IL MASSACRO DI ALTO ALEGRE
13 marzo 1901
Era
il 13 marzo 1901, esattamente cent'anni fa, quando quattro Cappuccini della
Provincia Lombarda, sette Suore Terziarie Cappuccine di Loano, della nascente
comunità voluta dalla beata Francesca Rubatto e oltre duecento cristiani
della Missione di Alto Alegre, nello stato di Maranhao (Nord Est del Brasile),
furono massacrati da un gruppo di Indios di varie tribù. Secondo fonti
attendibili furono circa 280, mentre ripetutamente, nelle sue lettere la
superiora generale Madre Rubatto scrive che quelli accertati furono 261. In
effetti il massacro potrebbe aver coinvolto aldee nascoste nella selva, dove
nessuno mai andò a verificare se e quante eventuali ulteriori vittime vi
erano state. Quando la notizia giunse in Italia, e direttamente agli orecchi del
Papa Leone XIII, egli esclamò: "Sono le primizie del secolo".
Primizie martiriali, il cui sangue deve ancora portare frutto, in una rinnovata
evangelizzazione dei popoli amerindi, per nuova esuberanza di credenti ricchi
di autenticità e di fede, di umiltà lieta e di passione per gli ultimi. Sono
primizie francescane di un secolo che ha visto le apocalissi più tragiche
dell'insensatezza e della perfidia umana, tradotta in guerre e genocidi di
portata inaudita.
I MARTIRI

I
Padri erano:
Rinaldo
(Francesco Panigada) da Paullo, nato il 5-12-1863~, entrato ventiquattrenne tra i novizi
cappuccini e ordinato sacerdote nel 1892. Partito per il Brasile nel 1894,
divenne l'anima di quella Missione. Fu il primo e l'ultimo superiore della
Missione di Alto Alegre.
Padre Zaccaria
(Battista Casari) da Malegno, venuto alla luce il 21-10-1861, ricevette l'abito
religioso nel 1883. Divenuto sacerdote il 21-12-1889 e partì per il Brasile in
compagnia di p. Rinaldo e di altri sei missionari il 7-11-1894. Nella
Missione fu assegnato a Barra do Corda, con il faticoso compito delle desobrighe,
la visita alle piccole comunità e alle famiglie disperse nella foresta,
per raggiungere le quali doveva sobbarcarsi lunghi e pericolosi viaggi. A
cavallo passava da capanna a capanna, si fermava, predicava amministrava i sacramenti,
dava consigli, pacificava. Si recò ad Alto Alegre il giorno prima del martirio,
per aiutare i confratelli a collocare una campana, percorrendo 76 Km di strada a
dorso di mulo ed arrivando a destinazione a notte inoltrata. A quell'ora nelle
vicinanze della Missione ardevano già le fiamme rossastre dei fuochi accesi
dagli Indios organizzati dal Capitano Caboré, Joao Manoel Pereira Dos
Santos. Suoni rauchi e canti di ubriachi si diffondevano nella foresta,
mentre le suore le bimbe indigene del collegio e i padri riposavano. Alle
cinque del mattino P. Zaccaria era nella chiesetta per la celebrazione della
Messa e fu una delle prime vittime ad essere colpite, e venne gettato ancora
vivo nell"'assudi".
Padre Vittore
(Biazini Camillo) da Bergamo, nacque a Lurano il 1-6-1872. Vestì l'abito
cappuccino nel 1889 e celebrò la prima Messa il 9 marzo 1895. Partì per il
Brasile il 3 novembre 1896 con un gruppo di cinque missionari e venne destinato
nel 1899 alla missione di Alto Alegre. Era all'altare quando gli Indios assalirono
la missione, e davanti alle vittime che già giacevano numerose a terra in un
bagno di sangue, ebbe il coraggio dell'offerta suprema: "Che volete? Io so
di non avervi fatto male alcuno, anzi, vi ho sempre amati. Dei miei più nessuno
vive con me: volete uccidere questo povero frate? Eccomi pronto. Non fate più
vittime!". Ma immediatamente cadde colpito da una scarica di archibugio.
Fra
Salvatore da Albino (Fortunato
Fassi), nacque il 28-6- 1872. Entrato in noviziato dopo la leva militare, vestì
il saio nel 1892 e rimase fratello laico. Umile e laborioso, lavorava
personalmente tantissimo e coordinava l'attività degli Indi che si erano aggregati
alla Colonia. Insieme ai quattro religiosi trovarono la morte anche due membri
del Terz'Ordine, Donna Carlota Bizerra e Pietro Novaresi, anch'egli di Paullo
nel lodigiano. Donna colta e pia, Carlota Bizerra
era nativa
di Barra do Corda, e, rimasta vedova, era divenuta collaboratrice dei
missionari già prima dell'arrivo delle suore, che preziosamente affiancò
nella cura delle piccole indie. Considerata "mamma degli indigeni", ne
fu la prima educatrice. Neppure essa fu risparmiata dalla furia omicida nella
notte della devastazione.
Pietro Novaresi,
nato a
Paullo nel 1877, aveva chiesto di seguire i Padri nella Missione come terziario
francescano. Accettato, partì con tutto il suo entusiasmo giovanile, e lavorò
accanto ai missionari e alle missionarie con bontà e con zelo. Con essi
condivise la grazia del martirio.
