DOV’È
IL PADRE?
don
Primo Mazzolari - MISSIONE DI IVREA (24 OTTOBRE 1958)
Ieri
sera abbiamo concluso su una dichiarazione che credo non abbia stupito
nessuno. Certe rivolte al Padre, certe accuse verso il Padre, e certi allontanamenti
dal Padre sono le cose più facili. E dicevo che, in genere, tutti coloro che
davanti a certe ingiustizie della vita non hanno il coraggio di rivoltarsi
contro gli uomini, non hanno neanche il diritto di rivoltarsi contro Dio: perché
oggi è così facile mettere sotto giudizio Iddio e farlo l'accusato di tutto
quello che noi non sappiamo prendere e sulla nostra personale responsabilità, e
anche su quello che ogni uomo onesto, in certi momenti prima di incolpare
qualcheduno, dovrebbe guardare fin dove arriva la propria colpa.
Una
delle situazioni spirituali più dolorose del momento è questa: che ci
palleggiamo la responsabilità.
Ci
son tanti attaccapanni per questa storia di un'ora che è fatta dalle nostre
accuse. Nessuno ha il coraggio di dire: « questo è mio ».
Ognuno
di noi non vuole assumersi delle colpe che sono proprie dell'uomo: e le accuse
vanno ora a questi ora a quelli, a questa categoria e a quest'altra categoria,
vanno a questa razza e a quell'altra categoria, vanno a questa razza e a
quell'altra razza, a questa nazione o a quell'altra nazione, a quel partito o a
questo partito.
E
chi pensa, o miei cari amici, ad assumersi coraggiosamente e frontalmente la
propria responsabilità?
Fino
a che giocheremo a questo scarica-barile (e badate che sono della gente anche
seria che fa questo gioco!) non aspettatevi un miglioramento dell'umanità,
perché il primo atto che ci porta a rivedere le cose di fuori è quello di
riguardare il rapporto che c'è di corresponsabilità personale: e non ci
dobbiamo rifiutare, perché altrimenti tutto questo nostro parlare non è altro
che un scaricarsi su spalle di altri, e specialmente sulle spalle della religione,
di cose che sono nostre cose, di colpe che sono le nostre colpe, di
responsabilità che sono le nostre responsabilità.
L'ingiustizia
al mondo è un fatto: e ce n'è tanta. Vorrei dire che non abbiamo neanche
l'occhio capace di poterla abbracciare interamente.
«
Se ci fosse un Padre veramente buono, siccome il Padre celeste è onnipotente,
queste cose non dovrebbero succedere sulla terra ». E' un modo di rispondere su
cui io non ho niente da dire. Vorrei dire che è logico... Però io mi permetto
di domandarvi: avete visto voi la mano del Padre celeste a commettere
ingiustizie quaggiù: quelle ingiustizie che vi stanno tanto e giustamente sul
cuore?
Un'altra
domanda: c'è forse qualche parola nel vangelo, e qualche parola
nell'insegnamento della chiesa che giustifichi questo giudizio che noi facciamo
di corresponsabilità, di tacita acquiescenza del Padre celeste sull'ingiustizia
di quaggiù? Vorrei pregarvi, o miei cari fratelli, di non guardare per un
momento agli uomini, agli uomini che rappresentano il Padre celeste: e quando
dico "gli uomini che rappresentano il Padre celeste" non dico
soltanto il prete, dico tutti i cristiani. Siccome in questo momento io sento
che c'è una dichiarazione di presenza cristiana qui dove voi ascoltate questo
povero prete, permettete che io, coerente alla dichiarazione, non mi fermi a
guardare l'ombra che i rappresentanti del Padre... e in questi rappresentanti
del Padre celeste ci siamo tutti perché tutti siamo figli del Padre, anche se
non ci crediamo, perché tutti siamo tabernacoli di una presenza di giustizia e
di bontà, anche se non siamo capaci di farlo. E allora il discorso incomincia
a diventare più nostro, più umano.
Voi
siete contro le ingiustizie. Chi è che non è contro le ingiustizie?
