Il caso
Breve
Corso di Apologetica
Gianpaolo
Barra
La
conversazione di questa sera può essere considerata, in qualche modo, una prosecuzione,
diciamo meglio: un approfondimento dell’argomento che abbiamo
affrontato l’ultima volta.
Come
ricorderete, abbiamo parlato di alcune forme di ateismo e abbiamo anche esaminato
alcune delle cause che possono condurre un essere umano ad optare per
l’ateismo, cioè a scegliere per la negazione dell’esistenza di Dio.
Se
ricordate bene, abbiamo anche presentato alcune risposte all’ateismo,
cercando di esaminare come si possa fare fronte alle varie obiezioni – alcune
molto serie - che vengono avanzate nei confronti dell’esistenza di Dio.
Il
titolo della conversazione di questa sera può essere risolto in un termine:
”il caso”.
Il
“caso” è la risposta che danno alcuni quando, non volendo ammettere –
talvolta per principio, per partito preso, per pregiudizio – che possa
esistere un Essere intelligente, creatore e Signore dell’universo, debbono
rifugiarsi appunto in questo fantomatico “caso”.
Ponendosi
qualche interrogativo sulla causa della bellezza, della complessità,
dell’ordine presente nell’universo intero, alcuni, piuttosto che
dedurre l’esistenza di un Essere intelligente che chiamiamo Dio, preferiscono
rifugiarsi nel caso.
Questa
sera vogliamo da un lato vedere in sintesi come si giunge a parlare del
“caso” e poi anche come si potrebbe rispondere a questa forma di ateismo.
Cominciamo
dai fatti.
Noi
sappiamo che la constatazione di un certo ordine nelle cose che ci circondano può
condurre la ragione dell’uomo ad affermare l’esistenza di Dio.
Come
si arriva a questa conclusione?
Il
percorso compiuto dalla nostra ragione parte da una evidenza, cioè da una realtà
che chiunque, anche chi non crede in Dio, può fare propria. Eccola:
intorno a noi ci sono delle cose che non sono intelligenti.
Vogliamo
fare qualche esempio, chiedendo quali sono queste cose prive di intelligenza? La
risposta è facile: sono i corpi della natura: un fiore, un albero,
una cellula, ma anche le stelle del cielo, i pianeti, non
sono intelligenti.
E
anche dentro di noi esseri umani ci sono delle cose non intelligenti: il fegato,
lo stomaco, l'intestino non sono intelligenti. Ma si potrebbero
fare tanti altri esempi.
Spieghiamo
subito la differenza tra “intelligente” e “non intelligente”.
Intelligente
è colui che “sa”, che “conosce”, e che “sa anche di sapere”. I minerali
e i vegetali non sanno. Gli animali, almeno alcuni, sanno
ma non sanno di sapere. L’uomo è l’unico animale che sa e che sa di
sapere. Ecco perché è l’unico essere intelligente.
Facciamo
subito un secondo passo: dopo questa prima constatazione, si può
condividere con chi non crede in Dio un secondo dato di fatto, innegabile:
queste cose non intelligenti si comportano intelligentemente per raggiungere uno
scopo, per raggiungere un fine.
Sono
cose prive di intelligenza, sono prive di conoscenza intellettiva, ma si
comportano come se fossero intelligenti per raggiungere uno scopo,
un traguardo.
Facciamo
un esempio, prendendo un organo del corpo umano che non è intelligente: l'occhio.
Noi sappiamo che l’occhio umano è un organo straordinariamente complicato,
dinanzi al quale anche il più sofisticato dei computer inventato dall’uomo
sembra un giocattolo.
Il
fisiologo statunitense George Wald, premio Nobel nel 1967 per la medicina,
scrive: "Che sul fondo di ciascun
nostro occhio vi siano oltre 100 milioni di antennine riceventi, lascia tutti
noi sorpresi e sgomenti. E' un prodigio della Natura che supera ogni più ardita
fantasia" (tratto da DOMENICO E. RAVALICO, La Creazione non è una favola, Paoline, VI ed., Milano 1987, p.
133).
L’occhio
dell’uomo è così complesso che persino la scienza moderna, che può
servirsi di una tecnologia avanzatissima, non è ancora capace di
riprodurlo, di ricostruirlo, non è ancora in grado di risolvere
definitivamente il problema della cecità, costruendo occhi nuovi ed efficienti
per sostituirli a quelli che non funzionano.
