IL
SACERDOTE MISSIONARIO SERVO DEI POVERI DEI. TERZO MONDO
San Bernardo diceva, riguardo alla nostra Madre: "De Maria nunquam satis" (di Maria non si dirà mai abbastanza; non la si amerà mai abbastanza...). Credo che possiamo parafrasare questo detto riferendolo al Sacerdozio: "De Sacerdote nunquam satis", dato che il Sacerdozio non è soltanto un sacramento come gli altri sei, ma è qualcosa che tocca il Mistero, che forma parte del Mistero; e, pertanto, non si finirà mai di approfondirlo e di meravigliarsi di fronte alla sua grandezza. Sarebbe di per sè un'assoluta presunzione pretendere di trattarlo esaustivamente in poche righe; tuttavia cercherò di descrivere, a grandi linee, ciò che considero alcuni dei suoi aspetti principali.
D'altra
parte, mi è stato chiesto di scrivere riguardo al Sacerdozio dei Missionari
Servi dei Poveri. Il P. Giovanni ha sempre detto che il nostro Carisma e la
nostra Spiritualità, in se stessi, non hanno niente di speciale, ma che
precisamente la loro particolarità, quello che si pretende, è che noi
assimiliamo e viviamo le ricchezze spirituali—
,_
carismatiche proprie della Chiesa stessa. E questo si applica anche, e
soprattutto, ai nostri sacerdoti.
Una
delle definizioni più belle e indovinate (oltre che brevi) del sacerdozio è
quella secondo la quale il sacerdote è "alter Christus" (un altro
Cristo). Nessuno come lui può applicare a sé stesso quello che San Paolo
diceva di sè: "Per vivere per Dio sono stato crocifisso con Cristo: e non
sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2, 19b-20).
Nell'ordinando, con l'imposizione delle mani del vescovo sul suo capo nel
momento in cui riceve il sacramento del sacerdozio, si realizza una
trasformazione "ontologica" (nel suo stesso essere essenziale), che fa
di lui non un'imitazione, un rappresentante, un riflesso di Cristo, ma
precisamente questo: un altro Cristo; o, detto meglio, il Cristo stesso.
Per
chiarire un po' questo, ci serve il paragone con quanto succede nella
consacrazione eucaristica. Abbiamo un poco di pane e un poco di vino: il
sacerdote pronuncia su di essi le parole della Consacrazione, ed essi continuano
a "sembrare" pane e vino, ma noi sappiamo bene che ormai non
"sono" più realmente tali, ma sono il Corpo e il Sangue di Cristo, il
Cristo stesso nella sua totalità, che si nasconde in queste umili apparenze.
Come dice San Tommaso d'Aquino nel suo prezioso inno eucaristico, i nostri
sensi, davanti a questo fatto, si confondono e possono essere tentati dal
dubbio, ma la nostra fede ci aiuta ad accettare che questo mistero, anche se non
è
"ragionevole",
non è "irrazionale".
La
stessa trasformazione si da nel Sacerdozio, solo che questa volta non avviene in
un pezzo di pane o in un poco di vino, ma in un uomo, in un essere umano con le
stesse debolezze del resto degli uomini, scelto però da Dio per questa
missione: essere presenza di Cristo nel mondo. Proprio per questo il
sacerdote, quando consacra, non dice: "Questo ha detto Cristo che è il suo
Corpo", ma: "Questo è il mio Corpo"; e nemmeno dice, per il
perdono dei peccati: "Cristo ti assolve", ma: "lo ti
assolvo".
'Tu
non hai voluto né sacrificio né offerta; un corpo invece mi hai preparato;
(...) allora ho detto: Ecco, io vengo (..) per fare, o Dio, la tua volontà':
Questa
citazione della lettera agli Ebrei (10, 5-7), che riprende l'orazione contenuta
nel salmo 39, riassume l'atteggiamento interiore di Cristo dal momento della sua
Incarnazione fino a quello in cui ascende al Padre. e a caratteristica che marca
la vita del sacerd immolazione e "vittimazione". Il Sacerdote è
chiamato a offrire a Dio questo culto che trascende il semplice culto
liturgico e abbraccia la sua vita intera: offrire tutto e tutti, offrendo e
immolando se stesso, come una nuova Vittima, per la salvezza del mondo.
Eucaristia Viva.
Se
non si parte da qui, non si capirà (né si potrà vivere) il triplice aspetto
della povertà, castità e obbedienza del sacerdote.
Con
Cristo Povero (e in Lui, e per Lui) noi ci stacchiamo non solamente dai nostri
beni materiali (cosa che, in se stessa, può risultare relativamente facile) ma
anche, e soprattutto, dai nostri progetti particolari, dal nostro modo personale
di vedere le cose, da altri attaccamenti personali...
