IL PECCATO

Di Padre Vincenzo Benetollo

La Grazia, cioè l'amicizia con Dio, può dunque essere persa con il peccato, che consiste nella disobbedienza ai Coman­damenti di Dio. Perché questa disobbe­dienza ha conseguenze così gravi?

Il peccato è anzitutto un'offesa fatta a Dio e una rottura della comunione con lui. Esso rinnega l'umanità che è in noi, e quin­di va contro la ragione e la verità, la retta coscienza, l'amore che è donazione e ami­cizia, e anche contro il prossimo, in parti­colare i fratelli nella Fede che con noi for­mano la Chiesa.

Ma è possibile che una nostra azione possa arrivare a fare tanto male?

Purtroppo è possibile. La parabola del figliol prodigo fotografa bene la "scelleratezza" del peccato. Anzitut­to c'è nel figlio il rifiuto dell'amicizia con coloro che lo amano (il padre e il fratello), poi la rottura dell'armonia familiare, la rinuncia a fare la propria parte per il bene comune, il proposito ostinato di inseguire una falsa felicità, che sfocia nel "consumo" di cose (l'e­redità paterna) e di persone (le prosti­tute), e l'insensata fiducia nel potere del denaro («Dammi la parte del pa­trimonio che mi spetta»).

A questo proposito c'è qualche al­tro esempio nel Vangelo?

Ce ne sono tanti altri perché Gesù, venuto per perdonare i peccati, con il suo insegnamento e le sue azioni mo­stra con evidenza che il peccato è la negazione della verità e dell'amore.

Si prenda ad esempio la parabola del ricco e di Lazzaro.

Il ricco pensa egoisticamente al proprio benessere e considera gli altri solo in funzione di sé; non gli interes­sano l'amore e l'amicizia e non viene toccato dalla sofferenza del prossimo;  il suo dio, che egli serve come uno schia­vo, sono i beni sensibili e materiali, tanto che le aspirazioni della sua anima sono completamente soffocate.

E alla fine si ritrova all'inferno.

Ma allora tutti i peccati fanno perdere la Grazia, cioè l'amicizia con Dio?

No, perché ci sono disobbedienze gravi ai Comandamenti e disobbedienze legge­re: quindi ci sono peccati gravi, che si dico­no peccati "mortali", e disobbedienze leg­gere, che si dicono peccati "veniali".

Solo i peccati "mortali" fanno perdere la Grazia e portano all'esclusione dalla vita eterna. Gesù stesso afferma che per avere la vita eterna bisogna evitare le disobbe­dienze gravi ai Comandamenti.

Quindi c'è una grande differenza fra il peccato mortale e il peccato veniale?

C'è una differenza sostanziale. I pecca­ti sono come una malattia dell'anima, che possono uccidere istantaneamente la Gra­zia, oppure semplicemente indebolirla. Avviene dunque in ambito spirituale quanto accade per le malattie corporali. Ci sono delle malattie che sono mortali perché attaccano gli organi vitali che sono fondamentali per la salute fisica.

Ci sono poi altre malattie, più leggere, che indeboliscono e a volte, se non sono curate, possono predisporre alla morte.

Allora il peccato mortale è una cosa molto grave?

La parola stessa "mortale" indica che si tratta di una disobbedienza molto grave ai Comandamenti, tanto da far perdere l'a­micizia con Dio.

La cosa non deve meravigliare perché accade così anche nell'amicizia umana: ci sono azioni che fanno morire immediata­mente l'amicizia, come il tradimento o la diffidenza, e altre invece che la indeboli­scono, come l'insofferenza o la pigrizia da parte dell'amico.

Quindi si deve anche dire che il pecca­to mortale è, in assoluto, il male più grave di tutti?

Sì, il peccato mortale è il male più gra­ve di tutti perché fa perdere il bene più grande, che è quello di essere e conservar­si in Grazia di Dio.

Si può precisare meglio quali sono i peccati mortali?

Sono quelli che offendono direttamen­te Dio: per esempio l'incredulità; la bes­temmia; la pratica della magia e il ricorso ad essa; l'omissione della partecipazione alla Santa Messa festiva senza un grave motivo; tacere volontariamente un pecca­to mortale in confessione. Ma sono mortali anche quei peccati che offendono grave­mente le persone che Dio ama, cioè noi stessi e i nostri fratelli: per esempio il suicidio, i maltrattamenti o le trascu­ratezze gravi nei confronti di figli, genitori e autorità; l'uccisione o il feri­mento grave di persone che non stan­no attentando alla nostra vita; l'abor­to; il piacere sessuale procurato in qualsiasi modo contro la legge di Dio, il che accade sempre e comunque quando è ricercato fuori del matrimo­nio, anche se si tratta di atto solitario; il furto di cose importanti o di somme consistenti, il che accade anche quan­do non si compie coscienziosamente il proprio lavoro o si pratica l'usura; diffamare in modo grave il prossimo o calunniarlo. Di solito si dice che tutti questi peccati sono "mortali" perché sono disobbedienze circa una "mate­ria grave".

