Il
trauma dell'aborto si cura con la fede
di
Paolo Pugni tratto
da Il
Timone
- n. 15 Settembre/Ottobre 2000
La
donna che sopprime il suo bambino con l'aborto, violenta la sua profonda natura
di madre. Un trauma che l'inseguirà per tutta la vita. Ma al quale la
misericordia di Dio è pronta a offrire un definitivo rimedio. Parla Giuseppe
Garrone, responsabile di "SOS Vita".
"Se
la donna non si realizza come madre, fisicamente o spiritualmente, si
annichilisce". L'autore di questa affermazione, forte e sincera, è
Giuseppe Garrone, responsabile nazionale del numero verde SOS Vita e curatore
del saggio Ma questo è un figlio, che raccoglie le testimonianze
di donne che hanno abortito.
La
piaga dell'aborto trascina con sé due tipi dì vittime, provocatoriamente
potremmo dire, che i bambini sono le vittime meno colpite perché il loro
martirio culmina nell'abbraccio di Dio, mentre alle madri resta una ferita
spesso insanabile che fa pensare al famoso verso di Ungaretti: la morte si
sconta vivendo.
Il
disegno diabolico che vuole sigillare con la violenza le fonti della vita
escogita sistemi sempre più raffinati per raggiungere il suo scopo.
L'introduzione
recente della pillola del giorno dopo, mentre cerca di cancellare le conseguenze
traumatiche dell'intervento abortivo, mette in luce ciò che si è voluto negare
per anni: abortire non è un gesto di liberazione, un atto che rende la donna più
serena e padrona di sé, ma una lesione che lascia in eredità un rimorso così
profondo da spegnere la voglia di vivere.
Garrone
lo spiega così: "La legge 194, che fu voluta dalle femministe come
strumento di liberazione della donna da quello che fu visto come un grande peso:
la maternità, parte da un tragico equivoco: la natura della donna è quella di
essere madre. Il rifiuto di questa dimensione provoca pesanti squilibri.
Abortendo la donna non elimina un corpo estraneo a sé quasi il bambino fosse un
tumore, ma una parte di se stessa. La prima donna che telefonò al nostro numero
verde, il 4 gennaio '93, descrisse la sua situazione con una frase che non
dimenticherò mai: ho abortito 14 anni fa: sono morta allora con il
mio bambino. Se non si comprende questo aspetto centrale, tutto perde di
senso".
Già,
perché l'aborto è stato spacciato anche come mezzo per superare il trauma di
una violenza carnale: "Il figlio non rappresenta il ricordo dello
stupro, esperienza peraltro che non si dimentica mai, ma l'unica strada del
parziale recupero: con il suo sorriso, con il suo sguardo il bambino rende meno
tragica la violenza. Eliminare il bambino non risolve mai il problema: anzi è
sempre vero il contrario".
Ciò
vale anche quando esistono potenzialità di malformazioni del feto: "Bisogna
cominciare col dire che spesso le analisi prenatali sono errate: conosco
parecchi esempi di diagnosi in felici smentite dai fatti. In ogni caso le
conseguenze dell'aborto di un bambino malformato sono anche più gravi perché
questa scelta è solo frutto dell'egoismo. Pretendere di farlo per non mettere
al mondo un in felice è solo un crudele alibi: l'egoismo si maschera di amore,
ma è solo egoismo allo stato puro che colpisce una creatura ancora più debole
perché malata".
Le
testimonianze delle donne raccolte da Garrone descrivono spesso situazioni di
abbandono da parte dell'uomo: "La responsabilità del partner è spesso
molto maggiore di quella della donna. Il periodo iniziale di una gravidanza può
generare nella donna uno stato di prostrazione psicologica notevole, indotta dal
disagio fisico: nausee, vomito, crisi di pianto e così via. Se il figlio non è
accettato, la donna finisce per addebitare questo stato psicofisico non alla
gravidanza, ma alle conseguenze della nuova nascita. In questo stato, la donna
ha diritto e necessità di trovare aiuto e affetto nel compagno. Il quale,
spesso, nasconde la sua fuga dalle responsabilità nell'apparente concessione di
libertà e pronuncia la squallida frase: fai quello che vuoi il cui senso
reale è arrangiati".
