I DIAVOLI ALLO SCOPERTO
PELLEGRINO SPECIALE: APRILE 1980
Con noi un pellegrino speciale: Don Elia Bellebono, residente all'eremo di Montegiove (Fano).
Don
Elia era l'unico sacerdote al mondo con la terza elementare. Era l'eccezione
alla regola, mediante la quale il Signore sostituì il latino con la lingua
"volgare" per la celebrazione della S. Messa. Santo intervento,
visto che la maggioranza dei fedeli non capiva proprio "na gott", come
dicono a Milano.
D'allora,
nella Chiesa, stanno cambiando molte cose. E, pian piano, saranno anche messi
al bando certi falsi profeti, le scemenze di tanti pseudo-teologi che
dimenticano l'autorità data al Papa da Cristo stesso: "Tu sei Pietro e su
questa pietra fonderò la mia Chiesa". La contestazione a questa legittima
autorità: si dolce, mite, amorosa, pacifica e santa, non è altro che pura
ribellione al Suo legittimo Fondatore che è Gesù. Non dobbiamo dimenticarlo;
e nemmeno quel che disse Gesù, dopo la contestazione del popolo nel deserto:
"Chi non mangia la mia carne e non beve il mio sangue non ha la vita in sé",
seguito dall'insano abbandono e anche della Sua fermezza nel dire a Pietro e
agli altri apostoli: "Volete andare anche voi?". E Pietro, superando i
due estremi: "Da chi andremo, o Signore! Tu solo hai parole di vita eterna".
Nessuno deve ignorare queste verità di fede che sono i pilastri della Chiesa:
Una, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana. Altrimenti: "Volete andare
anche voi?".
Dovrà
essere rivalutata la vita interiore, l'austerità nella vita familiare e
quella ecclesiale.
Le
comunità dovranno dare grande risalto allo spirito di mortificazione per
temperare anime e coscienze e forgiare veri soldati di Cristo, ben agguerriti
per combattere i nemici di Dio, della Chiesa e delle anime. Dovranno avere piena
coscienza della presenza dei demoni, delle passioni e delle false ideologie
del mondo, impiegando nella lotta tutte le loro energie, anche a costo della
propria vita.
E
da un don Elia c'è tanto da imparare: senza cultura e scarso d'istruzione, ma
forte di carica umana, pieno di semplicità e traboccante amore da tutti i
pori... E quando incominciò a raccontare gli episodi della sua vita, i
pellegrini ammutolirono e tesero bene le orecchie. Si sentivano solo lo stridio
delle ruote che rombavano sull'asfalto e la sua voce: "Sono nato nei pressi
di Bergamo. Diciassettesimo di diciotto fratelli. La mamma, rimasta vedova,
faceva salti mortali per sfamarci. I morsi della fame si facevano sentire, così
pure il freddo e i grossolani vestiti, rimediati dai cappotti dei soldati che
graffiavano la pelle delicata di noi bambini. A volte ci spalmavamo le gambe con
la farina per non farci sentire tutto quel ruvido. Per scarpe, la mamma, non
aveva altro da farci calzare che delle ciabatte ricavate dai tronchi degli alberi,
puntellate all'intorno da strisce di lamiera.
Un
giorno il sacrista si accorse di queste strane scarpe e mi disse: "Senti,
per servire la S. Messa non è il caso che tu entri con quelle cose. Vedi?...
rovini tutto il pavimento. È meglio che le lasci fuori della chiesa". E
così stavo a servir messa a piedi nudi.
Se
ne accorse il parroco. Mi regalò dieci lire, dicendomi: "Dì a tua madre
di comprarti un bel paio di scarpe".
Una
volta a casa, la mamma, a vedere quella manna, andò subito al negozio di generi
alimentari e si fece depennare una parte dei debiti contratti.
La
mattina seguente, il parroco mi vide ancora scalzo, e: "Perché tua madre
non ti ha ancora comprato le scarpe?".
"E
non me le comprerà giammai. Si e fatta depennare un po' del passivo, con quelle
dieci lire".
AI
termine della Messa, Mi regalò un paio delle sue scarpe. Era un 43 ma, se non
altro, non tenevo più i piedi nudi sul pavimento.