Quindi se una persona compie an­che una sola di queste azioni che comportano, appunto, materia grave, commette un peccato mortale?

Le azioni di questo tipo sono sen­z'altro peccati mortali, purché vi sia piena consapevolezza e totale consen­so in chi li compie.

Che cos'è la "piena consapevo­lezza "?

La piena consapevolezza, o piena av­vertenza, presuppone che uno sappia che compiendo quella certa azione va contro la legge di Dio, e nonostante ciò la voglia fare ugualmente. Nessuno commette un vero peccato senza saperlo. E nessuna a­zione può essere un vero peccato se ci si è accorti che era peccato solo dopo averla commessa.

Può accadere che uno voglia rimane­re nell'ignoranza per non essere respon­sabile delle sue azioni cattive?

Sì, può accadere, ma costui commette già un peccato perché nel suo cuore c'è una volontà di male. Perciò è indispensabile studiare e conoscere gli elementi essenziali della dottrina cristiana, in particolare i Comandamenti di Dio, i precetti della Chiesa e i doveri del proprio stato.

Che cos 'è il "totale consenso"?

Il totale consenso, o deliberato consen­so, implica l'adesione sufficientemente li­bera, cioè autonoma, della nostra volontà a compiere quella determinata azione, cosic­ché possiamo dire che quell'azione è stata una scelta personale. Le azioni involon­tarie, quindi, non sono mai peccato.

La volontarietà delle nostre scelte può essere alterata dalla sensibilità eccessiva, dalle abitudini contratte o dall'impulso delle passioni, come anche da pressioni esterne o turbe psichiche.

Ora, quando ci sono questi gravi con­dizionamenti, come si fa a giudicare la responsabilità personale?

Questi fenomeni che influiscono sulle nostre scelte possono attenuare e scusare, in parte o totalmente, la nostra responsa­bilità rispetto anche a peccati oggettiva­mente mortali. Senza dubbio questo non è un giudizio facile; ma il Si­gnore che scruta la nostra mente e il nostro cuore, e che è misericordioso e giu­sto, sa giudicare con sapi­enza e bontà.

Per parte nostra noi sia­mo chiamati a essere one­sti con noi stessi e a non es­sere superficiali.

Si può riassumere in breve quando si commette un peccato mortale?

Per commettere un peccato mortale è necessa­rio che vi siano queste tre condizioni:

1. Che si disobbedisca circa una materia grave;

2. Che si abbia la piena consapevolezza;

3. Che vi sia il totale consenso.

Che cos'è il peccato veniale?

Il peccato veniale è una disobbedienza più leggera alla legge di Dio rispetto al peccato mortale.

Sono peccati veniali le innumerevoli mancanze, o colpe, che capita a tutti di commettere, come l'omissione o la recita distratta delle preghiere quotidiane, le pi­grizie, le vigliaccherie, le insofferenze, le prepotenze, i giudizi o le parole poco gen­tili, le sgarberie, i piccoli pettegolezzi, le bugie di comodo, i modi alteri e poco be­nevoli, le nostre "fughe" quando siamo in­vitati ad atti di generosità, o quando c'è da impegnarsi e far fatica; poi tutti gli altri comportamenti, in pensieri, parole e ope­re, che non rappresentano ciò che conside­riamo il comportamento migliore.

Questo modo di considerare il peccato non nasconde un rigore eccessivo?

Alla luce dell'insegnamento di Gesù, che ci chiama a essere perfetti come il Pa­dre celeste, sicuramente no. Ma questa esi­genza di perfezione è propria anche della natura umana, e noi ne facciamo una espe­rienza quotidiana.

Poiché infatti ogni persona è chiamata a fare sempre le cose al meglio, cioè in mo­do perfetto, è sufficiente un piccolo errore in un compito in classe per dire che quel compito non è del tutto corretto; oppure basta una semplice macchiolina nella ca­micia per poter affermare che essa non è completamente pulita.

Si deve concludere quindi che ciascuna persona è chiamata a evitare ogni tipo di errore o di imperfezione: nel lavoro, nel gioco, a scuola e in tutti i rapporti con il prossimo.

Ma naturalmente ciò viene richiesto an­cora di più nei confronti di Dio, che è per­fetto, e chiede a noi di avere con Lui un comportamento trasparente.

Tratto da: Grande Opera Mariana GESU’ E MARIA – 2/2008