IL SACRO CUORE
«Cuore»
Simbolo dell’amore
Per
spiegare il contenuto dell'espressione «Cuore di Gesù», possiamo ispirarci
all'uso corrente della parola «cuore». Dicendo di una persona «che ha cuore»,
o che è «uno di cuore», si intende presentare ciò che egli possiede di
meglio e di più profondo. E dire, al contrario, che è una persona «senza
cuore», si intende esprimere un giudizio estremamente negativo nei suoi
riguardi.
Anche
nella tradizione plurimillenaria della nostra civiltà occidentale e nella
storia concreta di ogni uomo, la parola «cuore» è legata strettamente alla
esperienza dell'amore.
Nella
nostra cultura, nel linguaggio comune, anche dopo i trapianti cardiaci, la
parola «cuore» conserva tutta la sua profondità degli affetti, dei
sentimenti, delle relazioni interpersonali.
Nel
Nuovo Testamento, agganciandosi all'Antico, si usa il termine «cuore» come
sede dei sentimenti, degli affetti, e anche sede dell'intelletto, della volontà,
sorgente dei pensieri e delle decisioni. Il «cuore» è soprattutto il vero
centro dell'uomo a cui Dio si rivolge. È anche per questo che tanto giustamente
Dio viene detto: «esperto conoscitore del cuore».
È
una parola-simbolo, parola fonte, originaria e fondamentale, e per i contenuti
che riguardano Dio, e per l'esperienza storica della devozione del popolo di
Dio. Essa è come la sorgente del fiume, dalla quale il corso d'acqua trae la
sua origine.
Ora, proprio l'espressione significativa «Cuore di Cristo» è la parola più adeguate più alta per designare tutto il mistero di Gesù, per entrare nella profondità della sua figura di Figlio di Dio fatto uomo, divenuto, con l'incarnazione, l'umile Figlio dell'uomo crocifisso e poi risuscitato.
Nel
Cuore di Cristo, noi incontriamo il luogo in cui Dio ha rivelato tutto se
stesso, il luogo in cui - come ha contemplato l'evangelista Giovanni, guardando
al costato trafitto del Crocifisso - il Padre ha effuso sul mondo il dono dello
Spirito Santo, l'Amore comune del Padre e del Figlio. Nel Cuore di Cristo ogni
uomo assetato d'infinito incontra il mistero incommensurabile di Dio.
Ed
è ancora nel Cuore di Cristo, che ci «viene messo di fronte» il simbolo
dell'amore incomprensibile e disinteressato, dell'amore che vince nella
debolezza, che trionfa nello scoraggiamento, che dona la vita dopo essere stato
messo a morte: di quell'amore-carità che è Dio.
Con
questa fatidica parola «CUORE DI GESÙ» si viene a proclamare che Dio è «sempre
vicino» all'uomo che soffre, geme, prega, «s'interroga», qualche volta
perplesso: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?»
La
vera ricchezza del Cuore di Gesù la si comprende e la si apprezza prendendo in
mano la Bibbia. Ripercorrere tutta la sua vita, significa accorgersi che Lui,
nel suo rapporto con gli uomini, era un uomo «di cuore».
Gesù
ha compassione dei poveri e dei malati. Dona ai peccatori la pace con il suo
perdono. Siede a mensa con coloro che erano evitati ed esclusi dalla società.
Consola gli afflitti, solleva gli sfiduciati, ridona la vista ai ciechi, fa
camminare gli storpi e fa udire i sordi.
L'amore
è il movente che lo spinge. Soltanto a partire da questo «cuore» ricolmo di
amore, è possibile comprendere il suo atteggiamento d'amore verso Dio e gli
uomini, il suo agire e il suo parlare.
In
breve, possiamo dire che l'espressione «Cuore di Gesù» è una formula
sintetica per dire: Gesù vive del suo cuore; Egli è totalmente mosso dal suo
amore.
Il
suo amore non è una astrazione teorica, una parola vuota. Come ogni amore
autentico, è spinto all'incontro con gli altri e si realizza nell'unità e
nella comunione. L'amore di Cristo conosce due direzioni: la prima va verso il
Padre, il Dio eterno; solo Lui può dire: «Credetemi, lo sono nel Padre e il
Padre è in me». L'altra direzione va verso gli uomini. Egli ci invita a
condividere con Lui la comunione dell'amore fraterno. Aspetta un «si» libero e
fiducioso al suo invito. Molti rispondono con generosità; altri «passano oltre»;
alcuni lo evitano; altri non comprendono del tutto il suo invito.