A
quattordici anni incominciai a lavorare. Al ritorno, dopo una giornata di duro
lavoro, trovavo per pranzo "polenta e due fichi?".
"Mamma,
dicevo, due fichi?". "Aprili e diventano quattro".
Mi
rispondeva così e bisognava star buoni, perché con lei erano diciannove bocche
da sfamare. Chissà cosa soffriva anche lei per la fame che pativamo...
Adesso, i giovani di oggi, fanno tanti capricci, perché non gli hanno comprato
quel tipo di biscotti invece di quell'altro.
A
ventiquattro anni entrai in seminario. Mi presentai dai Gesuiti di Lunigo
(Padova). La gente aveva fatto a gara nel darmi chi la camicia, chi un papillon,
chi il pantalone ed altro.
Mi
presentai alquanto elegante... Il superiore appena mi vide così conciato, sgranò
gli occhi e aprì la bocca: "Che? Che cos'è quel papillon? Tu devi andare
in cucina". La sera, in cella, dopo una giornata fra pentole, posate e
bicchieri: "Gesù, dove mi hai mandato?".. Povero me! E continuai così.
Poi
mi diedero una stanzetta e lì, come ciabattino, riparavo le scarpe. Un giorno,
mentre ero in cappella assieme a quaranta seminaristi, ad un tratto, vidi uscire
dal tabernacolo una nube. Ad una certa altezza si aprì e apparve Gesù. Che
gioia! Era la prima volta che lo vedevo: biancovestito, con una cintura ai
fianchi, terminante con due fiocchi d'oro, i piedi calzati alla romana,
sulle spalle un manto tutto d'oro, i capelli color rame, cadenti a boccoli sulle
spalle, gli occhi d'un azzurro che rapiscono e, al di sopra della veste, il
Suo Cuore, che sanguinava. Gesù, inchinandosi leggermente, mi chiese:
"Figliolo, mi ami tu?".
"Si,
Gesù, che ti amo!".
"Ama
il prossimo tuo come ami me".
Così
dicendo, appoggiò il dito sul cuore, un dardo uscì e venne a colpirmi il
costato. La nube, poi, dopo aver avvolto Gesù, ritornò da dove era uscita.
Me
ne andai, pieno di gioia, nella bottega. Non m'ero ancora ripreso dall'emozione,
che vidi entrare il Superiore: "Come, dice, mi hanno detto che ti sei
sollevato in aria davanti al tabernacolo e non sei venuto a dirmi nulla?"
(Capii, allora, che i quaranta seminaristi, nel vedermi sollevato in aria, se
l'erano data a gambe, senza assistere così al colloquio). Risposi al superiore:
"Oh, sarei venuto! Mi sto solo riprendendo dall'emozione".
Nel
suo ufficio, raccontai tutto. E siccome mi sentivo bagnare dalla parte dei
costato, nell'aprire la veste, il sangue sprizzò a fiotti. Il superiore,
allora, mi fece sdraiare sul letto, prese del cotone idrofilo e l'appoggiò
sulla ferita. Sopra al cotone mise un fazzoletto con della ceralacca. E disse:
"Acqua in bocca con tutti. Capito?".
La
mattina seguente, venne a trovarmi: "Come hai passato la notte?".
"Benone".
"Allora,
siamo intesi! Nessuno deve sapere". Dopo due giorni uscii di stanza.
Nell'attraversare il cortile, giunto vicino all'orticello, un brutto ometto,
vestito di verde e con la zappa in mano, mi rivolse la parola:
"Perché
hai detto quelle cose al superiore?". "E tu come fai a saperle, visto
che non l'ho
detto
a nessuno?"...
"Eh,
eh... io so tutto... Ora penseranno che sei malato e ti manderanno via".
"E
facessero quello che vogliono".
A
sentir così, alzò la zappa e si mise a menarmi colpi sulla spalla. Mentre
gridavo aiuto, mi spinse nella cunetta si trasformò in un grosso serpente,
salì sull'albero e, in un attimo, fece cadere sul mio viso tutti i rami che
aveva segati repentinamente".
"Le
mie grida d'aiuto furono sentite da due seminaristi. Quando mi raggiunsero
videro soltanto che stavo per terra e che il mio viso sanguinava. Mi alzarono e
mi portarono dal superiore. Raccontai l'accaduto. Ma lui replicò: Tu hai
bevuto un bel bicchiere in più ed ecco i risultati".