Specialmente quelli che le compiono sono quelli che sono più contro alle ingiustizie.
Ci
sono quattro maniere di essere contro le ingiustizie degli uomini: ho
sbagliato perché faccio un atto di accusa di cui non ho le carte, le pezze giustificative
contro l'ingiustizia.
La
prima è data da un'impotenza di fare il male. Non meravigliatevi di questa mia
dichiarazione. Per fare il male ci vuole anche della virilità e della capacità,
perché il bene non è un fatto fuori della volontà e che non costi. Ora,
vedete, c'è della gente che non è capace neanche di fare il male. Nella
dichiarazione della Scrittura c'è questa parola: la voce di colui che condanna
il male deve venire da uno il quale ha la possibilità di fare il male e non lo
fa, ha la possibilità di rubare e non ruba, ha la possibilità di uccidere e
non uccide. L'avversione, la condanna dell'ingiustizia deve venire da una
capacità di ingiustizia.
Voi
forse non afferrate immediatamente questo significato di virilità nella
condanna della ingiustizia; ma ci sono delle voci che non contano. Sono delle
voci di un'impotenza fondamentale che qualche volta pare che sia virtù, e non
lo è. Ma su questa prima categoria di sentire la condanna dell'ingiustizia
io non mi fermo.
C'è
piuttosto una seconda maniera: e quella è più comune di quello che si pensa.
C'è della gente che si risciacqua in bocca la parola « giustizia » ed è la
più implacabile nel condannare certe cose unicamente perché le fanno gli
altri quelle ingiustizie, e i redditi e i profitti vanno a finire in tasca degli
altri: perché se fossero loro a certi posti, se potessero loro guadagnare
malamente come certa gente guadagna, se fossero loro nella possibilità di poter
approfittare di circostanze e di condizioni particolarmente favorevoli, io non
so se questa ferma, implacabile maniera di giudicare rimarrebbe tranquillamente
e fermamente sulle loro labbra.
Vi
ho detto che è una categoria più numerosa di quello che si pensa: e non
pretendete, o miei cari amici, che io vi faccia i conti in tasca. Non ho
l'abitudine; e non faccio neanche un attacco che potrebbe sembrare sulla mia
bocca di pover'uomo come voi, che sente il riflesso di certe voci passare
attraverso la mia miseria morale, non pensiate o miei cari fratelli, che io
voglia in questa sera alzare la voce su questo momento che dovrebbe rendere la
nostra voce meno sicura e un pochino più trepida di quello che non è.
Penso
a un'altra maniera di condannare l'ingiustizia, di cui lascio voi giudici,
perché mi diciate se veramente è un'espressione di quella sete o di quella
fame di giustizia di cui ci parla il vangelo.
Noi
gridiamo ogniqualvolta l'ingiustizia ci colpisce personalmente, o colpisce
qualcheduno che è legato a noi, legato da vincoli di sangue, legato da vincoli
nazionali, legato da vincoli di classe: qualsiasi vincolo che in qualche
maniera allarga la cerchia della nostra individualità. Allora è viva la nostra
protesta; allora ci sentiamo in diritto di gridare; allora diventiamo anche
eloquenti: è un'eloquenza che non meriterebbe un'udienza, perché se noi
gridiamo soltanto quando siamo colpiti, o quando è colpito qualcheduno che fa
comunione con noi, in quel senso che vi ho detto, - e voi capite il significato
di questo allargamento e, come è giusto che voi lo precisiate attraverso la
vostra esperienza quotidiana - voi capite bene, o miei cari amici, che la nostra
è una voce interessata: che in fondo la nostra rivolta contro l'ingiustizia è
la rivolta di chi si vede portar via qualche cosa... a cui si chiude una
strada... una possibilità... una soddisfazione. Io non dico che noi non abbiamo
diritto di protestare contro quello che ci colpisce; ma voi capite bene che
questa voce ha un valore molto basso, quando noi lo facciamo unicamente perché
c'è qualche cosa che c'interessa direttamente. E gli altri chi sono, o miei
cari amici? E i fratelli che ci stanno vicino e che non hanno nessun legame con
noi, che cosa ce ne importa quando sono colpiti? Quando vengono licenziati dei
nostri compagni, chi è che va a cercare certe ragioni segrete, e chi è che ha
il coraggio di protestare, tra quelli che rimangono in fabbrica? Tutti tacciono.