Le
sette Suore erano tutte giovanissime.
Suor Agnese,
Colombina Colombo
da Rovagnate (Co), nacque il 21-2-1875. Aveva appena compiuto diciannove anni quando entrò nell'Istituto. La
Madre fondatrice la volle nel piccolo gruppo di suore che accompagnò
personalmente ad Alto Alegre nel 1899 e la costituì prima superiora della
casa della missione servizio che occupò fino all'agosto 1900. Era
infaticabile nella cura e nell'istruzione delle piccole indie accolte nella
missione.
Suor
Eleonora, Caterina
Tassone nata a Peveragno (Cn) il 4 aprile 1874, era una giovane donna senza
fronzoli, limpida, forte ed essenziale come la sua gente contadina. A 23 anni
entrò in comunità a Genova, vestendo l'abito religioso il 12 gennaio 1897 e
dopo pochi mesi partì per l'America latina dicendosi felice "se avesse
avuto la sorte di morire martire per Gesù". Fu la seconda e l'ultima
superiora di Alto Alegre. L'eccidio sradicò con lei, ventisettenne, l'intera
comunità.
Maria
Dagnino, nata
a Voltri (Genova) l'8-9-1874, fece la vestizione conservando il nome di
battesimo, il 7 maggio 1897 e con la consorella suor Eleonora il 1° giugno
seguente. Con la stessa emise la professione religiosa a Montevideo il 19
gennaio 1899. Molto umile, riconosceva come unica sua pena il sentirsi
"incapace e poco buona". Abilissima ricamatrice era amata sia dalle
consorelle che dalle fanciulle per la dolcezza del carattere e la squisitezza
dei sentimenti. È un volto buono, con tratti di laboriosa praticità
genovese, quello di
Suor Natalina
Parodi, nata
a Voltri (Genova) il 2 febbraio 1878 e battezzata con il nome di Geronima.
Entrò anch'ella a vent'anni tra le Terziarie Cappuccine, vestendo il saio il 18
settembre 1898. Appena venti giorni dopo, l'8 ottobre, partiva per l'America
Latina e, ancora novizia venne inviata ad Alto Alegre, dove emise la
professione religiosa. Un carattere schietto ed estremamente affabile era la sua
ricchezza messa a disposizione di tutti.
Suor Benedetta,
Angiolina
Isetta, nata ad Arenzano (Genova) il 25-11-1877, era entrata ventenne nella Congregazione
e vestì l'abito francescano a Genova il 7 maggio 1897. Con Suor Eleonora e Suor
Maria si imbarcò per le missioni il 1° giugno 1897 e professò a Montevideo
il 19 gennaio 1899. Ad Alto Alegre fu cuciniera di finissima carità, la sua
dote più bella e da tutti riconosciuta. Carissima alle ragazze, aveva per
chiunque sempre una parola di bontà e di incoraggiamento.
Suor Eufemia,
Clotilde
Macchello nacque a Deaglio (Alessandria) il 7 novembre 1875 e fu compagna di vestizione
di Suor Natalina, con la quale partì per Montevideo ed insieme al piccolo
gruppo si recò nell'avamposto missionario del Maranhao. Sua nota distintiva
fu una gioia contagiosa, doppiamente meritoria per il continuo mal di testa
di cui soffriva. "Purché
mi faccia santa ogni posto è buono" era il suo motto, segno di una volontà
totalmente offerta.
Suor Anna
Maria, Chiara
al fonte battesimale, di Vianna (Maranhao), fu la prima vocazione indigena,
accolta personalmente ed associata al gruppo dalla Fondatrice, Madre Francesca.
Era stata nell'educandato delle Suore Dorotee di quella città e avvertì la
chiamata alla vita missionaria vedendo passare le Suore Cappuccine in viaggio
verso Alto Alegre. Vestì l'abito religioso alla presenza di Madre Rubatto,
nel giorno della festa delle stimmate di San Francesco, il 17 settembre 1899 e
visse con il fervore e la generosità dei neofiti.
Con
loro morirono nella strage quasi tutte le bambine ospiti del Collegio - nel
1901 erano 44 - e
intere famiglie dei villaggi vicini, associate al martirio di coloro che
avevano dato la vita per Cristo e per essi.
