Leone
XIII
DIVINUM ILLUD MUNUS
Enciclica sullo SPIRITO SANTO
9
maggio 1897
La
divina missione, che Gesù Cristo ricevette dal Padre per la salvezza del genere
umano, e che egli ha perfettamente compiuto, come fu rivolta quasi ad ultimo
fine, a dare agli uomini la vita di gloria nella beata eternità, così nel
corso del tempo fu intesa a partecipare e coltivare in essi la vita della divina
grazia, perché poi fiorisse nella vita celeste. Perciò il Redentore medesimo
pieno di benignità non cessa mai di invitare tutti gli uomini di ogni nazione e
di ogni lingua al seno dell’unica sua chiesa: "Venite a me tutti; Io sono
la vita; Io sono il buon pastore". Tuttavia secondo i suoi altissimi
progetti non volle compiere da sé solo nel mondo questa missione, ma come egli
l’aveva ricevuta dal Padre, così lasciò che lo Spirito Santo la conducesse a
termine, Ed è sempre dolce ricordare quelle parole, che Cristo poco prima di
lasciare la terra disse ai suoi discepoli: "È bene per voi che io vada,
perché se non andrò, non verrà sopra di voi il Paraclito; ma se andrò, ve lo
manderò" (Gv 16,7). In queste parole egli diede come principale ragione
della sua partenza e del suo ritorno al Padre, soprattutto l’utilità per i
suoi cari che deriverà dalla venuta dello Spirito Santo, ed essendo egli che lo
manda, dimostra in tal modo anche da sé procede come dal Padre e che lo stesso
Spirito, come avvocato, come consolatore e come maestro, avrebbe compiuto nel
mondo l’opera da sé cominciata. Vale a dire il compimento della redenzione
era giustamente riservato alla virtù molteplice e ammirabile di questo Spirito,
che nella creazione aveva "ornato i cieli" (Gb 26,13) e "riempita
la terra" (Sap 1,7),
Orbene,
sulle tracce del Salvatore, principe dei pastori e vescovo delle anime nostre,
ci siamo studiati di camminare sempre anche noi, aiutati dalla divina grazia,
continuando la sua missione, affidata dapprima agli apostoli e in particolare a
Pietro, "la cui dignità non vien meno neppure in un erede indegno".
Da tal fine mossi in tutti gli atti del nostro ormai lungo pontificato a due
cose abbiamo mirato e miriamo principalmente: alla restaurazione cioè della
vita cristiana nella famiglia e nella società, nei prìncipi e nei popoli,
perché solo Cristo è la vera vita di tutti, e al ritorno dei dissidenti alla
chiesa cattolica, perché è questa la volontà di Cristo, che si abbia un solo
ovile sotto un solo pastore. Ora pertanto che ci sentiamo vicini al termine
della nostra vita mortale, ci piace affidare in particolar modo l’opera
nostra, qualunque sia stata, allo Spirito Santo, che è vita e amore, perché
egli la maturi e la fecondi. E per un più felice risultato nel desiderato fine,
avvicinandosi la solennità della Pentecoste, vogliamo parlarvi dello Spirito
Santo, dell’azione cioè che egli esercita nella chiesa e nelle anime col dono
dei suoi superni carismi. In tal maniera sarà ravvivata e rinvigorita, come noi
ardentemente desideriamo, la fede nel mistero augustissimo della Trinità e in
particolare accresciuta e alimentata la pietà verso questo divino Spirito, al
quale vanno tanto debitori tutti coloro che seguono la via della verità e della
giustizia, mentre, come notò san Basilio, "tutta l’economia ordita dalla
divina bontà intorno all’uomo, se fu eseguita dal nostro Salvatore e Dio Gesù
Cristo, fu però portata a compimento per grazia dello Spirito Santo".
E
prima di entrare nel tema proposto, ci piace ed è utile soffermarci un po’
sul mistero della Triade sacrosanta. Questo mistero è chiamato dai sacri
dottori "sostanza del nuovo testamento", cioè il mistero dei misteri,
principio e fine di tutti gli altri, per conoscere e contemplare il quale furono
creati in cielo gli angeli, in terra gli uomini, mistero adombrato già
nell’antico testamento e più tardi più chiaramente insegnato da Dio stesso,
venuto a bella posta dagli angeli fra noi: "Nessuno ha mai veduto Dio,
l’unigenito Figlio che è nel seno del Padre l’ha rivelato" (Gv 1,18).
