Pio XII
HAURIETIS AQUAS
Sul culto al
sacratissimo Cuore di Gesù
15 maggio 1956
Introduzione
MIRABILE SVILUPPO DEL CULTO AL SS. CUORE DI GESÙ NEI TEMPI MODERNI
"Voi attingerete con gaudio le acque dalle fonti del Salvatore" (Is
12,3). Queste parole, con le quali il profeta Isaia simbolicamente preannunciava
le molteplici e abbondanti benedizioni di Dio, che l’èra cristiana avrebbe
apportato, spontanee ritornano alla nostra mente, allorché diamo uno sguardo ai
cento anni che sono trascorsi da quando il nostro predecessore di i. m. Pio IX,
ben lieto di assecondare i voti del mondo cattolico, si compiaceva di estendere
e rendere obbligatoria per la chiesa intera la festa del cuore sacratissimo di
Gesù.
Innumerevoli infatti sono le grazie celesti che il culto tributato al cuore
sacratissimo di Gesù ha trasfuso alle anime dei fedeli, purificandoli,
confortandoli con superbe consolazioni, e incitandoli ad acquistare ogni virtù.
Noi pertanto, memori della sapientissima sentenza dell’apostolo san Giacomo:
"Ogni donazione buona e ogni dono perfetto viene dall’alto e scende dal
Padre dei lumi" (Gc 1,17), a buon diritto possiamo scorgere in questo
culto, divenuto ormai universale e ogni giorno sempre più fervoroso, il dono
che il Verbo incarnato, nostro salvatore divino e unico mediatore di grazia e di
verità tra il Padre celeste e il genere umano, ha fatto alla chiesa, sua
mistica sposa, in questi ultimi secoli della sua travagliata storia. Grazie a
questo dono d’inestimabile valore, la chiesa può agevolmente manifestare l’ardente
carità che essa nutre verso il suo divin Fondatore, e corrispondere in più
larga misura all’invito che l’evangelista san Giovanni riferisce come
pronunziato da Gesù Cristo stesso: "Nell’ultimo gran giorno della festa,
Gesù, levatosi in piedi, diceva ad alta voce: Chi ha sete venga a me e beva chi
crede in me. Come dice la Scrittura, dal ventre di lui sgorgheranno torrenti d’acqua
viva. Ciò egli disse dello Spirito che dovevano ricevere i credenti in
lui" (Gv 7,37-39). Agli uditori di Gesù non fu certamente difficile
cogliere in quelle sue parole, che contenevano la promessa di una sorgente di
"acqua viva" che sarebbe scaturita dal suo seno, una chiara allusione
ai vaticini con i quali i profeti Isaia, Ezechiele e Zaccaria, predicevano l’avvento
del regno messianico, come pure alla tipica pietra che, percossa dalla verga di
Mosè, versò mirabilmente acqua (cf. Is 12,3; Ez 47,1-12; Zc 13,1; Es 17,1-7;
Nm 20,7-13; 1Cor 10,4; Ap 7,17; 22,1).
La carità divina ha in realtà la sua principale sorgente nello Spirito Santo,
che è l’amore personale sia del Padre sia del Figlio in seno all’augustissima
Trinità. Ben a ragione quindi l’Apostolo, quasi facendo eco alle parole di
Gesù Cristo attribuisce allo Spirito d’amore l’effusione della carità nell’animo
dei credenti: "La carità di Dio si è riversata nei nostri cuori per lo
Spirito Santo che ci fu dato" (Rm 5,5).
Questo strettissimo nesso, che secondo le parole della s. Scrittura intercorre
tra la carità che deve ardere nei cuori dei cristiani e lo Spirito Santo che è
amore per essenza, ci manifesta in modo mirabile, venerabili fratelli, l’intima
natura stessa di quel culto che è da tributarsi al cuore sacratissimo di Gesù.
Se è vero, infatti, che questo culto considerato nella sua propria essenza, è
un atto eccellentissimo della virtù di religione, in quanto richiede la
assoluta e incondizionata sottomissione e consacrazione da parte nostra all’amore
del Redentore divino, di cui è indice e simbolo, quanto mai espressivo, il suo
cuore trafitto; è vero parimenti, e in un senso ancora più profondo, che tale
culto comporta la risposta dell’amore nostro all’amore divino. Poiché
soltanto per effetto della carità si ottiene la piena e perfetta sottomissione
dello spirito umano al dominio del supremo Signore, allorché cioè gli affetti
nel nostro cuore in tal modo aderiscono alla divina volontà da formare con essa
quasi una cosa sola, secondo che è scritto: "Chi aderisce al Signore forma
un solo spirito con lui" (1Cor 6,17).
I. FONDAMENTI E PREFIGURAZIONI DEL CULTO AL S. CUORE DI GESÙ NELL’AT
1. Incomprensione della vera natura del culto al cuore di Gesù da parte di
alcuni cristiani
Ma mentre la chiesa ha sempre tenuto in alta stima il culto al cuore
sacratissimo di Gesù, così da favorirne in ogni modo il sorgere e il
propagarsi in mezzo al popolo cristiano, non mancando altresì di difenderlo
apertamente contro le accuse di cosiddetto naturalismo e sentimentalismo, è da
lamentare che non uguale stima e onore, sia nei tempi passati, sia ai nostri
giorni, questo nobilissimo culto goda presso alcuni cristiani e talvolta anche
presso alcuni di coloro che pur si dicono animati da sincero zelo per gli
interessi della religione cattolica e per la propria santificazione.
"Se tu conoscessi il dono di Dio" (Gv 4,10). Ecco, venerabili
fratelli, il paterno monito che noi, chiamati per divina disposizione ad essere
custodi del tesoro di fede e di pietà, che il divin Redentore ha affidato alla
sua chiesa, rivolgiamo, con piena coscienza del nostro dovere, a tutti quei
nostri figli i quali, nonostante che il culto al cuore sacratissimo di Gesù,
trionfando degli errori e della indifferenza degli uomini, abbia pervaso il
mistico corpo del Salvatore, nutrono ancora dei pregiudizi a riguardo e giungono
persino a ritenerlo meno rispondente, per non dire dannoso alle necessità più
urgenti della chiesa e dell’umanità nell’ora presente. Taluni, infatti,
confondendo o equiparando l’indole primaria di questo culto con le varie forme
di devozione che la chiesa approva e favorisce, ma non prescrive, lo stimano
quasi come alcunché di superfluo che ciascuno può praticare o no a suo
arbitrio; altri poi stimano che questo culto sia oneroso e di nessuno o ben
modesto vantaggio, specialmente per i militanti del regno di Dio, preoccupati
soprattutto di consacrare il meglio delle loro energie spirituali, dei loro
mezzi e del loro tempo alla difesa e alla propagazione della verità cattolica,
alla diffusione della dottrina sociale cristiana e all’incremento di quelle
pratiche e opere di religione, che giudicano molto più necessarie per i tempi
nostri, vi sono inoltre alcuni, i quali anziché riconoscere in questo culto un
mezzo efficacissimo per l’opera di rinnovamento e di progresso dei costumi
cristiani, sia degli individui sia delle famiglie, vi vedono una forma di
devozione pervasa piuttosto di sentimento che di nobili pensieri ed affetti, e
perciò più confacente alle donne che adatto a uomini colti.
Vi sono infine altri, i quali, ritenendo questo culto come troppo vincolato agli
atti di penitenza, di riparazione e di quelle virtù che chiamano piuttosto
"passive", perché prive di appariscenti frutti esteriori, lo
giudicano meno idoneo a rinvigorire la spiritualità moderna cui incombe il
dovere dell’azione aperta e indefessa per il trionfo della fede cattolica e la
strenua difesa dei costumi cristiani, in mezzo a una società inquinata di
indifferentismo religioso, incurante di ogni norma discriminatrice del vero dal
falso nel pensiero e nell’azione, ligia ai principi del materialismo ateo e
del laicismo.
2. Stima e benemerenze dei sommi pontefici per il culto al Cuore di Gesù
Chi non vede, venerabili fratelli, lo stridente contrasto tra simili opinioni e
le pubbliche attestazioni di stima per il culto al sacratissimo Cuore di Gesù,
professato dai nostri predecessori su questa cattedra di verità? Chi osa
giudicare inutile o meno adatta per l’epoca nostra quella devozione che il
nostro predecessore di i. m. Leone XIII non esitò a definire: "pratica
religiosa encomiabilissima"; e nella quale non dubitò di additare il
rimedio a quegli stessi mali, che anche oggi, e indubbiamente in un modo più
vasto ed acuto, travagliano i singoli e l’intera società? "Questa
devozione, che a tutti consigliamo, asseriva egli, sarà a tutti di
giovamento". E inoltre, aggiungeva questi ammonimenti ed esortazioni, che
ben si addicono anche al culto verso il cuore sacratissimo di Gesù: "Di
fronte alla minaccia di gravi sciagure, che già da molto sovrasta, è urgente
che si ricorra, per scongiurarle, all’aiuto di colui che soltanto ha la
potenza per allontanarle. E chi altri potrà essere costui se non Gesù Cristo,
l’unigenito di Dio? "Poiché non c’è sotto il cielo alcun altro nome
dato agli uomini dal quale possiamo aspettarci d’essere salvati" (At
4,12). A lui dunque si deve ricorrere, che è via, verità e vita" (Enc. Annum
sacrum (25 maii 1899): Acta Leonis 19 (1900), pp. 71, 77-78).
Né meno degno di encomio e giovevole per fomentare la pietà cristiana
riconosceva essere questo culto il nostro immediato predecessore di f. m. Pio XI,
il quale in una enciclica scriveva: "Non sono forse racchiusi in tal forma
di devozione il compendio di tutta la religione cattolica e quindi la norma
della vita più perfetta, costituendo essa la via più spedita per giungere alla
conoscenza profonda di Cristo signore e il mezzo più efficace per piegare gli
animi ad amarlo più intensamente e a imitarlo più fedelmente?" (Enc. iserentissimus
Redemptor (8 maii 1928): AAS 20 (1928), p. 167).A noi poi, non
certamente meno dei nostri predecessori, questa sublime verità è apparsa
evidente e degna di approvazione; e allorché iniziammo il nostro pontificato,
nel contemplare il felice e quasi trionfale incremento dei culto al cuore
sacratissimo di Gesù in mezzo al popolo cristiano, sentimmo il nostro animo
ricolmo di gioia degli innumerevoli frutti di salvezza che ne erano derivati a
tutta la chiesa; e questi nostri sentimenti ci compiacemmo di manifestare già
nella prima nostra lettera enciclica (cf. Enc. Summi pontificatus, 20 oct.
1939: AAS 31 (1939), p. 415). I quali frutti in questi anni del nostro
pontificato pieni di calamità e di angustie, ma anche ricolmi di ineffabili
consolazioni, non sono andati diminuendo né per numero né per qualità né per
bellezza, ma piuttosto aumentando. Infatti, varie sono state le opere
felicemente iniziate allo scopo di favorire l’incremento sempre maggiore di
questo stesso culto e sommamente rispondente ai bisogni dei nostri tempi:
associazioni cioè di cultura, di pietà e di beneficenza; pubblicazioni di
carattere storico, ascetico e mistico, pertinenti a tale scopo; pie pratiche
espiatorie; e soprattutto degne di menzione le manifestazioni di ardentissima
pietà promosse dall’Associazione dell’apostolato della preghiera, al cui
zelo si deve principalmente se famiglie, istituti e talvolta anche nazioni
intere si sono consacrate al cuore sacratissimo di Gesù; per le quali
manifestazioni di culto non di rado, o mediante lettere o per mezzo di discorsi
o servendoci di radiomessaggi, abbiamo espressa la nostra paterna compiacenza (cf.
AAS 32 (1940), p. 276; 35 (1943), pp. 170; 37 (1945), pp. 263-264; 40
(1948), pp. 501; 41 (1949), pp. 331.).
Pertanto nel veder tanta abbondanza di acque salutari, cioè l’effusione
celestiale di amore superno, che, scaturendo dal sacro cuore del nostro
Redentore, non senza l’ispirazione del divino Spirito, si è riversata su
innumerevoli figli della chiesa cattolica, non possiamo astenerci, venerabili
fratelli, dal rivolgervi un paterno invito affinché vi uniate a noi nello
sciogliere un inno di somma lode e di fervidissime azioni di grazie a Dio
largitore di ogni bene, esclamando con l’apostolo: "A lui che può far
tutto, molto più di quel che noi domandiamo o pensiamo secondo la virtù che
opera in noi, a lui sia la gloria nella chiesa, in Cristo Gesù per tutte le
generazioni, nei secoli dei secoli. Amen" (Ef 3,20-21). Ma, dopo aver reso
all’Altissimo le dovute grazie, noi desideriamo con questa lettera enciclica
esortare voi e tutti gli amatissimi figli della chiesa a una più attenta
considerazione di quei principi dottrinali contenuti nella sacra Scrittura, nei
santi padri e nei teologi, sui quali, quasi su solidi fondamenti, poggia il
culto al cuore sacratissimo di Gesù. Siamo infatti pienamente persuasi che
soltanto quando, al lume della divina rivelazione, avremo penetrato più a fondo
l’intima ed essenziale natura di questo culto, saremo in grado di
convenientemente e perfettamente apprezzarne l’incomparabile eccellenza e l’inesauribile
fecondità in ogni sorta di celesti grazie, e in tal modo trarre dalla pia
meditazione e contemplazione da esso derivate, motivo per una degna celebrazione
del primo centenario della estensione della festa del cuore sacratissimo di
Gesù alla chiesa universale.