Rivelazione
di «come» Dio è
Vale
fino in fondo questa affermazione: «Gesù è il segno posto da Dio stesso in
questo mondo». Gesù dice di sé: «Se conoscete me, conoscete anche il Padre».
E quando Filippo lo interroga: «Signore mostraci il Padre», Gesù risponde: «Da
tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai conosciuto? Chi ha visto me, ha visto
il Padre».
Esiste
perciò in questo mondo, una immagine del Dio eterno: Gesù Cristo! Ma è anche
l'unica immagine di Dio. Il Cuore di Gesù ci rivela che Dio è Amore. Il Cuore
di Gesù è una lettera aperta che Dio ci ha invitato a casa. E in essa
leggiamo: «Dio nutre interesse per noi; Egli ci ama con 'il suo cuore ricolmo
di amore». Guardando al Cuore di Gesù, possiamo riconoscere la natura più
intima di Dio, laddove l'Amore è vita è la vita è amore.
Cristo,
il «Cuore di Gesù», testimonia che come egli ha un cuore per noi, così anche
Dio ha un cuore per noi uomini. Esiste un interrogativo antichissimo che turba
la sicurezza degli uomini: «Com'è Dio?» «Come è nei miei riguardi, nei
riguardi dell'umanità; possiamo fidarci di Lui, oppure dobbiamo vivere
nell'angoscia e nella paura davanti a Lui?».
Il
Cuore di Gesù costituisce una luminosa e incoraggiante risposta a questi
profondi interrogativi. Dio, in forza dell'amore che scaturisce dal suo cuore,
cerca l'unione e la comunione con noi; vuole che divenga realtà, perché la
vita che ci da, deve veramente crescere.
Come
conclusione finale, il suo piano prevede la nostra partecipazione alla sua vita.
Egli desidera condurre tutti gli uomini a questa unione con sé; e questo è
senza dubbio il modo migliore perché la stessa unione esista negli uomini tra
loro.
Cristo
è il SÌ definitivo dell'amore di Dio agli uomini; e siccome è uomo che ama il
Padre, è il SÌ definitivo del suo amore al Padre.
Il
mistero di Cristo in croce è il colmo dell'umiliazione: l'innocente che è
condannato con iniquo giudizio; ma è anche il colmo della «gratuità». Che
cosa è un «cuore aperto»? Un cuore che non conserva niente per sé, ma è
soltanto dono. Un «cuore aperto» all'amore del Padre: «Ecce venio», nella
totale disponibilità; e così pure un «Ecce venio» totalmente disponibile ai
fratelli, perché Cristo è venuto per essere «riconciliazione».
La
«gratuità» dell'amore di Cristo è evidente perché noi non abbiamo nessun
merito, né titolo per essere persone privilegiate di questo amore. Un amore di
Dio che è creatore e continua ad amare anche quando l'uomo cerca altrove il
motivo della sua grandezza. Un amore di Dio «gratuito», e quindi «vero»
amore, cioè che vuole il bene della sua creatura; e il vero bene di ogni
creatura si può trovare solo in Dio. L'immagine è semplice: noi siamo come
tanti raggi che usciamo dall'amore di Dio; se ad un certo punto ci allontaniamo
da Lui, cadiamo nel buio, nel vuoto, nella morte eterna.
Soltanto
quando una creatura, amata da Dio, prende coscienza di questo amore, realizza
del tutto se stessa e insieme il progetto che Dio ha su di lei.
Creati
da Dio per amore e per l'amore, abbiamo uno scopo nella nostra vita che non è
il qualunquismo, il nulla, la noia, ma è ritornare all'amore per vivere
un'eterna
comunione
di amore.
La
méta a cui Dio ci invita non è altro che la partecipazione alla sua vita
divina. Chi «sa» rispondere «sì» entra in pieno nell'amicizia di Dio;
diventa così un «uomo nuovo», «creatura nuova».
