logica: «Farò, dirò...» Gesù Cristo che cosa
ti fa?
«Io
ti guardo, o Redentore mio bello, sento la mia meschinità, la nullità dei miei
progetti, la nullità delle mie aspirazioni, il peso delle mie pene, l'orrore
delle mie colpe. La mia povera volontà ha lo sguardo languidamente rivolto a
te, dirò così, smarrito, smarrito. Tu che cosa fai? come rispondi a questa
povera creatura tua? O Gesù mio, io sento ancora, posso dire, sul mio cuore il
caldo della mano tua, il soffice del tuo petto divino; tu ti dai, tu m'ammanti
della tua pace, tu mi fai sentire il gusto della tua Croce; io mi raccolgo in me
stesso, mi faccio più piccolo, la mia volontà si annienta, una sola e la mia
parola dinanzi a Te, guardandoti in questa Ostia santa: "Signore, sia
fatta la tua Volontà, come in Cielo, così in terra", e sento il sapore di
questa Volontà tua, il sapore, perché tu me ne cibi; ancora una volta sei il
mio cibo di vita. Tu non fai per me progetti, non mi susciti nel cuore
aspirazioni fantastiche; una sola cosa fai: raccogli la volontà, l'aumenti, cioè
la dilati nella tua, la baci, la fai vivere, l'alimenti, la riscaldi. Ancora una
volta, non è la speculazione della vita, ma la vita calda di palpiti, la vita
tua.
Tu
sei la mia vita nell'eternità
(...ET FUTURAE GLORIAE NOBIS PIGNUS DATUR)
Nel mondo tutto è morte, tutto è rovina; noi in realtà non viviamo, ma moriamo tutti i giorni, camminiamo su questa terra, e quasi per ironia diciamo di vivere: «quotidie morior» dice san Paolo. In questa carne si sente la conseguenza del peccato, o quella che san Paolo chiama lo stipendio di questo triste capitale, la morte: «stipendium peccati mors». Noi ce ne sentiamo aggravate le spalle e sentiamo la morte in tutti i muscoli nostri e sotto dei nostri occhi in realtà tutto muore: cadono le foglie, si appassiscono i fiori, tramonta il sole, si logorano gli stessi abiti che indossi. È tutto uno spettacolo di morte, di passaggio; come è tutto uno spettacolo di vita, di ritorno. Noi, però, del ritorno delle cose umane non ci consoliamo, perché in fondo, per noi, ogni ritorno segna un nuovo passaggio.
Così
diceva, rammaricato, il santo Giobbe: «L'albero conserva la sua speranza, se è
tagliato ripulluna, ma a me quale speranza è riservata?"
Io
sento Gesù come un Padre a cui è stato detto: «Vogliamo sentire una poesia
ancora più bella». E tu ci rispondi: «E se vi facessi sentire una cosa
veramente più bella, come rimarreste voi? sareste come annientati dalla
dolcezza!».
«Tu
non sei, o Gesù mio, solo la mia vita spirituale, sei la mia vita nella
risurrezione, la mia vita nell'eternità.
Eccomi
ancora una volta ai piedi tuoi. Gli anni mi pesano, la vita si trascina
faticosamente verso il sepolcro, io sento in me una nostalgia, una malinconia...
qualche cosa di vaporoso che non arrivo a discernere, che non riesco a
distinguere. Mi sento annientato, umiliato, confuso; mi pare di essere, se è
possibile dire, un ramo staccato dal tronco, un tralcio separato dalla vite.
Io
ti guardo, mi raccolgo, ed ecco che la morte mi appare bella, è un passaggio
verso di Te; il sepolcro mi appare glorioso, è un omaggio alla tua grandezza,
una confessione della mia nullità. L'immagine stessa di un corpo putrefatto mi
appare poetica perché Tu, Tu hai segnato quella carne e quelle ossa, della
tua vita immortale, ed è per Te che questo mio corpo non è qualche cosa che si
è dissolto e si è marcito, ma è propriamente e veramente la semente che è
riposta nel terreno per sbocciare a suo tempo.
Tu,
Redentore mio, sei il filo germinatore, e, se me lo permetti, il cotilèdone
Foglia carnosa che accompagna l'embrione delle piante fanerogame per nutrirlo mentre germoglia (n.d.r.)
germinatore.
Io davanti a Te sento la mia immortalità anche nel corpo, non perché ne abbia
diritto, ma perché risuoni in me l'eco della tua divina parola e della tua
promessa: «Chi mangia il mio corpo, e beve il mio sangue sarà risuscitato da
me nell'ultimo giorno».