Chiunque pertanto si metta a scrivere o parlare di sì grande mistero abbia
sempre davanti agli occhi l’ammonimento dell’Angelico; "Quando si parla
della Trinità, conviene farlo con prudenza e umiltà insieme, perché, come
dice Agostino, in nessun’altra ricerca intellettuale è maggiore o la fatica o
il pericolo di sbagliare, o il frutto se si coglie nel vero". E il pericolo
sta in ciò che nella fede e nella pietà non si confondano le divine Persone, e
non si moltiplichi l’unica natura mentre "la fede cattolica ci insegna a
venerare un solo Dio nella Trinità e la Trinità in un solo Dio" [Simbolo
"Quicumque"; Denz 75]. Perciò il Nostro predecessore Innocenzo XII
respinse le istanze di coloro, che domandavano una festa propria in onore del
Padre, e se vi sono dei giorni consacrati ai vari misteri compiuti dal Verbo
incarnato, non c’è però una festa speciale per il Verbo, solo in quanto
Persona divina; e la Stessa antichissima solennità di Pentecoste non riguarda
lo Spirito Santo, come spirato dal Padre e dal Figlio, ma piuttosto ricorda il
suo avvento, o esterna missione.
E
tutto ciò fu sapientemente ordinato per non dare occasione a moltiplicare la
divina essenza col distinguere le Persone. Anzi la chiesa, per mantenere nei
suoi figli la purezza della fede, volle istituita la festa della Trinità, resa
poi universale dal pontefice Giovanni XXII; alla santissima Trinità ha lasciato
innalzare altari e templi e, dopo una celeste visione, ha anche approvato per la
redenzione degli schiavi un ordine religioso ad onore e col titolo della
santissima Trinità. S’aggiunga a ciò come il culto tributato ai santi, agli
angeli, alla vergine Madre di Dio, a Cristo, ridonda tutto e s’incentra nella
Trinità; non v’è preghiera rivolta a una delle tre divine Persone, dove non
si faccia menzione anche delle altre; nelle litanie, invocate distintamente le
tre Persone, si conclude con un’invocazione comune; i salmi, gli inni hanno
tutti la stessa dossologia al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo; le
benedizioni, i riti, i sacramenti s’accompagnano e s’amministrano implorando
la Trinità. Ma a tutto questo alludeva già l’apostolo in quella sentenza:
"Poiché da Dio, per Dio, in Dio sono tutte le cose, a Dio sia gloria per
tutti i secoli" (Rm 11,36), esprimendo così la trinità delle Persone e
l’unità dell’essenza, la quale essendo in tutte la medesima fa sì che si
debba a ciascuna, come al solo e medesimo Dio, la stessa gloria eterna. S.
Agostino commentando le citate parole scrive: "Non si deve prendere
indistintamente ciò che l’apostolo distingue dicendo: da Dio, per Dio, in
Dio; con la prima frase significa il Padre, con l’altra il Figlio, con
l’ultima lo Spirito Santo".
Di
qui l’uso nella chiesa di attribuire al Padre le opere della potenza, al
Figlio quelle della sapienza, allo Spirito Santo quelle dell’amore. Non già
perché non siano comuni alle divine Persone tutte le perfezioni e tutte le
opere esterne; infatti "sono indivise le opere della Trinità come ne è
indivisa l’essenza", poiché, come le tre divine Persone
"sono inseparabili, così anche operano insieme", ma per una certa
relazione e quasi affinità che passa fra le opere esterne e il carattere
proprio di ciascuna Persona, più all’una che alle altre si attribuiscono o,
come dicono, si appropriano: "Come noi - sono parole dell’Angelico - ci
serviamo delle creature quasi di segni e di immagini per manifestare le divine
Persone, così facciamo degli attributi divini, e tale manifestazione tolta dai
divini attributi si dice appropriazione" (Summa theol. I, q. 39, a. 7). In
tal modo il Padre, che è "il principio della Trinità", (S. Agostino,
De Trinitate, I. IV, c. 20; PL 42, 906) è anche causa efficiente di tutte le
cose, dell’incarnazione del Verbo, della santificazione delle anime, "da
Dio sono tutte le cose"; da lui, a causa del Padre. Il Figlio poi, Verbo e
Immagine di Dio, è causa esemplare per cui tutte le cose hanno forma e
bellezza, ordine e armonia, egli, come via, verità e vita, ha riconciliato
l’uomo con Dio, "per lui sono tutte le cose"; per lui, a causa del
Figlio. E lo Spirito Santo è di tutto la causa finale, perché come nel suo
fine la volontà e ogni cosa trova quiete, così egli che è la bontà e
l’amore del Padre e del Figlio, da impulso forte e soave e quasi l’ultima
mano all’altissimo lavoro dell’eterna nostra predestinazione, "in lui
sono tutte le cose"; in lui, a causa dello Spirito Santo.