Solidarietà, indipendentemente da quelle che possono essere le ragioni! Chi
è che sente la sofferenza degli altri?... Chi è che avverte in una sensibilità
umana, o se volete, in una solidarietà unicamente di classe, chi è che avverte
questa ingiustizia commessa dal denaro o da interessi che potrebbero anche
essere più che discutibili, anche sul campo, non soltanto sindacale, ma sul
campo della produzione?
Vi
ho fatto un accenno soltanto: ma ne potrei portare di questi taciti silenzi, di
queste corresponsabilità criminali di cui è piena la nostra società, perché
la voce che condanna il male diventa prepotente quando noi non gridiamo per
qualche cosa che ci viene tolto, ma quando sentiamo che l'ingiustizia colpisce
specialmente quelli che non si possono difendere, quelli che non hanno voce,
quelli a cui nessuno presterà la propria voce.
E'
doloroso dover costatare questo abbassamento quotidiano: perché, badate, dal
'45 ad oggi (è l'unico riferimento che faccio a situazioni attuali) siamo
diventati poveri di fame e di sete di giustizia; e, se volete la ragione, è
il nostro benessere che finisce per farci solidali con posizioni borghesi, e che
a un certo punto ovattano la nostra sensibilità morale.
E
allora veniamo... non a una conclusione: veniamo a mettere in evidenza il
significato della nostra protesta contro il Padre perché io non son qui per
difendere il Padre celeste, prima di tutto perché non ha bisogno di difendersi
come me. Precisiamo: chi è che può aver diritto di alzare la propria voce
verso il Padre e di dirgli, a lui l'onnipotente, che le cose di quaggiù non
vanno bene? Sono coloro che sono « in agonia di giustizia », perché è la
parola della Scrittura: « Agonizare propter justitiam ». Coloro che sono
affamati e assetati di giustizia, secondo la parola della beatitudine del
Cristo, sono coloro che, con l'aiuto dell'alto, possono perdere la propria
vita per la giustizia, perché allora comincia a diventare veramente efficace
anche la protesta contro il Padre celeste: quando sale da un'anima accorata,
distaccata, quando non c'è più niente di personale che dia un'espressione alla
sua protesta, quando egli è disposto a perdere tutto, allora io incomincio a
valutare non come bestemmia ma come espressione di questa disperazione spirituale
anche la bestemmia contro la bontà del Padre celeste. Ma io vorrei chiedervi
dove voi trovate anime siffatte? Dove si appoggiano? Quali sono i motivi che
sorreggono queste voci che hanno già qualche cosa di divino? Perché a un certo
momento voi, che giustamente affermate le esigenze della giustizia in ogni
campo, dove trovate la ragione della vostra protesta, quando vedete che la
giustizia viene calpestata? da quale considerazione?...
Perché,
in fondo, se voi state bene e non credete nella solidarietà umana, e non
credete che il prossimo sia vostro fratello, non credete che sia uguale come
voi, non vedete l'immagine del Padre mio celeste, che cosa ve ne importa di
questa creatura che vi può anche domani ingombrare il passo per poter arrivare
dove voi credete di aver diritto?
Perché
è proprio qui, è proprio in questi momenti più umani da dove qualcheduno di
voi, miei cari amici, può prendere il pretesto per negare qualche cosa del
divino del Padre e della sua bontà, che noi incominciamo a scoprire una
presenza religiosa. E del resto, quando il Cristo ha affermato: « Beati coloro
che hanno fame e sete di giustizia... Se la vostra giustizia non sarà superiore
a quella degli scribi e dei farisei... », dov'è che prendeva la forza di poter
emettere queste ondate di giustizia in un mondo che non la sopporta?... E se c'è
ancora qualche cosa di vivo dentro di noi, se c'è qualche cosa che
istintivamente si rivolta verso il male, non vi siete mai chiesti, o miei cari
amici, da dove viene?... Perché, in fondo, è ancora una luce del Padre, che
comunicandosi attraverso il Cristo a questa povera umanità, ci ha fatti
capaci di diventare « ribelli per giustizia ».