Allo scopo, dunque, di offrire alle menti dei fedeli salutari riflessioni,
alimentati dalle quali essi possano più facilmente comprendere la vera natura
di questo culto e ricavarne più copiosi frutti, noi ci soffermeremo anzitutto
sulle pagine del Vecchio e del Nuovo Testamento che rivelano e propongono l’infinita
carità di Dio per il genere umano, la cui sublime grandezza mai potremo
sufficientemente scrutare; poi accenneremo al commento che ce ne hanno lasciato
i padri e i dottori della chiesa; finalmente procureremo di porre in evidenza il
nesso intimo che intercorre tra la forma di devozione da tributarsi al cuore del
Redentore divino e il culto che gli uomini sono tenuti a rendere all’amore che
egli e le altre persone della santissima Trinità nutrono verso tutti gli
uomini. Stimiamo infatti che, una volta contemplati alla luce della sacra
Scrittura e della tradizione i fondamenti e gli elementi costitutivi di questa
nobilissima forma di pietà, riuscirà più agevole ai cristiani di attingere
"con gaudio dalle fonti del Salvatore" (Is 12,3); apprezzare cioè
tutta l’importanza che il culto al cuore sacratissimo di Gesù ha assunto
nella liturgia della chiesa, nella sua vita interna ed esterna, e anche nelle
sue opere; in tal modo sarà più facile ad essi raccogliere quei frutti
spirituali che segnino un rinnovamento salutare nei loro costumi, secondo i voti
dei pastori del gregge di Cristo.
3. L’amore di Dio, motivo dominante del culto al s. Cuore nell’Antico
Testamento
Se vogliamo comprendere in primo luogo il valore racchiuso in alcuni testi del
Vecchio e del Nuovo Testamento in ordine a questo culto, occorre tener ben
presente il motivo del culto di latria che la chiesa tributa al cuore del
Redentore divino. Orbene, come voi ben sapete, venerabili fratelli, tale motivo
è duplice. L’uno, cioè che è comune anche alle altre sacrosante membra del
corpo di Gesù Cristo, si fonda sul principio che il suo cuore, essendo una
parte nobilissima dell’umana natura, è unito ipostaticamente alla persona del
Verbo di Dio; pertanto esso è meritevole dell’unico e identico culto di
adorazione con cui la chiesa onora la persona dello stesso Figlio di Dio
incarnato. Si tratta di una verità di fede cattolica, essendo stata
solennemente definita nei concili ecumenici di Efeso e nel secondo di
Costantinopoli (CONC. EPHES., can. 8: MANSI, Sacrorum conciliorum amplissima
collectio, IV, 1083 C; CONC. CONST. 11, can. 9: ibid., IX, 382 E). L’altro
motivo, che appartiene in modo speciale al cuore del divin Redentore, e che
perciò conferisce al medesimo un titolo tutto proprio a ricevere il culto di
latria, risulta dal fatto che il suo cuore, più di ogni altro membro dei suo
corpo, è l’indice naturale, ovvero il simbolo della sua immensa carità per
il genere umano. "È insita nel Sacro Cuore, come osserva il nostro
predecessore Leone XIII di i. m., la qualità di simbolo e di espressiva
immagine dell’infinita carità di Gesù Cristo, che ci stimola a ricambiarlo
con il nostro amore" (cf. Enc. Annum sacrum: Acta Leonis
19(1900), p. 76).
È fuor di dubbio che nei libri sacri non si hanno mai sicuri indizi di un culto
di speciale venerazione e di amore, tributato al cuore fisico del Verbo
incarnato in quanto simbolo della sua accesissima carità. Ma questo fatto, se
è doveroso apertamente riconoscerlo, non ci deve recare meraviglia, né in
alcun modo indurci a dubitare che la carità, la quale è la ragione principale
di questo culto, tanto nel Vecchio come nel Nuovo Testamento, non sia esaltata e
inculcata con immagini, da commuovere potentemente gli animi. Queste immagini,
poiché sono contenute nei libri sacri che preannunziavano la venuta del Figlio
di Dio fatto uomo, possono considerarsi come un presagio di quello che doveva
essere il più nobile simbolo e indice dell’amore divino, cioè del cuore
sacratissimo e adorabile del Redentore divino.
Per quanto riguarda lo scopo del nostro argomento, non crediamo necessario
addurre molte testimonianze dei libri dei Vecchio Testamento, nei quali sono
contenute le divine verità divinamente rivelate, ma stimiamo sia sufficiente
far rilevare che l’alleanza stipulata tra Dio e il popolo eletto e sancita con
vittime pacifiche - le cui leggi fondamentali scolpite su due tavole furono
promulgate da Mosè (cf. Es 34,27-28) e interpretate dai profeti - fu un patto,
oltre che fondato sui vincoli di supremo dominio da parte di Dio e di doverosa
obbedienza da parte dell’uomo, consolidato e vivificato anche dai più nobili
motivi dell’amore. Infatti, anche per il popolo d’Israele la ragione suprema
della sua obbedienza a Dio doveva essere non tanto il timore dei divini castighi
che i tuoni e le folgori lampeggianti e sprigionantisi dalla vetta del Sinai
incutevano negli animi, quanto piuttosto il doveroso amore verso Dio:
"Ascolta, Israele; il Signore Dio nostro è il solo Signore. Amerai il
Signore Iddio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue
forze. Queste parole, che io oggi ti bandisco, staranno nel tuo cuore" (Dt
6,4-6).
Non ci deve pertanto meravigliare se Mosè e i profeti del popolo eletto che a
buon diritto l’angelico Dottore chiama "i maggiori" (Summa theol.,
I-II, q. 2, a. 7: ed. Leon., t. VIII, 1895, p. 34), ben comprendendo che il
fondamento di tutta la legge era riposto in questo comandamento dell’amore,
hanno descritto tutti i rapporti esistenti tra Dio e la sua nazione, ricorrendo
a similitudini tratte dal reciproco amore tra padre e figlio o dall’amore dei
coniugi, piuttosto che rappresentarli con immagini severe ispirate al supremo
dominio di Dio o alla dovuta e timorosa servitù di noi tutti. Così, ad
esempio, Mosè stesso, nel celeberrimo suo cantico di liberazione del suo popolo
dalla schiavitù d’Egitto, volendo significare che essa era avvenuta per opera
di Dio, ricorre a queste espressioni e immagini che riempiono l’animo di
commozione: "Com’aquila che addestra al volo i suoi piccoli e vola sovr’essi,
stese le sue ali (il Signore), sollevò Israele, e lo portò sulle sue
spalle" (Dt 32,11). Ma forse nessun altro tra i profeti meglio di Osea,
manifesta e descrive con accenti veementi l’amore mai venuto meno di Dio verso
il suo popolo. Nel linguaggio infatti di questo eccellentissimo tra i profeti
minori per profondità di concetti e concisione di espressione, Dio manifesta
verso il popolo eletto un amore tale, cioè giusto e santamente sollecito, qual
è appunto l’amore di un padre misericordioso e amorevole, o di uno sposo, il
cui onore è conculcato. t un amore, che, lungi dal raffreddarsi o venir meno
alla vista di mostruose infedeltà e di ignobili tradimenti, prende si da essi
motivo per infliggere ai colpevoli i meritati castighi: non già per ripudiarli
e abbandonarli a se stessi, ma soltanto allo scopo di vedere la sposa, resasi
estranea e infedele, e i figli ingrati, pentirsi, purificarsi e tornare a unirsi
a lui con rinnovati e più solidi vincoli di amore. "Quando era fanciullo
Israele, io l’amai e dall’Egitto ho chiamato il figlio mio. ... lo ho fatto
da balia a Efraim; li ho portati in braccio, ma non compresero la cura che io
avevo di loro. Li ho attirati a me con vincoli propri degli uomini, coi vincoli
della carità. ... lo sanerò le loro piaghe, li amerò spontaneamente, perché
la mia collera si è da loro allontanata. Sarò come rugiada; Israele fiorirà
come giglio e getterà le sue radici come le piante del Libano" (Os
11,1.3-4; 14,5-6).
Accenti simili risuonano sulle labbra del profeta Isaia, quando, impersonando
gli opposti sentimenti di Dio e del popolo eletto, esce in queste espressioni:
"Sion ha detto: "Il Signore mi ha abbandonato, il Signore si è
scordato di me!" Potrà forse una donna dimenticare il suo bambino, sì da
non sentire più compassione per il figlio delle sue viscere? E se pur questa lo
potrà dimenticare, io non mi dimenticherò mai di te!" (Is 49,14-15). Né
meno commoventi sono le espressioni con le quali l’autore del Cantico dei
cantici, servendosi del simbolismo dell’amore coniugale, dipinge con vividi
colori i legami di vicendevole amore, che uniscono fra loro Dio e la nazione da
lui prediletta: "Come un giglio fra le spine, così l’amica mia tra le
fanciulle!... Io sono del mio diletto e il mio diletto è per me, egli che
pascola tra i gigli. ... Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo
sul tuo braccio, perché forte come la morte è l’amore, inesorabile come gli
inferi la gelosia: le sue vampe sono vampe di fuoco e di fiamma" (Ct 2,2;
6,2; 8,6).
Tuttavia questo tenerissimo, indulgente e paziente amore di Dio, che, pur
sdegnandosi per le ripetute infedeltà del popolo di Israele, mai giunse a
ripudiarlo definitivamente, benché siasi manifestato come veemente e sublime,
non fu in sostanza che preludio di quella ardentissima carità che il Redentore
promesso avrebbe riversato dal suo amantissimo cuore su tutti, e che sarebbe
dovuta divenire il modello del nostro amore e il fondamento della nuova
Alleanza. Infatti, solo colui che è l’Unigenito del Padre e il Verbo fatto
carne, "pieno di grazia e di verità" (Gv 1,14), essendosi avvicinato
agli uomini oppressi da innumerevoli peccati e miserie, poté far scaturire
dalla sua umana natura, unita ipostaticamente alla sua divina persona, "una
sorgente di acqua viva", che irrigasse copiosamente l’arida terra dell’umanità
e la trasformasse in giardino fiorente e fruttifero. t nel profeta Geremia che
si ha un lontano presagio di questo stupendo prodigio, che sarebbe stato l’effetto
del misericordiosissimo e eterno amore di Dio: "D’un amore eterno ti ho
amato e perciò ti ho tirato a me pieno di compassione. ... Ecco che verranno
giorni, dice il Signore, e io stringerò con la casa di Israele e con la casa di
Giuda una nuova alleanza. ... Questa sarà l’alleanza che avrò stretta con la
casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: lo metterò la mia legge nel
loro intimo e la scriverò nel loro cuore, e sarò il loro Dio ed essi saranno
il mio popolo ... ; perché farò grazia alle loro iniquità e del loro peccato
non mi ricorderò più" (Ger 31,3; 31,33-34).
II. LEGITTIMITA DEL CULTO AL CUORE DI GESÙ SECONDO IL NT E LA TRADIZIONE
l. L’amore di Dio nel mistero dell’incarnazione redentiva secondo il Vangelo
Ma soltanto dai Vangeli veniamo a conoscere con perfetta chiarezza che la nuova
alleanza stipulata tra Dio e l’umanità - di cui si era avuta la
prefigurazione simbolica nell’alleanza sancita tra Dio e il popolo d’Israele
per mezzo di Mosè e il preannunzio nel vaticinio di Geremia - è quella stessa
che è stata attuata mediante l’opera conciliatrice di grazia del Verbo
incarnato. Questa alleanza è da stimarsi incomparabilmente più nobile e più
solida, perché a differenza della precedente, non è stata sancita nel sangue
di capri e di vitelli, ma nel sangue sacrosanto di colui che quelli stessi
pacifici e irrazionali animali avevano prefigurato come "l’Agnello che
toglie il peccato del mondo" (cf. Gv 1,29; Eb 9,18-28; 10,1-17). Ebbene, l’alleanza
messianica, più ancora che l’antica, si manifesta chiaramente come un patto
non ispirato da sentimenti di servitù e di timore, ma da quella amicizia che
deve regnare nelle relazioni tra padre e figlio, essendo essa alimentata e
consolidata da una più munifica elargizione di grazia divina e di verità,
conforme alla sentenza dell’evangelista san Giovanni: "Dalla pienezza di
lui tutti abbiamo ricevuto, grazia su grazia. Perché la legge è stata data da
Mosè; la grazia e la verità sono venute da Gesù Cristo" (Gv 1,16-17).