Proviamo
a riflettere un istante: tutte le parti che compongono un occhio (il
cristallino, la retina, la pupilla, il bulbo oculare, etc) non sono
intelligenti, non sanno nemmeno di esistere e dunque non sanno certamente che
cosa stanno facendo.
Eppure,
queste parti si coordinano tra di loro, si organizzano tra di
loro, direi quasi “si mettono d’accordo tra di loro” per
raggiungere uno scopo: vedere. Tutti sanno che queste parti non sono
intelligenti, ma adempiono un compito - il vedere, appunto – complicatissimo,
direi intelligentissimo.
E
non solo: il nostro stupore aumenta quando constatiamo (un'altra constatazione,
un altro dato di fatto) che anche fuori dall'occhio ci sono delle cose
non intelligenti che esistono con lo scopo di collaborare con l'occhio, di
permettergli di vedere (la luce) o di essere visti (gli oggetti colorati).
Queste cose non intelligenti, la luce e gli oggetti colorati, permettono
all'occhio di svolgere la sua funzione, di raggiungere il suo obiettivo.
Qui
si ferma il dato di fatto, qui si ferma il dato che la scienza, questa branca
della scienza che è l’oculistica, ci offre.
E
a questo punto, sorge una domanda che non è di competenza dell’oculistica, ma
è competenza di ogni uomo, che sia o non sia scienziato: “Come è possibile
che cose non intelligenti (l'occhio, la luce e gli oggetti colorati) collaborino
tra di loro in modo estremamente intelligente per consentire il raggiungimento
di uno scopo, di un fine, il vedere appunto?”. E' una domanda che possono
avanzare tanto credenti quanto non credenti.
E
sappiamo che le risposte alla fine si riducono a due: o c’è Dio che ha
intelligentemente progettato l’occhio umano, la luce e i colori, oppure tutto
avviene per “caso”. E su quest’ultima risposta rifletteremo stasera, più
avanti nella nostra conversazione.
Facciamo
un secondo esempio. Pensiamo ad un'altra realtà non intelligente: una
cellula, una semplice (si fa per dire) cellula. La cellula è l'elemento base
della vita, ci dice la scienza.
Tutti
sanno che una cellula non è intelligente tanto nel suo insieme
quanto negli elementi che la compongono: la membrana plasmatica o
cellulare, il citoplasma, il nucleo con il suo nucleolo, la membrana nucleare,
il reticolo endoplasmatico, il mitocondrio, l'apparato di Golgi, i centrioli, il
lisosoma, il vacuolo e i ribosomi.
Sappiamo,
cari amici, che una cellula è piccolissima, così piccola che non è
possibile vederla ad occhio umano. Eppure, se contiamo e misuriamo quello che si
trova dentro una cellula, rimaniamo semplicemente allibiti: si calcola,
con grandissima approssimazione, che in ogni nostra cellula siano contenuti 53
miliardi di molecole proteiche, 166 miliardi di molecole lipoidiche, 2.900
miliardi di “piccole molecole” e 250.000 miliardi di molecole di acqua e in
più gli acidi nucleici.
Il
Prof. Bucci, del Campus Biomedico di Roma, parlando ad un congresso
internazionale, svelava un fatto: in una sola cellula del corpo umano esiste un
contenuto di informazioni equivalente a 5000 volte l’intera Divina Commedia
del sommo poeta Dante Alighieri. Attenti bene, amici radioascoltatori: in una
sola cellula.
E
qualcuno ha contato le cellule presenti nel corpo umano. Si arriva a dire che
abbiamo circa 66.000 miliardi di cellule. E’ un calcolo approssimativo,
ovviamente, ma ci offre almeno una pallida idea di quanto sia complessa una
cellula e quanto sia complesso il sistema di cellule di un organismo umano.
Ora,
che cosa possiamo constatare con immenso stupore? Tutti questi elementi
non intelligenti, posti uno accanto all'altro, invece di fare confusione
come logica vorrebbe, interagiscono con mirabile organizzazione e distribuzione
di compiti.
In
un certo senso possiamo dire che si accordano tra loro, quindi compiono una
operazione intelligentissima, per raggiungere un fine, uno scopo: dare
vita ad una struttura complessa, la cellula, capace di conservarsi, di moltiplicarsi,
di riprodursi e di ripararsi quando si registrano danni.