UNO SGUARDO AGLI ANTENATI
L'apostolato
cappuccino in Brasile era iniziato in forma organizzata nel 1612, quando
approdarono sulle coste del Maranhao alcuni religiosi della provincia di
Parigi al seguito della spedizione militare comandata da Franyois de Rasilly e
Danile de la Touche, per quella che si può considerare l'inizio della storia
ecclesiale della regione. Nel 1892 comunque le truppe portoghesi costrinsero
alla resa i francesi. Di conseguenza anche i Cappuccini d'Oltralpe furono
espulsi; ne rimasero solo due a collaborare con i due padri portoghesi al
seguito delle truppe, mentre isola e città di Saint Louis vennero ribattezzate
Sao Luis do Maranhao. La presenza dei Cappuccini nei secoli seguenti vi rimase
solo come frutto della iniziativa di singoli frati. Nel 1892 la Provincia
Lombarda accettò di rimandare Frati in Brasile. Scelse e inviò il primo
drappello di sei Cappuccini: salpati da Genova sulla motonave "La
Veloce" il 10 aprile 1892, approdarono nel porto di Recife, stato di
Pernambuco, il 24 dello stesso mese mentre la febbre gialla serpeggiava nel Paese. Infatti
avrebbero dovuto imbarcarsi sul piroscafo "Sudamerica", il quale,
essendo tornato dal suo ultimo viaggio con sospetti casi di tale malattia,
era stato messo in quarantena. Essa, due mesi dopo, stroncherà in soli sei giorni la forte fibra
di uno di loro, p. Emiliano da Goglione. Quando Portoghesi e Brasiliani occuparono
per la prima volta la località dove sorse poi Barra do Corda - poco lontano
dalla quale molto più tardi verrà fondata la missione di Alto Alegre - le
tribù dei Cannellas, Matteiros e Guajajaras non opposero resistenza ma si
ritirarono nelle selve. Dovettero guardare con sospetto quell'intrusione niente
affatto richiesta o trattata di comune accordo, e tendenzialmente molto mal
sopportata. Nel 1855 Barra do Corda aveva una popolazione giudicata sufficiente
per una città, e come tale fu riconosciuta ufficialmente dal Governo. In quel
tempo alcuni pensarono di stabilire sopra le tribù, soprattutto quella dei
Cannellas, che apparivano più miti e condiscendenti, più intelligenti e
disponibili al lavoro, una specie di direttorato. Il primo ad occupare
quella carica fu Manuel Rodriguez de Mello Uchoa, già anziano e niente affatto
interessato alla promozione umana dei Nativi. Ma li lasciò anche relativamente
liberi, non occupandosi di loro. Gli subentrò Joao da Cunha Alcanfor, che,
diversamente dal suo predecessore, fissò la sua residenza a Cateté, presso
un'aldea. Egli fu un vero tiranno dei suoi concittadini - sudditi. Padre
Bartolomeo da Monza, che fu sul posto dopo il massacro di Alto Alegre e là
raccolse i dati pubblicati nelle sue "Note storiche" relative al
tragico fatto, lo descrive a tinte fosche: "Egli cominciò nel
considerare la tribù dei Cannellas come sua proprietà privata, e obbligò la
tribù a dissodare terreni, formare 'rozze' e ridurle a coltivazione",
per appropriarsi poi dei loro prodotti, "lasciando che i poveri selvaggi
soffrissero la fame". Era dunque un clima pesante, povero di umanità e
viziato da una presunta, indiscussa superiorità dei "bianchi"
rispetto agli indigeni. Ma non solo. Cause complesse si inseriscono nella
complessa storia dell'allora Brasile imperiale. E cause molteplici con tutta
probabilità s'incrociano nella genesi del massacro.
Rifiuto del regime lavorativo intenso ed "europeo", totalmente
estraneo alla
mentalità di un popolo indio di raccoglitori e pescatori. Rimbrotti - mal
sopportati - per questioni di morale coniugale e familiare fatti apertamente
dai Frati a diversi Indi, sono uno dei probabili moventi prossimi
dell'ecatombe. I Padri, ad esempio, avevano espulso la concubina di Caboré dalla Colonia, P. Vittore "batteva
liberamente i vizi e gli errori con parole di fuoco" e Fra Salvatore
"peraltro fece un grosso sbaglio di strappare a un indio, in pena
d'avergli attentata la vita, quattro figli", ritenendolo
la cosa più naturale del mondo (P.
Timoteo Zani da Brescia). Inoltre un'epidemia di "sarampo" cioè di rosolia,
colpì la regione ed entrò nei Collegio, provocando cinquanta vittime tra l'istituto
maschile di
Barra do Corda
e quello femminile di San josé da Provinencia.
Non ultima sembra essere stata la pressione della Massoneria, che non perdeva
occasione per limitare il lavoro o, se possibile, eliminare la presenza dei missionari. Segnali si
erano avuti in
precedenza con
veri attentati alla vita dei Padri e di Fra Salvatore. A ciò si aggiungeva l'inerzia se non la complicità
dello Stato, espresse anche dal comportamento temporeggiatore del colonnello Pinto. Ne sarebbe prova
pure il verdetto assolutorio pronunciato dal tribunale di Grajaù nei
confronti dei responsabili del massacro. La sera dello stesso giorno in cui fu
pronunciata la sentenza, furono liberati e anche molti Barracordensi che li
avevano ricevuti il 7 agosto 1901 con indignazione, presero parte ad una festa e
a una grande danza in loro onore. Joao Caboré non tornò in libertà, avvenuta per una trentina di sudditi - compagni il 27
luglio 1905: la morte lo aveva colto nella prigione di Barra do Corda il 14
novembre 1901. Due giorni prima, durante la visita di P. Roberto da Castellanza si era
riconciliato con Dio e con i fratelli, ricevendo l'assoluzione e l'Olio degli infermi.
Esattamente un anno dopo, il 14 novembre 1902, nello stesso carcere aveva concluso i
suoi giorni anche Manoel Paiva, uno dei più attivi complici del massacro,
anch'eglì assistito dai Frati. (Graziella Merlatti)
UNA RINNOVATA COSCIENZA ECCLESIALE DEL
MARTIRIO
Tertio
millennio adveniente Giovanni Paolo 11,1994
37.