Osservati
dunque rigorosamente gli atti di fede e di culto dovuti all’augustissima
Trinità, cosa non mai abbastanza inculcata al popolo cristiano, volgiamo il
Nostro discorso all’efficacia propria dello Spirito Santo.
E
dapprima giova dare uno sguardo a Cristo fondatore della chiesa e redentore del
genere umano, l’Incarnazione del Verbo è l’opera più grande che Dio abbia
mai compiuto fuori di sé, alla quale concorsero tutti i divini attributi, in
modo tale che non è possibile anche solo immaginarne una maggiore, ed è in
pari tempo l’opera per noi più salutare. Ora un sì grande prodigio, benché
compiuto da tutta la Trinità, tuttavia si ascrive come proprio dello Spirito
Santo, onde dice il Vangelo che la concezione di Cristo nel grembo della Vergine
fu opera dello Spirito Santo: "Si trovò incinta per opera dello Spirito
Santo", e "Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo"
(Mt 1,18.20): e a buon diritto, perché lo Spirito Santo è la carità del Padre
e del Figlio, e il "grande mistero della divina bontà" (1Tm 3,16),
che è l’incarnazione, fu causato dal suo immenso amore per l’uomo, come
accenna san Giovanni: "Dio ci ha amati a tal segno da darci l’unigenito
suo Figlio" (Gv 3,16). Si aggiunga che per tal fatto la natura umana fu
sollevata alla dignità d’essere unita personalmente al Verbo, non per meriti
che avesse, ma per pura grazia, che è dono proprio dello Spirito Santo:
"Questa maniera - dice sant’Agostino - con cui Cristo fu concepito per
opera dello Spirito Santo ci fa vedere la bontà di Dio, giacché la natura
umana senza meriti precedenti nel primissimo istante fu unita alla persona del
Verbo così intimamente che il medesimo fosse e figlio di Dio e figlio
dell’uomo". Né solo il concepimento di Cristo, ma anche la
santificazione dell’anima sua, o "unzione", com’è detta nei libri
santi (At 10,38), fu compiuta dallo Spirito Santo, come pure ogni sua azione
"era come sotto l’influsso dello stesso Spirito" che in particolar
maniera cooperò al suo sacrificio: "Cristo per mezzo dello Spirito Santo
si offrì vittima innocente a Dio" (Eb 9,14).
Dopo
ciò qual meraviglia che tutti i carismi dello Spirito Santo inondassero
l’anima di Cristo? In lui una pienezza di grazia propria di lui solo, cioè
nella massima misura ed efficacia a tutti gli effetti, in lui tutti i tesori
della sapienza e della scienza, le grazie date gratuitamente, le virtù, i doni
tutti, preannunciati da Isaia (Is 4,1; 11,2-3) e simboleggiati in quella colomba
miracolosa, apparsa sul Giordano, quando Cristo col suo battesimo ne consacrava
le acque per il nuovo sacramento. E qui ben nota sant’Agostino che
"Cristo non ricevette lo Spirito Santo all’età di trent’anni, ma
quando fu battezzato, era senza peccato e aveva già lo Spirito Santo; solo
nell’atto del battesimo prefigurò il suo corpo mistico, che è la chiesa, in
cui i battezzati ricevono in special modo lo Spirito Santo". Dunque
l’apparizione sensibile dello Spirito Santo su Cristo e la sua azione
invisibile nell’anima di lui figurano la duplice missione dello Spirito Santo,
visibile nella chiesa e invisibile nell’anima dei giusti.
La
chiesa concepita e uscita già dal cuore del secondo Adamo come addormentato
sulla croce, apparve al mondo la prima volta in modo solenne il giorno della
pentecoste con quell’ammirabile effusione che era stata vaticinata dal profeta
Gioele (cf. 2,28-29), e in quel dì medesimo si iniziava l’azione del divino
Paraclito nel mistico corpo di Cristo, "posandosi sugli apostoli, quasi
nuove corone spirituali, formate con lingue di fuoco, sulle loro teste".
E allora gli apostoli "discesero dal monte - come scrive il
Crisostomo - non già portando a somiglianza di Mosè le tavole di pietra nelle
mani, ma lo Spirito Santo nell’anima spargendo tesori e rivi di verità e di
carismi".
