Storia
di una belva diventata... agnello
Un
ex-terrorista sente il passo di Dio!
Nella
vita di S. Francesco è giustamente celebre l'episodio del feroce lupo di
Gubbio che, ammonito severamente dal Santo, diventò mite come un agnello. Non
è escluso che l'episodio nasconda la conversione di qualche feroce brigante
di quel tempo. Del resto, nella storia della Chiesa, queste trasformazioni sono
piuttosto frequenti e svelano l'infaticabile peregrinazione di Cristo per le
vie tortuose degli uomini. Nel 1986, per ricordare un episodio abbastanza
recente, l'exterrorista Marco Pisetta, scrivendo a padre Adolfo Bachelet
(fratello di Vittorio Bachelet, assassinato dalle Brigate Rosse), gli apri
la sua anima e raccontò l'emozione provata nel momento in cui avverti il
respiro di Cristo... alle sue spalle.
Ecco
le sue parole toccanti: "Io dico che mi ha aiutato molto qualcuno che va
oltre gli uomini, qualcuno al quale ho chiesto aiuto, qualcuno al quale mi
sono affidato, qualcuno che mi ha dato una certa pace e serenità interna,
qualcuno che ho incontrato in un cammino che sto cercando di percorrere anche
ora, nonostante le molteplici difficoltà che vengono dal mio passato. Nel
passato ho sempre diviso il mondo in due, nemici e amici; e poi lo dividevo
ancora, in metà che scappa e l'altra metà che la rincorre, oppure metà che
produce e metà che mangia i prodotti, e così via, in un circolo senza fine e
senza sbocchi per uscirne, fatto di odi e di rancori. Non ho ancora il coraggio
di pronunciare il nome di quel qualcuno, perché non credo di essere arrivato
sufficientemente vicino a lui per sentirlo e per riconoscerlo, però intravedo
la sua luce e odo la sua voce, anche se non capisco il suo linguaggio".
Impressiona il martellante "qualcuno" senza avere il coraggio di
pronunciare il nome! Sentimenti simili li ritroviamo in Giovanni Papini, dopo il
suo clamoroso abbraccio con Cristo.
Giovanni
Papini nacque a Firenze nel 1881 da Luigi e da Erminia Cardini. Il papà,
ex-garibaldino d'Aspromonte e del Volturno, massone convinto e repubblicano
feroce, aveva risolutamente deciso di non far battezzare il figlio e vigilava,
affinché la moglie non commettesse un simile e (per lui!) ridicolo gesto. Ma le
donne, come si dice, ne sanno sempre una più del diavolo. E, infatti, la mamma,
dopo aver preso tutte le dovute precauzioni, trovò il modo di portare
segretamente il bambino in chiesa e lo fece battezzare con il nome di Giovanni:
il seme del santo Battesimo faticò tanto a germogliare accanto a papà Luigi,
ma, alla fine, spuntò rigoglioso regalando alla Chiesa e al mondo un
meraviglioso cristiano.
Inizialmente,
si capisce, crescendo all'ombra di un padre... fervente anti-cattolico,
Giovanni Papini bevve avidamente i velenosi principi di una visione della vita
senza Dio, anzi... contro Dio!
Nel
1911, all'età di trent'anni, pubblicò un terribile libro, intitolato `Le
memorie d'Iddio'. In questo libro Papini, ironicamente, metteva in scena Dio
stesso e sulla bocca di Dio poneva queste blasfeme parole: "Uomini:
diventate atei tutti, fatevi atei subito! Dio stesso, il vostro Dio, Iddio
vostro figlio, ve ne prega con tutta l'anima sua!". Parole terribili!
L'opera,
si capisce, fece grande scalpore e suscitò un mare di reazioni. Giovanni Papini,
dopo la conversione, piangeva al pensiero di aver scritto un simile libro e
incaricò la figlia Viola di ricercare tutte le copie ancora esistenti e di
bruciarle. È stata la figlia a raccontare che il papà, rattristato e pentito,
un giorno le disse: "Viola, mi fido soltanto di te. Mi son fatto rendere da
Vallecchi tutti i volumi delle `Memorie d'Iddio': bruciali tutti, che non ne
resti nemmeno una copia!".