E
non solo. Le cellule, che singolarmente considerate sono tutte realtà
non intelligenti, invece di fare confusione, si accordano mirabilmente
all'interno del corpo di un essere vivente per raggiungere uno scopo: dare vita
ad organi complessi, così complessi da svolgere funzioni che nemmeno i più
sofisticati computer inventati
dall'uomo sono in grado di imitare.
Qui,
si ferma la scienza, che ci descrive come stanno le cose. Ma noi possiamo
aggiungere una domanda: perché miliardi di cellule si organizzano per
raggiungere lo scopo di dare vita ad organismi complessi?
E
come abbiamo fatto prima, anche ricordiamo che le risposte, alla fine, si riduco
a due: o c’è Dio, Essere infinitamente
intelligente che ha progettato quanto abbiamo sopra descritto, oppure tutto
avviene per caso.
Facciamo
un terzo, ed ultimo esempio. In ciascun uomo esistono organi non
intelligenti, che tuttavia si comportano in modo straordinariamente
intelligente: l'occhio opera per vedere, lo stomaco agisce per digerire, il
cuore si contrae per pulsare il sangue, le vene e le arterie canalizzano il
sangue e lo trasportano, etc.
Che
cosa ci offre una semplice osservazione degli organi che compongono il nostro
corpo? Ci fa vedere che tutti questi organi messi insieme in un corpo umano,
invece di fare confusione, si coordinano (dunque fanno una cosa
intelligente) per raggiungere uno scopo generale. Scopo generale che in
noi uomini, e in tutti gli esseri viventi, è la conservazione in salute della
loro vita.
Dunque,
una via che conduce la ragione dell’uomo a dire che Dio esiste parte da un
dato fornito dalla scienza: in natura vi sono cose non intelligenti, che operano
intelligentemente per raggiungere un fine. Tutto questo viene chiamato da un
certo pensiero filosofico "finalismo della natura non intelligente".
Prima
di domandarci chi sta all'origine di questo finalismo, è bene interpellare
anche la scienza, che studia i fenomeni della natura. essa conferma che la
natura non intelligente è finalizzata.
Jacques
Monod (1910-1976), biologo francese, pioniere della genetica molecolare, Premio
Nobel per la fisiologia e la medicina, dichiaratamente ateo, scrive in un'opera
divenuta celebre: "Una delle proprietà
fondamentali di tutti i viventi, nessuno escluso, [è] quella
di essere oggetti dotati di un progetto, rappresentato nelle loro
strutture e, al tempo stesso, realizzato mediante le loro prestazioni [...].
E' indispensabile riconoscere questa
nozione come essenziale alla definizione stessa degli esseri viventi
[...]. A questa nozione daremo il nome di
teleonomia" (JACQUES MONOD, Il
caso e la necessità, Mondadori, Milano 1970, p. 21). Teleonomia, dal greco
"telos" = fine. Teleonomia è la legge finalistica.
Sentiamo
ancora Monod, a pag. 38 del suo libro più famoso: "L'oggettività ci obbliga a riconoscere il carattere teleonomico
degli esseri viventi, ad ammettere che nelle loro strutture e nelle loro
operazioni realizzano e perseguono un progetto".
Monod
ritiene che tutti gli esseri viventi, e non solo le cose non intelligenti, sono
dotate di un progetto, sono progettate, ed operano per raggiungere uno scopo.
In
ogni caso, ciò che per ora conta è che il dato della nostra esperienza è
confermato dalla scienza. La natura non intelligente opera per raggiungere un
fine, uno scopo: è finalizzata. Da questo dato, accessibile a tutti gli uomini,
credenti in Dio o meno, parte la nostra riflessione.
Proprio
a partire da questo dato di esperienza, che nessuno, credente o non credente, può
negare senza cadere nel ridicolo e nell'assurdo, noi impostiamo un ragionamento.
Ci
aiuta san Tommaso d'Aquino. Egli afferma che le cose non intelligenti, i corpi
della natura non intelligente che tuttavia si comportano intelligentemente per
raggiungere un fine, non possono essersi dato questo fine da soli.