"Non
so se ho bevuto un bicchiere in più, ma se va sul posto vedrà così e così".
Intanto
che vado a vedere, tu sorseggi questo bicchierino, visto che sei diventato
bianco come un lenzuolo".
AI
ritorno, il superiore, era più bianco di me. Ripresosi, esclamò: "Cos'hai
fatto a quei capelli?"...
"Boh!
Non sapevo che i capelli, per lo spavento, erano diventati tutti
bianchi".
"Ebbene,
mi disse allora, scrivi quanto t'è successo su un foglio".
"Mi
sedetti in poltrona e iniziai a scrivere. Ad un tratto da questa incominciò ad
uscire del fumo, la carta si mise a bruciare e la scrittura, misteriosamente,
rimaneva impressa proprio a mo' di ricamo.
Ho
chiesto più volte quel documento, ma i Gesuiti non me l'hanno voluto dare. Lo
tengono depositato a Lunigo, come prova del fatto.
Per
i continui prodigi, i superiori decisero di trasferirmi a Firenze. Presi il
treno e, quando giunsi a destinazione ed entrai nella stanza assegnatami, per
poco non mi prendeva un colpo: "E tu, che ci fai qui?". (Era Federico.
Don Elia chiama va così il diavolo). Come hai fatto a venire fin qui che sono
circa 600 chilometri?". E quello riprese a sghignazzare e a combinare guai,
tanto che i superiori decisero di rispedirmi nel mondo.
Gesù,
intanto, non mi lasciava e mi diceva: "Ti voglio mio Sacerdote".
Provai
a studiare, ma il latino era il mio ostacolo. Non m'entrava nella testa. Ero
proprio uno zuccone...
Ogni
tanto mi presentavo a qualche Vescovo, con la speranza che prendesse a cuore la
mia situazione e mi aiutasse a diventare sacerdote. Uno di questi, alla fine mi
scrisse: "Fai il ciabattino". E per paura che non capissi, mi scrisse
una seconda lettera, ripetendo la stessa frase.
Il
tempo, intanto, passava e il latino era un serio ostacolo al mio sacerdozio. Un
giorno Gesù mi mandò dal Vescovo di Bergamo: "Digli che voglio che la S.
Messa sia celebrata in "lingua volgare". "E il Vescovo:
"Ora sì che è proprio il diavolo. Sputalo quando t'appare".
Così
feci. Ma Gesù si scostò e sorridendo: "Quel Vescovo crede più di te alle
mie apparizioni. Però hai fatto bene a ubbidirgli".
Quando
comunicai la cosa, il Vescovo di Bergamo pianse amaramente e si raccomandò:
"Dì a Gesù di perdonarmi e, come segno, si lasci baciare il piede".
Ma Gesù non volle essere toccato. Non l'ha voluto".
Per
sbarcare il lunario ciabattinavo scarpe in una soffitta: fredda, umida, piovosa
e zeppa di topi, che mi tenevano compagnia ballando.
Un
giorno dissi al Signore: "Gesù, fammi tu sacerdote".
"Non
posso! Ho dato le chiavi giuridiche alla Chiesa".
"E,
allora, come farò a diventare sacerdote?" Contavo ormai 65 anni.
"Scrivi
al Papa. Sigilla in una busta piccola un foglio contenente quanto io ti ho
detto. Poi in una più grande, indirizzata al suo segretario, inserisci quella
piccola con un foglio in cui scriverai semplicemente: "Con preghiera di
consegnare a Sua Santità". Entrambe le buste devono essere ben chiuse. Poi
spediscile raccomandate con ricevuta di ritorno".
Così
feci.
Dopo
qualche tempo m'incontrai col cardinale Palazzoni. Mi chiese di rivelare il
segreto.
"Ma
non posso, risposi".
"Credi
tu nel Sacramento della confessione". Dall'alto sentii come una scossa e:
"Sì che credo". E così rivelai quanto Gesù m'aveva dettato per il
Papa.
"Ma
- rispose - è il contenuto di ciò che ho letto dal S. Padre! Ebbene, mi assumo
la responsabilità di farti sacerdote. E così, a 65 anni, divenni Sacerdote
del Signore".