Con
Cristo Casto (e in Lui, e per Lui), non solo mi sto "privando" di
formare la mia propria famiglia umana, ma pongo a disposizione del Signore la
mia capacità di amare, i miei sentimenti e la mia affettività, per lasciarmi
amare d'un amore sponsale da Lui (tenendo presente che negli sposi dev'esserci
"esclusività" nel loro mutuo amore) e per amare tutti "partendo
da Lui", non con la mia particolare maniera di amare, limitata e difettosa,
ma con l'amore stesso di Dio, di Cristo in me ("il tesoro della Castità
procede dall'abbondanza dell'Amore"). Infine, con Cristo Obbediente (e in
Lui, e per Lui), offro a Dio il mio tesoro più caro e più prezioso: la mia
libertà ("Accetta, Signore, tutta la mia libertà, la mia memoria, il mio
intelletto, l'intera mia volontà..."). Così come Cristo disse che il suo
cibo era fare la volontà del Padre, allo stesso modo quest'obbedienza
caratterizza ogni istante e ogni atteggiamento del Sacerdote Servo. Osservate
come, per parlare di questi aspetti, in nessun momento ho utilizzato la parola
"rinuncia", perché la povertà, la castità e l'obbedienza non sono
semplicemente una rinuncia; non sono qualcosa di segno negativo, ma di segno
positivo. Se mi svuoto di me stesso è perché Lui mi riempia di sè. Un
recipiente non può riempirsi di qualcosa se prima non è stato svuotato del suo
contenuto (è una legge fisica). Inoltre, come potrei parlare di
"rinuncia" sapendo che mi renderà il cento per uno`? (Lui l'ha
promesso, e non mente). Sarebbe lecito che piangessi e mi rammaricassi d'aver
"rinunciato" a 1.000 Euro che mi frutteranno 100.000 Euro? Questo non
si chiama "rinuncia", ma "investimento"...
Tutto
ciò darà necessariamente un'impronta speciale al modo in cui siamo chiamati ad
essere "Contemplativi in Azione"; cosa che, essendo una caratteristica
particolare del nostro Movimento, non è, come dicevo più sopra, una
"originalità" nostra, ma è della Chiesa stessa. Giovanni Paolo Il
insisteva su questo nella sua Enciclica Redemptoris Missio (circa la
permanente validità del mandato missionario): "Il missionario deve essere
un «contemplativo in azione» (...) Il missionario, se non è un contemplativo,
non può annunciare il Cristo in modo credibile. Egli è un testimone
dell'esperienza di Dio" (R.M. 91). Spesso si ha l'idea che il sacerdote, e
più ancora il sacerdote missionario, è una specie di "funzionario di
buone opere"..., ma non è vero. Nessuno può dare quello che non ha, e i
poveri reclamano non solo il pane materiale, ma anche e soprattutto il pane
dell'Eucaristia, l'alimento spirituale, la presenza viva di Cristo. "Nota
essenziale della spiritualità missionaria è la comunione intima con
Cristo" (R.M. 88); "Non si può testimoniare Cristo senza mettere la
sua immagine" (R.M. 87); "Ogni missionario è autenticamente tale
solo se si impegna nella via della santità" (R.M. 90), dal momento che la
santità a cui tutti dobbiamo aspirare (Lumen Gentium 40) non è un semplice
imitare Cristo dal di fuori, ma un imitarlo
prolungando
in certo modo il suo stesso essere.
Allora
si comprende veramente l'importanza della preghiera, scuola della
contemplazione. Nella preghiera, e in modo speciale nell'Adorazione Eucaristica
- che noi Missionari Servi dei Poveri facciamo ogni giorno -, impariamo a
configurarci a Cristo (Maestro che insegna nel silenzio) e ad acquistare le sue
stesse fattezze "Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo
Gesù ", (Flp 2, 5), la sua carità, la sua umiltà, la sua mansuetudine
"Imparate da me, che sono mite e umile di cuore", (Mt 11, 29), a
esercitare quello sguardo interiore (che spesso ci manca) che ci fa scoprire la
presenza del volto di Cristo nascosto nell'Eucaristia, per poterlo poi scoprire
nascosto in un altro modo nei nostri fratelli, i più poveri, i suoi
prediletti: "Ogni volta che avete fatto (o non avete fatto) queste cose a
uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avetefatto (o non l'avetefatto)
a me", cfr. Mt 25, 40-45. È allora quando realmente l'azione o attività
diventa un prolungamento della preghiera; e, la preghiera, il motore dell'azione
o attività.
Termino
confessando un piccolo segreto. Quando sono a Cusco, molte volte (appena ne ho
l'opportunità) mi piace recarmi nella sala San Raffaele, dove stanno i nostri
bambini ammalati, molti di loro con severe paralisi, immobili nei loro lettini,
e rimango lì a guardarli, contemplandoli (per me è un po' come "l'altra
mia Adorazione Eucaristica"). Materialmente non fanno nulla; umanamente
non servono a nulla. Però devo confessare che questi "enanos" ("nanetti",
come li chiamiamo familiarmente) sono i miei maestri in materia di sacerdozio,
sono la scuola di formazione permanente nel mio sacerdozio: vittime innocenti,
che nella loro malattia portano sulle proprie spalle, in silenzio, il dolore, la
croce. E in contraccambio, a quanti si avvicinano a loro, essi offrono
semplicemente la serenità del loro sguardo e il calore del loro sorriso. E io,
vedendo che stanno lì come Eucaristie vive, le offro interiormente al Signore
offrendo con loro me stesso, e chiedo al Signore di riprodurre in me gli
atteggiamenti di questi Cristi (il loro silenzio, il loro pacifico sorriso), il
saper soffrire accettando con serenità la mia croce; imparando al tempo
stesso ad apprezzare l'immensa abbondanza di grazie che produce per le anime in
tutto il mondo la loro "apparente" inattività... (una dimostrazione
in più del fatto che l'evangelizzatore è a sua volta evangelizzato da quegli
stessi che lui è chiamato ad evangelizzare).
Non
stancatevi mai di pregare per i sacerdoti, specialmente in questi momenti in
cui sembra che si siano scatenate sul mondo tutte le forze del male, accanendosi
in modo particolare contro i ministri sacri del Signore: pregate affinché
rimaniamo fedeli, aiinchè siamo Santi, affinché siamo, in definitiva, niente
di più (e niente di meno) di quello che dobbiamo essere: "Alter Christus".