Così
si avverava l’ultima promessa fatta da Cristo poco prima di salire al cielo,
di mandare cioè di lassù lo Spinto Santo, che negli apostoli avrebbe compiuto
e quasi suggellato il deposito della rivelazione: "Io ho ancora molte cose
da dirvi, ma adesso non le intendereste; lo Spirito di verità, che vi manderò
io, vi insegnerà tutto" (Gv 16,12-13). Lo Spirito Santo infatti, che è
spirito di verità, in quanto procede dal Padre, eterno Vero, e dal Figlio, che
è verità sostanziale, riceve dall’uno e dall’altro insieme con l’essenza
tutta la verità, che poi a vantaggio nostro comunica alla chiesa, assistendola
perché non erri mai, e fecondando i germi rivelati, finché, secondo
l’opportunità dei tempi, giungano a maturazione. E poiché la chiesa, che è
mezzo di salvezza, deve durare sino al tramonto dei secoli, è appunto questo
divino Spirito che ne alimenta e accresce la vita; "Io pregherò il Padre
ed egli vi manderà lo Spirito di verità, che resterà per sempre con voi"
(Gv 14,16-17). Da lui infatti sono costituiti i vescovi, che generano non solo i
figli, ma anche i padri, cioè i sacerdoti, a guidarla e nutrirla con quel
sangue con cui Cristo la acquistò: "Lo Spirito Santo pose i vescovi al
governo della chiesa di Dio, redenta col sangue di lui" (At 20,28); gli uni
e gli altri poi, vescovi e sacerdoti, per singolare dono dello Spirito Santo
hanno la potestà di rimettere i peccati, come disse Cristo agli apostoli:
"Ricevete lo Spirito Santo: saranno perdonati i peccati a quelli, ai quali
voi li avrete perdonati e ritenuti a quelli, ai quali voi li avrete
ritenuti" (Gv 20,22-23). E poi l’origine divina della chiesa appare in
tutto il suo splendore nella gloria dei carismi, dei quali si circonda; ma
questo serto ella riceve dallo Spirito santo. Per ultimo basti sapere che se
Cristo è il capo della chiesa, lo Spirito Santo ne è come l’anima: "Ciò
che è l’anima nel nostro corpo, lo Spirito Santo lo è nella chiesa, corpo di
Cristo".
E
stando così le cose, non si può immaginare e attendere un’altra più larga e
abbondante "effusione e manifestazione dello Spirito Santo", giacché
ora nella chiesa se ne ha la massima e durerà sino a quel giorno in cui la
stessa chiesa dallo stadio della milizia verrà assunta al glorioso consorzio
nella letizia dei trionfanti.
Ma
non meno ammirabile, sebbene più difficile a intendersi, anche perché del
tutto invisibile, è l’azione dello Spirito Santo nelle anime. Anche questa
effusione è copiosissima, tanto che Cristo medesimo, che ne è il donatore,
l’assomigliò a un fiume abbondantissimo, come è registrato in san Giovanni:
"Dal seno di colui che crede in me, come dice la Scrittura, sgorgheranno le
sorgenti d’acqua viva"; e poi lo stesso evangelista, commentando queste
parole, soggiunge: "Ciò disse dello Spirito Santo, che avrebbero ricevuto
i credenti in lui" (Gv 7,38-39). È verissimo che anche nei giusti vissuti
prima di Cristo vi fu lo Spirito Santo con la grazia, come leggiamo dei profeti,
di Zaccaria, del Battista, di Simeone e di Anna, giacché non fu nella
pentecoste che lo Spirito Santo "incominciò ad abitare nei santi la prima
volta, in quel dì accrebbe i suoi doni, mostrandosi più ricco, più
effuso". Erano sì figli di Dio anch’essi, ma rimanevano
ancora nella condizione di servi, perché anche il figlio "non differisce
dal servo", finché "è sotto tutela" (Gai 4,1-2); e poi mentre
quelli furono giustificati in previsione dei meriti di Cristo, dopo la sua
venuta molto più abbondante è stata la diffusione dello Spirito Santo nelle
anime, come avviene che la mercé vince in prezzo la caparra e la verità supera
immensamente la figura. La qual cosa è espressa da san Giovanni là dove dice:
"Non era ancora stato dato lo Spirito Santo, perché Gesù non era stato
ancora glorificato" (Gv 7,39); ma non appena Cristo, "ascendendo al
cielo", ebbe preso possesso del suo regno, conquistato con tanti patimenti,
subito ne dischiuse con divina munificenza i tesori, "spargendo sugli
uomini i doni" dello Spirito Santo (Ef 4,8); "non già che prima non
fosse stato mandato lo Spirito Santo, ma certo non era stato donato come fu dopo
la glorificazione di Cristo". La natura umana è essenzialmente serva di
Dio: "La creatura è serva, noi per natura siamo servi di Dio"; anzi,
infetta dall’antico peccato, la nostra natura cadde tanto in basso che noi
divenimmo odiosi a Dio: "Eravamo per natura figli d’ira" (Ef 2,3), E
non vi era forza che bastasse a rialzarci da tanta caduta, a riscattarci
dall’eterna rovina. Ma quel Dio, che ci aveva creati, si mosse a pietà, e per
mezzo del suo Unigenito sollevava l’uomo ad un grado di nobiltà maggiore di
quella donde era precipitato. Non c’è lingua che valga a narrare questo
lavoro della grazia divina nelle anime degli uomini; essi perciò nelle sacre
Scritture e dai santi dottori sono detti rigenerati, creature novelle, consorti
della divina natura, figli di Dio, deificati, e così via.