A
richiesta, don Elia, rispose: "Sì, ho la ferita del costato e del cuore:
la prima, nella parte esterna, è di cm. 1,50 di diametro, la seconda,
interna, è di cm. 4".
Uno
dei cardiologi di Bologna, quando mi fece le lastre, nel constatare quanto il
Signore aveva operato in me, lasciò tutto, entrò in seminario ed ora è
Sacerdote anche lui".
I
prodigi sono tanti. Come raccontarli tutti? Ne dirò qualcuno: "Veniva al
convento una mamma disperata, perché il figlio si era fidanzato con una poco di
buono. Il ragazzo, nonostante le amorevoli premure della madre, non ascoltava
ragioni. "Voglio quella - ripeteva -. Le insinuazioni fatte sono tutte
calunnie".
Il
superiore mi chiese di pregare per quella mamma. Appena lo feci, m'apparve
Federico con un bastone nodoso nelle mani: "Perché preghi per quella
mamma?".
"E
a te cosa importa?".
"Così
si parla a me." E, col bastone, me ne diede tante sulla testa.
Spuntarono
tre bei bernoccoli. Venne chiamato il medico. Ma non c'era medicina che
potesse farli sparire.
Allora
mi aspersero con dell'acqua benedetta. I bernoccoli, d'incanto sparirono. Il
dottore, meravigliato, esclamò: "E lo sapevo! A te fa più bene l'acqua
santa che le mie medicine".
Intanto
il ragazzo andò a trovare la fidanzata e la pescò in compagnia dell'amante.
Capì, rinsavì e la lasciò al suo destino.
Veniva
a trovarmi a Montegiove di Fano un giovane ragioniere. Un giorno mi disse:
"Io non credo che la dentro - accennando al tabernacolo - ci sia Gesù.
Ebbene, se mi dici cos'è che mi tiene inquieto, allora, crederò".
Mi
misi in preghiera e seppi. Perciò, quando venne a trovarmi la settimana
successiva, gli dissi: "Vieni, vieni! Andiamo vicino al tabernacolo che
Gesù ti dirà cos'è che ti tiene inquieto". Una volta in chiesa,
esclamai: "Visto che non te lo dice Lui, te lo dico io quanto mi ha detto:
"Quel giovane lo tengo inquieto, perché ho dei grandi disegni su di lui.
Ma lo è anche perché la domenica, sebbene sia fidanzato in paese, prende la
macchina e, dopo circa 20 chilometri, entra in una villa. Rimane là dentro
per circa due ore con una certa Anna Maria. Poi ritorna al paese. Se lo
venissero a sapere quelli della famiglia, sarebbero guai per lui".
Nel
sentire quanto gli dicevo, si mise a piangere. Me ne andai, lasciandolo
piangere per più di due ore. Al ritorno, mi chiese di confessarlo. Riprese a
lavorare in banca. Ma, dopo sette anni, venne a trovarmi: "Don Elia non c'è
la faccio più a stare nel mondo. Voglio farmi prete". Ed ora è parroco a
Domodossola".
Applausi....
sul pullman.
In
un'altra circostanza, inserii una cassetta nel video e feci ascoltare: " il
rimpianto", scritto a Milano.
Un
giorno un diavolo ebbe il permesso dal suo capo di andare nel mondo per
trascinare nell'inferno il maggior numero di cristiani... Bussò ad una porta.
Comparve una vecchiarella che, veduto quell'ometto, cornuto e verdolino,
prontamente cavò di tasca mille lire. Ma, mentre stava per dargliele, Tomino
le rispose: "Ohibò! Non deve, non posso e non voglio!".
"Perché
mai, poverino? Prendile, mi farai contenta. Anzi, oggi, pur restando leggera,
sarò maggiormente felice".
"Oh,
questa è bella! Ma perché, perché? Lo sa che mi uccide? Oh infernaccio! Oh
infernaccio, aiuto!".
"Ma
non faccia così. Non vede che le voglio bene? Chissà ... Con ciò spero che
ella possa rinsavire, aborrire il suo capo e ritornare ad amare... Oh quanta
gioia avrei! Su, su prendile, bel verdolino!".