Il
Cuore di Gesù ci invita a prenderlo come «norma decisiva» della nostra vita,
nel senso di riuscire ad armonizzare sempre di più il nostro cuore con il Suo.
Ogni
qualvolta sentiamo parlare di «spiritualità riparatrice», corrughiamo la
fronte, perché ci sembra di fare un salto indietro nel tempo, e di rispolverare
quelle cose antiche che non hanno più alcun valore per noi che viviamo ormai
alle soglie del 2000. Non è questo della «riparazione» un attentato alla
autonomia personale o un inutile sacrificio compiuto nella illusione di poter
giovare agli altri. Siamo tutti consapevoli del valore incalcolabile della
libertà e della responsabilità personale; tuttavia possiamo ben dire che è
merito della «riparazione» se è stata richiamata la dimensione sociale
dell'uomo.
Se
l'uomo e il cristiano fossero dei piccoli mondi chiusi in se stessi, l'idea di
«riparazione» risulterebbe assurda. E allora si tratta proprio di capire che
il «far qualche cosa per gli altri» non è semplice beneficenza, ma
espressione genuina di solidarietà: quindi «per gli altri e con gli altri».
Non
solo abbiamo bisogno degli altri per vivere, crescere e maturare, ma non
possiamo neppure essere noi stessi e comprendere il nostro mistero, se non
attraverso la comunione e l'interazione con gli altri.
La
riparazione sottolinea la «solidarietà di salvezza».
La
solidarietà nel bene, resa definitiva e totale da Cristo e nella Chiesa,
costituisce il modo di camminare della storia, perché è vero che «dove abbondò
il peccato, sovrabbondò la grazia». La vita cristiana è servizio, perché è
«vita» nello stesso Corpo di Cristo, che è la Chiesa.
La
riparazione esprime la comunione esistente tra i vari membri del popolo di Dio.
Fondata sulla riparazione operata da Cristo, la riparazione dei cristiani rende
attuale nella storia la salvezza, perché fa della loro vita una offerta di
intercessione per i fratelli. Ognuno si fa carico, degli altri, in virtù
dell'amore che aiuta, supplisce e presenta, con se stesso, il gruppo a cui
appartiene.
Se
stiamo cercando il modello, o la persona che realizza in sé la dimensione del
dono e della solidarietà, l'abbiamo trovata: è Gesù Cristo, per eccellenza «l'essere
per gli altri».
Nel
Credo recitiamo: «Per noi uomini, per la nostra salvezza discese dal cielo, si
è incarnato nella Vergine Maria e si è fatto uomo. Fu crocifisso per noi».
Questo
è l'orientamento altruistico di, Cristo!
Forse
noi cristiani siamo troppo abituati a ripetere, senza cercare di comprendere,
che Gesù è morto per noi, è vissuto per noi; è talmente vissuto, da
risuscitare per noi; ma è vissuto in tal modo e ha talmente amato la vita da
non concedere nulla alle forze della morte.
Certo,
Gesù non ha voluto la morte per la morte, né l'ha considerata una fatalità;
l'ha affrontata come una conseguenza della sua missione di profeta e le ha dato
lo stesso significato dato alla sua vita. Essa quindi - la morte - rappresentò
per Gesù il culmine del servizio, proprio come tutta la sua vita è stata un
servizio.
La
nostra riparazione allora non può essere tagliata fuori dal servizio e dalla
nuova creazione nello Spirito. Non può ridursi a consolazione del Cuore di Gesù,
né tanto a meno a ricerca del dolore, o ad un atteggiamento di rassegnazione.
La riparazione prende significato se scaturisce dalla «diakònia», cioè da
una vita volta al servizio degli altri, in contesto di solidarietà, e se è
illuminata dalla luce della risurrezione che tende alla costruzione del Regno di
Dio, da realizzare nello Spirito.
La
salvezza di ogni uomo ha luogo nella responsabilità del dialogo personale con
il Dio della grazia. Ma la salvezza ha anche la sua dimensione comunitaria; gli
uomini hanno bisogno gli uni degli altri per realizzare il loro rapporto con
Dio. Cosa vuol dire? Vuol dire che la salvezza personale avviene nella Chiesa e
per mezzo della Chiesa, in quanto Dio volle santificare e salvare gli uomini non
individualmente e senza alcun legame tra loro; Ma «volle costituire un popolo
che lo riconoscesse nella verità e lo servisse fedelmente», - così dirà il
Concilio.
