Dubitare a priori credere a posteriori

Di Matteo Graniero

A priori e a posteri sono due espressioni latine, che indicano, rispettivamente, il tem­po che precede un certo avveni­mento e il tempo che lo segue. L’avvenimento cui vogliamo riferir­ci è la discesa di Dio sulla terra in forma umana, nella persona di Gesù. A che scopo? Allo scopo di rivelare all'umanità le verità so­prannaturali che prima di Lui era quasi impossibile conoscere e so­lo alcuni "illuminati" avevano in qualche modo intuito.

Dobbiamo quindi considerare due tempi distinti della storia umana: un tempo che chiamia­mo antico o Avanti Cristo; e un tempo che chiamiamo la "nuova era" o "era cristiana". Nel mezzo - all'anno zero - c'è l'avvento più meraviglioso, più stupefacente e più sconvolgente che si possa immaginare: l'incarnazione di Dio tra noi. E c'è anche tutto il seguito di vita vissuta, di predi­cazione, di morte, resurrezione e ritorno al cielo dell'Uomo-Dio nel dì dell'Ascensione. C'è anche la registrazione orale (la tradizio­ne) e scritta (vangeli e libri cano­nici) della sua predicazione e quindi della rivelazione delle cose eterne.

Rivelazione non significa altro che togliere il velo che un oggetto per manifestarlo agli occhi uma­ni; è la più grande opera di mise­ricordia che Dio ha usato verso l'umanità disperata e disorientata nella affannosa e tragica ricerca del senso della vita presente e sempre desiderosa di sopravvive­re anche dopo la morte.

Prima dell'avvento di Gesù l'uo­mo (homo sapiens) si è sempre domandato; e se lo domanda an­cora oggi: "Chi sono, da dove vengo, dove vado?". Ma, in man­canza di una fonte rivelatrice, gli uomini erano giunti alle più as­surde e strane ipotesi e su que­ste avevano creato varie tradizio­ni, credenze, miti, leggende, ma­gie e perfino religioni o pseudore­ligioni.

Era difficile, per gli uomini primi­tivi, immaginare un Dio immate­riale ed eterno, onnisciente e on­nipotente, giusto e pietoso, veri­tiero e provvidente, amoroso e perfetto.

Più facile era supporre che Dio fosse la natura stessa: il sole, una pianta, il mare, il vento ecce­tera; oppure un super-uomo o co­munque una figura dai caratteri antropologici: Marte, Giove, Venere eccetera; oppure un es­sere semidio come Ercole o Atlante o Cupido; oppure ancora come un mostro (forse si era al­l'epoca dei dinosauri o di poco po­steriore alla loro scomparsa) mezzo uomo e mezzo animale co­me il Centauro o il Minotauro.

L'età più antica fu l'epopea del politeismo, quando non si pensa­va ad un solo Dio, ma ad una ca­terva di dèi: esseri comunque su­periori, ai quali si offrivano perfi­no dei sacrifici, in natura o cruen­ti, con l'immolazione di vittime animali o addirittura umane. Probabilmente i sacrifici umani erano ancora di moda al tempo di Abramo; ma il Signore trovò il modo di far cessare questi "delit­ti" facendo apparire un ariete al posto del designato figlio Isacco.

Il monoteismo viene in secondo tempo, quando ci si accorge che avere tanti dèi è come avere tanti protettori, ma anche tanti nemici da cui guardarsi, spesso in lotta tra loro e per nulla imparziali per­ché quei falsi dèi non erano affat­to perfetti, giacché avevano le lo­ro simpatie o antipatie per que­sto o quell'eroe e per questo o quel popolo. Basta rileggere, per curiosità, che cosa combinarono tutti quegli dèi umanamente in­ventati nella ormai storicamente dimostrata guerra di Troia.

Fa comunque meraviglia che tra tanti popoli politeisti solo il po­polo ebreo abbia pensato che esi­ste un unico Dio e solo a Quello vanno la lode e l'adorazione. Ma è meno meraviglia, se pensiamo che quello era il popolo eletto, cioè scelto da Dio come precur­sore dell'avvento del Dio incarna­to, al quale popolo Gesù affiderà poi il mandato di annunciare le ve­rità celesti a tutta l'umanità.