Ma
nel 1911 il sentimento di Papini era completamente diverso e provò una
soddisfazione beffarda di fronte ai commenti scandalizzati dei credenti. E, due
anni dopo, sulla rivista da lui fondata, L'Acerba, pubblicò un artico lo
ancora più cattivo, intitolato `Cristo peccatore'. In quelle pagine egli
insultò Cristo con termini volgari e irripetibili, al punto tale che
l'arcivescovo di Firenze proibì ai fedeli la lettura della rivista e contro
l'autore venne intentato un processo (nel quale fu assolto) per oltraggio alla
religione.
In
quell'occasione Tommaso Gallarati Scotti gli scrisse una severa lettera di
rimprovero, che però terminava con una singolare profezia. Diceva così:
"Lascia che io confidi per te in Colui a cui hai gettato il fango e nel
quale io credo con tutto l'ardore della mia fede rinata. Perché tu non te ne
puoi liberare. L'ombra della Sua croce si stende anche sopra di te, il Suo
occhio non ti abbandona. Egli rimane il silenzioso giudice della tua vita.
Tu non puoi fuggirlo. Egli attende la tua anima al varco per risponderti".
E
così è stato: puntualmente! Anche Domenico Giuliotti, anima aperta alla Luce
di Cristo, era convinto che le bestemmie di Papini nascondessero interesse,
nostalgia e forse... anche amore. Fu Giuliotti a dire apertamente che quel
"fetido, ignorantissimo e stupidissimo porcume dell'Acerba" non era il
vero Papini.
Intanto
lui, il provocatore nato, nel 1912 esce con l'opera `Un uomo finito'. In
quest'opera si aprono inattesi squarci, dai quali si intravede un'anima
disperata..., un'anima alla ricerca della luce. Scrive: "Tutto è finito,
tutto è perduto, tutto è chiuso. Non c'è più nulla da fare. Consolarsi?
Neppure. Piangere? Ma per piangere ci vuole ancora dell'energia, ci vuole un po'
di speranza! Io non son più nulla, non conto più, non voglio niente: non mi
muovo. Sono una cosa e non un uomo. Toccatemi: sono freddo come una pietra,
freddo come un sepolcro. Qui è sotterrato un uomo che non poté diventare
Dio"'.
Parole
inquietanti di un uomo di trentuno anni appena, parole che riecheggiano le
diaboliche affermazioni di Federico Nietzsche! Però, nella stessa opera,
Giovanni Papini lancia un grido, una invocazione, quasi una preghiera:
"Io non chiedo né pane, né gloria, né compassione. Ma chiedo e
domando, umilmente, in ginocchio, con tutta la forza e la passione dell'anima,
un po' di certezza: una sola, una piccola fede sicura, un atomo di verità. Ho
bisogno di un po'di certezza, ho bisogno di qualcosa di vero. Non posso farne
a meno; non so più vivere senza. Non chiedo altro, non chiedo nulla di più,
ma questo che chiedo è molto, è una straordinaria cosa: lo so. Ma la voglio
in tutti i modi, a tutti i costi mi deve essere data, se pur c'è qualcuno al
mondo cui preme la mia vita. Senza questa verità non riesco più a vivere e se
nessuno ha pietà di me, se nessuno può rispondermi, cercherò nella morte la
beatitudine della piena luce o la quiete dell'eterno nulla".
La
risposta di Cristo non tardò a venire, perché Cristo è sempre accanto
all'uomo che Lo invoca: il problema non è Lui, ma è la porta del cuore umano
che deve umilmente aprirsi per accogliere l'infaticabile Pellegrino d'Amore.
Perché Lui, Gesù Cristo, non ha l'abitudine (che è tipica dei ladri) di
sfondare le porte.
Ma
se la porta si apre...!
Non
sappiamo quando Papini aprì la porta a Cristo: noi siamo soltanto spettatori
della festa, a incontro già avvenuto. Però è sicuro che l'incontro avvenne
tra il 1919 e il 1921. Come? Che cosa o chi preparò l'incontro? Possiamo
affermare che tutta una serie di provvidenziali circostanze ammansirono `la
belva' nascosta nell'anima di Papini e fecero nascere l'agnello pronto a correre
incontro al Buon Pastore.
Ecco
le circostanze: la prima guerra mondiale con la sua carica di tragedie assurde;
il rimorso d'averla invocata (anche questo fece Papini!); la Comunione delle sue
bambine e la dolcezza cristiana della moglie; i rimproveri e gli stimoli
continui dell'amico Domenico Giuliotti; le letture buone di quel periodo (tra
cui le opere di S. Agostino e di Pascal e gli Esercizi Spirituali di S. Ignazio
di Loyola e l'Imitazione di Cristo e lo stesso Vangelo) andavano tutti in una
direzione: il cuore ormai gravitava verso Cristo.