E
bisogna andare avanti.
E
ho davanti un altro motivo di accusa verso il Padre: il dolore.
E'
uno di quegli argomenti che sono superiori ad ogni capacità umana, e vorrei,
prima di avviarlo, che non vi dimenticaste mai che ci troviamo davanti al
momento del mistero, il più grande dei misteri della vita, che la religione non
risolve. Ce lo ricompone davanti in una maniera umana, sopportabile, redentiva
sotto tutti gli aspetti.
E
badate che questa non è una dichiarazione di insufficienza da parte di colui
che vi parla non come uomo, perché sono insufficiente, ma come credente. Voi
domandate che io armonizzi questo momento opaco del male nella luce della
paternità di Dio, e avete perfettamente ragione. Però se io mi mettessi a
dirvi - ed è un gioco che potete deplorare, ma in fondo è un gioco che
potrebbe anche essere di diritto -: e voi che non credete nel Padre, voi che non
potete sottrarvi al dolore (perché il dolore non è una conseguenza della fede:
è un retaggio umano la croce, e ce l'ha il credente e ce l'ha il non
credente), voi quale spiegazione vi date? Sono più preciso: quale soluzione
date a questo problema?... come lo componete nella vostra vita?... Perché una
soluzione la dovete dare tutti, una composizione la dobbiamo dare tutti!
Avete
ragione qualche volta di dire: non c'è molto di chiaro in questa o quest'altra
posizione religiosa. Sono il primo io che lo riconosco, e ve lo concedo con
perfetta lealtà, senza trovare delle scappatoie che non sono maniere di fare
del cristiano. Però a un certo momento dobbiamo essere anche noi onesti. Io
rifiuto questa composizione del mistero del dolore nella visione cristiana: e da
parte mia che cosa vi ho sostituito?... Quali sono gli elementi nuovi che io
introduco per poter rendere umano anche questo momento, che è il momento più
abbondante della mia vita? Perché i momenti di gioia voi li potete contare, ma
i momenti del dolore sono continui; non c'è un distacco: siamo uomini di
dolore.
Ho
voluto premettere questa dichiarazione prima di tutto perché voi non
pretendiate più di quello che un povero cuore può darvi questa sera, e in un
secondo momento perché anche voi vi mettiate nel limite dell'uomo: perché i
limiti dell'uomo non li dovete pretendere soltanto dal cristiano, ma li dovete
pretendere da ognuno di voi, perché siamo tutti uomini e abbiamo tutti
un'incapacità di potere chiarire davanti a noi i momenti più dolorosi della
nostra vita.
Il
fatto del dolore nelle sue espressioni: ed io non vi descrivo niente perché,
voi sapete, ho appena finito di dirverlo che siamo tutti uomini di dolore. Non
mi meraviglio che l'uomo si rivolti contro il dolore. Però mi domando: che
efficacia ha una rivolta contro il dolore?
Son
tutte domande che rimarranno senza risposta, perché non la pretendo neanche
da me (la risposta).
Momento
del dolore. Prima di metterci dentro il Padre... (non lo escludo: è qui sotto
accusa, e davanti al giudizio degli uomini; quel giorno in cui l'eterno Padre ci
ha creato ha creato dei giudici, e dei giudici implacabili: e lo sapeva, e ci
sopporta così e, vorrei dire, che ha piacere che noi siamo così perché in
fondo siamo dei figliuoli a cui la testa, più o meno bene, funziona); prima di
mettere la parte del Padre, vediamo che parte abbiamo noi nel dolore della vita.