Ora
così ampi benefici dobbiamo riconoscerli propriamente dallo Spirito Santo. Egli
è lo "Spirito di adozione di figli, per cui a Dio diciamo: Abbà,
Padre"; egli ci fa sentire tutta la dolcezza di tale invocazione,
"testimoniando all’anima che noi siamo figli di Dio" (Rm 8,15-16). E
per spiegare ciò viene opportuna l’osservazione dell’Angelico che vi è una
somiglianza tra la duplice opera dello Spirito Santo, poiché è per virtù
dello stesso Spirito che "Cristo fu concepito nella santità perché fosse
figlio naturale di Dio, e gli uomini sono santificati perché siano figli di Dio
adottivi". E così in maniera più nobile, che non sia nell’ordine
naturale, la rigenerazione spirituale è frutto dell’Amore increato.
La
quale rigenerazione o rinnovazione, per ciascuno, s’inizia nel battesimo, nel
qual sacramento, cacciato dall’anima lo spirito immondo, vi discende per la
prima volta lo Spirito Santo, rendendola somigliante a sé, perché "è
spirito ciò che nasce dallo Spirito" (Gv 3,7). Con più abbondanza nella
cresima ci viene donato lo stesso Spirito, infondendoci costanza e fortezza per
vivere da cristiani, quello Spirito cioè che vinse nei martiri, trionfò nei
vergini sulle illecite passioni. E abbiamo detto che lo Spirito Santo dona se
stesso, "diffondendo Dio nei nostri cuori la carità per lo Spirito Santo
che ci è dato" (Rm 5,5); infatti non solo da a noi doni divini, essendo
egli degli stessi doni l’autore, ma per giunta egli stesso è il primo dono,
procedendo dal mutuo amore del Padre e del Figlio, "il dono di Dio
altissimo".
E
per capire meglio la natura e gli effetti di questo dono, conviene richiamare ciò
che insegnano sulla scorta delle divine Scritture i sacri dottori, e cioè che
Dio si trova in tutte le cose "per la sua potenza, con la sua presenza e
con la sua essenza, in quanto egli tiene tutto a sé soggetto, tutto vede, di
tutto è la causa prima". Ma nella creatura ragionevole Dio si
trova in un’altra maniera; cioè in quanto è conosciuto e amato, giacché è
anche secondo natura amare il bene, desiderarlo, cercarlo. Da ultimo Dio per
mezzo della sua grazia sta nell’anima del giusto, in un modo più intimo e
ineffabile, come in un suo tempio, donde deriva quell’amore vicendevole, per
cui l’anima è intimamente a Dio presente, è in lui più che non soglia farsi
fra dilettissimi amici e gode di lui con una piena soavità.