Dunque,
Tu sei la vita di questa stessa carne che marcisce, di questo stesso corpo che
declina, di questa stessa vita che dispare, perché Tu sei la Risurrezione e la
vita.
Io
morirò, Gesù mio, morirò. Oh, dolce momento, o morte che diventi vita!
Due
lottatori si contendono il mio povero frale: da una parte lo spettro scarno
della morte, la quale ha mandato davanti a sé, la sua staffetta, direi quasi:
l'infermità, il malanno, il dolore, l'affanno.
Tu
sei l'altro lottatore, il vincitore della morte, la Resurrezione e la vita. Tu
l'avevi detto, Redentore mio: «Se la morte ti incoglie, chiamami, io sono la
Resurrezione e la vita». Tu vieni vivo, cioè inondi, inondi di gioia la mia
piccola stanzuccia; si accendono intorno al mio letto le candele, tremola la
fiamma, risplende e vive anche la piccola candela che prima giaceva separata
e come morta (La candela nella Chiesa è l'immagine della vita di Gesù).
Tu
vieni, io ti invoco. La morte si nasconde, le sue scarne mani si ritirano, il
suo dominio è spezzato, tu hai teso verso di me il dito tuo onnipotente e
per il Tesoro Eucaristico riproduci la palpitazione vera del Sacrificio tuo
della Croce.
Tu
l'hai detto severamente: «Dov'è o morte la tua vittoria?» Ella è svanita.
Tu
hai nutrito la tua creatura; nel nutrirla come viatico le hai dato il principio
della vita eterna. La creatura tua è stata già da te trasportata fuori del
suo corpo, per così dire; Tu nel Viatico santo l'hai fatta già cittadina del
Cielo, dimodochè questo corpo non può dire più che cade sotto i colpi
terribili della morte, ma si addormenterà nelle braccia tue, reclinerà sul tuo
petto il suo capo stanco, passerà, e lascerà le spoglie perché tu le hai
preparato il manto reale della gloria, perché tu stesso l'accompagni nell'ingresso
della Vita eterna.
Tu
mi hai fatto per te, e morendo sulla Croce mi hai predestinato al Cielo. Ebbene,
Gesù Cristo mio, non mi hai vista mai bambina, piangere sola in una stanza,
smarrita, senza nessuno; non mi hai vista mai in una strada, sola, e come abbandonata,
lacrimare?
Sono
tanto piccola, atomo impercettibile che di fronte alla mia terra mi sento già
smarrita, che non so rintracciare, magari, la via per ritornare a casa. Che cosa
farei io, uscendo fuori di questo mondo, se tu non mi accompagnassi? Sono figlia
tua e tu vieni nella morte per accompagnarmi nell'eternità.
Ecco,
l'anima si stacca dal corpo; è un istante, è un momento. Eccola davanti a Dio:
quest'anima non sente che il peso delle sue iniquità e delle sue colpe, non
sente che l'oppressione del suo nulla; e siccome esce sempre macchiata, benché
tenuemente, ma sempre macchiata, quest'anima è come annebbiata, non ritrova il
suo Dio, benché vi tenda, vi tenda,benché si trovi già alla sua divina
presenza.
Tu, Redentore mio bello, Tu sei per me la guida, la luce, la forza, la riparazione della mia miseria; l'anima mia è stata raccolta in un carcere tenebroso dove si purifica. Io, io gemo, ardo, spasimo, mi torturo, grido, grido, grido al mio Dio, grido ai miei cari, grido alla Chiesa; e Tu ti offri, e dalla terra sale il profumo dell'amore tuo Eucaristico.
Io
mi sento rinfrescata, rigenerata, rifatta. La caligine si stempera, si dilegua,
appare l'eterno, l'infinito Sole: Dio Uno e Trino.
Tu,
Gesù mio sei la mia luce, il mio lume di gloria, la mia forza, la mia spinta.
Io volo, volo e nell'infinita Trinità io scorgo il Mediatore mio, io ricordo le
tue fattezze umane. Padre mio, Tu sei la mia vita eterna. Cosi sia.
P.
DOLINDo RUOTOLO
Per
informazioni sulla vita del P. Dolindo, sui molteplici suoi scritti, e per
eventuali grazie ricevute, rivolgersi a: APOSTOLATO STAMPA,
Vico Lungo
Sant'Agostino degli Scalzi, n. 6 80136 NAPOLI -
(tutti i
giorni feriali - escluso il Sabato dalle ore 16.00 alle 17.45)
c/c postale n.
20700805