Non ci sono dei dolori procurati da noi? Io non so quanti, io non ho né metro
né bilancia in cose di questo genere: però quando vi ho parlato, una di queste
sere, che il comandamento è dentro di noi e che non c'è bisogno di un
intervento di Dio per potercelo richiamare, e perché noi ne vediamo la
cancellazione dell'uomo in conseguenza di certe rivolte a quello che vi è di
fondamentale dentro di noi: io non ho detto una cosa fuori di posto, ho detto
una cosa che gli uomini che esperimentano un pochino il proprio mondo interiore
riscontrano senza fatica.
E
allora vedete il male,... il male è anche queste mani..., queste mani che
sono più capaci di male che di bene, anche nei nostri riguardi.
Poi
ditemi, e quando ci sproporzioniamo nella vita?
Spiego
la parola: ognuno di noi ha dei limiti; ognuno di noi occupa un determinato
posto nella vita: non c'è che ci sia una configurazione, direi, di luogo. Ma
voi che conoscete la capacità di ognuno di voi in ogni campo, dall'intelligenza
alla volontà all'affetto e, direi, alla misura quasi corporea delle vostre
attitudini, voi capite bene che a un certo momento noi non possiamo domandarci
di più di quello che possiamo avere, e di più di quello che possiamo dare.
Ora, tutte le volte che noi ci valutiamo al di là di un termine che è un
termine naturale - (e guardate che qui non c'entra per niente affatto il
momento divino, né il momento e né il rapporto religioso col Padre, ma è
soltanto un aspetto umano del problema che io vi presento) - non è vero, miei
cari amici, che noi ci procuriamo dei guai? delle sofferenze?... sofferenze che
non sono soltanto immaginarie...
E
se volete che io aggiunga una parola che ha una maggiore profondità: dentro,
noi abbiamo dei bisogni infiniti. Voi li potete chiamare come volete, ma sono
dei bisogni che non hanno una soddisfazione così..., di cose, di quantità,
di creature. Ora, tutte le volte che noi spostiamo il termine eterno della
nostra richiesta (peccato che non abbia il tempo di potervi presentare questo
misterioso e umanissimo momento della nostra vita!) tutte le volte che noi
cancelliamo o chiudiamo la porta dell'infinito sui nostri bisogni, noi, miei
cari amici, noi creiamo l'urto, la non-risposta delle cose, perché le cose
non ci rispondono. Vorrei riferirvi una poesia di un vostro poeta, il Graf, il
quale ha misurato questo tradimento quotidiano di tutte le cose a una richiesta
di ordine infinito che portiamo dentro di noi.
Ma
passiamo a una seconda sorgente di dolore: gli altri.
Ci
viene il bene dagli altri, e ce ne viene poco. Ci viene invece tanto male,
incominciando dalle incomprensioni, su su, fino ai tradimenti. E volete
aggiungere anche un'altra parola. Siccome siamo in cordata, in cordata che non
è soltanto di animo ma è anche di corpo, se qualcheduno pensasse che dietro di
sé ha dei momenti di gioia inconsulta e incontinente ( noi creiamo delle
infelicità, e delle infelicità che sono scontate dagli innocenti e sono forse
scontate dai nostri figli): allora quella parola « diritto », quel vivere la
propria vita che è una espressione che è diventata come il lasciapassare per
tutte le libertà che non sono più libertà, allora voi incomincereste a vedere
i segni della sofferenza: perché tutte e volte che noi camminiamo per una
strada di soddisfazione incontrollata e non abbiamo il senso di quello che viene
dopo di noi, e sporchiamo le sorgenti della vita, e qualcheduno grida a questo
intorbidimento e dice: « E' il Padre che non sa chiarire le sorgenti » e si
dimentica che sono le nostre mani impure, sono le nostre mani incontinenti; è
questa insaziabilità che ci rende incapaci di poter sentire che a un certo
momento c'è un'innocenza che soffre, e c'è un palpito di sofferenza che
potrebbe, se avesse la forza di poterlo fare, potrebbe puntare l'indice contro
di noi, mentre invece è molto più comodo puntarlo verso il Padre eterno.