Questo
discorso di chiesa si applica alla riparazione, che non può essere sganciato
dall'essere-chiesa, altrimenti si riduce ad un atto che è mio soltanto e della
mia decisione. Si può essere riparatore e riparatrici in quanto la Chiesa è
riparatrice! Perché? Prima di tutto perché esiste un legame profondo che la
unisce a Cristo e alla sua azione salvifica; e quindi ciascuno dei suoi membri
è chiamato a partecipare a questa opera di espiazione di Cristo.
Noi
cristiani siamo così profondamente e virtualmente uniti a Cristo da formare un
solo essere; siamo una cosa sola con Lui, partecipiamo alla sua morte e
risurrezione e continuiamo la sua missione sacerdotale, profetica e regale.
In
secondo luogo: come Cristo è stato il «Servo di Jhawé» che ha offerto la sua
vita in riscatto per gli uomini, così i membri della chiesa si impegnano ad
eliminare il peccato in se stessi e negli altri: con la preghiera, con l'offerta
della propria persona a Dio nell'amore; essi riparano, cioè influiscono
positivamente sui fratelli, rendendoli partecipi della sanità di Cristo.
È
meravigliosa la possibilità che noi abbiamo di poter operare per la salvezza,
ma non dimentichiamo che tutto dipende dall'essere uniti a Cristo, il vero ed
unico riparatore. Tutte le nostre buone opere, il nostro vivere la religione,
prese così da sole, non sono sufficienti a compiere questa riparazione; devono
essere inserite nell'opera e nella iniziativa di Dio in Cristo.
Si
tratta in fondo di riparare con Cristo, offrendo al Padre, come Lui e con Lui la
propria esistenza con tutte le prove e le difficoltà che si porta dietro.
Ognuno di noi deve sapere che si trova davanti a Dio «per gli altri», e che
gli altri sono davanti a Dio per lui. Quindi ognuno è responsabile del suo
prossimo, deve soffrire con lui, portare con lui i suoi peccati e soccorrerlo in
ogni cosa.
Questa
prospettiva contiene una dose notevole di responsabilità e di impegno per tutti
e per ciascuno. Dice
il
Papa Pio XII nella «Mystici Corporis»: «Mistero certamente tremendo, né mai
sufficientemente meditato, che cioè la salvezza di molti dipende dalle
preghiere e dalle volontarie mortificazioni intraprese a questo scopo dalle
membra del Mistico Corpo di Cristo ... in collaborazione con il divino Salvatore».
Quanto
abbiamo detto ci aiuta senz'altro a capire quest'ultimo aspetto che tocca da
vicino il nostro modo di riparare.
Un
«cuore aperto» è l'atteggiamento di quella persona che vive nello Spirito del
Signore tutti quei doni dello Spirito, che anche l'apostolo Paolo ricorda nella
sua lettera ai Galati.
Dice
uno scrittore: «Gesù è l'uomo dal cuore trafitto dalla lancia, dal dolore,
dall'abbandono dei suoi, dall'amore ... che amò sino in fondo». Anche il vero
discepolo di Gesù deve essere l'uomo dal cuore trafitto, colpito dalla
irreligiosità che cresce sempre di più attorno a lui, trafitto dalla
esperienza della propria miseria, dall'insuccesso della propria iniziativa ...
eppure convinto che solo da un tale «cuore aperto» passa la forza della Parola
e l'efficacia della Grazia. Il discepolo e il cristiano trova la sua identità
guardando al Cuore di Cristo: il Cuore che ha lasciato entrare dentro di sé le
tenebre del mondo e insieme i nostri peccati; il Cuore che si affida e si
abbandona interamente al Padre; il Cuore che si è lasciato trafiggere, per
diventare sorgente di sangue ed acqua, di amore e di spirito. E noi possiamo
collaborare con Lui nella misura in cui ci lasciamo dominare dal suo amore; la
nostra povera persona diventerà nelle sue mani strumento della sua opera di
salvezza nel mondo.