La chiesa del primo millennio nacque dal sangue dei martiri: «Sanguis
martyrum - semen christianorum». Gli eventi storici legati alla figura di
Costantino il Grande non avrebbero mai potuto garantire uno sviluppo della
Chiesa quale si verificò nel primo millennio, se non fosse stato per quella seminagione
di martiri e per quel patrimonio di santità che caratterizzarono le prime
generazioni cristiane. Al termine del secondo millennio, la Chiesa è
diventata nuovamente Chiesa di martiri. Le persecuzioni
nei riguardi dei credenti - sacerdoti,
religiosi e laici - hanno operato una grande semina di martiri in varie parti
del mondo. La testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento del sangue
è divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e
protestanti, come rilevava già Paolo VI nella omelia per la canonizzazione
dei martiri ugandesi. È una
testimonianza da non dimenticare. La
Chiesa dei primi secoli, pur incontrando notevoli difficoltà organizzative,
si è adoperata per fissare in appositi martirologi la testimonianza dei martiri. Tali martirologi sono
stati aggiornati costantemente attraverso i secoli, e nell'albo e dei beati
della Chiesa
sono entrati non soltanto coloro che hanno versato il sangue per Cristo, ma
anche maestri della fede, missionari, confessori, vescovi, presbiteri,
vergini, coniugi, vedove, figli. Nel nostro secolo sono ritornati i
martiri, spesso sconosciuti, quasi «militi ignoti» della grande causa
di Dio. Per quanto è possibile non devono andare perdute nella Chiesa le
loro testimonianze. Come è stato suggerito nel concistoro, occorre che le
Chiese locali facciano di tutto per non lasciar perire la memoria di quanti
hanno subito il martirio, raccogliendo la necessaria documentazione. Ciò,
non potrà non avere anche un respiro ed una eloquenza ecumenica. L'ecumenismo
dei santi, dei martiri, è forse il più convincente. La communio
sanctorum parla con voce più alta dei fattori di divisione. Il martyrologium
dei primi secoli costituì la base del culto dei santi. Proclamando e
venerando la santità dei suoi figli e figlie, la Chiesa rendeva sommo onore a
Dio stesso; nei martiri venerava il Cristo, artefice del loro martirio e della
loro santità. Si è sviluppata successivamente la prassi della
canonizzazione, che tuttora perdura nella Chiesa cattolica e in quelle
ortodosse. In questi anni si sono moltiplicate le canonizzazioni e le beatificazioni.
Esse manifestano la vivacità delle Chiese locali, molto più numerose
oggi che nei primi secoli e nel primo millennio. Il più grande omaggio, che
tutte le Chiese renderanno a Cristo alla soglia del terzo millennio, sarà
la dimostrazione dell'onnipotente presenza del Redentore mediante i frutti di
fede, di speranza e di carità in uomini e donne di tante lingue e razze, che
hanno seguito Cristo nelle varie forme della vocazione cristiana. Sarà
compito della Sede apostolica nella prospettiva del terzo millennio, aggiornare
i martirologi per la Chiesa universale, prestando grande attenzione alla
santità di quanti anche nel nostro tempo sono vissuti pienamente nella
verità di Cristo. In special modo ci si dovrà adoperare per il riconoscimento
dell'eroicità della virtù di uomini e donne che hanno realizzato la loro
vocazione cristiana nel matrimonio: convinti come siamo che anche in tale
stato non mancano frutti di santità, sentiamo il bisogno di trovare le vie più
opportune per verificarli e proporli a tutta la Chiesa a modello e sprone
degli altri sposi cristiani.
Incarnationis
mysterium Giovanni
Paolo 11,1998
13.
Un segno perenne, ma oggi particolarmente eloquente, della verità dell'amore
cristiano è la memoria dei martiri. Non sia dimenticata la loro
testimonianza. Essi sono coloro che hanno annunciato il Vangelo dando la vita
per amore. Il martire, soprattutto ai nostri giorni, è segno di quell'amore
più grande che compendia ogni altro valore. La sua esistenza riflette la
parola suprema pronunciata da Cristo sulla croce: «Padre perdonali, perché non
sanno quello che fanno» (Lc 23, 34). Il credente che abbia preso in
seria considerazione la propria vocazione cristiana, per la quale il martirio
è una possibilità annunciata già nella Rivelazione, non può escludere
questa prospettiva dal proprio orizzonte di vita. I duemila anni dalla nascita
di Cristo sono segnati dalla persistente testimonianza dei martiri. Questo
secolo poi, che volge al tramonto, ha conosciuto numerosissimi martiri
soprattutto a causa del nazismo, del comunismo e delle lotte razziali o
tribali. Persone di ogni ceto sociale hanno sofferto per la loro fede pagando
col sangue le loro adesione a Cristo e alla Chiesa o affrontando con coraggio
interminabili anni di prigionia e di privazioni d'ogni genere per non cedere
ad una ideologia trasformatasi in un regime di spietata dittatura. Dal punto di
vista psicologico il martirio è la prova più eloquente della verità della
fede, che sa dare un volto umano anche alla più violenta delle morti e
manifesta la sua bellezza anche nelle più atroci persecuzioni. Inondati dalla
grazia nel prossimo anno giubilare, potremo con maggior forza innalzare l'inno
di ringraziamento al Padre e cantare: l'e martyrum candidatus laudat
exercitus. Sì è questo l'esercito di coloro che «hanno lavato le loro
vesti rendendole candide col sangue dell'Agnello» (Ap 7,14). Per questo
la Chiesa in ogni parte della terra dovrà restare ancorata alla loro
testimonianza e difendere gelosamente la loro memoria. Possa il Popolo di Dio,
rinforzato nella fede dagli esempi di questi autentici campioni di ogni età,
lingua e nazionalità, varcare con fiducia la soglia del terzo millennio.