Bisogna anche riconoscere che, al di fuori del popolo ebreo, nei tempi che precedettero la ve­nuta di Cristo, non mancarono i tentativi di pensatori, poeti e filo­sofi, di contrastare la moda poli­teista, per congetturare delle ve­rità un po' diverse e avvicinarsi in­consapevolmente se pure parzial­mente alle verità che poi saranno divulgate dal Cristo. Ecco, ad esempio, la figura di Pitagora e la sua teoria del mondo perfetto, perché perfetta è la matematica. Ecco Platone con l'idea del mon­do pre-materiale o iperuranio, preesistente al mondo fisico. Ecco Aristotile con la sua teoria razionalista, che fa supporre l'esi­stenza di un Pensiero universale. Ecco Socrate con la sua teoria della coerenza tra fede e azione anche a rischio della vita. Ma, nella incertezza generale, ecco i sofisti che danno ragione a tutti e dubitano di tutto e seminano dub­bi, sfiducia e angosce tra i poveri mortali. Ecco, sulla stessa scia, Epicuro che rinuncia ad indagare l'indagabile e dice semplicemen­te: "Non vi preoccupate di quel che c'è di là, vivete e godetevi la vita e non pensate a quel che verrà dopo". Carpe diem scriveva il poeta lucano Orazio; vivi alla giornata e cerca di essere felice quaggiù, perché dopo chissà... Ecco i re, i faraoni e gli imperatori farsi dèi e come tali farsi adorare dai loro sudditi fino al sacrificio cruento di persone innocenti. Ma ecco un Petronio arbiter elegan­tiarum di Nerone, irridere alle di lui pretese deistiche. Virgilio e Tacito scrissero gli Annali per la gloria dei loro imperatori, ma nello stesso tempo vaticinavano una nuova era di pace, di giustizia e di libertà.

Prima e dopo Cristo - Veniamo al dunque, per non diva­gare oltre e facciamo qualche ri­flessione utile.

Prima di Cristo era lecito dubi­tare del vero dio; e anzi è da pen­sare che Dio stesso abbia perdo­nato a quei popoli ancora ignari della verità (Perdona loro perché non sanno...); così come certa­mente perdona oggi quei popoli che ancora non conoscono il van­gelo; o come perdona coloro che, pur vivendo in un popolo cristia­no, non hanno mai appreso le ve­rità sacre. Pensiamo a chi vive in una famiglia atea o a certi popoli anche civili ai quali invece della re­ligione è stato insegnato l'atei­smo o la magia o un'altra falsa religione. Sono tutte persone e popoli a priori.

Ma chi - persona o popolo - è stato raggiunto dal Vangelo o che ne ha avuto sufficiente informa­zione e tuttavia non l'ha accettato e quindi non crede e vive come se Dio non esistesse, potrà mai es­sere da Dio perdonato? No cer­tamente e purtroppo. Perché stavolta non si tratta di ignoran­za, ma di autentico rifiuto. In que­sto senso va inteso l'ammoni­mento di Gesù: Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato (Mc 15-18). Ordunque, se è lecito dubitare prima di conoscere il vangelo; non lo è invece dopo che lo si è conosciuto. Perché, in sostanza, è come rifiutare la fonte della ri­velazione, cioè l'Autore stesso di tale rivelazione.

Infatti Gesù non ha lasciato, in questo caso, all'uomo la facoltà di credere o non credere. In sostan­za il non credente non può invo­care a propria giustificazione la cosiddetta libertà di agire e di pensare; o meglio, gli ha lasciato, sì, la libertà di scelta, ma lo ha avvertito a quali conseguenze può andare incontro; e se dalla sua scelta deriva la condanna a chis­sà quale pena, a nessuno deve imputare la colpa se non a se stesso.

Logicamente, il non credente può avere come "attenuante" lo stesso dubbio, se sia vero o non vero quanto il vangelo afferma; può in certa misura essere scu­sato perché esistono teorie e propagande contrarie al vangelo, come, per esempio, le teorie scientifiche dell'evoluzionismo o della psicanalisi, o le filosofie illu­ministiche e pragmatistiche, o addirittura le teorie prettamente materialistiche e ateistiche (se­condo cui non esiste lo spirito ma solo la materia e quindi non esi­ste nessun dio). Ma, poiché l'uo­mo è dotato di razionalità oltre che di libertà, è suo interesse e dovere di "vederci chiaro" e va­gliare le diverse culture e le diver­se informazioni, confrontarle con le notizie evangeliche e dopo - a posteriori - trarre le giuste con­clusioni.