Introdotti con le parole del "discepolo che Gesù amava e che durante la
cena posò il capo sul petto di lui" (Gv 21,23), nel mistero stesso dell’infinita
carità del Verbo incarnato, sembra essere cosa degna e giusta, equa e salutare
che noi ci soffermiamo alquanto, venerabili fratelli, nella contemplazione di
così soave mistero, affinché, illuminati dalla luce che su di esso riflettono
le pagine del Vangelo, possiamo anche noi esperimentare il felice adempimento
del voto che l’Apostolo formulava scrivendo agli Efesini: "Cristo dimori
nei vostri cuori per mezzo della fede, e voi, radicati e fortificati in amore,
siate resi capaci di comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza e la
lunghezza e l’altezza e la profondità, e intendere questo amore di Cristo che
sorpassa ogni scienza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio"
(Ef 3,17-19).
Il mistero della divina redenzione è primariamente e naturalmente un mistero d’amore:
un mistero, cioè, di amore giusto da parte di Cristo verso il Padre celeste,
cui il sacrificio della croce, offerto con animo amante e obbediente, presenta
una soddisfazione sovrabbondante e infinita per le colpe del genere umano:
"Cristo soffrendo per carità e obbedienza, offri a Dio qualche cosa di
maggior valore, che non esigesse la compensazione per tutte le offese fatte a
Dio dal genere umano". E inoltre mistero di amore misericordioso dell’augusta
Trinità e del Redentore divino verso l’intera umanità, poiché essendo
questa del tutto incapace di offrire a Dio una soddisfazione degna per i propri
delitti (Summa theol., III, q. 48, a. 2: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 464.
Cf. Enc. Miserentissimus Redemptor: AAS 20 (1928), p. 170),
Cristo, mediante le inscrutabili ricchezze di meriti che si acquistò con l’effusione
del suo preziosissimo sangue, poté ristabilire quel patto di amicizia tra Dio e
gli uomini che era stato una prima volta violato nel paradiso terrestre per la
miserevole caduta di Adamo e poi innumerevoli volte per l’infedeltà del
popolo eletto. Pertanto il divin Redentore - come legittimo e perfetto mediatore
nostro - avendo, sotto lo stimolo di un’accesissima carità per noi,
conciliati perfettamente i doveri e gli impegni del genere umano con i diritti
di Dio, è stato indubbiamente l’autore di quella meravigliosa conciliazione
tra la divina giustizia e la divina misericordia che costituisce l’assoluta
trascendenza dei mistero della nostra salvezza, così sapientemente espressa
dall’angelico dottore in queste parole: "Giova osservare che la
liberazione dell’uomo mediante la passione di Cristo fu conveniente sia alla
sua misericordia che alla sua giustizia. Alla giustizia anzitutto perché con la
sua passione Cristo soddisfece per la colpa del genere umano: e quindi per la
giustizia di Cristo l’uomo fu liberato. Alla misericordia, poi, perché non
essendo l’uomo in grado di soddisfare per il peccato di tutta l’umana
natura, Dio gli donò un riparatore nella persona del Figlio suo. E questo fu
segno di più abbondante misericordia che se egli avesse perdonato i nostri
peccati senza esigere alcuna soddisfazione. Perciò sta scritto: "Dio ricco
di misericordia, per il grande amore che ci portava, pur essendo noi morti, ci
risuscitò in Cristo" (Ef 2,4)"( Summa theol., III, q. 46, a. 1
ad 3: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 436).
2. Triplice amore del Redentore per il genere umano: sensibile, spirituale e
divino
Ma, affinché possiamo veramente, per quanto è consentito a uomini mortali,
"comprendere con tutti i santi, qual sia la larghezza e la lunghezza e l’altezza
e la profondità" (Ef 3,18) dell’arcana carità del Verbo incarnato verso
il suo celeste Padre e verso gli uomini macchiati di tante colpe, occorre tener
ben presente che il suo amore non fu unicamente spirituale, come si addice a
Dio, poiché "Dio è spirito" (Gv 4,24). Indubbiamente d’indole
puramente spirituale fu l’amore nutrito da Dio per i nostri progenitori e per
il popolo ebraico; perciò le espressioni di amore umano, sia coniugale sia
paterno, che si leggono nei salmi, negli scritti dei profeti e nel Cantico dei
cantici, sono indizi e simboli di una dilezione verissima ma del tutto
spirituale, con la quale Dio amava il genere umano; al contrario, l’amore che
spira dal Vangelo, dalle Lettere degli apostoli e dalle pagine dell’Apocalisse,
dov’è descritto altresì l’amore del cuore di Gesù Cristo, non comprende
solo la carità divina, ma si estende ai sentimenti dell’affetto umano. Per
chiunque fa professione di fede cattolica, è questa una verità inconcussa. Il
Verbo di Dio, infatti, non ha assunto un corpo illusorio e fittizio, come già
nel primo secolo dell’èra cristiana osarono affermare alcuni eretici,
attirandosi la condanna dell’apostolo san Giovanni con queste severissime
parole: "Poiché sono usciti per il mondo molti seduttori, i quali non
confessano che Gesù Cristo sia venuto nella carne: questi è il seduttore, è l’anticristo"
(2Gv 7); ma realmente egli ha unito alla sua divina Persona una natura umana
individua, integra e perfetta, concepita nel seno purissimo di Maria Vergine per
virtù dello Spirito Santo (cf. Lc 1,35). Niente dunque mancò alla natura
umana, assunta dal Verbo di Dio; in verità egli la possedette senza alcuna
diminuzione, senza alcuna alterazione, tanto nei suoi elementi costitutivi
spirituali quanto in quelli corporali, vale a dire: dotata di intelligenza e di
volontà e delle altre facoltà conoscitive interne ed esterne; dotata parimenti
delle potenze affettive e sensitive e di tutte le loro naturali passioni. È
questo l’insegnamento della chiesa cattolica, sanzionato e solennemente
confermato dai romani pontefici e dai concili ecumenici: "Integro nelle sue
proprietà, integro nelle nostre" (S. LEO MAGNUS, Epist. dogrn. "Lectis
dilectionis tuae" ad Flavianum, Const. Patr., 13 iun. 449: PL
54, 763; COD 78/20-21). "Perfetto nella divinità e perfetto nell’unianità"
(CONC. CHALCED. (a. 451): MANSI, VII, 115 B; COD 86/18-19). "Tutto Dio (s’è
fatto) uomo, e tutto l’uomo (sussiste in) Dio" (S. GELASIUS, Tract. III:
"Necessarium" De duabus naturis in Christo: A. THIEL, Epist.
rom. pont. a s. Hilaro usque ad Pelagium II, p. 532).
Non essendovi alcun dubbio che Gesù Cristo abbia posseduto un vero corpo umano,
dotato di tutti i sentimenti che gli sono propri, tra i quali ha chiaramente il
primato l’amore, è altresì verissimo che egli fu provvisto di un cuore
fisico in tutto simile al nostro, non essendo possibile che la vita umana, priva
di questo eccellentissimo membro dei corpo, abbia la sua connaturale attività
affettiva. Pertanto il cuore di Gesù Cristo, unito ipostaticamente alla persona
divina del Verbo, dovette indubbiamente palpitare d’amore e di ogni altro
affetto sensibile; questi sentimenti però erano talmente conformi e consoni
alla volontà umana ricolma di carità divina, e con lo stesso amore infinito
che il Figlio ha in comune con il Padre e lo Spirito Santo, che mai tra questi
tre amori si interpose alcunché di contrario e di discorde (Summa theol.,
III, q. 15, a. 4; q. 18, a. 6: ed. Leon., t. XI, 1903, pp. 189 et 237).
Tuttavia il fatto che il Verbo di Dio abbia assunto una natura umana vera e
perfetta, e si sia plasmato e modellato un cuore di carne che, non meno del
nostro, fosse capace di soffrire e di essere trafitto, questo fatto, diciamo, se
non è posto e considerato nella luce che emana non solo dall’unione
ipostatica e sostanziale, ma anche dall’umana redenzione, che è per cosi dire
il complemento di quella, potrebbe ad alcuni apparire "scandalo" e
"stoltezza", come infatti tale sembrò "Cristo crocifisso"
ai giudei e ai gentili (cf. 1Cor 1,23). Orbene, i documenti autentici della
fede, perfettamente concordi con le divine Scritture, ci assicurano che il
Figlio unigenito di Dio ha assunto la natura umana passibile e mortale in vista
principalmente del sacrificio cruento della croce, che egli desiderava offrire
allo scopo di compiere l’opera dell’umana salute. t questo del resto l’insegnamento
espresso dell’Apostolo delle genti: "Poiché e chi santifica e i
santificati provengono tutti da uno, è per questo che non ha scrupolo a
chiamarli fratelli dicendo: "Annunzierò il tuo nome ai miei
fratelli". E ancora: "Eccomi io e i figliuoli che Dio mi ha
dato". Poiché dunque i figliuoli partecipano del sangue e della carne,
anch’egli ne ebbe ugualmente parte. ... Ne deriva che egli in tutto doveva
essere fatto simile ai suoi fratelli, per diventare misericordioso e fedele
sacerdote nelle cose divine, affinché fossero espiate le colpe del popolo.
Proprio per il fatto di essere stato lui provato e avere sofferto, per questo
può venire in aiuto a quelli che sono nella prova" (Eb 2,11-14.17-18).
3. La testimonianza dei santi padri in favore degli affetti sensibili del Verbo
incarnato
I santi padri, veridici testimoni della divina rivelazione, compresero molto
bene, dietro il chiaro insegnamento dell’apostolo Paolo, che il mistero dell’amore
divino è in pari tempo il fondamento e il culmine sia dell’incarnazione, sia
della redenzione. Infatti nei loro scritti sono frequenti e luminosi i passi nei
quali si legge che lo scopo per cui Gesù Cristo assunse una natura umana
integra e un corpo caduco e fragile come il nostro, fu appunto quello di
provvedere alla nostra salvezza e di manifestare a noi nel modo più evidente il
suo amore infinito, compreso quello sensibile.
S. Giustino, quasi facendo eco alle parole dell’Apostolo, scrive: "Noi
adoriamo e amiamo il Verbo nato dall’ingenito e ineffabile Dio. Egli in
verità si è fatto uomo per noi affinché, resosi partecipe delle nostre umane
affezioni, recasse ad esse il rimedio" (Apol. 11, 13: PG 6, 465.). S.
Basilio poi, il primo dei tre padri cappàdoci, afferma decisamente che gli
affetti sensibili di Cristo furono a un tempo veri e santi: "Benché sia a
tutti noto che il Signore ha assunto gli affetti naturali per confermare la
realtà dell’incarnazione, vera e non fittizia; tuttavia egli respinse da sé
gli affetti disordinati che inquinano la purezza della nostra vita, perché li
ritenne indegni della sua incontaminata divinità" (Epist. 261, 3: PG 32,
972.). Anche per s. Giovanni Crisostomo, il più illustre decoro della chiesa
antiochena, le emozioni sensibili cui andò soggetto il Redentore divino
cooperarono mirabilmente a comprovare che egli aveva assunto una natura umana
integra sotto ogni aspetto: "Infatti se egli non fosse stato della nostra
natura, non avrebbe pianto per ben due volte" (In Ioann., hom. 63, 2: PG
59, 350.). Fra i padri latini meritano di essere ricordati coloro che la chiesa
onora oggi tra i principali suoi dottori. Così s. Ambrogio vede nell’unione
ipostatica la sorgente naturale degli affetti e commozioni sensibili cui andò
soggetto il Verbo di Dio fatto uomo: "Pertanto, poiché egli assunse l’anima,
ne assunse parimenti le passioni; in quanto Dio infatti, com’egli era, non
avrebbe potuto né turbarsi né morire" (De fide ad Gratianum, 11,
7, 56: PL 16, 594.). Anche s. Girolamo dall’esistenza3. La testimonianza dei
santi padri in favore degli affetti sensibili del Verbo incarnato
I santi padri, veridici testimoni della divina rivelazione, compresero molto
bene, dietro il chiaro insegnamento dell’apostolo Paolo, che il mistero dell’amore
divino è in pari tempo il fondamento e il culmine sia dell’incarnazione, sia
della redenzione. Infatti nei loro scritti sono frequenti e luminosi i passi nei
quali si legge che lo scopo per cui Gesù Cristo assunse una natura umana
integra e un corpo caduco e fragile come il nostro, fu appunto quello di
provvedere alla nostra salvezza e di manifestare a noi nel modo più evidente il
suo amore infinito, compreso quello sensibile.
S. Giustino, quasi facendo eco alle parole dell’Apostolo, scrive: "Noi
adoriamo e amiamo il Verbo nato dall’ingenito e ineffabile Dio. Egli in
verità si è fatto uomo per noi affinché, resosi partecipe delle nostre umane
affezioni, recasse ad esse il rimedio" (Apol. 11, 13: PG 6, 465.). S.