L'ammirazione per il loro martirio si coniughi, nel cuore dei fedeli, con il
desiderio di poterne seguire, con la grazia di Dio, l'esempio qualora le
circostanze lo richiedessero.
Nel
nostro secolo sono ritornati i martiri
Intervento del card.Roger Etchegarey per la giornata
del 7 maggio 2000, dedicata alla Commemorazione dei Testimoni della Fede del XX
Secolo; il cardinale è il Presidente del Comitato del Giubileo dell'Anno 2000
Nel
nostro secolo sono ritornati i martiri: è così, quasi sotto forma di slogan,
che Papa Giovanni Paolo Il lanciava nella «Tertio Millennio adveniente» (n.37)
l'idea di una giornata commemorativa dei Testimoni della Fede nel corso del XX
secolo: «spesso sconosciuti, quasi "militi ignoti" della grande causa
di Dio». Già Paolo VI, aveva detto nel 1969: «il martirologio dovrebbe
diventare un libro alla moda nella Chiesa che rinasce». Domenica 7 maggio del
calendario giubilare sarà la data che permetterà alla Chiesa di prendere
meglio coscienza della sua vera identità: Chiesa di testimoni, Chiesa di
martiri, ha lo stesso significato. Abbiamo talvolta del martirio un'idea troppo
romantica e ridotta a racconti straordinari che aprono il cammino della
canonizzazione, mentre deve essere l'orizzonte abituale di ogni vita
cristiana. Senza dubbio mai come ai giorni nostri, dopo i tempi primitivi, la
Chiesa è stata la Chiesa dei martiri. Ma dove sono dunque? Non sempre sappiamo
reperirli. Vi sono quelli che sono perseguitati da un odio palese contro Cristo
e la sua Chiesa. Vi sono quelli che sono vittime di nuovi Cesari sotto
copertura di una politica da difendere o di una sicurezza da assumere. Oggi il
seme di martire si trova spesso nell'alleanza della Chiesa con i poveri, gli
esclusi, gli oppressi. Una Commissione giubilare, presieduta da una vescovo
ucraino, Sua Eccellenza Monsignor
Michei Hrynshyshyn, ha effettuato ricerche attraverso tutti i continenti:
così migliaia di testimonianze, molto diverse ma tutte marcate dal sigillo
della croce redentrice verranno consegnate al Santo Padre, al di fuori di ogni
elencazione pubblica. Sarà compito soprattutto di ogni Chiesa locale di non
perdere la memoria di questi testimoni esemplari di una fede professata fino
al sacrificio supremo della vita. D'altronde, il Comitato Centrale del Grande
Giubileo ha chiesto al Professor Andrea Riccardi di presentarne, sotto la sua
propria responsabilità, una sorta di tipologia che ci dia un'immagine
palpitante della Chiesa del XX secolo. Questo 7 maggio deve essere per tutti noi
l'occasione di approfondire e manifestare maggiore solidarietà verso quanti
hanno patito e patiscono in questo momento, nella loro carne la fede invincibile
in Dio. Tale solidarietà Giovanni Paolo Il ci chiede di elargirla fin alle
altre confessioni cristiane come lo fece Paolo VI quando commemorò in Uganda
dei martiri tra cui degli anglicani. Rappresentanti di tutte le Chiese sono
stati invitati domenica al Colosseo. «L'ecumenismo dei santi, dei martiri non
cessa di dire Giovanni Paolo Il, è quello che convince di più». Dobbiamo
avanzare ancora nella solidarietà fino a raggiungere tutte le vittime
dell'ingiustizia umana che apparenta gli esseri umani, quali essi siano, al
Cristo sofferente, il Testimone per eccellenza secondo l'espressione
dell'Apocalisse. (cfr Ap 2,2). Una Chiesa che non conserva la memoria dei suoi
testimoni, dei suoi martiri di ieri o non riscopre i suoi testimoni i suoi
martiri di oggi, non può rivendicare l'onore di essere la Chiesa di Cristo. Ben
più, il martirio non è solo una grazia suprema offerta da Dio ad alcuni suoi
membri, esso appartiene essenzialmente alla natura stessa della Chiesa: tutta la
Chiesa per tutta la sua vita, deve testimoniare di essere come il suo Martire
un segno di contraddizione. Così, il 7 maggio, la Chiesa rinnoverà la sua
capacità di parlare al mondo in nome della verità.