San
Tommaso aveva perfettamente ragione. Perché non possono essersi dato un fine da
soli? Per un semplice motivo, che anche chi non crede in Dio può facilmente
condividere: perché per raggiungere un fine sono necessarie tre operazioni che
possono essere compiute solo da realtà intelligenti:
la
prima: conoscere il fine che si vuole raggiungere, ma che ancora
non c'é. E' dunque necessario, in un certo senso, "anticipare" il
fine, "pre-vedere" il fine;
la
seconda: predisporre i mezzi per raggiungere il fine. In altri
termini: ordinare i mezzi, metterli in ordine, metterli in quell’ordine che
consente di raggiungere lo scopo.
la
terza: operare concretamente mettendo in atto i mezzi conosciuti
idonei al conseguimento del fine.
Queste
tre operazioni richiedono intelligenza. Facciamo un esempio che prendo da un bel
“Quaderno del Timone” intitolato “L’esistenza di Dio”, scritto da
Giacomo Samek Lodovici: se io voglio raggiungere lo scopo di andare a Roma, devo
(1) conoscere il fine e proporlo, cioè sapere che esiste Roma e
volerci arrivare; (2) devo conoscere i mezzi che mi permetteranno di
arrivare a Roma e conoscere la strada da fare; (3) devo mettere in
pratica le mie conoscenza: prendere il treno, l’aereo, etc che hanno per
destinazione proprio Roma e non un’altra città.
Ora,
solo un essere intelligente può conoscere e pre-vedere (vedere prima) il suo
fine. Solo un essere intelligente può conoscere uno scopo da raggiungere prima
che sia stato raggiunto, dunque uno scopo che esiste solo nella mente. E solo un
essere intelligente è dotato di una mente, di una intelligenza e grazie ad essa
può predisporre (ordinare, disporre prima di utilizzarli) i mezzi
necessari per raggiungere un
obiettivo.
Un
occhio, una cellula, ma anche un fiore e tutti i vegetali,
gli animali, gli organi di un corpo vivente, proprio perché non
sono intelligenti, non conoscono il loro fine, nulla sanno dei loro
compiti, non sono in grado di decidere da soli e di predisporsi alla
collaborazione con altre realtà non intelligenti con le quali operare per
raggiungere uno scopo. Ma, ciononostante, questo è quello che accade
costantemente in natura. Come è possibile?
Se
le cose della natura non intelligente si comportano intelligentemente, e si
comportano intelligentemente - lo abbiamo visto - perché raggiungono un fine, e
se non possono essersi date da sole questo fine proprio perché non sono
intelligenti, domandiamoci: "Da dove viene questo finalismo? da dove viene
questo progetto della natura non intelligente?" In altre parole: "Chi
ha finalizzato la natura non intelligente? Chi l'ha dotata di un
progetto?".
Questa
è la domanda che può condurre la ragione dell’uomo alla certezza
intellettuale che Dio esiste.
Stasera
affrontiamo una obiezione che normalmente viene fatta quando – costi quel che
costi – non si vuole riconoscere l’opera di un Essere intelligente (di Dio)
che ha ordinato l’universo e finalizzato la natura non intelligente.
Questa
obiezione sta racchiusa in una sola parola, una specie di parola magica. Il
caso.
Voi
domandate a chi si rifiuta ostinatamente di ammettere l’esistenza di Dio quale
sia la causa dell’ordine meraviglioso che noi vediamo nel creato, che la
scienza ci fa conoscere in modo mirabile e con ricchezza di particolari, e
spesso sentirete rispondere tirando in ballo questa magica parolina: tutto
potrebbe essere stato ordinato dal caso, per caso.
Questa
risposta – va detto subito e a scanso di equivoci – è di una miseria
culturale assoluta.
E
tuttavia, soprattutto per ragioni ideologiche e per pregiudizi quasi
invincibili, spesso, soprattutto a scuola, qualche professore ricorre al caso se
un suo alunno gli domanda qualcosa sulla causa dell’ordine della natura non
intelligente.
Quanto
sia irragionevole rifugiarsi nel “caso” per spiegare l’universo noi lo
lasciamo dire proprio ad illustri uomini di scienza, a scienziati, i quali,
esperti di varie discipline, tutti studiano il microcosmo e macro cosmo.
Nel
fare questo, non mi preoccuperò di selezionare, di citare scienziati in base
alla loro fede religiosa. Vedremo che tanto coloro che credono in Dio quanto
quelli che si dichiarano non credenti, o agnostici, hanno opinioni interessanti
sul tema che ci riguarda e che stiamo affrontando.