È
bello parlare di abbandono in una persona, di totale e illimitata fiducia in
qualcuno, quando questa persona è Gesù. E c'è una categoria privilegiata che
fa l'esperienza più vera di questa ricchezza del Cuore di Cristo: sono i
poveri, i poveri di Jhawé, gli «anawim».
Così
come sono privi di tutto, svuotati completamente agli occhi degli uomini, sono
invece gli «arricchiti da Dio», della sua presenza, dei suoi doni, della sua
protezione.
L'annuncio
più gradito ai nostri contemporanei (dei quali un 30% soffre di complessi di
colpa o di inferiorità, fino alla nevrosi) è sempre questo: «Va in pace,
neppure io ti condanno», «Le sono rimessi i suoi peccati, perché molto ha
amato», «Va in pace, la tua fede ti ha salvato». E questo annuncio risuona in
ogni pagina del Vangelo.
È
un tipo di povertà la nostra tutta particolare: quella detta sopra. Ci fidiamo,
ci abbandoniamo del tutto all'amore gratuito di Dio. Egli si rivela
gratuitamente in Gesù Cristo, che cerca non chi è sano, ma chi è ammalato;
non chi si ritiene giusto, ma chi si confessa peccatore: come il pubblicano con
la sua umiltà, Zaccheo con la sua generosità, la peccatrice con le sue
lacrime, l'adultera con la sua vergogna e il suo predominante silenzio. Gesù ci
invita alla umiltà e alla mitezza del suo cuore, proprio nella sua compassione
per le turbe stanche e sbandate, come pecore senza pastore. Ecco il Cuore di
Cristo, che non richiama certo il Dio giudice supremo, garante della legge, ma
piuttosto un atteggiamento, quello di Dio, che fa riferimento e appello al cuore
mite e umile di Cristo.
Non
s'intende la speranza e l'abbandono come realtà consolatorie per i «falliti
della vita». Non si può abbassare la virtù più creativa e concreta come è
la speranza a livello di pio sentimento consolatorio, in una quiete
tranquilizzante, in una rinuncia passiva ad agire, quasi un pretesto per
emarginarsi dalle cose che impegnano e contano: quasi la remissività dei
rassegnati, dei vinti dalla vita. Questa è una «caricatura» della speranza!
Abbandono e quindi speranza è molto di più della accettazione della propria
povertà, del proprio limite, perfino del proprio peccato: abbandono è amore e
gioia per tutto questo! La piccola Teresa di Lisieux può dire come la Vergine
Maria: «Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente! La più grande è di avermi
fatto amare la mia piccolezza, gioire della mia piccolezza e dei miei limiti,
delle mie debolezze...». E così anche Paolo: «Ben volentieri mi vanterò
delle mie debolezze, perché trionfi in me la forza di Cristo!».
L'abbandono
è la piena e completa conversione alla prima beatitudine: «Beati i poveri in
spirito, perché di loro è il Regno dei cieli». «Ha guardato alla umiltà
della sua serva».
Abbandono,
oltre che «amore e gioia» per la povertà del proprio essere, è il «rovesciamento»
di quella volontà di potenza, vera tentazione del diavolo per chi pretende di
essere come Dio. E non è una tentazione tanto rara! Quante volte ci
sorprendiamo a fare questa riflessione: «Se fossi più intelligente, se avessi
più salute, se avessi più forza di volontà, se fossi più bello ... se avessi
incontrato la persona giusta... ! Forse non ci accorgiamo, ma noi stiamo proprio
mormorando, tutti presi da una ispirazione impossibile di onnipotenza: viviamo
di sogni, di castelli in aria...!
Abbandonarsi,
e quindi sperare, significa rinunciare a questi sogni di grandezza, per far
tesoro di quella mancanza di forza di cui parla S. Paolo quando dice: «Lo
Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa
sia conveniente domandare».
Se
noi ci riconosciamo deboli, poveri, Cristo ci dice: «Non invidiare chi è più
forte di te, più ricco, più sano, perché al Padre è piaciuto addirittura
darti un regno - Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli
- Tu sei amato per quello che sei, e Dio non si è pentito di averti per figlio,
Dio non s'innamora dei sogni; è innamorato di te, povero, umile, che hai quanto
basta per essere il primo nel Regno dei cieli. Dio ti dà fiducia, ti dà la
gioia di essere te stesso, la gioia di vivere».