Il
Giubileo e i Testimoni della fede
Intervento dell'Arcivescovo Crescenzio Sepe per la
giornata del 7 maggio 2000; l'arcivescovo è segretario del Comitato del
Giubileo dell'Anno 2000
La
«memoria dei martiri» è uno dei nuovi segni introdotti da Giovanni Paolo Il
per caratterizzare la celebrazione del Grande Giubileo dell'Anno Duemila,
insieme ad altri, come la «purificazione della memoria», l'impegno per la
riduzione del debito estero, per la pace e per la giustizia. Pertanto, la
giornata del 7 maggio, dedicata alla Commemorazione dei Testimoni della Fede
del XX secolo, assume un rilievo particolare sia all'interno dell'Anno
Santo, sia alla luce dell'intero Magistero di Giovanni Paolo Il il quale, alla
venerazione di quanti hanno testimoniato con la vita la verità del Vangelo,
ha consacrato tutti i ventidue anni del suo Pontificato. Ciò è testimoniato
dalle centinaia di sacerdoti, religiosi, religiose e laici martiri che ha
beatificato o canonizzato nonché dai ripetuti viaggi apostolici a luoghi, che
sono stati teatro di testimoni della fede antichi e moderni. In diverse
occasioni, il Papa ha accomunato questi luoghi a quelli che videro le
persecuzioni contro i primi cristiani, come fece al termine della Via Crucis al
Colosseo del 1994 quando, contemplando i resti dell'anfiteatro Flavio,
disse: «qui, in questo punto del globo terrestre, nell'antica Roma, io
penso specialmente alla "Montagna delle Croci" che si trova in Lituania...
quest'altro Colosseo dei tempi nuovi» che uniscono, grazie al sangue dei
martiri, l'Oriente all'Occidente cristiano, i fedeli del nord e del sud del
mondo. Ma il valore della Commemorazione dei testimoni della Fede, oltre ad
avere un grande significato ecumenico, chiama in causa in maniera diretta il
«patrimonio di santità» della Chiesa. La Lettera apostolica «Tertio
Millennio adveniente», al n.37, esprime in modo chiaro il senso di questo
«patrimonio»,lasciato alla Chiesa da coloro che hanno testimoniato Cristo
con la propria vita. A tale testimonianza dobbiamo il fatto che, dopo duemila
anni, la fede sia arrivata sino a noi e non è senza significato che all'inizio
di un nuovo millennio, «la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa di martiri».
Sicché, proprio come la Chiesa dei primi secoli, anche quella di oggi è
chiamata a «non lasciar perire la memoria di quanti hanno subito il martirio»
nel nome di Gesù, a beneficio delle generazioni future. Il martirio, ha
scritto ancora Giovanni Paolo Il, «è segno di quell'amore più grande che
compendia ogni altro valore» (Jncarnationis Mysterium, 13), ed ogni
credente sa dalla Rivelazione di non poter «escludere questa prospettiva dal
proprio orizzonte di vita». Le ideologie totalitarie che hanno segnato il
secolo appena concluso, le persistenti lotte razziali o tribali, che ancora
devastano tanti Paesi del mondo, sono una prova evidente della realtà di
quest'ultima affermazione. Una memoria dei Testimoni della Fede che fosse fine
a sé stessa infatti, resterebbe sterile. Perciò il Giubileo ci ricorda che, in
primo luogo, dobbiamo rendere grazie al Padre per l'immenso numero di quanti,
come è scritto nell'Apocalisse (7,14) «hanno lavato le loro vesti
rendendo-le candide col sangue dell'Agnello», e poi, rinforzati nella fede «dagli
esempi di questi autentici campioni di ogni età, lingua e nazionalità»,
pregare il Signore per poterne imitare la coraggiosa testimonianza cristiana.
Unico modo per «varcare con fiducia la soglia del terzo millennio». «Il
martirio è la prova più eloquente della verità della fede che sa dare un
volto umano anche alla più violenta delle morti e manifesta la sua bellezza
anche nelle più atroci persecuzioni» (IM, cit.), ha detto Giovanni Paolo Il,
e il Giubileo, ricordando i Testimoni della Fede del secolo passato, rifletterà
tale suprema bellezza del messaggio cristiano, toccando un'altra fondamentale
tappa del suo cammino spirituale. È
questo lo
spirito e il vero significato della cerimonia del 7 maggio la quale, pertanto,
non è una canonizzazione ma un doveroso far memoria di quanti hanno
testimoniato il loro amore a Cristo e alla Chiesa.
Un
pellegrinaggio nel secolo del martirio
Acune riflessioni dall'intervento del professor Andrea
Riccardi per la giornata del 7 maggio; il professor Riccardi, storico, ha
presieduto la commissione nuovi martiri per il Grande Giubileo del 2000
Il
lavoro e gli studi della Commissione nuovi martiri mi ha rivelato l'esistenza,
i sentimenti, le motivazioni di una realtà importante del vissuto cristiano del
XX secolo. Un mondo in larga parte inesplorato che si apriva sotto i miei
occhi quando scorrevo le testimonianze su tante vicende, dalle religiose uccise
in Congo, ai caduti per la fede nel sistema concentrazionario sovietico o nazista,
ai testimoni della fede in Asia durante l'occupazione giapponese, solo per fare
qualche esempio... Lo studio sui nuovi martiri nel secolo XX mi ha consentito un
viaggio, o meglio, un pellegrinaggio nel mondo cristiano del XX secolo...