Noi
vedremo che sono proprio questi uomini di scienza i primi ad escludere che il
caso possa essere all’origine della bellezza, della complessità,
dell’armonia del microcosmo e del macrocosmo.
Le
affermazioni che ora sentiremo, gli esempi di cui verremo a conoscenza, andrebbero imparati a memoria e utilizzati quando è
necessario per estirpare questa convinzione che il caso possa aver dato vita
all’ordine dell’universo.
Cominciamo
ad ascoltare uno scienziato che noi italiano conosciamo bene, perché è un
nostro connazionale, è un fisico molto famoso, vincitore di un Premio Nobel e
che si chiama Carlo Rubbia. Ecco le sue parole: “Parlare
di origine del mondo porta inevitabilmente a pensare alla creazione e, guardando
la natura, si scopre che esiste un ordine troppo preciso che non può essere il
risultato di un ‘caso’, di scontri tra ‘forze’ come noi fisici
continuiamo a sostenere. Ma credo che sia più evidente in noi che in altri
l’esistenza di un ordine prestabilito nelle cose. Noi arriviamo a Dio
percorrendo al strada della ragione, altri seguono la strada dell’irrazionale”.
Vorrei
soffermarmi un momento e invitarVi a porre attenzione a ciò che abbiamo appena
ascoltato. Carlo Rubbia sta parlando da osservatore, da scienziato che sta
“guardando la natura”. Non sta facendo un discorso di Fede, non sta
enunciando verità filosofiche. Sta semplicemente osservando l’ordine
esistente nella natura e dice che questo ordine è così complesso che non può
essere il frutto di un caso.
Se
questo ordine non può essere frutto di un caso, deve necessariamente essere
frutto di una intelligenza: qualcuno l’ha voluto, l’ha progettato,
l’ha realizzato. Questo qualcuno può essere soltanto Dio.
Ascoltiamo
un altri scienziato, di fama mondiale, un inglese, un astrofisico che si chiama
Stephen Hawking. Ecco le sue parole: “Le
leggi della scienza, quali le conosciamo oggi, contengono molti numeri
fondamentali….. Il fatto degno di nota è che i valori di questi numeri
sembrano essere stati esattamente coordinati per rendere possibile lo sviluppo
della vita”.
Attenti
bene. Hawking constata, da scienziato, che le leggi della scienza sembrano
essere state esattamente coordinate.
Da
chi, domandiamo noi?
Non certamente dal caso, perché il caso non coordina alcunché. Il
caso non mette in ordine elementi disparati come quelli che troviamo nel
creato. Evidentemente esiste un coordinatore e questo Coordinatore è Dio.
Sentiamo
un altro scienziato, Grichka Bogdanov. E’ un esperto di fisica teorica. Con
sui fratello, Igor, che è un astrofisico, e il filosofo francese Jean Guitton,
è autore di un volume intitolato: “Dio
e la scienza”.
Parlando
proprio del caso, Bogdanov dice: “Affinché
la formazione dei nucleotidi porti “per caso” alla elaborazione di una
molecola di RNA (acido ribonucleico) utilizzabile, sarebbe stato necessario che
la natura moltiplicasse i tentativi a casaccio nello spazio di almeno 1015
anni (vale a dire 1 seguito da 15
zeri, cioè un milione di miliardi di anni), il che è un tempo centomila volte
più esteso dell’età di tutto il nostro universo)”.
Ma,
proviamo a prestare un poco di attenzione. Gli scienziati calcolano, servendosi
di sofisticatissimi programmi di computer, che per elaborare a caso una sola
molecola di RNA di vuole un arco di tempo superiore di centomila volte
l’intera età dell’universo.
Viene da chiedersi come sia possibile ritenere ragionevole il caso. Se per una
sola molecola ci sarebbe voluto tutto questo tempo, quanto altro tempo, quale
quantità infinita, indeterminabile, non quantificabile di tempo ci sarebbe
voluta per dare vita al nostro universo?
Ascoltiamo
un altro esempio, facile da ricordare. Ce lo fornisce un italiano, il
prof. Bucci, del Campus Biomedico di Roma.