Basilio poi, il primo dei tre padri cappàdoci, afferma decisamente che gli
affetti sensibili di Cristo furono a un tempo veri e santi: "Benché sia a
tutti noto che il Signore ha assunto gli affetti naturali per confermare la
realtà dell’incarnazione, vera e non fittizia; tuttavia egli respinse da sé
gli affetti disordinati che inquinano la purezza della nostra vita, perché li
ritenne indegni della sua incontaminata divinità" (Epist. 261, 3: PG
32, 972.). Anche per s. Giovanni Crisostomo, il più illustre decoro della
chiesa antiochena, le emozioni sensibili cui andò soggetto il Redentore divino
cooperarono mirabilmente a comprovare che egli aveva assunto una natura umana
integra sotto ogni aspetto: "Infatti se egli non fosse stato della nostra
natura, non avrebbe pianto per ben due volte" (In Ioann., hom. 63,
2: PG 59, 350.). Fra i padri latini meritano di essere ricordati coloro
che la chiesa onora oggi tra i principali suoi dottori. Così s. Ambrogio vede
nell’unione ipostatica la sorgente naturale degli affetti e commozioni
sensibili cui andò soggetto il Verbo di Dio fatto uomo: "Pertanto, poiché
egli assunse l’anima, ne assunse parimenti le passioni; in quanto Dio infatti,
com’egli era, non avrebbe potuto né turbarsi né morire" (De fide ad
Gratianum, 11, 7, 56: PL 16, 594). Anche s. Girolamo dall’esistenza
in Cristo di quelle affezioni sensibili trae l’argomento più persuasivo per
asserire che egli aveva realmente assunta l’umana natura: Il Signore nostro,
per manifestare che aveva veramente unita alla sua persona la natura dell’uomo,
soggiacque veramente alla tristezza (cf. Super Matth. 26, 37: PL 26,
205). Sant’Agostino poi in modo particolare rileva l’intimo nesso che esiste
tra le affezioni sensibili del Verbo incarnato e il fine dell’umana
redenzione: "Ora il Signore Gesù assunse questi sentimenti della fragile
natura umana, come la carne stessa che fa parte della inferma natura dell’uomo
e la morte dell’umana carne, non spinto dal bisogno della sua condizione
(divina), ma stimolato dalla sua libera volontà di usarci misericordia; allo
scopo cioè di offrire in se stesso, al suo corpo che è la chiesa, di cui si
degnò farsi capo, vale a dire, alle sue membra che sono i suoi santi e i suoi
fedeli, il modello da imitare. In modo che se ad alcuno di loro, sotto l’assalto
delle umane tentazioni, accadesse di rattristarsi e soffrire, non per questo
stimasse di essersi sottratto all’influsso della sua grazia; e comprendesse
che tali afflizioni non sono peccati, ma solo indizi dell’umana passibilità.
Così il suo mistico corpo, simile a un coro di voci che s’accorda a quella di
chi dà l’intonazione, avrebbe imparato dal suo proprio capo" (Enarr.
in Ps. 87, 3: PL 37, 1111). Più concisamente, ma non meno
efficacemente, manifestano la dottrina della chiesa i seguenti testi di san
Giovanni Damasceno: "Certamente Dio mi ha assunto tutto, e tutto si è
unito a tutto, affinché recasse la salvezza a tutto l’uomo. Poiché
altrimenti non avrebbe potuto essere sanato, ciò che non fosse stato
assunto" (De fide orth. 111, 6: PG 94, 1006). "Cristo,
dunque, assunse tutto, per tutto santificare" (De fide orth., 111,
20: PG 94, 1081).
4. Simbolismo naturale del cuore di Gesù affermato velatamente nella s.
Scrittura e nei santi padri
Bisogna tuttavia riconoscere che né gli autori sacri, né i padri della chiesa,
sia nei testi riferiti sia in molti altri simili, che non abbiamo riportato, pur
affermando chiaramente che Gesù Cristo fosse dotato di affezioni, che
commovevano il suo animo, e pur mettendo in stretto rapporto l’assunzione dell’umana
natura con lo scopo della nostra eterna salvezza prefissosi da Cristo, mai
pongono in esplicito rilievo il nesso esistente tra gli affetti e il cuore
fisico del Salvatore, così da indicare in esso espressamente il simbolo del suo
amore infinito. Ma, se gli evangelisti e gli altri sacri scrittori non ci
rivelano direttamente gli affetti vari che nel ritmo pulsante del cuore del
Redentore nostro, non meno vivo e sensibile dei nostro, dovettero indubbiamente
produrre le passioni del suo animo e il ridondante amore della sua duplice
volontà, divina e umana, essi mettono però in evidenza l’amore e tutti gli
altri sentimenti con esso connessi, cioè il desiderio, la letizia, la
tristezza, il timore, l’ira, secondo che si manifestavano attraverso il suo
sguardo, le parole, i gesti. E certamente il volto del nostro Salvatore
adorabile fu certamente indice e quasi specchio fedelissimo di quelle affezioni,
che, commovendo in vari modi il suo animo, a somiglianza di onde che si
ripercuotono sulle opposte rive, raggiungevano il suo cuore santissimo e ne
eccitavano i battiti. In verità, anche a proposito di Cristo, vale quanto l’angelico
Dottore, ammaestrato dalla comune esperienza, osserva in materia di psicologia
umana e dei fenomeni a essa connessi: "Il turbamento dell’ira raggiunge
anche le membra esterne; e soprattutto si fa notare in quelle membra, nelle
quali più apertamente si riflette l’influsso del cuore, come negli occhi, nel
volto e nella lingua" (Summa theol., I-II, q. 48, a. 4: ed. Leon.,
t. VI, 1891, p. 306).
A buon diritto, dunque, il cuore del Verbo incarnato è considerato come il
principale indice e simbolo di quel triplice amore, col quale il divino
Redentore ha amato e continuamente ama l’eterno Padre e l’umanità. Esso,
cioè, è anzitutto il simbolo di quell’amore divino, che egli ha comune con
il Padre e con lo Spirito Santo, ma che soltanto in lui, perché Verbo fatto
carne, si manifesta a noi attraverso il fragile e caduco corpo umano,
"poiché in esso abita corporalmente tutta la pienezza della
divinità" (Col 2,9). Inoltre, il cuore di Cristo è il simbolo di quell’ardentissima
carità che, infusa nella sua anima, costituisce la preziosa dote della sua
volontà umana e i cui atti sono illuminati e diretti da una duplice
perfettissima scienza, la beata e l’infusa (cf. Summa theol., III, q. 9, aa.
1-3: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 142). Finalmente - e ciò in modo ancor più
diretto e naturale - il cuore di Gesù è il simbolo del suo amore sensibile,
giacché il corpo di Gesù Cristo, plasmato nel seno castissimo della Vergine
Maria, per opera dello Spirito Santo, supera in perfezione e quindi in capacità
percettiva ogni altro organismo umano (cf. Summa theol, III, q. 33, a. 2
ad 3; q. 46, a. 6: ed. Leon., t. XI, 1903, pp. 342 et 433).
Edotti allora dai sacri testi e dagli autentici documenti della fede cattolica
sulla perfetta consonanza e armonia regnante nell’anima santissima di Gesù
Cristo, e sull’aver egli manifestamente diretto al fine della nostra
Redenzione il triplice amore, noi possiamo con ogni sicurezza contemplare e
venerare nel cuore del divin Redentore l’immagine eloquente della sua carità
e il documento dell’avvenuta nostra redenzione, come pure quasi la mistica
scala per salire all’amplesso di "Dio Salvatore nostro" (Tt 3,4).
Perciò nelle sue parole, negli atti, negli insegnamenti, nei miracoli e
specialmente nelle opere che più luminosamente testimoniano il suo amore per
noi - come l’istituzione della divina Eucaristia, la sua dolorosa passione e
morte, la donazione della sua santissima Madre, la fondazione della chiesa, la
missione dello Spirito sugli apostoli e su tutti i credenti - in tutte queste
opere, ripetiamo, noi dobbiamo ammirare altrettante testimonianze del suo
triplice amore; e meditare con animo pieno d’amore i battiti del suo cuore,
con i quali sembrò che egli misurasse gli attimi di tempo dei suo
pellegrinaggio terreno, fino al supremo istante, in cui, come ci attestano gli
evangelisti, "dopo aver di nuovo gridato con gran voce, disse: t compiuto.
E chinato il capo, rese lo spirito" (Mt 27,50; Gv 19,30). Allora il battito
del suo cuore si arrestò, e il suo amore sensibile rimase come sospeso fino all’istante
della risurrezione gloriosa. Unitasi quindi nuovamente l’anima del Redentore
vittorioso della morte al suo corpo glorificato, il cuore suo sacratissimo
riprese il suo battito regolare e da allora non ha mai cessato né cesserà di
significare con ritmo ormai divenuto per sempre calmo e imperturbabile, il
triplice amore che vincola il Figlio di Dio al suo celeste Padre e all’intera
comunità umana, di cui è, con pieno diritto, il mistico Capo.
III. PARTECIPAZIONE ATTIVA E PROFONDA DEL CUORE DI GESÙ ALLA MISSIONE SALVIFICA
1. Il cuore di Gesù simbolo di perfettissimo amore: sensibile, spirituale umano
e divino, durante la vita terrena dei Salvatore
E ora, venerabili fratelli, per cogliere più abbondanti frutti da queste nostre
tanto consolanti riflessioni, indugiamoci alquanto nella contemplazione dell’intima
partecipazione avuta dal cuore del Salvatore nostro Gesù Cristo alla sua vita
affettiva umana e divina, durante il periodo della sua vita terrena e della
partecipazione che esso ha al presente e avrà per tutta l’eternità.
Principalmente dalle pagine del Vangelo risplenderà quella luce che inondandoci
e fortificandoci, ci metterà in grado di inoltrarci nel santuario di questo
cuore divino, dove potremo ammirare con l’Apostolo delle genti "l’immensa
ricchezza della grazia [di Dio], nella benignità verso di noi in Gesù
Cristo" (Ef 2,7).
Palpita d’amore il cuore adorabile di Gesù Cristo, all’unisono con il suo
amore umano e divino, quando, come ci rivela l’apostolo, non appena la vergine
Maria ha pronunziato il suo magnanimo fiat, il Verbo di Dio, "entrando nel
mondo, dice: "Tu non hai voluto sacrificio né offerta, ma mi hai preparato
un corpo; olocausti per il peccato non gradisti: allora dissi: Ecco io vengo
(come all’inizio del libro è scritto di me) per compiere, o Dio, la tua
volontà". E per questa volontà noi siamo santificati per l’offerta del
corpo di Gesù Cristo (fatta) una volta" (Eb 10,5-7. 10). Palpitava
altresì d’amore il cuore del Salvatore, sempre in perfetta armonia con gli
affetti della sua volontà umana e con il suo amore divino; quando egli
intesseva celestiali colloqui con la sua dolcissima madre, nella casetta di
Nazaret, e col suo padre putativo s. Giuseppe cui obbediva prestandosi come
fedele collaboratore nel faticoso mestiere dei falegname. Parimenti palpitava di
quel triplice amore nelle sue continue peregrinazioni apostoliche; nel compiere
gli innumerevoli prodigi di onnipotenza, con i quali o risuscitava i morti, o
ridonava la salute a ogni sorta di infermi; nel sopportare le fatiche; nel
tollerare il sudore, la fame, la sete; nelle veglie notturne trascorse in
preghiera al cospetto dei celeste suo Padre; e finalmente nel pronunziare i
discorsi, e nel proporre e spiegare le parabole, specialmente quelle che più ci
parlano della sua misericordia, come la parabola della dramma perduta, della
pecorella smarrita e del figliol prodigo. E veramente in queste parole e in
queste azioni, come osserva s. Gregorio Magno, si è manifestato il cuore di
Dio: "Intuisci il cuore di Dio nelle parole di Dio, affinché più ardente
possa esperimentare l’attrattiva dei beni eterni" (Registr. epist.,
lib. IV, ep. 31 ad Theodorum medicum: PL 77, 706).
Palpitava ancor più d’amore il cuore di Gesù Cristo, quando dalle sue labbra
uscivano accenti ispirati a un ardentissimo amore. Così, ad esempio, quando
dinanzi allo spettacolo di turbe stanche e affamate esclamava: "Ho
compassione di questo popolo" (Mc 8,2); e, nel rimirare la prediletta
città di Gerusalemme, accecata dai suoi peccati e perciò votata all’estrema
rovina, le rivolgeva questo rimprovero: "Gerusalemme, Gerusalemme, che
uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte io pure volli
adunare i tuoi figlioli come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali e tu
non hai voluto!" (Mt 23,37). Il suo cuore palpitava ancora di amore verso
il Padre e di santo sdegno nel vedere il sacrilego commercio che si faceva nel
tempio, a causa del quale rivolse ai profanatori queste severe parole: "Sta
scritto: La mia casa sarà chiamata casa di orazione, e voi l’avete ridotta
una spelonca di ladri" (Mt 21,13).