Perché ha detto che si tratta di un pellegrinaggio? La ricerca mi ha messo in
contatto con tante microstorie di sofferenza e di persecuzione: è emerso un
vissuto cristiano difficile ma anche forte nelle convinzioni, mite e tenace
nella resistenza. Tanti cristiani in condizioni di debolezza hanno manifestato
una forza peculiare di carattere spirituale e morale: non hanno rinunciato
alle proprie convinzioni, al servizio agli altri, a quello alla Chiesa, per
salvaguardare la propria vita. Non ho studiato qualche caso di eroismo.
Infatti il martirio nel novecento èuna realtà di massa e di popolo. Abbraccia
decine di migliaia di cristiani, cattolici, ortodossi, evangelici. Il massacro
di tanti cristiani, dalla Russia alla Spagna, dall'Africa all'Europa, è uno
dei volti del novecento inumano del secolo terribile della Shoah, di
guerre sanguinose, di vari genocidi. Il mio studio si è soffermato in particolare
sulla testimonianza dei cattolici, ma non ho potuto fare a meno di considerare
anche - per quanto mi era possibile - la testimonianza degli altri cristiani.
Infatti tutte le Chiese nel novecento tornano ad essere Chiese di martiri.
Cristiani di diverse confessioni soffrono insieme negli stessi luoghi di
dolore. Tanto dell'ecumenismo della seconda metà del novecento e forse del nostro
secolo stesso deve a questa scuola di dolore che è anche scuola di unita...
Il mio pellegrinaggio continente del martirio non ha la pretesa di dire tutto,
ma vuole indagare sui contesti storici e insieme fare memoria di alcune storie
personali, che sono vicende di caduti e di persecutori. Sì, perché la storia
del martirio è anche storia dei disegni, delle politiche, degli istinti che
sono all'origine dell'adozione dei persecutori. Si ripercorrono alcune grandi
ferite del novecento... Ho fatto un lavoro di ricerca storica e di memoria. Non
è una nuova apologetica, ma la narrazione di vicende che, trattate con rigore
storico e sobrietà espositiva, hanno una grande eloquenza. Non ho alcuna
autorità per dichiarare l'uno o l'altro martirio, per canonizzare o per
respingere. Ma ho visto - sotto i miei occhi di studioso - un aspetto inedito
del vissuto cristiano del XX secolo: quello di una folla di testimoni, che
hanno vissuto in modo da non preservare la propria vita a tutti i costi e sono
caduti per la fede, per l'amore, per la giustizia, per la propria gente. E una
realtà di cui lo storico deve tener conto, quando descrive il cristianesimo
contemporaneo. Forse è anche una storia su cui i cristiani del XXI secolo
sono chiamati a riflettere per comprendere meglio l'essenza del cristianesimo,
che è rappresentata in tanta parte dall'esistenza e dalla morte di questi
testimoni.
I
martiri: lienvito della storia del novecento
Dall'omelia di Giovanni Paolo Il nel corso della
commemorazione ecumenica dei Testimoni della fede del XX secolo, domenica 7
maggio a Roma, al Colosseo
I
Martiri: lievito della storia del novecento. La loro memoria consegnata terzo
millennio sia trasmessa di generazione in generazione. È
questa la
consegna che Giovanni Paolo II ha affidato a tutti i cristiani del nuovo
millennio nel corso della commemorazione ecumenica dei Testimoni della Fede del
XX secolo, svoltasi nel pomeriggio di domenica 7 maggio 2000 al Colosseo. Questi
i punti nodali del discorso del Santo Padre:
È
Cristo il chicco
di frumento che morendo ha dato frutti di vita immortale - «E
sulle orme del Re crocifisso si sono
posti i suoi discepoli, diventati nel corso dei secoli schiere innumerevoli
"di ogni nazione, razza, popolo e lingua"»;
Una
suggestiva celebrazione giubilare accanto al Colosseo - «I monumenti e le rovine dell'antica Roma parlano all'umanità
delle sofferenze e delle persecuzioni sopportate con eroica fortezza dai nostri
padri nella fede i cristiani delle prime generazioni» L'esperienza dei martiri
e dei testimoni della fede non è caratteristica soltanto della Chiesa degli
inizi, ma connota ogni epoca della sua storia. Nel secolo ventesimo, poi, forse
ancor più che nel primo periodo del cristianesimo moltissimi sono stati
coloro che hanno testimoniato la fede con sofferenze spesso eroiche. Quanti
cristiani, in ogni Continente, nel corso del novecento hanno pagato il loro
amore a Cristo anche versando il sangue! Essi hanno subito forme di persecuzione
vecchie e recenti, hanno sperimentato l'odio e l'esclusione, la violenza e
l'assassinio. Molti paesi di antica tradizione cristiana sono tornati ad essere
terre in cui la fedeltà al Vangelo è costata un prezzo molto alto. Nel
nostro secolo "la testimonianza resa a Cristo sino allo spargimento del
sangue è divenuta patrimonio comune di cattolici, ortodossi, anglicani e
protestanti" (Tertio millennio adveniente, 37)
Sono
testimone io stesso, negli anni della mia giovinezza, di tanto dolore e di tante
prove. Il mio sacerdozio, fin dalle sue origini, si è iscritto nel grande
sacrificio di tanti uomini e di tante donne della mia generazione -
«L'esperienza della seconda guerra mondiale e degli anni successivi mi ha portato a considerare con grata