Il
buon amico Giuliotti, il 20 gennaio 1920 gli scrisse: "Tu assetato di verità,
eccoti sprofondato, fino all'ultimo ricciolo della tua gran testa piena di
lampi e di buio, nel fetido pozzo nero dell'anticlericalismo che disprezzi. I
tuoi occhi non vedono; i tuoi orecchi, otturati dal cerume dell'ignoranza
religiosa, non odono. Hai da imparare a farti il segno della Croce, da
imparare a inginocchiarti, da imparare a credere nell'Incomprensibile, da
imparare a comunicarti come le tue bambine e da imparare infine, carezzato dalla
Fede, a combattere per la verità della Chiesa che è la verità di Dio. La tua
penna, per vent'anni, ha scritto a dettatura del diavolo. Tu sei stato, per
vent'anni, un avvelenatore di te stesso e degli altri. Bisogna cancellare e
riscrivere. I tuoi libri, alcuni infami, altri vani, altri belli ma profani, buttali
risolutamente e con gioia, sul rogo della vanità. E ricomincia da capo. Scrivi
per rinnegare tutto ciò che hai scritto; per essere folle, tra i savi del
mondo, della follia di Cristo. Mettiti contro-corrente. Lotta, ricoperto dagli
sputi della marmaglia, sotto l'insegna della Croce"'.
Come
è commovente questo modo di essere amici: amici per farsi del bene. Questa è
l'amicizia! E Papini ascoltò l'amico Domenico Giuliotti e ascoltò tante voci
che indicavano tutte la stessa direzione. Dirà lui stesso: "Come lo
scrittore sia giunto a ritrovare Cristo, da sé, camminando per molte strade che
alla fine sboccavano tutte ai piedi della Montagna dell'Evangelo, sarebbe un
discorso troppo lungo e anche difficile".
È
vero! È difficile raccontare la strada fatta per andare incontro a Cristo,
perché, in verità, quella strada è la strada che ha fatto Cristo per venire
incontro a noi. Qui sta il meraviglioso mistero di ogni conversione.
Net
1921 Giovanni Papini era cristiano: fervente cristiano, letteralmente
innamorato di Cristo. E il suo amore per Cristo lo tradusse in un'opera, la
Storia di Cristo (cinquecento pagine, novantasei capitoli), nella quale egli
testimonia la gioia e lo stupore dell'incontro con Colui che da sempre gli
mancava; ma soprattutto in queste pagine egli invoca il Signore con l'entusiasmo
del neofita, con la gioia del viandante che, dopo anni di smarrimento, approda
alla casa sognata e avverte il bisogno di gridare a tutti - specialmente
agli uomini di cultura - l'urgenza di un ritorno all'unico Salvatore.
Nell'intenzione di Papini, la Storia di Cristo vuole essere un atto di
riparazione e lo dice apertamente: "L'autore di questo libro ne scrisse un
altro, anni fa, per raccontare la malinconica storia di un uomo che volle, per
un momento, diventare Dio. Ora, nella maturità degli anni e della coscienza, lo
stesso autore ha tentato di scrivere la vita di un Dio che si fece uomo. In quel
tempo di febbre e di orgoglio, quegli che scrive offese Cristo come pochi
altri, prima di lui, avevano fatto. Eppure dopo sei anni appena - ma sei anni
che furono di gran travaglio e devastazione fuori di lui e dentro di lui -
dopo lunghi mesi di concitati ripensamenti, ad un tratto, interrompendo un
altro lavoro, quasi sollecitato e sospinto da una forza più forte di lui,
cominciò a scrivere questo libro di Cristo, che ora gli sembra insufficiente
espiazione di quelle colpe".
Dopo
aver incontrato Cristo, tutto il resto gli sembra ombra. Scrive con deciso
puntiglio: "Quello che fu prima di Cristo può essere bello, ma è morto.
Cesare ha fatto, ai suoi tempi, più rumore di Gesù e Platone insegnava più
scienza di Cristo. Ancor se ne ragiona, del primo e del secondo, ma chi si
accalora per Cesare o contro Cesare? E dove sono, oggi, i platonici e gli antiplatonici?
Cristo, invece, è vivo in noi. C'è ancora chi lo ama e chi lo odia. C'e una
passione per la passione di Cristo e una per la distruzione. E l'accanirsi di
tutti contro di Lui dice che Egli non è ancora morto". Cristo è vivo!