A
un convegno internazionale che aveva come tema “La probabilità nelle
scienze”, Bucci diceva: “Supponiamo
che io vada in una grotta preistorica e vi trovi incisa, su una parete, una
scritta, per esempio: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una
selva oscura che la dritta via era smarrita”, e che io dica ai miei colleghi:
in questa grotta, a causa dell’erosione dell’acqua, della solidificazione
dei carbonati e dell’azione del vento, si è prodotta, per caso, la prima
frase della Divina Commedia. Non mi prenderebbero per matto? Eppure non
avrebbero nulla da ridire se dicessi loro che si è formata per caso la prima
cellula vivente, che ha un contenuto di informazioni equivalente a 5.000 volte
l'intera Divina Commedia”.
Bisogna
riflettere – è un invito che faccio a tutti - quando attribuiamo, o sentiamo
attribuire, al caso l’origine e l’ordine dell’universo. Dobbiamo
riflettere per non cadere nel ridicolo.
Se
è irragionevole attribuire al semplice caso la prima frase della Divina
Commedia, come possiamo attribuire al caso – dice il professor Bucci
– l’origine della prima cellula vivente. Che ha – ce lo ha detto lui –
un contenuto di informazioni equivalente a 5.000 volte l’intera Divina
Commedia.
Abbiamo
già detto che cosa trovano gli scienziati dentro una sola cellula vivente 53
miliardi di molecole proteiche, 166 miliardi di molecole lipoidiche, 2.900
miliardi di “piccole molecole” e 250.000 miliardi di molecole di acqua e in
più gli acidi nucleici.
Tutto
questo in una sola cellula. E tutta questa immensa, complessa, inimmaginabile
struttura cellulare sarebbe sorta per caso? Ma chi può credere come seria, come
scientifica, come ragionevole una ipotesi del genere?
Voglio
fare un altro esempio che riguarda l’irragionevolezza del caso. Lo traggo da
uno scienziato di fama mondiale, recentemente scomparso: John Eccles, premio
Nobel per la fisiologia e la medicina.
Sentiamo
le sue parole: “Supponiamo l’esistenza
di un magazzino immenso di pezzi aeronautici, tutti nelle loro casse o sugli
scaffali. Un edificio enorme, mettiamo di mille chilometri per lato (Milano-Reggio-Milano-Reggio).
Arriva un ciclone che, per centomila anni,
fa roteare e scontrare tra loro quei pezzi. Quando finalmente si placa, dove
c’era il magazzino c’è una serie di quadrimotori, già con le eliche che
girano….Ecco: stando proprio alla scienza, le probabilità che il caso abbia
creato la vita sono più o meno quelle di questo esempio. Con, per giunta,
un’aggravante: da dove vengono i materiali del magazzino?”
Ho
tratto questo esempio da un bellissimo libro di Vittorio Messori, intitolato Inchiesta
sul Cristianesimo. Messori ricorda queste parole nel capitolo dedicato
all’intervista di Margherita Hack, una scienziata italiana, una delle ultime,
che sostiene ancora il caso e che appare in televisione ogni volta che qualche
scienziato parla di Dio per ricordare ai telespettatori che esistono anche
scienziati non credenti.
Sempre
in quel libro trovo questo esempio. Lo fornisce un astronomo e matematico, Fred
Hoyle, nato nel 1915. Dice Hoyle: “Ma è
possibile che il caso abbia prodotto
anche soltanto gli oltre duemila enzimi necessari al funzionamento del corpo
umano? Basta una piccola serie di calcoli al computer per rendersi conto che la
probabilità che questo sia avvenuto casualmente è pari alla probabilità di
ottenere sempre 12, per 50.000 volte di fila, gettando due dadi sul tavolo (due
dadi non truccati, ovviamente). Più o
meno la stessa probabilità del vecchio esempio della scimmia che, battendo su
una macchina da scrivere, finirebbe con lo sfornare tutta intera la Divina
Commedia, con capoversi e punteggiatura al punto giusto. E questo, ripeto, solo
per gli enzimi, perché l’improbabilità raggiunge livelli ben più pazzeschi
se ci si allarga a tutte le innumerevoli condizioni necessarie alla vita: tutti
‘numeri’ usciti da cilindro del caso? Se si risponde sì, si esce dalla
ragione”.
Quanto
è significativo sentire dire da uno scienziato, che di ragione se ne intende,
che fare ricorso al caso per spiegare la complessità dell’universo vuol dire
uscire dalla ragione.