attenzione, l'esempio luminoso di quanti, dai primi anni del novecento sino alla
sua fine, hanno provato la persecuzione, la violenza, la morte, per la loro
fede e per il loro comportamento ispirato alla verità di Cristo» «I nomi di
molti non sono conosciuti i nomi di alcuni sono stati infangati dai
persecutori, che hanno cercato di aggiungere al martirio l'ignominia; i nomi di
altri sono stati occultati dai carnefici»;
Un
grande affresco dell'umanità cristiana del ventesimo secolo. Un affresco
del vangelo delle Beatitudini, vissuto sino allo spargimento del sangue «La
persecuzione ha toccato quasi tutte
le Chiese e le Comunità ecclesiali nel novecento, unendo i cristiani nei
luoghi del dolore e facendo del loro comune sacrificio un segno di speranza per
i tempi che verranno» «In ogni continente e lungo l'intero novecento, c'è stato chi ha preferito farsi
uccidere, piuttosto che venir meno alla propria missione. Religiosi e
religiose hanno vissuto la loro consacrazione sino all'effusione del sangue»;
Nella
loro fragilità è rifulsa la forza della fede e della grazia del Signore -
«I testimoni
della fede, che anche questa sera ci parlano con il loro esempio, non hanno
considerato il proprio tornaconto, il proprio benessere, la propria
sopravvivenza come valori più grandi della fedeltà al Vangelo. Pur nella loro
debolezza, essi hanno opposto strenua resistenza al male»
Resti
viva, anzi cresca, nel secolo
e nel
millennio appena avviati, la memoria di questi nostri fratelli e sorelle -
«Sia trasmessa
di generazione in generazione, perché da essa germini un profondo
rinnovamento cristiano!».
La
Testimonianza della Chiesa nel mondo: ogni anno si allunga la lista dei nuovi
“martiri”
da una riflessione di don Bruno Forte per l'Ottobre
Missionario 2000
Nella
società postmoderna c'è una diffusa nostalgia del totalmente altro, che alcuni
hanno caratterizzato come "ritorno di Dio" o "ritorno del
sacro": questo fenomeno interpella la testimonianza cristiana. Già il
Concilio Vaticano Il aveva intuito che «l'avvenire dell'umanità apparterrà
a coloro che saranno capaci di trasmettere alle generazioni future ragioni di
vita e di speranza» (Gaudium et spes, 31). Ciò che viene chiesto ai
credenti oggi più che mai è di «dare ragione della speranza che è in loro...
con dolcezza e rispetto» (1 Lettera di Pietro 3,15). Si tratta di
annunciare Gesù come la Parola uscita dall'eterno silenzio di Dio per
abitare fra noi e condividere il nostro dolore per caricarsi del nostro peccato
e portarci con sé nell'esodo verso il Padre. Consegnarsi a Dio perdutamente
nella fede diventa la condizione della missione, inseparabile dall'urgenza di
farsi servi degli altri in forza dell'amore con cui ci riconosciamo amati e accolti,
e dal compito di essere davanti a tutti testimoni del senso più grande, che la
resurrezione di Cristo schiude alla vita e alla storia. Una Chiesa senza
passione missionaria sarebbe semplicemente una Chiesa senza fede: e il rischio
è possibile, se è vero che Gesù stesso pone la domanda inquietante: «Il
Figlio dell'uomo quando verrà troverà la fede sulla terra?» (Luca 18,8).
Ebbene, ogni anno si allunga l'elenco dei missionari uccisi. Si tratta di un
elenco di nomi, di date, di luoghi: sono le donne e gli uomini - talvolta
anche giovanissimi - di cui si ha notizia che sono stati uccisi durante l'anno
passato a causa del loro servizio missionario. È l'olocausto
nascosto, ignorato ai più, continuo e consistente numericamente, che sigilla
ogni anno il prezzo della missione: tutte le parole tese a ravvivare lo
slancio per l'annuncio tacciono davanti all'eloquenza di quei nomi, di quei
luoghi, di quelle date. Quando si parla di Gesù Salvatore del mondo
bisognerebbe ricordare queste donne, questi uomini: la loro vita data per Cristo
mostra l'unicità e la singolarità della salvezza offerta in Lui più di ogni
discorso. Solo se il Risorto è il redentore dell'uomo si può vivere e morire
per Lui: e questo - proprio perché Lui è morto per tutti - non impedirà di
rispettare le altre fedi, di dialogare con esse, di realizzare un vero scambio
di doni spirituali. Mai però i cristiani potranno disattendere la convinzione
espressa da Gesù stesso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno
viene al Padre se non per mezzo di me» (Giovanni 14,6). È
questo
l'articolo con cui sta o cade la fede cristiana. La missione nasce dalla
certezza che Lui - è la verità: ricordarlo a noi stessi e affermarlo davanti
al mondo vuol dire confessare con rinnovato slancio l'amore di Dio per noi. È
questo amore a
farci discernere le tracce del disegno salvifico universale del Padre e della
misteriosa azione dello Spirito dovunque possano essere presenti, consentendo
un dialogo autentico e rispettoso con tutti, a cominciare dalle altre
religioni. E questo stesso amore ad ardere in noi perché annunciamo a tutti, a
tempo e fuori tempo, che lui, Gesù Cristo, è il salvatore di tutti. E che
conoscere Lui èil tesoro più grande, la perla preziosa per cui vale la pena di
vivere e di morire.