La festa di Tutti i Santi

Istituita nell'835, grazie al papa Gregorio IV, la Festa del 1° novembre richiama l'at­tenzione dei credenti all'eternità beata che i nostri fratelli nelle fede già godono, e al­la quale - col loro esempio e la loro intercessione - continuamente ci attirano. Ecco perché - secondo alcuni antichi documenti - in questo giorno vi era "la stessa premu­ra che vi è a Natale, per assistere al Sacrificio in onore dei Santi ".

LA FESTA DELLA CHIESA TRIONFANTE

« Vidi una grande moltitudine, che nessuno poteva contare, d'ogni na­zione, d'ogni tribù, d'ogni lin­gua e stavano davanti al tro­no vestiti di bianco, con la palma in mano e canta­vano con voce potente: Gloria al nostro Dio» (Ap 7,9-10). Il tempo é cessato e l'umanità si ri­vela agli occhi del profeta di Pathmos. La vita di bat­taglia e di sofferenza della ter­ra (Gb 7,1) un giorno terminerà e l'umanità, per molto tempo smarrita, andrà ad accrescere i cori degli spiri­ti celesti, indeboliti già dalla rivolta di Satana, e si unirà nella riconoscen­za ai redenti dell'Agnello e gli Angeli grideranno con noi: «Ringra­ziamento, onore, potenza, per sempre al nostro Dio!» (Ap 7,12).

«E sarà la fine», come dice l'Apostolo (1 Cor 15,24), la fine della morte e della sofferenza, la fine della storia e delle sue rivoluzioni, ormai esaurite. Soltanto l'eterno nemico, re­spinto nell'abisso con tutti i suoi par­tigiani, esisterà per confessare la sua eterna sconfitta. Il Figlio del­l'uomo, liberatore del mon­do, avrà riconsegnato l'im­pero a Dio, suo Padre e,  termine supremo di tutta la creazione e di tutta la redenzione, «Dio sarà tutto in tutti» (ivi, 28).

Molto prima di san Gio­vanni, Isaia aveva cantato: «Ho veduto il Signore seduto sopra un trono alto e sublime, le frange del suo vestito scendevano sotto di lui a riempire il tempio e i Serafini gridavano l'uno all'altro: Santo, Santo, Santo, il Signore degli eserciti: tutta la terra è piena della tua gloria» (6,1-3).

Le frange del vestimento divino sono quaggiù gli eletti divenuti orna­mento del Verbo, splendore del Padre (Eb 1,3), perché, capo della nostra umanità, il Verbo l'ha sposata e la sposa è la sua gloria, come Egli è la gloria di Dio (1Cor 11,7). Ma la sposa non ha altro ornamento che le virtù dei Santi (Ap 19,8): fulgido or­namento, che con il suo completarsi segnerà la fine dei secoli. La festa di oggi è annunzio sempre più insisten­te delle nozze dell'eternità e ci fa di anno in anno celebrare il continuo progresso della preparazione della Sposa (Ap 19,7).

CONFIDENZA

«Beati gli invitati alle nozze dell'Agnello!» (ivi, 9). Beati noi tutti che, come titolo al banchetto dei cie­li, ricevemmo nel battesimo la veste nuziale della santa carità! Pre­pariamoci all'ineffabile destino che ci riserba l'amore, come si prepara la nostra Madre, la Chiesa. Le fatiche di quaggiù tendono a questo, e lavoro, lotte, sofferenze per Dio adornano di splendenti gioielli la veste della gra­zia che fa gli eletti: «Beati quelli che piangono!» (Mt 5,4).

Piangevano quelli che il Salmista ci presentava intenti a scavare, prima di noi, il solco della loro carriera mortale (Sal 125) e ora versano su di noi la loro gioia trionfante, proiet­tando un raggio di gloria sulla valle del pianto. La solennità, ormai inco­minciata, ci fa entrare, senza atten­dere che finisca la vita, nel luogo della luce ove i nostri padri hanno seguito Gesù, per mezzo della beata speranza. Davanti allo spettacolo della felicità eterna nella quale fiori­scono le spine di un giorno, tutte le prove appariranno leggere. O lacri­me versate sulle tombe che si apro­no, la felicità dei cari scomparsi non mescolerà forse al vostro rammarico la dolcezza del cielo? Tendiamo l'orecchio ai canti di libertà che into­nano coloro che, momentaneamente da noi separati, sono causa del nostro pianto. «Piccoli o grandi» (Ap 19,5), questa è la loro festa e presto sarà pure la nostra. In questa stagione, in cui prevalgono brine e tenebre, la na­tura, lasciando cadere i suoi ultimi gioielli, pare voler preparare il mon­do all'esodo verso la patria che non avrà fine. [...].