Diverse
le conseguenze dell'aborto sulla donna: "Dobbiamo considerare due
aspetti inscindibili che spesso si confondono, quello psichico e quello
spirituale. Le reazioni molto diverse da caso a caso, comunque ci sono.
Uno
studio dell'università di Padova chiariva come non ci sia una donna che si
dichiari felice di aver abortito: si va dal rimorso fino al disprezzo totale di
sé.
Spesso
le donne che hanno abortito non riescono a perdonare se stesse. La psicologia
non basta a superare questo trauma, che sfocia nella coscienza reale della morte
che il peccato causa. La donna sente su di sé il peccato mortale e quindi
l'unico modo per riportarla alla vita è quello di guidarla attraverso la
Resurrezione. Ci vuole il perdono di Dio che passa attraverso il perdono di se
stessa: bisogna aiutare la donna a comprendere - letteralmente prendere dentro
di sé - l'immensità dell'amore di Dio che annulla la morte e guida alla
resurrezione. È un cammino lungo e complesso. Sbagliano quei confessori che,
per eccesso di misericordia, assolvono la donna che confessa di avere abortito
dicendole: stia tranquilla, vada in pace e non ci pensi più. Non possono andare
in pace! Tra l'altro l'aborto comporta la scomunica e questo peccato non può
essere assolto in una normale confessione, ma seguendo un preciso itinerario: in
questo la Chiesa, che è Madre, si prende cura della donna aiutandola a
recuperare il perdono di Dio con una strada che intende curare anche il trauma
psicologico.
Bisogna
scendere con la donna nell'abisso che lei crede invalicabile, il baratro nel
quale si sente sprofondata per sempre, per risalire con lei verso la Luce".
Esiste
un percorso da suggerire per aiutare una donna a sopravvivere a questo trauma:
"Il primo punto è far scoprire che il bambino vive certamente: e che si
trova tra le braccia del Padre. La donna deve capire che suo figlio la ricorderà
come la sua mamma, colei che gli ha permesso di raggiungere l'Amore di Dio
nell'eternità. Il secondo punto è convincere la donna che il bambino ha
diritto al suo nome: ricordo ancora con emozione come una donna chiamò suo
figlio. L'ho
chiamato Emanuele mi disse che vuol dire Dio con noi, perché mi prenda
per mano e mi conduca a Dio. Il bambino è un santo protettore, bisogna
chiamarlo, invocarlo nei momenti duri perché guidi al perdono del Padre. Il
passo successivo è quello di riaffermare il discorso cristiano: non credo che
esista una strada per salvarsi fuori dal cristianesimo. Per noi almeno, perché
Dio può scegliere qualunque mezzo per salvare e aiutare. Poi come il Papa ha
suggerito nella Evangelium vitae, invito le donne che hanno superato il trauma
dell'aborto a lavorare per la vita: chi riesce a farlo, e anche nel libro ci
sono esempi, porta con sé uno spirito speciale, una forza che ha solo chi ha
scoperto la vita in modo molto intenso".
Dietro
all'aborto storie di disgregazione familiare: Garrone riferisce di partner
assenti e di donne contuse. Don Ugo Borghello approfondisce con due splendidi
testi le ragioni metafisiche di questi drammi. In Liberare l'amore (Ares)
e Le crisi dell'amore (Ares), più teologico il primo, scritto con
taglio psicologico il secondo, parto dall'inganno del peccato originale per
spiegare come l'inganno idolatrico, vale a dire il senso della vita riposto in
altro da Dio, possa condurre a scelte tragiche in apparente soddisfazione delle
proprie aspirazioni, salvo poi condurre all'angoscia più profonda, la medesima
che abbiamo ritrovato descritta nelle parole di Garrone. In particolare
Borghello spiega come il meccanismo della maternità narcisistica, il figlio a
tutti i costi voluto per sé, sia alla radice della mentalità abortistica:
"donne che per mentalità acquisita abortirebbero facilmente un terzo
figlio, si sottomettono volentieri alle torture della fecondazione in vitro per
averne uno". I due preziosi testi di Borghello hanno il pregio
di mostrare con chiarezza immediata come il rischio dell'idolatria sia presente
in ognuno di noi e come questa ferita dell'animo umano possa mettere a rischio
l'amore coniugale e generare le sempre più frequenti tragedie familiari.