Ora
questa unione, che propriamente si chiama "inabitazione", la quale non
nell’essenza, ma solo nel grado differisce da quella che fa i beati in cielo,
sebbene si compia per opera di tutta la Trinità, "con la venuta e dimora
delle tre Persone nell’anima amante di Dio" (Gv 14,23), tuttavia allo
Spirito Santo si attribuisce. Giacché anche negli empi il Padre e il Figlio
dimostrano la loro potenza e sapienza, ma lo Spirito Santo, il cui carattere
personale è la carità, non può dimorare che nel giusto. Si aggiunga che a
questo Spirito si dà l’appellativo di Santo, anche perché, essendo il primo
ed eterno Amore, ci muove e spinge alla santità, che in fine consiste
nell’amore di Dio. Perciò i buoni, che pure dall’apostolo sono detti templi
di Dio, non sono mai chiamati espressamente templi o del Padre, o del Figlio, ma
dello Spirito Santo: "Non sapete voi che le vostre membra sono tempio dello
Spirito Santo, che abita in voi, avendolo ricevuto da Dio?" (1Cor 6,19).
Inoltre
lo Spirito Santo, abitando nelle anime pie, reca con sé molti altri doni
celesti. Infatti "lo Spirito Santo - è dottrina dell’Aquinate -
procedendo con Amore, è anche il primo dono; perciò dice Agostino, che per
mezzo di questo che è lo Spirito Santo, molti altri doni sono distribuiti alle
membra di Cristo". Sono fra questi doni quelle arcane
ispirazioni e inviti che si fanno sentire nella mente e nel cuore per impulso
dello Spirito Santo, dai quali dipende l’inizio della buona strada,
l’avanzamento in essa, la salvezza eterna. E poiché queste voci e ispirazioni
ci arrivano per vie occulte, nelle sacre pagine sono alcune volte assimilate
alle vie del vento; e l’angelico maestro le paragona bellamente ai movimenti
del cuore la cui virtù è tutta nascosta: "II cuore ha una tal quale
influenza occulta, onde al cuore è assomigliato lo Spirito Santo, che in
maniera invisibile vivifica la chiesa".
Inoltre
il giusto che già vive la vita di grazia e opera con l’aiuto delle virtù,
come l’anima con le sue potenze, ha bisogno di quei sette doni che si dicono
propri dello Spirito Santo. Per mezzo di questi l’uomo si rende più
pieghevole e forte insieme a seguire con maggiore facilità e prontezza il
divino impulso; sono di tanta efficacia da spingerlo alle più alte cime della
santità, sono di tanta eccellenza, da rimanere intatti, benché più perfetti
nel modo, anche nel regno celeste. Con questi doni poi lo Spirito Santo ci
eccita e ci solleva all’acquisto delle beatitudini evangeliche, che sono quasi
fiori sbocciati in primavera, preannuncianti la beatitudine eterna. Infine sono
soavissimi quei frutti elencati dall’apostolo (cf. Gal 5,22), che lo Spirito
Santo produce e dona ai giusti anche in questa vita mortale, frutti pieni di
dolcezza e di gusto, quali s’addicono allo Spirito Santo "che nella
Trinità è la soavità del Padre e del Figlio e riempie d’infinita dolcezza
tutte le creature".
E
così questo divinissimo Spirito, procedente dal Padre e dal Figlio
nell’eterno lume della santità come amore e come dono, dopo essere apparso in
figura nell’antica alleanza, effondeva la pienezza dei suoi doni in Cristo e
nel suo mistico corpo, la chiesa, e con la presenza e con la sua grazia
richiamava gli uomini dalla via dell’iniquità, tramutandoli da carnali e
peccatori in nuove creature spirituali e quasi celesti.
Ed
ora, essendo così grandi i benefici ricevuti dall’infinita bontà dello
Spirito Santo, dobbiamo per gratitudine rivolgerci a lui, pieni d’ossequio e
di devozione: e ciò si otterrà se gli uomini cercheranno di conoscerlo,
amarlo, pregarlo ogni giorno più, al che Noi li esortiamo paternamente.
Forse
non mancano ai nostri giorni di quelli, che se fossero interrogati, come una
volta certuni dall’apostolo Paolo, se avessero ricevuto lo Spirito Santo,
risponderebbero anch’essi: "Noi non sappiamo neppure se lo Spirito Santo
esiste" (At 19,2); oppure, se l’ignoranza non giunge tant’oltre, certo
in una gran parte è scarsa la cognizione che se ne ha; ne hanno sì sempre
sulle labbra il nome, ma la loro fede è molto caliginosa.