Sono
ancora e sempre valide le parole del Vangelo, che sottolineano quale grande
amore Dio ha per noi, per ciascuno di noi come individui. Con tutto il nostro
agitarci, non possiamo far crescere di un palmo la nostra statura spirituale.
Non preoccupiamoci di qual cibo nutrire la nostra anima, né con quali vesti
addobbarci per il banchetto del Regno: «Il Padre vostro che nutre gli uccelli
del cielo e veste i gigli del campo, sa di che avete bisogno».
L'abbandono
che è speranza, non è solo una virtù individuale, deve essere una «virtù
collettiva», ossia: non basta dire: «Anche se fossi il più grande peccatore
della terra, non smetterei di sperare nel mio Salvatore»; dobbiamo dire: «Anche
se questo mondo fosse il mondo più peccatore di quanti si sono succeduti nella
storia, non devo smettere di sperare nel suo e mio Salvatore».
Come
afferma il Papa nella «Redemptor Hominis»: «Gesù Cristo va incontro all'uomo
di ogni epoca, anche della nostra epoca. Avere in Dio una fiducia illimitata,
come se Egli non prendesse in considerazione la nostra debolezza umana, la
nostra indegnità».
Quante volte nel Vangelo ci si dice che Gesù parlava alle folle: «...E tutte le folle accorrevano a Lui». Egli prova davvero compassione per quella moltitudine che lo seguiva ormai da qualche giorno ed era affamata. «E così mangiarono e furono sazi circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini». Ed ancora, è la folla che porta a Lui i malati perché li possa guarire. La moltitudine si affida del tutto a Gesù che passa in mezzo e guarisce ogni sorta di malattia.
Con
questo atto di amore fiducioso Gesù riporta la vittoria su tutte le forze del
male e attira tutti a sé.
Nell'istante
in cui il Salvatore fece il suo atto di abbandono, gettò un altissimo grido che
- dice la lettera agli Ebrei - penetrò nei cieli. Questo grido era il grido
dell'amore, era il grido del Cuore di Gesù: era l'abbandono del Cuore di Gesù
all'amore e alla volontà del Padre. Anche noi ci abbandoniamo all'amore del
Cuore di Gesù con la nostra professione di amore verso questo divin Cuore,
facendolo vivere e regnare da solo dentro di noi, nei nostri affetti e nelle
nostre intenzioni. Ci abbandoniamo ancora a Lui con la
nostra
confidenza: «Ripongo la mia fiducia nel Cuore di Gesù, non rimarrò confuso».
Questo
amore e questo abbandono comprendono tutto. Ogni amico del Cuore di Gesù lo
deve ripetere spesso, per non avere altri pensieri e altri desideri. L'abbandono
al Cuore di Gesù non è un affidarci come vittime alla giustizia divina; ma è
abbandono pieno di dolcezza e di pace, come quello che nostro Signore presentò
nel suo spirito al Padre: «Padre nelle tue mani affido il mio spirito!».
Perfino la morte, sofferta per amore di questo divin Cuore, perde ogni amarezza
per tutte le anime generose.
Tra
gli atteggiamenti necessari per vivere la devozione al Sacro Cuore di Gesù, vi
è certamente l'OBLAZIONE, la capacità di offrire e di offrirsi.
1.
L'iniziativa nell'oblazione è del Padre che dona il suo Figlio Gesù.
È
Dio che per primo «offre» se stesso all'uomo, gli dona il suo amore, si mette
a disposizione totale di ogni persona perché ognuno possa entrare nel cerchio
del suo amore.
2.
La manifestazione di questa oblazione di Dio è il Figlio Gesù Cristo, il quale
vive l'intera sua vita come un'offerta d'amore al Padre facendo in tutto la sua
volontà.
Il
brano che meglio di tutti ci ricorda questo atteggiamento lo ritroviamo nella
lettera agli Ebrei:
«Entrando
nel mondo Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo
invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il
peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà».
(Ebrei 10,5-7).