Questa è l'esperienza entusiasmante, che si ritrova in ogni convertito: Cristo
è vivo!
E
a Cristo, a conclusione della originalissima storia della Sua vita, Papini
rivolge una memorabile preghiera che, ancora oggi, fa vibrare l'anima di
profonda emozione: "Gesù,
sei ancora, ogni giorno, in mezzo a noi. E sarai con noi per sempre. Vivi tra
noi, accanto a noi, sulla terra ch'è tua e nostra, su questa terra che ti
accolse fanciullo tra i fanciulli e giustiziabile tra i ladri; vivi coi vivi,
sulla terra dei viventi che ti piacque e che ami, vivi d'una vita non umana
sulla terra degli uomini, forse invisibile anche a quelli che ti cercano, forse
sotto l'aspetto d'un Povero che compra il suo pane da sé e nessuno lo guarda.
Ma ora è giunto il tempo che devi riapparire a tutti noi e dare un segno
perentorio e irrecusabile a questa generazione. Tu vedi, Gesù, il nostro
bisogno; tu vedi fino a che punto è grande il nostro grande bisogno; non puoi
fare a meno di conoscere quanto è improrogabile la nostra necessità, come è
dura e vera la nostra angustia, la nostra indigenza, la nostra disperazione;
tu sai quanto abbisogniamo d'un tuo intervento, quant'è necessario un tuo
ritorno. Sia pure un breve ritorno, una venuta improvvisa, subito seguìta da
un'improvvisa scomparsa; un'apparizione sola, un arrivare e un ripartire, una
parola sola nel giungere, una parola sola nello sparire, un segno solo, un
avviso unico, un balenamento nel cielo, un lume nella notte,
un aprirsi del
cielo, un risplendere nella notte, un'ora sola della tua eternità, una parola
sola per tutto il tuo silenzio. Abbiamo bisogno di te, di te solo, e di nessun
altro. Tu solamente, che ci ami, puoi sentire, per noi tutti che soffriamo, la
pietà che ciascuno di noi sente per se stesso. Tu solo puoi sentire quanto è
grande, immisurabilmente grande, il bisogno che c'è di te, in questo mondo, in
questa ora del mondo. Nessun altro, nessuno dei tanti che vivono, nessuno di
quelli che dormono nella mota della gloria, può dare, a noi bisognosi, riversi
nell'atroce penuria, nella miseria più tremenda di tutte, quella dell'anima,
il bene che salva. Tutti hanno bisogno di te, anche quelli che non lo sanno, e
quelli che non lo sanno assai più di quelli che lo sanno. L'affamato s'immagina
di cercare il pane e ha fame di te; l'assetato crede di voler l'acqua e ha sete
di te; il malato s'illude di agognare la salute e il suo male è l'assenza di
te. Chi ricerca la bellezza nel mondo cerca, senza accorgersene, te che sei la
bellezza intera e perfetta; chi persegue nei pensieri la verità, desidera,
senza volere, te che sei l'unica verità degna d'esser saputa; e chi s'affanna
dietro la pace cerca te, sola pace dove possono riposare i cuori più inquieti.
Essi ti chiamano senza sapere che ti chiamano e il loro grido è inesprimibilmente
più doloroso del nostro".
E,
a questo punto, dal cuore di Papini esce un'accorata preghiera che passa
attraverso la passione di Cristo e diventa passione d'amore per Lui: "Sei
venuto, la prima volta, per salvare; nascesti per salvare; parlasti per salvare;
ti facesti crocifiggere per salvare: la tua arte, la tua opera, la tua
missione, la tua vita è di salvare. E noi abbiamo oggi, in questi giorni grigi
e maligni, in questi anni che sono un condensamento e un accrescimento
insopportabile d'orrore e dolore, abbiamo bisogno, senza ritardi, d'esser
salvati! Se tu fossi un Dio geloso e acrimonioso, un Dio che tiene il rancore,
un Dio vendicativo, un Dio solamente giusto, allora non daresti ascolto alla
nostra preghiera. Perché tutto quello che gli uomini potevan farti di male,
anche dopo la tua morte, e più dopo la tua morte che in vita, gli uomini
l'hanno fatto; noi tutti, quello stesso che ti parla insieme agli altri,
l'abbiamo fatto. Milioni di Giuda ti hanno baciato dopo averti venduto, e non
per trenta denari soli, e neppure una volta sola; legioni di Farisei, sciami
di Caifa ti hanno sentenziato malfattore, degno d'esser rinchiodato; e milioni
di volte, col pensiero e la volontà, ti hanno crocifisso; e un'eterna canaia di
fecciosi esaltati t'ha ricoperto il viso di saliva e di schiaffi; e gli
staffieri, gli scaccini, i portinai, la gente d'arme degli ingiusti detentori
d'argento e di potestà ti hanno frustato le spalle e insanguinata la fronte; e
migliaia di Pilati, vestiti di nero o di vermiglio, e usciti appena dal bagno,
profumati d'unguenti, ben pettinati e rasati, ti hanno consegnato migliaia di
volte agl'impiccatori dopo averti riconosciuto innocente; e innumerevoli
bocche fiatulenti e vinose hanno chiesto innumerevoli volte la libertà dei
ladri sediziosi, dei criminali confessi, degli
assassini conosciuti,
perché tu fossi innumerevoli volte trascinato sul Teschio e affisso all'albero
con cavicchi di ferro fucinati dalla paura e ribattuti dall'odio".