Ma di speciale amore e di timore palpitò il cuore di Gesù nell’imminenza
dell’ora della passione, allorché, provando naturale ripugnanza dinanzi al
dolore e alla morte ormai incombenti, esclamò: "Padre mio, se è possibile
passi da me questo calice!" (Mt 26,39); palpitò poi d’invitto amore e di
intensa afflizione quando, al bacio del traditore egli oppose quelle ultime
sublimi parole, che suonarono come un ultimo invito rivolto dal
misericordiosissimo suo cuore all’amico che con animo empio, fedifrago e
sommamente ostinato si accingeva a consegnarlo nelle mani dei carnefici:
"Amico, a che sei venuto? Con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?"
(Mt 26,50; Lc 22,48); palpiti invece di tenero amore e di profonda
commiserazione furono quelli che commossero il cuore del Salvatore, quando alle
pie donne, che ne compiangevano l’immeritata condanna al tremendo supplizio
della croce, diresse queste parole: "Figlie di Gerusalemme, non piangete su
di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. ... Perché se si tratta
così il legno verde, che ne sarà del secco?" (Lc 23,28.31).
Ma è soprattutto sulla croce che il divin Redentore sente il suo cuore,
divenuto quasi torrente impetuoso, ridondare dei sentimenti più vari, cioè di
amore ardentissimo, di angoscia, di misericordia, di acceso desiderio, di quiete
serena, come ci manifestano apertamente le seguenti sue parole: "Padre,
perdona loro, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34); "Dio
mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,46); "Ti dico in
verità, oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,43); "Ho sete" (Gv
19,28); "Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio" (Lc 23,46).
2. L’Eucaristia, la Vergine madre, il sacerdozio: doni del cuore amantissimo
di Gesù
E chi potrebbe degnamente descrivere i palpiti del cuore divino del Salvatore,
indizi certi del suo infinito amore, nei momenti in cui egli offriva all’umanità
i suoi doni più preziosi: se stesso nel sacramento dell’Eucaristia, la sua
santissima madre e il sacerdozio?
Ancor prima di mangiare l’ultima cena con i suoi discepoli, al solo pensiero
dell’istituzione del sacramento del suo corpo e del suo sangue, la cui
effusione avrebbe sancito la nuova Alleanza, il cuore di Gesù aveva avuto
fremiti d’intensa commozione, da lui rivelati agli Apostoli con queste parole:
"Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima di
patire" (Lc 22,15); ma la sua commozione dovette raggiungere il colmo,
allorché "prese del pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo:
Questo è il mio corpo, dato per voi. Fate questo in memoria di me. Similmente,
dopo la cena, diede la coppa dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel sangue
mio, che sarà sparso per voi" (Lc 22,19-20).
Si può quindi affermare a buon diritto che la divina Eucaristia, sia come
sacramento sia come sacrificio, di cui egli stesso è dispensatore e immolatore,
"da dove sorge il sole fin dove tramonta" (Mal 1,11), come pure il
sacerdozio sono doni palesi del cuore sacratissimo di Gesù.
Ma anche Maria, l’alma madre di Dio e madre nostra amantissima, è, come
dicemmo, un dono preziosissimo dei cuore sacratissimo di Gesù. Era giusto
infatti che colei, che era stata la genitrice del Redentore nostro secondo la
carne, e a lui era stata associata nell’opera di rigenerazione dei figli di
Eva alla vita della grazia, fosse da Gesù stesso proclamata madre spirituale
dell’intera umanità. Ben a ragione quindi scrive di lei sant’Agostino:
"Indubbiamente ella è madre delle membra del Salvatore, che siamo noi,
poiché con la sua carità ha cooperato affinché avessero la vita nella chiesa
i fedeli, che di quel capo sono le membra" (De sancta virginitate,
VI: PL 40, 399).
All’incruento dono di sé, poi, sotto le specie del pane e del vino, il
Salvatore nostro Gesù Cristo volle aggiungere, come suprema testimonianza della
sua profonda, infinita dilezione, il sacrificio cruento della croce. Così
facendo, egli dava l’esempio di quella sublime carità, che aveva indicato ai
suoi discepoli come meta finale dell’amore con queste parole: "Nessuno ha
un amore più grande di questo, di uno che dia la vita per i suoi amici" (Gv
15,13). Pertanto l’amore di Gesù Cristo Figlio di Dio svela con il sacrificio
del Golgota, e nel modo più eloquente, l’amore stesso di Dio: "Da questo
abbiamo conosciuto l’amore di Dio, perché egli ha dato la sua vita per noi, e
così noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli" (1Gv 3,16). E in
realtà il nostro divin Redentore è stato confitto al legno della croce più
dal suo amore che dalla violenza dei suoi carnefici; e il suo volontario
olocausto è il dono supremo che il suo Cuore ha fatto a ogni singolo uomo,
secondo l’incisiva sentenza dell’apostolo: "Il Figlio di Dio mi ha
amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20).
3. La chiesa e i sacramenti sono doni dei cuore di Gesù
Non vi può essere dunque alcun dubbio che il cuore sacratissimo di Gesù,
compartecipe così intimo della vita del Verbo incarnato, e perciò assunto
quasi a strumento congiunto della Divinità, non meno delle altre membra dell’umana
natura, nel compimento di tutte le sue opere di grazia e di divina onnipotenza (cf.
Summa theol., III, q. 19, a. 1: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 329), sia
anche divenuto il simbolo legittimo di quella immensa carità, che spinse il
Salvatore nostro a celebrare nel sangue il suo mistico matrimonio con la chiesa:
"Egli ha accettato la passione, per l’ardente desiderio che aveva di
unire a sé la chiesa come sua sposa" (Summa theol., Suppl.,
q. 42, a. 1 ad 3: ed. Leon., t. XII, 1906, p. 81). La Chiesa quindi, vera
ministra del sangue della redenzione, è nata dal cuore trafitto del Redentore;
e dal medesimo è parimenti sgorgata in sovrabbondante copia la grazia dei
sacramenti, che trasfonde nei figli della chiesa la vita eterna, come ben ci
ricorda la sacra liturgia: "Dal cuore trafitto nasce la chiesa a Cristo
congiunta. ... Tu, che dal tuo cuore fai sgorgare la grazia" (Hymn, ad Vesp.
Festi Ss.mi Cordis Iesu). Di questo simbolismo, non ignoto nemmeno agli antichi
padri e scrittori ecclesiastici, il Dottore comune, facendosi loro fedele
interprete, scrive: "Dal lato di Cristo sgorgarono l’acqua, simbolo di
spirituale abluzione e il sangue, simbolo di redenzione. Perciò il sangue ben
si addice al sacramento dell’Eucaristia; l’acqua, invece al sacramento del
battesimo, che però mutua la sua virtù purificatrice dalla virtù del sangue
di Cristo" (Summa theol., III, q. 66, a. 3 ad 3u’: ed. Leon., t. XII,
1906, p. 65). Quanto è stato qui scritto del lato di Cristo, trafitto e aperto
dal soldato, deve similmente dirsi del suo cuore, raggiunto dal colpo di lancia,
vibrato proprio allo scopo di accertare la morte di Gesù Cristo crocifisso.
Pertanto, la ferita del cuore sacratissimo di Gesù, ormai spirato, doveva
rimanere nei secoli la vivida immagine di quella spontanea carità, che aveva
indotto Dio stesso a dare il suo Unigenito per la redenzione degli uomini, e con
la quale Cristo amò noi tutti con amore sì veemente, da offrirsi come vittima
di immolazione cruenta sul Calvario: "Cristo amò noi, e diede se stesso
per noi, oblazione e sacrificio a Dio, profumo di soave odore" (Ef 5,2).
4. Il cuore di Gesù simbolo dei suo triplice amore per l’umanità nella vita
gloriosa
Dopo che il Salvatore nostro ascese al cielo e si assise alla destra del Padre
nello splendore della sua umanità glorificata, non ha cessato di amare la
chiesa, sua sposa, anche con quell’ardentissimo amore che palpita nel suo
cuore. Egli, infatti, ascese al cielo recando nelle ferite delle mani, dei piedi
e del costato i trofei luminosi della sua triplice vittoria: sul demonio, sul
peccato e sulla morte; e recando altresì nel suo cuore, come riposti in un
preziosissimo scrigno gli immensi tesori di meriti, frutti di quel medesimo suo
triplice trionfo che adesso dispensa in larga copia al genere umano redento. t
questa la verità consolante, di cui si fa assertore, l’Apostolo delle genti,
quando scrive: "Ascendendo in alto portò via schiava la schiavitù, dette
donativi agli uomini. Colui che discese è lo stesso che ascese sopra tutti i
cieli, affinché riempisse tutte le cose" (Ef 4,8.10).
5. I doni dello Spirito Santo sono anche doni del cuore adorabile di Gesù
La donazione dello Spirito Santo, fatta ai discepoli, è il primo segno
perspicuo della munifica carità del Salvatore dopo la sua trionfale ascensione
alla destra del Padre. Infatti, dopo dieci giorni lo Spirito paraclito dato dal
Padre discende sugli Apostoli radunati nel cenacolo, secondo quanto Gesù aveva
promesso nell’ultima cena: "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un
altro Paraclito perché rimanga in eterno con voi" (Gv 14,16). Il quale
Spirito paraclito essendo l’amore mutuo personale, con il quale il Padre ama
il Figlio e il Figlio il Padre, da ambedue è inviato e sotto il simbolo di
lingue di fuoco investe gli animi dei discepoli con l’abbondanza della divina
carità e degli altri celesti carismi. Ma questa infusione di suprema carità
emana anche dal cuore del Salvatore nostro, "in cui sono nascosti tutti i
tesori della sapienza e della scienza" (Col 2,3). Questa carità pertanto
è dono a un tempo dei cuore di Gesù e del suo Spirito. A questo comune Spirito
del Padre e del Figlio si devono in primo luogo e l’origine della chiesa e la
sua mirabile propagazione in mezzo a tutte le genti pagane, prima contagiate
dall’idolatria, dall’odio fraterno, dalla corruzione dei costumi e dalla
violenza. t la carità divina, dono preziosissimo del cuore di Cristo e del suo
Spirito, che ha ispirato agli apostoli e ai martiri la fortezza eroica nel
predicare e nel testimoniare la verità del Vangelo, sino all’effusione del
sangue; ai dottori della chiesa lo zelo ardente per la chiarificazione e la
difesa della fede cattolica; ai confessori la pratica delle più elette virtù e
il compimento delle imprese più utili e più ammirabili, proficue alla propria
santificazione e alla salute temporale e eterna del prossimo; alle vergini,
infine, la rinunzia pronta e gioiosa a tutte le delizie dei sensi allo scopo di
consacrarsi unicamente all’amore del celeste Sposo. A questa divina carità,
che ridondando dal cuore del Verbo incarnato si riversa per opera dello Spirito
Santo negli animi di tutti i credenti, l’apostolo delle genti scioglie quell’inno
di vittoria che celebra in pari tempo il trionfo di Gesù Cristo capo e dei
membri del suo mistico corpo su quanto ostacola l’instaurazione del regno
divino dell’amore fra gli uomini: "Chi ci separerà dall’amore di
Cristo? La tribolazione o l’angoscia o la fame o la nudità o il pericolo o la
persecuzione o la spada?... Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per
opera di colui che ci ha amati. Poiché io sono persuaso che né morte, né
vita, né angeli, né principati, né virtù, né cose attuali, né future, né
fortezza, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà
separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù Signor nostro" (Rm
8,35.37-39).
6. Il culto al cuore di Gesù è il culto della persona dei Verbo incarnato
Nulla dunque ci vieta di adorare il cuore sacratissimo di Gesù, in quanto è
compartecipe e il simbolo naturale e più espressivo di quella inesausta
carità, che il divin nostro Redentore nutre tuttora per il genere umano. Esso
infatti, benché non sia più soggetto ai turbamenti della vita presente, è
sempre vivo e palpitante, e in modo indissolubile è unito alla persona del
Verbo di Dio e, in essa e per essa alla divina sua volontà. Perciò, essendo il
cuore di Cristo ridondante di amore divino e umano, e ricolmo dei tesori di
tutte le grazie, conquistati dal Redentore nostro con i meriti della sua vita,
delle sue sofferenze e della sua morte, è senza dubbio la sorgente di quella
perenne carità, che il suo spirito diffonde in tutte le membra del suo corpo
mistico.
Nel cuore pertanto del Salvatore nostro vediamo in qualche modo riflessa l’immagine
della divina persona dei Verbo, come pure l’immagine della sua duplice natura,
l’umana cioè e la divina; e vi possiamo ammirare non soltanto il simbolo, ma
anche quasi una sintesi di tutto il mistero della nostra redenzione. Adorando il
cuore sacratissimo di Gesù, in esso e per esso noi adoriamo sia l’amore
increato del Verbo divino, sia il suo amore umano con tutti gli altri suoi
affetti e virtù, poiché e quello e questo spinse il nostro Redentore a
immolarsi per noi e per tutta la chiesa sua sposa, conforme alla sentenza dell’Apostolo:
"Cristo amò la chiesa e diede se stesso per lei per santificarla
purificandola col lavacro dell’acqua mediante la parola di vita, per farsi
comparire davanti la sua chiesa tutta gloriosa, affinché sia senza macchia,
senza ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata" (Ef 5,25-27).