Ma
allora, non è più chi scopre l’esistenza di Dio ad essere irragionevole,
superstizioso, dogmatico, senza cultura; al contrario, stando a molti
scienziati, è chi si rifà al caso ad essere dogmatico e non scientifico.
Andiamo
avanti. Nel 1966, il premio Nobel per la fisica veniva consegnato ad uno
scienziato austriaco, Alfred Kastler, dichiaratamente ateo, non credente. Una
volta, un giornalista francese lo interrogò a proposito del caso e Kastler
rispose con un esempio molto bello e facile da ricordare: “Supponiamo
che nel corso di uno dei prossimi voli lunari venga esplorata la faccia
sconosciuta della luna, cioè quella che ci è opposta e che non vediamo mai, ma
che gli astronauti possono raggiungere. Fino ad oggi, essi sono sempre atterrati
sulla parte visibile dalla terra perché le comunicazioni via radio rimangono
possibili mentre non lo sono più quando ci si trova sull’altra faccia.
Supponiamo che essi abbiano la sorpresa di scoprire una fabbrica
automatica che produce alluminio: esistono attualmente sulla terra fabbriche
completamente automatiche. Essi vedrebbero da un lato delle pale che scavano il
suolo e raccolgono l’allumina; dall’altro le barre di alluminio che ne
escono. Essi vi troverebbero apparecchiature tipiche della fisica, processi di
elettrolisi, poiché l’alluminio viene prodotto mediante elettrolisi di una
soluzione di allumina nella criolite. In altre parole, dopo aver esaminato
questa fabbrica, essi constaterebbero solo il verificarsi di normali fenomeni
fisici perfettamente spiegabili…. con le leggi della causalità.
Si domanda Kastler: Essi ne dovrebbero forse concludere che il caso ha
creato tale fabbrica, oppure che degli esseri intelligenti sono discesi sulla
luna prima di loro e l’hanno costruita?
Ambedue queste possibilità di spiegazione sono reali. Ma pongo la
domanda: sarebbe logico ritenete che il caso ha unito le molecole in modo tale
da creare siffatta fabbrica automatica? Nessuno accetterebbe questa
interpretazione.
Ebbene, in un essere vivente troviamo un sistema infinitamente più
complesso di una fabbrica automatica. Voler ammettere che il caso ha creato tale
essere mi sembra assurdo. Se esiste un programma, non posso ammettere programma
senza programmatore”.
Credo
sia giunto il momento di approssimarci alla conclusione di questa nostra
conversazione.
Gli
scienziati studiano, con sempre maggiore stupore, la grandezza, la bellezza, la
complessità e le leggi che regolano l’universo e la natura, il macro e il
microcosmo.
Questi
stessi scienziati, anche se non credenti in Dio, sono portati ad escludere che
il caso sia all’origine di quello che loro stessi studiano.
Noi,
sulla scorta delle loro affermazioni, sulla base dei dati e delle conoscenze che
ci trasmettono, noi crediamo – come diceva l’ateo Alfred Kastler – che sia
del tutto ragionevole ipotizzare, di fronte ad un programma, l’esistenza di un
programmatore.
Questo
programmatore dell’universo, questo architetto dell’universo creato è Dio.
Non è il caso!
La
nostra ragione si ferma qui. E’ molto poco – lo dobbiamo dire – rispetto a
quello che Dio stesso ci ha fatto conoscere di Lui attraverso Gesù, il Vangelo
e la Chiesa.
Ma
anche se è molto poco è comunque qualcosa. E’ un inizio: l’inizio di un
cammino che la ragione dell’uomo può fare e che dovrebbe spingere lo stesso
uomo ad aprirsi a quella Verità che lui – uomo – non può trovare da solo,
con le sue forzze, con la sua intelligenza, ma che Dio ci ha fatto conoscere in
Gesù Cristo.
E
la Verità è questa: Dio ci ama, ci salva, in Lui ogni uomo
realizza se stesso pienamente.
In Dio trova riposo la nostra ragione, in Dio troviamo il senso della nostra vita, la risposta alle nostre domande e, soprattutto, in Dio noi vinciamo la morte che tutti ci attende per iniziare quella vita eterna del Paradiso che è la gioia e la felicità piena senza mai fine.
Tratto dal Sito: http://www.zammerumaskil.com