Intellettualmente parlando, l'uo­mo è libero di scegliere; ma mo­ralmente parlando non lo è più e deve per forza impegnare la sua coscienza ad orientarsi verso il bene e contrastare il male. Quando Gesù dice che chi cre­derà sarà salvo e chi non crederà sarà dannato, vuol dire implicita­mente che chi, credendo, osser­verà i comandamenti sarà salvo, non chi crederà e basta; così chi, non credendo, non osserverà i comandamenti, allora sarà con­dannato e non solo per non aver creduto. In altri termini, sarà condannato chi, rifiutando di cre­dere, rifiuterà di convertirsi al be­ne e di fuggire il male, anzi forse sarà condannato chi avrà rifiuta­to di credere proprio per non es­sere obbligato a vivere secondo i comandamenti di Dio. C'è qualcu­no, oggi che la pensa così? Ci so­no, ci sono e sono tanti e tantissi­mi che a tutto pensano fuorché a guadagnarsi l'anima per la vita etera.

Si dirà che questo non è un compito facile e solo pochi oggi riescono a vagliare il grano dalla zizzania; perché sono tante le fonti di informazione contraria (la stampa, la scuola, la televisione, la propaganda spicciola ecc.) che facilmente ci si lascia trascinare e si finisce col dimenticare la fon­te più vera e autentica delle verità cristiane.

La quale fonte non è una per­sona qualsiasi, o un qualsiasi scienziato o pensatore o scritto­re o filosofo; ma è lo stesso Dio in per­sona che è venuto apposta dal cielo in terra per toglierci qualsiasi dubbio e portarci sulla retta via. Inoltre occorre riflettere che l'uomo Gesù non si è limita­to a predicare la ve­rità, ma ha dimo­strato con la sua te­stimonianza di vita la verità delle sue affermazioni. In par­ticolare, ha dimo­strato di essere dav­vero il Dio Verità, prima con una quan­tità enorme di mira­coli e poi con il più grande miracolo che è la sua resurrezio­ne da morte: cosa che non si trova cer­to in nessun filosofo o scienziato o fon­datore di altra reli­gione, poiché nessun fondatore di religione (nemmeno Maometto) è morto e poi risorto.

Purtroppo, anche i suoi miraco­li sono messi in dubbio dalla pro­paganda avversa, oppure non si dà loro importanza, per indiffe­renza o pigrizia nell'indagare o per mero fatalismo (accada quel­lo che deve accadere, per ora pensiamo a tirare avanti la no­stra pellaccia).

In fondo in fondo, si tratta di sa­pere se gli stessi vangeli sono au­tentici o no; perché, se per ipote­si sono autentici, allora bisogna accoglierli come sono e quindi ac­cogliere senza perplessità i fatti e le verità ivi descritte; pertanto di­rei che è di obbligo credervi; di­versamente la logica viene meno e allora... peggio per chi non vuol credere; se invece - sempre per ipotesi - non sono autentici, in questo caso non è vero niente di tutto quello che vi è scritto e quin­di non saremmo più obbligati a credere.

In realtà però l'autenticità dei vangeli è confermata da innume­revoli circostanze e punti di vista: storico, archeologico, filologico, culturale ecc. E poi ogni tanto il buon Dio viene in aiuto della no­stra poca fede, facendo, anche oggi giorno, qualche miracolo o facendo apparire ogni tanto la Vergine Maria per avvertirci dei pericoli che corriamo. Natural­mente e inevitabilmente però an­che questi fatti eccezionali odier­ni sono messi in dubbio. Ecco perché dobbiamo sempre veglia­re, per non essere indotti in ten­tazione e dannarci l'anima per sempre.

Da buoni cristiani, noi che cre­diamo davvero dovremmo adope­rarci per divulgare al massimo il vangelo e augurarci che nessuno, per principio o per scienza o per cultura o per tradizione o per par­tito preso o per odio contro la re­ligione, si trovi nella situazione di essere davvero condannato e senza alcun rimedio. E dobbiamo pregare affinché il Signore abbia ugualmente pietà dei miscredenti e mandi gli operai nella sua vigna per la sempre maggiore diffusio­ne del suo Regno e per la salvez­za di tutte le anime. (Tratto da “Teologia” n. 39)