Come fanno impressione le parole di questa ardente preghiera: è la preghiera
che sembra fatta anche per i nostri giorni! E le ultime parole della preghiera
rassomigliano al respiro affannoso di chi vorrebbe comunicare tante cose, ma gli
restano bloccate nella gola per l'emozione e il brivido della febbre. Però
riesce ancora a dire: "La
grande esperienza volge alla fine. Gli uomini, allontanandosi dall'Evangelo,
hanno trovato la desolazione e la morte. Più d'una promessa e d'una minaccia s'è
avverata. Ormai non abbiamo, noi disperati, che la speranza d'un tuo ritorno. Se
non vieni a destare i dormenti accovati nella melma puzzante del nostro inferno,
è segno che il castigo ti sembra ancor troppo corto e leggero per il nostro
tradimento e che non vuoi mutare l'ordine delle tue leggi. E sia la tua volontà
ora e sempre, in cielo e sulla terra. Ma noi, gli ultimi, ti aspettiamo. Ti
aspetteremo ogni giorno, a dispetto della nostra indegnità e d'ogni
impossibile. E tutto l'amore che potremo torchiare dai nostri cuori devastati
sarà per te, Crocifisso, che fosti tormentato per amor nostro e ora ci tormenti
con tutta la potenza del tuo implacabile amore".
E
Papini lasciò torchiare dal suo cuore anche l'ultima goccia d'amore per Cristo.
Un giorno gli capitò di leggere nel `Pellegrino Cherubico' di Angelo Silesio,
`un protestante tedesco del Seicento, che quando si converti al cattolicesimo
diventò frate minore e poeta', questa profonda affermazione: "Anche se
Cristo nascesse mille e diecimila volte a Betlemme, a nulla ti gioverà se non
nasce almeno una volta nel tuo cuore". Lo scrittore di Firenze si domandò:
"Ma come potrà accadere questa nascita interiore?". Ecco la risposta
che egli stesso ci ha consegnato: "Eppure
questo miracolo nuovo non è impossibile purché sia desiderato e aspettato. Il
giorno nel quale non sentirai una punta di amarezza e di gelosia dinanzi alla
gioia del nemico o dell'amico, rallegrati perché è segno che quella nascita
è prossima. Il giorno nel quale non sentirai una segreta onda di piacere
dinanzi alla sventura e alla caduta altrui, consolati perché la nascita è
vicina. Il giorno nel quale sentirai il bisogno di portare un po' di letizia a
chi è triste e l'impulso di alleggerire il dolore o la miseria anche di una
sola creatura, sii lieto perché l'arrivo di Dio è imminente. E se un giorno
sarai percosso e perseguitato dalla sventura e perderai salute e forza, figli e
amici e dovrai sopportare l'ottusità, la malignità e la gelidità dei vicini e
dei lontani, ma nonostante tutto non ti abbandonerai a lamenti né a bestemmie e
accetterai con animo sereno il tuo destino, esulta e trionfa perché il portento
che pareva impossibile è avvenuto e il Salvatore è già nato nel tuo cuore.
Non sei più solo, non sarai più solo. Il buio della tua notte fiammeggerà
come se mille stelle chiomate giungessero da ogni punto del cielo a
festeggiare l'incontro della tua breve giornata umana con la divina eternità".
Scriveva così il 25 dicembre 1955, poco più di sei mesi prima di morire: senza
rendersene conto, Papini scrisse pagine simili a quelle di Francesco d'Assisi!
(Tratto
da: “Il Messaggero della Santa casa” 2004)