Come Cristo ha amato la chiesa, cosi egli l’ama tuttora intensamente con quel
triplice amore di cui abbiamo parlato; ed è appunto questo amore che lo stimola
a farsi nostro avvocato (cf. 1Gv 2,1), per conciliarci dal Padre grazie e
misericordia, "essendo sempre vivo per intercedere in nostro favore" (Eb
7,25). Le preghiere che erompono dal suo inesauribile amore, dirette al Padre,
non soffrono alcuna interruzione. Come "nei giorni della sua vita nella
carne" (Eb 5,7), così ora che è trionfante nei cieli, egli supplica il
Padre celeste con non minore efficacia; ed è a lui che "ha talmente amato
il mondo da dare il suo Figlio unigenito affinché chiunque crede in lui non
perisca, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16), egli mostra il suo cuore vivo
e ferito dall’amore, ben più profondamente che non lo sia stato, ormai
esanime, dal colpo di lancia del soldato romano: "Per questo è stato
trafitto (il tuo cuore): affinché, attraverso la ferita visibile, vedessimo la
ferita invisibile dell’amore" (S. BONAVENTURA, Opusc. X: Vitis mystica,
c. III, 5: Opera Omnia, Ad Claras Aquas (Quaracchi) 1898, t. VIII, p.
164; cf. S. THOMAS, Summa theol., III, q. 54, a. 4: ed. Leon., t. XI,
1903, p. 513).
Non vi può essere dunque alcun dubbio che, supplicato da tanto avvocato e con
si veemente amore, il Padre celeste, "che non risparmiò il proprio Figlio
ma lo diede per tutti noi" (Rm 8,32), profonderà incessantemente su tutti
gli uomini le sue grazie divine.
IV. NASCITA E PROGRESSIVO SVILUPPO DEL CULTO AL CUORE DI GESÙ
1. Albori del culto al cuore di Gesù nella devozione alle piaghe sacrosante
della passione
Abbiamo voluto, venerabili fratelli, proporre alla considerazione vostra e del
popolo cristiano, per sommi capi, l’intima natura e le perenni ricchezze del
culto al cuore sacratissimo di Gesù, richiamandoci alla dottrina della divina
rivelazione come alla sua primaria sorgente. Siamo pertanto convinti che queste
nostre riflessioni, dettateci dall’insegnamento stesso del Vangelo, abbiano
chiaramente mostrato come questo culto si identifichi, in sostanza, col culto
all’amore divino e umano del Verbo incarnato e, finalmente, col culto all’amore
stesso che anche il Padre e lo Spirito Santo nutrono verso gli uomini peccatori.
Poiché, come osserva l’angelico Dottore, la carità dell’augusta Trinità
sta al principio e alle origini del mistero dell’umana redenzione, in quanto,
influendo essa potentemente sulla volontà di Gesù Cristo, e ridondando
abbondantissimamente quindi nel suo cuore adorabile, gli ispirò un identico
amore, che l’indusse a dare generosamente il suo sangue, per riscattarci dalla
servitù del peccato (cf. Summa theol., III, q. 48, a. 5: ed. Leon., t.
XI, 1903, p. 467): "Io devo ancora essere battezzato con un battesimo, e
come sono angustiato finché esso non si compia" (Lc 12,50).
È peraltro nostra persuasione che il culto tributato all’amore di Dio e di
Gesù Cristo verso il genere umano, mediante il simbolo augusto del cuore
trafitto del Redentore crocifisso, non sia mai stato completamente assente dalla
pietà dei fedeli, benché abbia avuto la sua chiara manifestazione e la sua
mirabile propagazione nella chiesa in tempi da noi non molto remoti, soprattutto
dopo che il Signore stesso si degnò di scegliere alcune anime predilette, cui
svelò i segreti divini di questo culto e che egli elesse a messaggere del
medesimo, dopo averle ricolmate in gran copia di grazie speciali.
Sempre, infatti, vi sono state anime sommamente a Dio devote, le quali,
ispirandosi agli esempi dell’eccelsa madre di Dio, degli apostoli e di
illustri padri della chiesa, hanno tributato all’umanità santissima di
Cristo, e in modo speciale alle ferite, aperte nel suo corpo dai tormenti della
salutifera passione, il culto di adorazione, di ringraziamento e di amore.
Del resto, come non riconoscere nelle parole stesse: "Signore mio e Dio
mio" (Gv 20,28), pronunziate dall’apostolo Tommaso e rivelatrici della
sua improvvisa trasformazione da incredulo in fedele, un’aperta professione di
fede, di adorazione e di amore, che dall’umanità piagata del Salvatore si
elevava sino alla maestà della divina Persona?
Se però il cuore trafitto del Redentore dovette sempre esercitare un potente
stimolo al culto verso il suo amore infinito per il genere umano, poiché per i
cristiani di tutti i tempi hanno valore le parole del profeta Zaccaria, dall’evangelista
Giovanni riferite al Crocifisso: "Volgeranno lo sguardo a colui che hanno
trafitto" (Gv 19,37; cf. Ze 12,10), è doveroso tuttavia riconoscere che
soltanto gradualmente esso venne fatto oggetto di un culto speciale, come
immagine dell’amore umano e divino del Verbo incarnato.
2. Il culto al s. Cuore nel medioevo e nei secoli seguenti
Volendo ora soltanto accennare alle tappe gloriose percorse da questo culto
nella storia della pietà cristiana, occorre anzitutto ricordare i nomi di
alcuni di coloro, che ben si possono considerare come gli antesignani di questa
devozione; la quale, in forma privata, ma in modo graduale sempre più vasto,
andò diffondendosi in seno agli istituti religiosi. Così, ad esempio, sono
benemeriti del sorgere e dell’espandersi del culto al cuore sacratissimo di
Gesù san Bonaventura, sant’Alberto Magno, santa Geltrude, santa Caterina da
Siena, il beato Enrico Susone, san Pietro Canisio, san Francesco di Sales. A san
Giovanni Eudes si deve la composizione del primo ufficio liturgico in onore al
cuore sacratissimo di Gesù, la cui festa solenne fu per la prima volta
celebrata, col beneplacito di molti vescovi della Francia, il 20 ottobre del
1672. Ma fra tutti i promotori di questa nobilissima devozione merita di essere
posta in speciale rilievo santa Margherita Maria Alacoque, poiché al suo zelo,
illuminato e coadiuvato da quello del suo direttore spirituale, il beato Claudio
de la Colombière, si deve indubbiamente se questo culto, già così diffuso, ha
raggiunto lo sviluppo che desta oggi l’ammirazione dei fedeli cristiani e ha
rivestito le caratteristiche di omaggio, di amore e di riparazione, che lo
distinguono da tutte le altre forme della pietà cristiana. (Cf. Litt. Enc. Miserentissimus
Redemptor: AAS 20 (1928), pp. 167-168)
Basta questo rapido sguardo ai primordi e al graduale sviluppo del culto al
cuore sacratissimo di Gesù, per renderci pienamente convinti che il suo
mirabile progresso è dovuto anzitutto al fatto che esso fu trovato in tutto
conforme all’indole della religione cristiana, che è la religione dell’amore.
Tale culto, quindi, non può dirsi originato da rivelazioni private, né si deve
pensare che esso sia apparso quasi all’improvviso nella vita della chiesa; ma
è scaturito spontaneamente dalla viva fede e dalla fervida pietà, che anime
elette nutrivano verso la persona del Redentore e verso quelle sue gloriose
ferite che ne testimoniano nel modo più eloquente l’amore immenso dinanzi
allo spirito contemplativo dei fedeli. Pertanto, le rivelazioni, di cui fu
favorita santa Margherita Maria, non aggiunsero alcuna nuova verità alla
dottrina cattolica. Ma la loro importanza consiste nel fatto che il Signore -
mostrando il suo cuore sacratissimo - si degnò di attrarre in modo
straordinario e singolare le menti degli uomini alla contemplazione e alla
venerazione dell’amore misericordiosissimo di Dio per il genere umano.
Infatti, mediante una così eccezionale manifestazione, Gesù Cristo
espressamente e ripetutamente indicò il suo cuore come un simbolo atto a
stimolare gli uomini alla conoscenza e alla stima del suo amore; e insieme lo
costituì quasi segno e caparra di misericordia e di grazia per i bisogni
spirituali della chiesa nei tempi moderni.
3. Approvazione pontificia della festa del s. Cuore
Del resto, una prova evidente che questo culto trae la sua linfa vitale dalle
radici stesse del dogma cattolico è resa dall’approvazione della festa
liturgica da parte della sede apostolica che ha preceduto quella degli scritti
di santa Margherita Maria; in realtà, indipendentemente da ogni rivelazione
privata, ma soltanto assecondando i voti dei fedeli, la Sacra Congregazione dei
riti, con decreto emanato il 25 gennaio dell’anno 1765, e approvato dal nostro
predecessore Clemente XIII il 6 febbraio dello stesso anno, concedeva all’episcopato
della Polonia e all’arciconfraternita romana del S. Cuore la facoltà di
celebrare la festa liturgica; col quale atto la Santa Sede volle che prendesse
nuovo incremento un culto già vigente e florido, il cui scopo era quello di
"ravvivare simbolicamente il ricordo dell’amore divino" (cf. A.
GARDELLINI, Decreta authentica 1857, t. III, p. 174, n. 4579), che aveva
indotto il Salvatore a farsi vittima di espiazione per i peccati degli uomini.
A questo primo riconoscimento ufficiale, dato sotto forma di privilegio e in
forma limitata, un altro ne seguì a distanza quasi di un secolo, di importanza
molto maggiore e in forma molto più solenne. Intendiamo parlare del decreto,
già sopra menzionato, emanato dalla Sacra Congregazione dei riti il 23 agosto
dell’anno 1856, con il quale il nostro predecessore Pio IX, di i.m.,
accogliendo il voto dei vescovi della Francia e di quasi tutto il mondo
cattolico, estendeva alla chiesa intera la festa del cuore sacratissimo di Gesù,
e ne prescriveva la degna celebrazione liturgica (cf. Decr. S. C. Rituum,
apud N. NILLES, De rationibus festorum Sacratissimi Cordis Iesu et purissimi
Cordis Mariae, Innsbruck 1885/5, t. 1, p. 167). Evento, questo, veramente
meritevole di essere raccomandato al perenne ricordo dei fedeli, poiché, come
ben si fa rilevare nella liturgia stessa di tale festività: "Da quel
giorno il culto al cuore sacratissimo di Gesù, simile a un fiume straripante,
superati tutti gli ostacoli, si sparse per tutto il mondo cattolico".
Da quanto siamo venuti esponendo appare evidente, venerabili fratelli, che è
nei testi della s. Scrittura, della tradizione e della sacra liturgia, che i
fedeli devono studiarsi principalmente di scoprire le sorgenti limpide e
profonde del culto al cuore sacratissimo di Gesù, se desiderano penetrarne l’intima
natura e trarre dalla pia meditazione intorno ad essa alimento ed incremento del
loro religioso fervore. Grazie a questa assidua e altamente luminosa meditazione
l’anima fedele non potrà non giungere a quella soave conoscenza della carità
di Cristo, nella quale è riposta la pienezza della vita cristiana, come, edotto
dalla propria esperienza, insegna l’apostolo quando scrive: "In vista di
ciò io piego le ginocchia davanti al Padre del signore nostro Gesù Cristo
perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere dal suo
Spirito fortemente corroborati nell’uomo interiore, e faccia sì che Cristo
dimori nei vostri cuori per mezzo della fede, e voi, radicati e fortificati nell’amore,
siate resi capaci ... di conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni
scienza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio" (Ef
3,14.16-19). Di questa universale pienezza di Dio è appunto immagine
splendidissima il cuore stesso di Gesù Cristo: pienezza cioè di misericordia,
propria della nuova Alleanza, nella quale "apparve la benignità e l’amore
per gli uomini del Salvatore nostro Dio" (Tt 3,4), poiché: "Dio non
ha mandato il Figlio suo nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo
sia salvato per mezzo di lui" (Gv 3,17).
4. Spiritualità e nobiltà del culto al s. Cuore di Gesù
Fu dunque costante persuasione della chiesa, maestra agli uomini di verità, fin
da quando emanò i suoi primi atti ufficiali riguardanti il culto del cuore
sacratissimo di Gesù, che gli elementi essenziali di esso, cioè gli atti di
amore e di riparazione tributati all’amore infinito di Dio verso gli uomini,
lungi dall’essere inquinati di materialismo e di superstizione, costituiscono
una forma di pietà, in cui si attua perfettamente il culto quanto mai
spirituale e veritiero, preannunziato dal Salvatore stesso nel suo colloquio con
la samaritana: "Viene l’ora, ed è questa, in cui i veri adoratori
adoreranno il Padre in spirito e verità. Tali sono appunto gli adoratori che il
Padre domanda. Dio è spirito, e quelli che lo adorano lo devono adorare in
spirito e verità" (Gv 4,23-24).