Questo
«Ecce Venio», tanto caro a p. Dehon, non è stato pronunciato da Gesù solo
all'inizio della sua vita («entrando nel mondo»), ma ha trovato conferma in
ogni istante della sua esistenza terrena, dai trent'anni della vita nascosta ai
tre anni della vita pubblica che si è conclusa tragicamente sulla croce. Il
momento della trasfissione del cuore è certamente significativo della totalità
della sua offerta. Gesù era morto; non gli erano rimaste che poche gocce di
sangue e di acqua. Ebbene, nel suo grande amore, non si tiene nulla. Tutto ha
offerto e tutto vuol donare: e da quel cuore trafitto escono anche le ultime
gocce di sangue ed acqua. Ora veramente può dire: tutto è stato dato.
Ma
l'oblazione di Cristo non è terminata.
Egli,
sacerdote eterno, continua ad offrirsi a Dio e all'uomo nel sacrificio
eucaristico, nella S. Messa, perenne memoriale del suo amore che si dona al
Padre e all'uomo.
3.
Si è detto più volte che il Cuore di Cristo si propone a noi come modello da
imitare; ci presenta tanti atteggiamenti che devono entrare nella nostra vita.
Anche
l'oblazione, l'offerta di se stessi deve, quindi, entrare a far parte della vita
dell'uomo, di ogni uomo.
Non
è un privilegio o un compito riservato a pochi, ma ogni cristiano è chiamato
ad unirsi a Cristo nella sua offerta al Padre per la salvezza del mondo.
Il
Concilio Vaticano II ha riscoperto questa grande realtà: ogni cristiano è un
sacerdote, è cioè abilitato a offrire qualcosa a Dio.
Ci
sono i «sacerdoti ordinati», i preti, che soprattutto nella S. Messa svolgono
questo grande compito, ma è nelle azioni di tutti i giorni che ogni cristiano,
prete, religioso o laico, è chiamato a rivivere in sé quell'offerta che Gesù
ha fatto, fa e farà a Dio e all'uomo.
Molto
eloquente, a questo proposito, il passo della recente esortazione apostolica «Christifideles
laici» di Giovanni Paolo II:
«I
fedeli laici sono partecipi dell'ufficio sacerdotale, per il quale Gesù ha
offerto se stesso sulla croce e continuamente si offre nella celebrazione
eucaristica a gloria del Padre per la salvezza dell'umanità. Incorporati a Gesù
Cristo, i battezzati sono uniti a lui e al suo sacrificio nell'offerta di se
stessi e di tutte le loro attività (cf. Rom 12,1-2). Parlando dei fedeli laici
il concilio dice: "Tutte le loro opere, le preghiere e le iniziative
apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo
spirituale e corporale e, se sono compiute nello Spirito, e persino le molestie
della vita se sono sopportate con pazienza, diventano spirituali sacrifici
graditi a Dio per Gesù Cristo (cf. 1 Pt 2,5), i quali nella celebrazione
dell'eucaristia sono piissimamente offerti al Padre insieme all'oblazione del
Corpo del Signore. Così anche i laici, operando santamente dappertutto come
adoratori, consacrano a Dio il mondo stesso
(Lumen Gentium 34)"». (Christifideles Laici n. 14)
4.
vie per giungere all'unione a Cristo nel suo amore e nella sua oblazione
Naturalmente ogni nostro sforzo di oblazione ha valore nella misura in cui ci si
sente uniti a Cristo, l'unico capace di una totale offerta al Padre. Ecco alcune
vie che possono condurci all'unione a Cristo nella sua oblazione:
Unione creata dall'ascolto e dalla meditazione della Parola di Dio, che
ci fa conoscere la grandezza dell'amore oblativo di Cristo per Dio e per gli
uomini.
Unione vissuta nella condivisione del Pane Eucaristico, la S. Messa, che
ci rende simili a Gesù e che ci invia al mondo per offrirci, come Cristo, al
servizio dei nostri fratelli, soprattutto dei più poveri e sofferenti.
Unione rafforzata dal sentirci partecipi del sacerdozio di Cristo e quindi capaci di offrire a lode di Dio le nostre preghiere e le nostre azioni. * Unione ricercata nella contemplazione del Cuore trafitto di Gesù, modello a cui deve riferirsi ogni cristiano.
Unione desiderata nell'accoglienza dello Spirito, che scaturisce dal costato aperto perché ci dia la capacità di offrire ogni nostra azione al Padre.