Perciò si ricordino i predicatori e i parroci che è loro dovere spiegare
diligentemente al popolo la dottrina cattolica sullo Spirito Santo, schivando le
questioni ardue e sottili ed evitando quella stolta curiosità, che presume
d’indagare su tutti i segreti di Dio. Si dilunghino piuttosto a spiegare
chiaramente i molti e grandi benefici che ci sono venuti e continuamente ci
vengono da questo divin Donatore, dissipando così ogni errore o ignoranza, che
tanto sconviene ai "figli della luce". E ciò Noi inculchiamo non solo
perché si tratta di un mistero che direttamente ci ordina alla vita eterna, e
perciò dev’essere creduto fermamente ed espressamente, ma anche perché un
bene, quanto più intimamente e chiaramente è conosciuto, tanto più fortemente
si ama.
Noi
dobbiamo amare lo Spirito Santo, ed è questa l’altra cosa che vi
raccomandiamo, perché lo Spirito Santo è Dio, e noi dobbiamo "amare il
Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze
nostre" (Dt 6,5), E poi egli è il sostanziale, eterno e primo Amore, e non
vi è cosa più amabile dell’amore; tanto più poi dobbiamo amarlo, per gli
immensi benefici ricevuti, i quali se sono da una parte testimonianza
dell’affetto di chi li fa, sono dall’altra richieste di gratitudine da chi
li riceve. E questo amore reca due non piccoli vantaggi. Anzitutto ci spinge ad
acquistare una conoscenza sempre più chiara dello Spirito Santo, perché
"chi ama - come dice l’Angelico - non è contento di una qualunque
notizia dell’amato, ma si sforza di penetrare nelle cose sue più intime, come
è scritto dello Spirito Santo che, essendo l’Amore di Dio, scruta le cose
divine anche più profonde". L’altro vantaggio è di aprire
sempre più largamente l’abbondanza dei suoi doni, perché come la freddezza
chiude la mano del donatore, così al contrario la riconoscenza l’allarga.
Perciò soprattutto è necessario che tale amore non consista solo in aride
speculazioni e in ossequi esteriori, ma dev’essere operoso, fuggendo il
peccato, con cui si fa allo Spirito Santo un torto speciale, giacché quanto noi
siamo e abbiamo, tutto è dono della divina bontà, che viene attribuita
soprattutto allo Spirito Santo; orbene il peccatore l’offende mentre è
beneficato, abusa per offenderlo dei doni ricevuti, e perché egli è buono,
prende ardire a moltiplicare le colpe.
Di
più, essendo lo Spirito Santo Spirito di verità, se qualcuno manca o per
debolezza o per ignoranza, troverà forse scusa davanti al tribunale di Dio, ma
chi per malizia impugna la verità, fa un affronto gravissimo allo Spirito
Santo. E tal peccato è adesso sì frequente, che sembrano giunti quei tempi
infelicissimi, descritti da Paolo, nei quali gli uomini per giustissimo giudizio
di Dio accecati, avrebbero tenuta la falsità per verità e avrebbero creduto al
"principe di questo mondo", al demonio bugiardo e padre di menzogna,
come a maestro di verità: "Insinuerà Dio fra essi lo spirito
dell’errore perché credano alla menzogna" (2Ts 2,10), e "molti
negli ultimi tempi abbandoneranno la fede per credere agli spiriti dell’errore
e alle dottrine dei demoni" (1Tm 4,1),
Ma
poiché lo Spirito Santo abita in noi, quasi in suo tempio, come sopra abbiamo
detto, ripetiamo con l’apostolo: "Non vogliate contristare lo Spirito
Santo di Dio, che vi ha consacrati" (Ef 4,30). E per questo non basta
fuggire tutto ciò che è immondo, ma di più il cristiano deve risplendere per
ogni virtù, soprattutto della purezza e della santità, per non disgustare un
Ospite sì grande, giacché la mondezza e la santità si convengono al tempio.
Quindi lo stesso apostolo grida; "Non sapete che voi siete tempio di Dio e
lo Spirito di Dio abita in voi? Se alcuno oserà profanare il tempio di Dio, sarà
maledetto da Dio; infatti santo dev’essere il tempio e voi siete questo
tempio" (1Cor 3,16-17): minaccia tremenda, ma giustissima.
Infine
dobbiamo pregare lo Spirito Santo, del quale abbiamo tutti grandissimo bisogno.
Siamo poveri, fiacchi, tribolati, inclinati al male, ricorriamo dunque a lui,
che è fonte inesausta di luce, di fortezza, di consolazione, di grazia. E
soprattutto dobbiamo chiedergli la remissione dei peccati, che ci è tanto
necessaria, giacché "lo Spirito Santo è dono del Padre e del Figlio e i
peccati vengono rimessi per mezzo dello Spirito Santo come per dono di
Dio", e la liturgia più chiaramente chiama lo Spirito Santo
"remissione di tutti i peccati".