Non è pertanto giusto dire che la contemplazione del cuore fisico di Gesù
impedisce il contatto più intimo con l’amore di Dio e che essa ritarda il
progresso dell’anima sulla via che conduce al possesso delle più eccelse
virtù. La chiesa respinge senz’altro questo falso misticismo, come per bocca
del nostro predecessore Innocenzo XI, di f.m., ha condannato la dottrina di
coloro che asserivano: "Non devono (le anime di questa via interiore)
compiere atti di amore verso la beata Vergine, i santi o l’umanità di Cristo;
poiché, essendo tali oggetti sensibili, anche l’amore che ad essi si porta è
sensibile. Nessuna creatura e nemmeno la beata Vergine e i santi, devono
albergare nel nostro cuore: poiché solo Dio lo vuole occupare e possedere"
(INNOCENTIUS XI, Cost. apost. Coelestis Pastor (19.11.1687): Bullarium
Romanum, Romae 1734, t. VIII, 443). Coloro che così pensano sono
naturalmente del parere che il simbolismo del cuore di Cristo non si estenda
oltre la significazione del suo amore sensibile e che quindi non possa
costituire un nuovo fondamento del culto di latria, che è riservato soltanto a
ciò che è essenzialmente divino. Ora una simile concezione del valore
simbolico delle sacre immagini deve apparire ad ognuno del tutto falsa, perché
essa ne coarta a torto il trascendente significato. Diversamente da costoro
giudicano e insegnano i teologi cattolici, di cui esprime la comune sentenza s.
Tommaso quando scrive: "Alle immagini viene tributato il culto religioso,
non secondo la considerazione loro assoluta, in quanto cioè sono delle realtà
a sé, ma in quanto sono immagini che ci conducono fino a Dio incarnato. Ora il
movimento dell’animo che ha per oggetto l’immagine, in quanto è immagine,
non si arresta ad essa, ma tende fino all’oggetto da essa rappresentato.
Perciò, per il fatto che alle immagini di Cristo è tributato il culto
religioso, non risulta un culto di latria essenzialmente diverso, né una
distinta virtù di religione" (Summa theol., II-II, q. 81, a. 3 ad
3; ed. Leon., t. IX, 1897, p. 180). È dunque alla persona stessa del Verbo
incarnato che termina il culto relativo tributato alle sue immagini, siano
queste le reliquie della passione, o il simulacro che tutte le vince per valore
espressivo, cioè il cuore trafitto di Cristo crocifisso.
Dall’elemento quindi corporeo, che è il cuore di Gesù Cristo, e dal suo
naturale simbolismo è per noi legittimo e doveroso ascendere, sorretti dalle
ali della fede, non soltanto alla contemplazione del suo amore sensibile, ma
ancora più in alto, fino alla considerazione e all’adorazione dei suo
altissimo amore infuso; finalmente, con un’ultima dolce e sublime ascesa,
elevarci sino alla meditazione e all’adorazione dell’amore divino del Verbo
incarnato. Alla luce, infatti, della fede, per la quale crediamo che nella
persona di Cristo esiste il connubio tra la natura umana e la divina, la nostra
mente è resa idonea a concepire gli strettissimi vincoli che esistono tra l’amore
sensibile del cuore fisico di Gesù e il suo duplice amore spirituale, l’umano
e il divino. In realtà, questi amori non devono semplicemente considerarsi come
coesistenti nell’adorabile persona del divino Redentore, ma anche come tra
loro congiunti con vincolo naturale, in quanto all’amore divino sono
subordinati l’umano spirituale e sensibile, e questi due ultimi riflettono in
sé medesimi la somiglianza analogica del primo. Non si pretende perciò di
vedere e di adorare nel cuore di Gesù l’immagine cosiddetta formale, cioè il
segno proprio e perfetto del suo amore divino, non essendo possibile che l’intima
essenza di questo sia adeguatamente rappresentata da qualsiasi immagine creata;
ma il fedele, venerando il cuore di Gesù, adora insieme con la chiesa il
simbolo e quasi il vestigio della carità divina, la quale si è spinta fino ad
amare anche col cuore del Verbo incarnato il genere umano, contaminato da tante
colpe.
È necessario quindi tenere sempre presente, in questo così importante ma
altrettanto delicato argomento, che la verità del simbolismo naturale, in
virtù del quale il cuore fisico di Gesù entra in un nuovo rapporto con la
persona del Verbo, riposa tutta sulla verità primaria dell’unione ipostatica;
intorno a cui non si può nutrire alcun dubbio, se non si vogliono rinnovare gli
errori, più volte dalla chiesa condannati, perché contrari all’unità di
persona in Cristo, nella distinzione e integrità delle due nature.
Tale fondamentale verità ci fa comprendere come il cuore di Cristo sia il cuore
di una persona divina, cioè del Verbo incarnato, e che pertanto rappresenta l’amore
che egli ha avuto ed ha ancora per noi. È proprio per questa ragione che il
culto da tributarsi al cuore sacratissimo di Gesù è degno di essere stimato
come l’espressione ideale (absolutissima professio) di tutto il
cristianesimo. Questa è, infatti, la religione di Gesù, tutta imperniata sull’Uomo-Dio
mediatore, cosi che non si può giungere al cuore di Dio se non passando per il
cuore di Cristo, conforme a quanto egli ha affermato: "Io sono la via, la
verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me" (Gv
1416). Ciò presupposto, è facile concludere che il culto al cuore sacratissimo
di Gesù non è in sostanza che il culto dell’amore che Dio ha per noi in
Gesù, ed è insieme la pratica del nostro amore verso Dio e verso gli altri
uomini. In altre parole, tale culto si propone l’amore di Dio come oggetto di
adorazione, di azione di grazie e di imitazione; e inoltre considera la
perfezione del nostro amore per Dio e per il prossimo come la meta da
raggiungere mediante la pratica sempre più generosa del comandamento nuovo,
lasciato dal divino Maestro agli Apostoli quasi in sacra eredità, allorché
disse loro: "Io vi do un comandamento nuovo: Amatevi gli uni gli altri,
come io ho amato voi... Ecco il mio comandamento: Amatevi scambievolmente, come
io ho amato voi" (Gv 13,34; 15,12). Comandamento veramente nuovo e proprio
di Cristo, poiché, come osserva l’Aquinate: "La differenza tra il Nuovo
e il Vecchio Testamento è tutta sommata in una breve parola; come infatti è
detto in Geremia: "lo stringerò con la casa di Israele una nuova
alleanza" (Ger 31,31). Che poi anche nel Vecchio Testamento si praticasse
tale comandamento sotto l’impulso di un timore e di un amore santo, è da
attribuirsi al Nuovo Testamento: perciò questo comandamento esisteva già nell’antica
legge, non però come sua prerogativa, ma piuttosto come preludio e preparazione
della nuova" (Comment. in Evang. S. Ioannis, c. XIII, lect. VII, 3:
ed. Parmae, 1860, t. X, p. 541).
V. AMMONIMENTI ED ESORTAZIONI PER UNA PRATICA PIÙ ILLUMINATA E PIÛ ESTESA DEL
CULTO AL CUORE SS. DI GESÙ
1. Invito a meglio comprendere e attuare le varie forme di devozione al Cuore di
Gesù
Prima di por fine a così belle e consolanti riflessioni sull’autentica natura
e singolare eccellenza del culto al cuore sacratissimo di Gesù, noi, pienamente
consapevoli dell’ufficio apostolico affidato per la prima volta al beato
Pietro, dopo che questi ebbe resa al Salvatore divino una triplice professione
di amore, crediamo opportuno rivolgere a voi nuovamente, venerabili fratelli, e
per mezzo vostro a quanti stimiamo nostri dilettissimi figli in Cristo, una
parola di esortazione, affinché vi studiate di promuovere quest’eccellentissima
devozione, dalla quale attendiamo copiosissimi frutti spirituali anche per i
nostri tempi.
In realtà, se gli argomenti, sui quali si fonda il culto tributato al cuore
trafitto di Gesù, saranno debitamente ponderati, dovrà ad ognuno apparire
manifesto che non si tratta di una qualsiasi pratica di pietà, che sia lecito
posporre ad altre o tenere in minor conto, ma di una forma di culto sommamente
idoneo al raggiungimento della perfezione cristiana. Poiché, se "la
devozione - secondo il suo concetto teologico tradizionale, espresso dall’angelico
Dottore - non sembra essere altro che la pronta volontà di dedicarsi a quanto
riguarda il servizio di Dio" (Summa theol., II-II, q. 82, a. 1: ed.
Leon., t. IX. 1897, p. 187), quale servizio di Dio più obbligatorio e più
necessario si può immaginare, e in pari tempo più nobile e dolce, di quello
reso al suo amore9 E quale servizio si può inoltre pensare più gradito ed
accetto a Dio di quello che consiste nell’omaggio alla carità divina, e che
viene reso per amore, dal momento che ogni servizio reso liberamente è, in un
certo senso, un dono, e "l’amore costituisce il primo dono, fonte di ogni
donazione gratuita"? (Summa theol., I, q. 38, a. 2: ed. Leon.. t. IV,
1888, p. 393) È degna dunque di essere tenuta in grande onore quella forma di
culto, grazie alla quale l’uomo è in grado di onorare e amare maggiormente
Dio e di consacrarsi più facilmente e prontamente al servizio della divina
carità; tanto più, poi, se si tiene presente che il Redentore stesso si è
degnato di proporla e di raccomandarla al popolo cristiano, e i sommi pontefici
con atti memorandi l’hanno protetta e ricolmata di grandi lodi. Farebbe
pertanto cosa temeraria e perniciosa, e offensiva per Dio, chi nutrisse minore
stima per un cosi insigne beneficio elargito da Gesù Cristo alla sua chiesa.
Stando così le cose, non vi può essere alcun dubbio per i fedeli, che,
tributando il loro ossequio al cuore sacratissimo del Redentore, essi soddisfino
in pari tempo al dovere grandissimo che hanno di servire Dio e di consacrare al
loro Creatore e Redentore se stessi e tutta la propria attività, sia interna
sia esterna, e in tal modo mettano in pratica il precetto divino: "Ama il
Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la
tua mente e con tutta la tua forza" (Mc 12,30; Mt 22,37). Così facendo, i
fedeli sono altresì sicuri di non avere come principale motivo della loro
consacrazione al servizio divino alcun vantaggio personale corporale o
spirituale, temporale o eterno, ma la stessa bontà di Dio, cui procurano di
rendere ossequio con atti di amore, di adorazioni e di debite azioni di grazie.
Se così non fosse, il culto al cuore sacratissimo di Gesù non risponderebbe
più all’indole genuina della religione cristiana, poiché allora l’uomo non
avrebbe in tale culto soprattutto di mira l’ossequio da rendere all’amore di
Dio; e pertanto dovrebbero essere ritenute come giuste le accuse di eccessivo
amore e di troppa sollecitudine di sé medesimi, mosse talvolta a coloro che mal
comprendono o meno rettamente praticano una forma di devozione di per sé
nobilissima. Si deve perciò ritenere da tutti fermamente che il culto al cuore
sacratissimo di Gesù non consiste principalmente in devote pratiche esteriori,
né esso deve essere ispirato anzitutto dalla speranza di propri vantaggi,
poiché anche questi benefici il Salvatore divino li ha assicurati mediante
private promesse, affinché gli uomini fossero spinti a compiere con maggiore
fervore i principali doveri della religione cattolica e per ciò stesso
provvedessero nel modo migliore al proprio spirituale vantaggio.
Sproniamo dunque tutti i nostri dilettissimi figli in Cristo a praticare con
fervore questa devozione, sia coloro che già sono assuefatti ad attingere le
acque salutari che sgorgano dal cuore del Redentore, sia specialmente coloro
che, a guisa di spettatori, stanno tuttora osservando con animo curioso ed
esitante questo consolante spettacolo. Riflettano essi attentamente che si
tratta di un culto, come abbiamo sopra fatto osservare, che già da molto tempo
si è diffuso nella chiesa e che affonda profondamente le sue radici nelle
pagine stesse del Vangelo; di un culto, che apertamente si accorda con l’insegnamento
della tradizione e della sacra liturgia e che gli stessi romani pontefici hanno
esaltato con molteplici ed altissime lodi; né si contentarono essi di istituire
la festa in onore al cuore augustissimo del Redentore e di estenderla alla
chiesa universale, ma si fecero inoltre gli autori della solenne consacrazione
del genere umano al sacratissimo cuore (cf. LEO XIII, Enc. Annum sacrum: Acta
Leonis 19 (1900), p. 71s; Decr. S. C. Rituum, 28 iun. 1899: Decr.
auth., III, n. 3712; PIUS XI, Enc. Miserentissimus Redemptor: AAS
20 (1928), p. 177s; Decr. S. C. Rituum, 29 ian. 1929: AAS 21
(1929), p. 77). Questo culto, finalmente, ha in suo favore una messe di
copiosissimi e allietanti frutti spirituali che ne sono derivati alla chiesa,
cioè: innumerevoli ritorni di anime alla pratica della religione cristiana,
rinvigorimento della fede in molti spiriti, più intima unione dei fedeli col
nostro amabilissimo Redentore; tutti questi frutti, soprattutto in questi ultimi
decenni, sono apparsi in una forma esuberante e commovente.