E
adesso il mistero del male è qui. Io non ho cercato di spiegarverlo: ho voluto
soltanto fare un pochino di parte anche a noi perché così saremo, almeno,
almeno un pochino più composti nella nostra accusa verso il Padre.
C'è
il mistero del dolore. Guardate che questa parola non la dico come si dicono
certe parole insulse o di abitudine.
Siamo
nel mistero: nel mistero più delicato e, se mi permettete, anche il più
grande. Un giorno un sacerdote polacco ha domandato a un suo contadino: «
Conosci tu il vangelo? » E l'altro, guardando in faccia il suo prete, gli ha
risposto: « E tu conosci il dolore? ».
Vangelo
e dolore. L'uno, il prete, conosceva il vangelo; il povero contadino conosceva
il dolore. Mistero del dolore che voi, se ci badate un momento, lo vedete
illuminarsi. Vi siete mai domandati, o miei cari amici, che cosa diventerebbe
il mondo senza il dolore? Voi avete paura di questa belluinità che c'è dentro
ognuno di noi e che si scatena: che si scatena senza che noi, tante volte,
riusciamo a fermarla o ad avvertirla.
Nelle
nostre case, tante volte così poco in comunione, quand'è che noi ritroviamo
il momento di attracco nel cuore di una creatura che noi abbiamo dimenticato, o
a cui abbiamo dato poco valore? Nel momento del dolore. Allora ci si
ricongiunge, allora si diventa buoni, allora c'è qualche cosa che scaturisce
dall'anima nostra, come noi prima non l'abbiamo mai avvertito.
Voi
mi direte che questa è poesia. No, questa non è poesia; questo non è neanche
un tentativo di spiegazione: è un mistero che incomincia a dare alcune luci su
questa nostra povera vita. Quand'è che l'umanità ha sentito, al di sopra delle
frontiere e dei rancori, vorrei dire comandati, che forma un'unica famiglia?
L'ha sentito soltanto nelle ore del dolore, quando una calamità è discesa;
allora incomincia la catena della fraternità.
Guardate
i popoli più benestanti, guardate anche le classi più benestanti come
s'afflosciano e come perdono la capacità di vivere e la capacità di preparare
l'avvenire. E queste classi che hanno sofferto e soffrono, che vengono avanti
con una freschezza verginale di forze di pensiero e di forze di braccia...
E
potrei continuare su questi motivi che sono veramente i più vicini a una
esperienza che non risolve, ma a un'esperienza che illumina.
Ma
c'è un altro momento: il mistero viene illuminato dalla croce di Cristo. E'
venerdì. lo speravo di potere, domani sera, parlarvi di un argomento che
risponde un pochino al bisogno più profondo del mio cuore, ma vedo che non ci
riesco. Però questa sera lasciatemelo dire: Cristo non è venuto a spiegare
il mistero del dolore: Cristo, però, ha preso il posto dell'uomo del dolore.
Dice il poeta: « Non risparmiasti te, non risparmiasti i tuoi ». Voi potete
guardare a Cristo come volete, al vangelo come volete: non ci trovate le
spiegazioni di molte cose, sono con voi. Ma ci trovate però un'altra cosa: ci
trovate l'esempio, ci trovate il dolore trasfigurato. E' lui davanti: ha assunto
il nostro dolore; gli ha dato un significato ch'io non so neanche descrivervi.
Ma io sento che nell'ora del dolore, quando guardo il crocifisso, io non capisco
niente, io non mi so spiegare niente. Le vostre ragioni di filosofi laicisti non
mi importano niente: anch'io ce le ho dentro, e le vostre ribellioni, e forse di
più. Ma a un certo momento quelle braccia, quel segno dei chiodi, quel volto
trasfigurato dalla tristezza degli uomini che sa perdonare... allora io non
capisco niente, ma incomincio a pensare che il Padre celeste sul calvario non
ci ha dato una spiegazione: ci ha fatto sentire come l'uomo deve salire nell'ora
del dolore, e attraverso il dolore.