Sulla
maniera poi d’invocarlo, impariamo dalla chiesa, che supplice si volge allo
Spirito Santo e lo chiama coi titoli più cari: "Vieni, padre dei
poveri, datore dei doni, luce dei cuori, consolatore perfetto, ospite dolce
dell’anima, dolcissimo sollievo": e lo scongiura che lavi, che sani,
che irrori le nostre menti e i nostri cuori e conceda a quanti in lui confidano
il "virtù e premio", "morte santa", "gioia
eterna". Né si può dubitare che tali orazioni non siano ascoltate,
mentre ci assicura che "egli stesso prega per noi con gemiti
inenarrabili" (Rm 8,26). Inoltre dobbiamo supplicarlo con fiducia e con
costanza perché ogni giorno più ci illumini con la sua luce e ci infiammi
della sua carità, disponendoci così per via di fede e di amore all’acquisto
del premio eterno, perché egli è "il pegno dell’eredità che ci è
preparata" (Ef 1,14).
Ecco,
venerabili fratelli, gli ammonimenti e le esortazioni nostre intorno alla
devozione verso lo Spirito Santo, e non dubitiamo affatto che apporteranno al
popolo cristiano buoni frutti in considerazione principalmente della vostra
sollecitudine e diligenza. Certo non verrà mai meno l’opera nostra in cosa di
sì grave importanza, anzi intendiamo incoraggiare questo slancio di pietà nei
modi che giudicheremo più adatti al bisogno. Intanto, avendo noi, due anni or
sono, col breve Provida matris raccomandato ai cattolici per la
solennità di pentecoste alcune particolari preghiere per implorare il
compimento della cristiana unità, ci piace sulla stessa cosa adesso aggiungere
qualche cosa di più. Decretiamo dunque e comandiamo che in tutto il mondo
cattolico quest’anno e sempre in avvenire si premetta alla pentecoste la
novena in tutte le chiese parrocchiali e anche in altri templi e oratori, a
giudizio degli ordinari. Concediamo l’indulgenza di sette anni e sette
quarantene per ogni giorno a quelli che assisteranno alla novena e pregheranno
secondo la nostra intenzione, l’indulgenza plenaria poi o in un giorno della
novena, o nella festa di pentecoste o anche fra l’ottava, purché confessati e
comunicati preghino secondo la nostra intenzione. Vogliamo parimenti che di tali
benefìci godano anche quelli che, legittimamente impediti, non possono
assistere alle dette pubbliche preghiere, anche in quei luoghi nei quali queste
a giudizio dell’ordinario non possano farsi comodamente nel tempio, purché in
privato facciano la novena e adempiano alle altre opere e condizioni prescritte.
E ci piace aggiungere dal tesoro della chiesa che possano lucrare di nuovo
l’una e l’altra indulgenza tutti coloro che in pubblico o in privato
rinnovano secondo la propria devozione alcune preghiere allo Spirito Santo ogni
giorno durante l’ottava di pentecoste sino alla festa della santissima Trinità
inclusa, purché soddisfino alle altre condizioni sopra ingiunte. Tutte queste
indulgenze sono applicabili anche alle anime sante del purgatorio.
E
ora il Nostro pensiero ritorna a ciò che dicemmo in principio per affrettarne
dal divino Spirito con incessanti preghiere l’adempimento. Unite, dunque,
venerabili fratelli, alle nostre preghiere anche le vostre, anche quelle di
tutti i fedeli, interponendo la mediazione potente e accettissima della
beatissima Vergine. Voi ben sapete quali relazioni intime e ineffabili corrano
tra lei e lo Spirito Santo, essendone la sposa immacolata.
La Vergine con la sua preghiera molto cooperò sia al mistero
dell’incarnazione sia all’avvento dello Spirito Santo sopra gli apostoli.
Continui ella dunque ad avvalorare col suo patrocinio le nostre comuni
preghiere, affinchè si rinnovino in mezzo alle afflitte nazioni i divini
prodigi dello Spirito Santo, celebrati già da Davide: "Manderai il tuo
Spirito e saranno create e rinnovellerai la faccia della terra" (Sal
103,30).
Intanto
come auspicio dei doni celesti e pegno del Nostro affetto, impartiamo di gran
cuore a voi, venerabili fratelli, al clero e al vostro popolo, nel Signore
l’apostolica benedizione.
Roma,
presso San Pietro, 9 maggio 1897, anno XX del nostro pontificato.