Nel contemplare un sì meraviglioso spettacolo, costituito dalla pietà sempre
più fervorosa e estesa di ogni ceto dei fedeli cristiani verso il cuore
sacratissimo di Gesù, l’animo nostro si sente indubbiamente ricolmo di
ineffabile conforto; e dopo aver rese le dovute grazie al Redentore nostro per i
tesori infiniti e per la sua bontà, non possiamo tralasciare di esprimere la
nostra paterna compiacenza a tutti coloro, sia chierici sia laici, che hanno
cooperato efficacemente all’incremento di questo culto.
2. Massima utilità dei culto al s. Cuore per le necessità attuali della chiesa
Ma, venerabili fratelli, nonostante che la devozione verso il cuore sacratissimo
di Gesù abbia prodotto copiosi frutti di spirituale rinnovamento nella vita
cristiana, a nessuno può sfuggire che la chiesa militante in questo mondo, e
soprattutto l’umano consorzio, non ha raggiunto quella perfezione morale, che
risponda ai voti e ai desideri manifestati da Gesù Cristo, mistico sposo della
chiesa e redentore del genere umano. Non pochi infatti sono i figli della chiesa
che ne deturpano con numerose macchie e rughe quel volto, che in sé medesimi
portano; non tutti i fedeli cristiani risplendono per santità di costumi, cui
tuttavia sono divinamente chiamati; non tutti i peccatori sono ritornati alla
casa paterna malamente abbandonata, per ivi rivestire la "veste più
bella" (Lc 15,22) e ricevere l’anello, simbolo della propria fedeltà
allo Sposo dell’anima loro; né tutti gli infedeli sono stati inseriti come
membra nel corpo mistico di Cristo. E ciò non basta. Poiché, se da un lato il
nostro animo è vivamente addolorato allo spettacolo della tiepidezza dei buoni,
sedotti dai falsi amori del secolo, che raffreddano e finalmente estinguono la
fiamma della divina carità nei loro cuori, dall’altro è ancor più
rattristato nel rimirare le macchinazioni degli uomini empi, i quali, più che
per il passato, sembrano eccitati dal nemico stesso infernale nel loro
implacabile e aperto odio contro Dio, contro la chiesa, e specialmente contro
colui, che sulla terra è il legittimo vicario del divino Redentore e
rappresentante della sua carità presso gli uomini, secondo la ben nota sentenza
del vescovo e dottore della chiesa di Milano: "(Pietro) è infatti
interrogato su ciò di cui gli altri potevano dubitare, ma il Signore non
dubita; il quale interroga non per imparare, ma per insegnare a colui che,
dovendo egli salire al cielo, lasciava a noi come vicario del suo amore"
(S. AMBROSIUS, Expos. in Ev. sec. Lucam, l. X, n. 175: PL 15,
1942).
In verità, l’odio contro Dio e contro i suoi legittimi rappresentanti è il
delitto più nefando di cui si possa macchiare l’uomo, creato ad immagine e
somiglianza di Dio e destinato al godimento della sua perfetta e perenne
amicizia in cielo; infatti con l’odio contro Dio l’uomo si allontana
completamente dal sommo Bene e viene spinto ad allontanare da sé e dai suoi
simili tutto ciò che viene da Dio, con Dio unisce, e al godimento di Dio
conduce: la verità, la virtù, la pace e la giustizia (cf. S. THOMAS, Summa
theol., II-II, q . 34. a. 2: ed. Leon_ t. VIII, 1895, p. 274).
Orbene, nel vedere che, purtroppo, il numero di coloro che si professano nemici
di Dio va oggi crescendo, e che i principi del materialismo teorico e pratico si
vanno spargendo sempre di più; dinanzi allo spettacolo dell’esaltazione delle
cupidigie più sfrenate, come meravigliarsi che si vada raffreddando nell’animo
di molti la carità, che è la legge suprema della religione cristiana, il
fondamento solidissimo della vera e perfetta giustizia, la sorgente sovrana
della pace e delle caste delizie? Del resto il Salvatore stesso ha ammonito:
"Per il moltiplicarsi delle iniquità si raffredderà la carità di
molti" (Mt 24,12).
3. Il culto al s. cuore di Gesù, vessillo di salvezza anche per il mondo
moderno
Dinanzi allo spettacolo di tanti mali, che oggi, più che nel passato,
travagliano individui, famiglie, nazioni e il mondo intero, dove mai, venerabili
fratelli, cercheremo il rimedio? Si potrà forse trovare una devozione più
eccellente dei culto al cuore augustissimo di Gesù, più conforme all’indole
propria della religione cattolica, più idonea a sovvenire le odierne necessità
della chiesa e del genere umano? Ma, quale atto di omaggio religioso più
nobile, più dolce, più salutare del culto sullodato, dal momento che esso è
tutto rivolto alla stessa carità di Dio? (cf. Enc. Miserentissimus Redemptor:
AAS 20(1928), p. 166) Finalmente, quale stimolo più potente della
carità di Cristo - che la pietà verso il cuore sacratissimo di Gesù fomenta e
accresce ogni giorno più - per spingere i fedeli alla perfetta osservanza della
legge evangelica, senza la quale, come ammoniscono saggiamente le parole dello
Spirito Santo: "Opera della giustizia sarà la pace" (Is 32,17), non
è possibile instaurare la vera pace tra gli uomini?
Pertanto, seguendo l’esempio del nostro immediato predecessore, piace anche a
noi di rivolgere a tutti i nostri dilettissimi figli in Cristo le parole
ammonitrici con le quali Leone XIII, di i.m., al tramonto del secolo scorso,
esortava tutti i fedeli cristiani e quanti sono sinceramente solleciti della
propria salvezza, e di quella della civile società: "Ecco che oggi si
offre agli sguardi un altro consolantissimo e divinissimo segno, vale a dire: il
cuore sacratissimo di Gesù ... rilucente di splendidissimo candore in mezzo
alle fiamme. In esso sono da collocarsi tutte le speranze: da esso è da
implorare e attendere la salvezza dell’umanità" (Enc. Annum sacrum:
Acta Leonis 19 (1900), p. 79; Enc. Miserentissimus Redemptor: AAS
20 (1928), p. 167).
È altresì vivissimo nostro desiderio che quanti si gloriano del nome di
cristiani e intrepidamente combattono per stabilire il regno di Cristo nel
mondo, stimino l’omaggio di devozione al cuore di Gesù come vessillo di
unità, di salvezza e di pace. Però, nessuno pensi che con tale ossequio venga
arrecato alcun pregiudizio alle altre forme di pietà, con le quali il popolo
cristiano, sotto l’alta direzione della chiesa, onora il Redentore divino. Al
contrario, una fervida devozione verso il cuore di Gesù alimenterà e
promuoverà il culto alla sacratissima croce, come pure l’amore verso l’augustissimo
sacramento dell’altare. E in verità possiamo asserire - ciò che del resto è
anche mirabilmente illustrato dalle rivelazioni, di cui Gesù Cristo volle
favorire santa Geltrude e santa Margherita Maria - che nessuno potrà capire
adeguatamente Gesù crocifisso, se non colui a cui si schiudono i mistici
penetrali del suo cuore. Né si potrà facilmente comprendere la forza dell’amore
che ha spinto il Salvatore a farsi nostro spirituale alimento, se non coltivando
una speciale devozione verso il cuore eucaristico di Gesù, il quale ci ricorda
appunto, come ben si esprimeva il nostro predecessore di f.m. Leone XIII,
"l’atto di suprema dilezione col quale il nostro Redentore, profondendo
tutte le ricchezze del suo cuore, allo scopo di stabilire tra noi la sua dimora
sino alla fine dei secoli, istituì l’adorabile sacramento dell’Eucaristia"
(Litt. Apost. quibus Archisodalitas a Corde Eucharistico Iesu ad S. Ioachini
de Urbe erigitur, 17 febr. 1903: Acta Leonis 22 (1903), p. 307s; cf.
Enc. Mirae caritatis (28 maii 1902): Acta Leonis 22 (1903), p.
116). E, infatti, "l’Eucaristia non è da stimarsi una particella minima
del suo cuore, tanto grande essendone stato l’amore coi quale ce l’ha
donata" (S. ALBERTUS M., De Eucharistia, dist. VI, tr. 1, c. 1: Opera
Omnia, ed. Borgnet, vol. 38, Parisiis 1890, p. 358).
Finalmente, mossi dal veemente desiderio di opporre validi presidi contro le
empie macchinazioni dei nemici di Dio e della chiesa, come pure di ricondurre
sul sentiero dell’amore di Dio e del prossimo famiglie e nazioni, non esitiamo
a proporre la devozione al cuore sacratissimo di Gesù come la scuola più
efficace della divina carità. Su questa carità divina deve poggiare, come su
solido fondamento, quel regno di Dio che occorre stabilire nelle coscienze dei
singoli uomini, nella società domestica e nelle nazioni, secondo il
sapientissimo ammonimento dello stesso nostro predecessore di p.m.: "Il
regno di Gesù Cristo trae forza e bellezza dalla carità divina: amare
santamente e ordinatamente è il suo fondamento e il suo fastigio. Da ciò
derivano necessariamente le seguenti norme: adempiere inviolabilmente i propri
doveri; non fare ingiustizia ad alcuno, stimare i beni umani come inferiori ai
divini; anteporre l’amor di Dio a tutte le cose" (Enc. Tametsi: Acta
Leonis 20 (1900), p . 303).
Affinché poi il culto verso il cuore augustissimo di Gesù porti più copiosi
frutti di bene nella famiglia cristiana e in tutta la società umana, si
facciano un dovere i fedeli di associarvi intimamente la devozione al cuore
immacolato della Genitrice di Dio. È, infatti, sommamente conveniente che, come
Dio ha voluto associare indissolubilmente la beatissima vergine Maria a Cristo
nel compimento dell’opera dell’umana redenzione, in guisa che la nostra
salvezza può ben dirsi frutto della carità e delle sofferenze di Gesù Cristo,
cui erano strettamente congiunti l’amore e i dolori della madre sua; così il
popolo cristiano, che da Cristo e da Maria ha ricevuto la vita divina, dopo aver
tributati i dovuti omaggi al cuore sacratissimo di Gesù, presti anche al cuore
amantissimo della celeste Madre consimili ossequi di pietà, di amore, di
gratitudine e di riparazione. In armonia con questo sapientissimo e soavissimo
disegno della Provvidenza divina noi stessi volemmo solennemente dedicare e
consacrare la santa chiesa e il mondo intero al cuore immacolato della beata
vergine Maria (cf. AAS 34 (1942), p. 345s)
4. Invito a una degna celebrazione del I centenario della festa dei s. Cuore
E poiché nel corso di quest’anno, come abbiamo più sopra accennato, si
compie felicemente un secolo da quando, per disposizione del nostro predecessore
di f.m. Pio IX, la festa del cuore sacratissimo di Gesù si celebra in tutta la
chiesa, è desiderio nostro vivissimo, venerabili fratelli, che questa
centenaria ricorrenza sia ricordata dal popolo cristiano, dappertutto e
solennemente con pubblici omaggi di adorazione, di ringraziamento e di
riparazione da offrirsi al cuore divino di Gesù. Queste manifestazioni poi di
cristiano giubilo e di cristiana pietà dovranno indubbiamente essere celebrate
con specialissimo fervore - in comunione tuttavia di carità e di preghiera coi
fedeli della chiesa universale - in quella nazione, in cui, non senza un arcano
disegno di Dio, ebbe i natali quella santa vergine, che fu promotrice e aralda
infaticabile di questa devozione.
Frattanto, confortati da soavissima speranza e già pregustando con l’animo
quei frutti spirituali che, come confidiamo, deriveranno copiosi alla chiesa dal
culto al cuore sacratissimo di Gesù - purché sia rettamente compreso e
fervidamente praticato, conformemente abbiamo esposto - innalziamo supplichevoli
preci a Dio, affinché si degni di assecondare questi ardentissimi nostri voti
col valido sostegno delle sue grazie; esprimiamo inoltre il voto che, col favore
dell’Altissimo, la pietà dei fedeli verso il cuore sacratissimo di Gesù
ritragga dalle celebrazioni di quest’anno un sempre maggiore incremento e più
ampiamente si espanda su tutti nel mondo intero il soavissimo suo impero e
regno: "regno cioè di verità e di vita; regno di santità e di grazia;
regno di giustizia, di amore e di pace" (Ex Miss. Rom., Praef. Iesu
Christi Regis).
Quale auspicio poi di questi doni celesti, sia a voi personalmente, venerabili
fratelli, sia al clero e a tutti i fedeli affidati alle vostre cure pastorali, e
particolarmente a coloro che si studiano con ogni mezzo di promuovere e
accrescere il culto verso il cuore sacratissimo di Gesù, impartiamo con tutta l’effusione
dell’animo l’apostolica benedizione.
Roma, presso S. Pietro, 15 maggio 1956, anno XVIII del Nostro pontificato.