"Oh,
questa poi è proprio bella! Mai sentito. Mi sento rivoltare. Accidenti... Ma va
là. Non è possibile. Lei mi sgonfia, mi sgonfia. Oh che ma..., mat..., matta,
che matta da legare (sparì in una nube di zolfo e ritornò tosto nella sua
abituale dimora, affannato, stravolto e spompato dinanzi al gran capo".
"Che
t'è successo?... Su parla!".
"Oh,
Belzebù, sai… che non lo so".
"Sono
stato nel mondo. Che delusione, oh che amarezza! La prima ad incontrare è stata
una vecchia matta. Mi ha tanto avvilito e percosso che per ora ho bisogno di
ricaricarmi, cercare altre astuzie, saturarmi di odio novello. Devo imparare ad
essere più aggressivo, più terrificante, più malizioso tanto da scoraggiare
ogni atto di pura carità quei matti di cristiani. Oh, dimmi tu, signore delle
tenebre e dei perversi consigli. Dammi tu, maestro d'ogni impensato maleficio,
un metodo invincibile per sconfiggerla. Insomma, una ricetta per
polverizzarla".
"Eh,
eh, non t'arroventare tanto, neh? Quella è matta. Sì, è matta, fanatica e
bigotta come tutti i cristiani. E poi prega, prega, prega e, per di più, fa
penitenza. Che barba, ohibò! Che rompicapo! Maledetto te che me la ricordi.
Fosse almeno una testimone di Geova... Invece no. Non è nemmeno come quei
beneamati cialtroni di giovani, che sono nel mondo, i grandi saputelli... che
care promesse! Che gioia che mi danno. Mi esaltano per dei nonnulla, per delle
effimere vanità. Non combinano mai nulla di buono. Oziano costantemente.
Ingrassano. Sparlano del prossimo. Seminano lutti e rovine. Dicono sconcezze
ed ogni altra affettata volgarità, ignorata persino dai più sboccati e
licenziosi dei miei servitori. Questi sì che mi saziano a dovere. Oh, se
scomparissi, sarebbero degni di rappresentarmi! Anzi, io stesso, in verità, al
loro arrivo, dovrei cedere lo scettro. Ma, purtroppo, la mia gioia di vederli
congelati come noi e, forse più di noi, nell'odio, è offuscata da quella
maledetta vecchiarella... Ella ama, ama, ama e mi fa tanto delirare. È la mia
disperazione. Non ha scienza alcuna, ma mi strappa tante anime ed ogni volata
che l'attacco, confina anche me in questo orrido luogo, fatto solo per noi e per
tutti i matti veri che ci ascoltano, che ci seguono, che dovrò odiosamente
sopportare e per sempre, e non per quelli che le assomigliano. Ah, dannata
Vecchierella...!, che sfuggi ai miei artigli per salire nella regione della
luce che mai sarà mia".
Dopo
circa un mese dal rientro, don Elia mi scrisse:
"Mio
carissimo Giuseppe, sento il bisogno di rivolgerti un vivo ed affettuoso
ringraziamento per tutte le premure avute per me per il viaggio in Francia, e
per aver organizzato così bene il trasporto in corriera degli amici di Milano,
in occasione della mia festa.
Valevo
raccomandarti di volermi ricordare e salutare tanto gli altri amici che non sono
potuti venire ed, in particolar modo, la Maria Farina, la Felicita e Anna, la
Tina, ecc.
Ti
ricordo sempre con tanto piacere e ti Benedico nel Cuore Divino di Gesù e di
Maria; Firmato Tuo aff/mo don Elia Bellebono. Eremo, 24.5.1980".
Don
Elia ha avuto l'incarico da Gesù di costruire in Urbino un Santuario dedicato
al Suo Sacratissimo Cuore, da dove elargirà copiose grazie a coloro che lo
invocano, che vanno ad onorarlo e che aiutano don Elia con qualche offerta.
Don Elia mi disse che da quando è sacerdote è riuscito a mettere da parte fra
offerte varie e S. Messe solo duecento milioni. La spesa del Santuario si aggira
oltre i tre miliardi. Perciò chi volesse aiutare non aiuta don Elia ma Gesù
stesso, che vuole che siano i più poveri ad erigergli tale Santuario. Come al
solito, sono sempre i più umili a muovere le montagne, e a realizzare prodigi
insperati.