STORIA DELLA FESTA

Troviamo prima in Oriente tracce di una festa in onore dei Martiri e san Giovanni Crisostomo pronunciò un'omelia in loro onore nel IV seco­lo, mentre nel secolo precedente san Gregorio Nisseno aveva celebrato delle solennità presso le loro tombe. Nel 411 il Calendario siriano ci parla di una Commemorazione dei Confessori nel sesto giorno della setti­mana pasquale, e nel 539 a Odessa, il 13 maggio, si fa la "memoria dei martiri di tutta la terra".

In Occidente i Sacramentari del V e del VI secolo contengono varie messe in onore dei santi Martiri da celebrarsi senza giorno fisso. Il 13 maggio del 610, Papa Bonifacio IV dedicò il tempio pagano del Pan­theon, vi fece trasportare delle reli­quie e lo chiamò S. Maria ad Mar­tyres. L'anniversario di tale dedica­zione continuò ad essere festa con lo scopo di onorare in genere tutti i martiri. Gregorio III, a sua volta, nel secolo seguente, consacrò un orato­rio "al Salvatore, alla sua Santa Madre, a tutti gli Apostoli, martiri, confessori e a tutti i giusti dormienti del mondo intero".

Nell'anno 835, Gregorio IV desi­derando che la festa romana del 13 maggio fosse estesa a tutta la Chiesa, provocò un editto dell'imperatore Luigi il Buono, col quale essa veniva fissata il l° novembre. La festa ebbe presto la sua vigilia, e nel secolo XV Sisto IV la decorò di Ottava obbliga­toria per tutta la Chiesa. Ora, sia la vi­gilia sia l'Ottava sono soppresse.

"Alle calende di novembre vi è la stessa premura che vi è a Natale, per assistere al Sacrificio in onore dei Santi", dicono vecchi documen­ti in relazione a que­sto giorno. Per quanto generale fosse la festa, anzi in ragione della sua stessa universalità, non era forse la gioia speciale per tutti e l'onore delle fami­glie cristiane? Le quali, santa­mente fiere di coloro dei quali si trasmettevano le virtù di generazione in generazione e la gloria del cielo, si vedevano così nobilitate ai loro occhi, più che da tutti gli onori terreni.

Ma la fede viva di quei tempi ve­deva anche nella festa l'occasione di riparare le negligenze volontarie o forzate commesse nel corso dell'an­no riguardo al culto dei beati inscrit­ti nel calendario pubblico.

LE BEATITUDINI

La terra è oggi così vicina al cielo che uno stesso pensiero di felicità riempie i cuori. L'Amico, lo Sposo ritorna in mezzo ai suoi e parla di fe­licità. Venite a me voi tutti che avete tribolazioni e sofferenze. Il versetto dell'Alleluia era con queste parole l'eco della patria e tuttavia ci ricor­dava l'esilio, ma tosto nel Vangelo è apparsa la grazia e la benignità del nostro Dio Salvatore (Tt 2,11; 3,4). Ascoltiamolo, perché ci insegna le vie della beata speranza (ivi, 2,12­13), le delizie sante, che sono ad un tempo garanzia ed anticipo della per­fetta felicità del cielo.

Sul Sinai, Dio teneva l'Ebreo a di­stanza e dava soltanto precetti e mi­nacce di morte, ma sulla vetta di quest'altra montagna, sulla quale è assiso il Figlio di Dio, in modo ben diverso si promulga la legge del­l'amore! Le otto Beatitudini all'ini­zio del Nuovo Testamento hanno preso il posto tenuto nell'Antico dal Decalogo inciso sulla pietra.

Esse non sopprimono i comanda­menti, ma la loro giustizia sovrab­bondante va oltre tutte le prescrizio­ni, e Gesù le trae dal suo Cuore per imprimerle, meglio che sulla pietra, nel cuore del suo popolo. Sono il ri­tratto perfetto del Figlio dell'uomo e riassunto della sua vita redentrice. Guardate dunque e agite secondo il modello che si rivela a voi sulla montagna (Es 25,40; Eb 8,5).

La povertà fu il primo contrasse­gno del Dio di Betlemme, e chi mai apparve più dolce del figlio di Maria? chi pianse per causa più nobile, se egli già nella greppia espiava le nostre colpe e pacificava il Padre? Gli affa­mati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i pacifici dove troveran­no fuori di Lui il modello insuperato, mai raggiunto e sempre imitabile? E la sua morte lo fa condottiero dei per­seguitati per la giustizia! Suprema beatitudine, questa, della quale, più che di tutte le altre, la Sapienza incar­nata si compiace e vi ritorna sopra e la precisa e oggi con essa termina, come in un canto d'estasi.

La Chiesa non ebbe mai altro ideale. Sulla scia dello Sposo, la sua storia nelle varie epoche fu eco pro­lungata delle Beatitudini. Cerchiamo di comprendere anche noi e, per la felicità della nostra vita in terra, in attesa dell'eterna, seguiamo il Si­gnore e la Chiesa.

Le Beatitudini evangeliche solle­vano l'uomo oltre i tormenti, oltre la morte, che non scuote la pace dei giusti, anzi la perfeziona.

Tratto da: “De vita contemplativa” anno III nr.11 11/2009