Sono
le nove: mi rincresce per quelli che sono in piedi e domando loro scusa. Ma
siccome domani sera voglio portarvi di fronte alle rivolte della casa
(specialmente in questo momento in cui credo che tutti voi sentite la povertà
agonica di una casa che gli uomini stanno calpestando: la mia chiesa, dico,
nevvero?) lasciate che io vi dica una parola intorno alla guerra.
E'
un punto scuro dell'umanità. E', come vi dicevo prima, la ricapitolazione di
tutte le ingiustizie e di tutti i dolori umani.
-
Come può il Padre sopportare questo momento del male?... Avete ragione. Avete
ragione. Però io vi pongo una domanda: voi mi trovate nel vangelo,
nell'insegnamento della chiesa una giustificazione della guerra?... che Iddio
vuole la guerra?... che il Padre è l'uomo della guerra?...
Perché,
quando si fanno certe accuse bisogna anche documentarle. Voi mi direte: ma i
popoli cristiani... I popoli cristiani sono come tutti gli altri popoli quando
dimenticano il vangelo, anzi, vi dico, diventano peggiori degli altri.
Voi
mi direte: ma l'insegnamento della chiesa... i teologi... A me non importa
niente dei teologi!... anche loro sono degli uomini che ragionano qualche volta
giuridicamente, e dicono ora delle cose belle, ora delle cose che non vanno
neanche prese in considerazione (mi perdonino i miei amici preti che sono lì
in questi palchi).
E
allora, perché volete... perché volete fare del Padre il massacratore? Ma non
vi preme il cuore tutte le volte che voi pensate del Padre celeste? Abbiamo
recitato il Padre nostro: ed io credo che ogni parola, se voi l'avete fatta
passare nel vostro cuore, vi deve aver dato un senso di infinita bontà che
unisce questa povera umanità.
lo
devo fermarmi, benché il motivo mi appassioni talmente che se mi dimenticassi
che ho dei doveri di cortesia verso di voi, vi imporrei quasi di ascoltare la
piena del mio povero animo.
Non
prendo neanche il vangelo in mano: non voglio neanche aprire quelle pagine dove
ogni accento è di fraternità e di pace. Prendo il comandamento: « Tu non
uccidere ». Se qualcheduno di voi mi domanda la pezza giustificativa per
togliere dal volto del Padre celeste questa accusa tremenda che molti uomini gli
fanno anche oggi, guardando piuttosto a qualcheduno che quaggiù porta il nome
di cristiano senza dignità e senza comprensione, mi basta mettervi davanti il
« tu non uccidere », il quale non comporta nessuna eccezione: non ci sono maniere
di uccidere giustificabili e maniere di uccidere ingiustificabili. Ogni torto
che facciamo al corpo del fratello, alla sua figura umana che ha un destino
eterno, perché noi ci dimentichiamo che il nostro « credo » chiude con questa
parola « credo la risurrezione della carne » e anche questo povero corpo
che diventa il corpo su cui pochi badano con pietà, (qualche volta anche quelli
che sono chiamati a proteggere con la scienza e con l'umanità del cuore
questo povero involucro corporale dell'uomo) nessuno lo può toccare per nessuna
ragione.
Qualcheduno
mi parla di guerre di difesa e di guerra rivoluzionaria:... perché qui
giochiamo, vedete, o miei cari, giochiamo a palleggiare le responsabilità. C'è
un umanesimo che non ha ancora trovato la sua esigenza completa, perché gli manca
il significato cristiano, non dico del vangelo ma soltanto del comandamento «
tu non uccidere ». Non ci sono delle eccezioni per un cristiano.
Voi
direte che forse questa è un'espressione che nasce da una mia esigenza
personale: consideratela come volete. Ma io vi dico che domani, quando si
chiarirà nel cuore degli uomini al di sopra degli interessi degli uni e degli
interessi degli altri, del blocco da una parte e del blocco da un'altra, non
si può pensare che con un comandamento che regola la vita degli uomini « tu
non uccidere » ci possa essere una giustificazione per massacrarsi: il Padre ci
ha già condannati.