DEBORA

Il nome, in ebraico significa ape. Ci sono nella Bibbia due donne con questo nome: una è la nutrice di Rebecca, che ha accompa­gnato la giovane donna quando dovette lasciare la sua famiglia per sposare Giacobbe (Gen 24, 59), ed è sepolta presso Betel, ai piedi della "Quercia del Pianto" (Gen 35,8). Ma la Debora di cui dob­biamo trattare è una tra la più im­portanti figure femminili bibliche e se ne parla nel Libro dei GIUDICI; che riguarda un periodo di circa tre secoli, dalla morte di Giosuè fi­no all'inizio della monarchia e, con documenti contemporanei ai fatti, fu scritto probabilmente da Sa­muele, che fu l'ultimo Giudice.

In questo libro è raccontata l'ope­ra di sei giudici maggiori e di sei minori: ricorderemo quella dei tre condottieri più famosi, tra cui brilla la figura di Debora, moglie di Lapi­dot; profetessa, aveva in quell'e­poca il compito di giudicare Israe­le sedendo sotto una palma chia­mata appunto "la palma di Debo­ra", tra Rama e Betel sulle monta­gne di Efraim; il popolo saliva ver­so di lei per ottenere giustizia. E' celebrata con enfasi "madre d'i­sraele" ( Gdc 5,7).

Gli Israeliti che erano usciti dall'E­gitto guidati da Mosè, attraversato un grande deserto, dopo un lungo cammino e parecchie fermate, giunti sulle rive del Giordano - l'u­nico grande fiume della Palestina, considerato come una frontiera - arrivarono alla Terra promessa, che il loro condottiero vide solo da lontano: secondo la promessa di Dio ad Abramo, si trattava di una terra meravigliosa "ove scorreva latte e miele": montagne, colli, vaIli, pianure, foreste e sorgenti specie in confronto al grande de­serto attraversato, poteva conside­rarsi il paradiso terrestre. Si chia­mava Canaan ed era abitata dai Cananei, i quali avevano costruito piccole città fortificate, coltivavano le zone fertili e, convinti che favo­rissero le coltivazioni, veneravano le loro divinità: i Baal e gli Astarti Logicamente la vita di questi abi­tanti venne sconvolta dall'arrivo degli Israeliti.

Siamo ormai verso il 1150 a.C. Morto Mosè, gli era succeduto Giosuè. Israele era stato diviso in tribù che avevano i nomi dei dodi­ci figli di Giacobbe. GI'lsraeliti, feli­ci di possedere finalmente una terra, non avevano però imparato a vivere: prima abitavano sotto le tende, ora dovevano imparare a costruirsi la casa, a coltivare la terra, ad allevare greggi; prima abita­vano solo fra loro, adoravano il lo­ro unico Dio ed erano fedeli. Ve­devano i Cananei adorare Baal e altre divinità e si chiedevano se, per avere buoni raccolti, dovesse­ro venerare anche gli altri déi. E cominciarono a essere infedeli.

Giosuè se ne rendeva conto e convocò il popolo a Sichem - una città molto antica, situata tra due montagne -. Era abitata dagli Israe­liti che non erano emigrati in Egit­to, e lì Giosuè ricorda l'uscita dalla schiavitù, il dono della Terra pro­messa e chiede al popolo di Dio di scegliere tra Jahvé e gli déi degli altri popoli, proponendo il famoso "patto di Sichem". Radunati gl'l­sraeliti e convocati gli anziani, i ca­pi, i giudici e gli scribi del popolo, Giosuè parla: "Dice il Signore, Dio d'Israele... vi diedi una terra che non avevate lavorato, e abitate in una città che non avete costruito, e mangiate i frutti delle vigne e degli oliveti, che non avete pianta­to. Temete dunque il Signore e servitelo con fedeltà. Eliminate gli déi che i vostri padri servirono ol­tre il fiume e in Egitto e servite il vostro Dio. Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire. Quanto a me e alla mia casa, vogliamo servire solo il Si­gnore". E il popolo rispose: "Lungi da noi l'abbandonare il Signore nostro per servire altri dèi. Poiché Egli ha fatto uscire noi e i padri nostri dal paese d'Egitto, dalla condizione di schiavi".

Giosuè quel giorno a Sichem con­cluse un'alleanza per il popolo e gli diede uno statuto e una legge. Poi scrisse queste cose nel libro della legge di Dio, e rimandò ognuno nel proprio territorio. Scel­to Jahvé, fu stabilito il patto di una nuova alleanza dopo quella stretta da Dio con Abramo e poi con Mo­sè. E' la prima "tappa". Ma per circa 150 anni la vita degli Israeliti inse­diati in Canaan fu molto dura. Inol­tre tutto era insicuro, e dovettero difendersi da molti nemici: a est i Filistei, a sud i Moabiti, al centro i Madianiti: l'unità delle tribù era mi­nacciata, ma Israele non si lasciò abbattere.

Giosuè aveva assegnato alle varie tribù il rispettivo territorio. Morto lui, finì l'unità guerriera e politica del popolo ebraico, e i vari gruppi patriarcali divennero indipendenti. Ma non si trovarono a proprio agio e spesso ricadevano nell'infedeltà. Avevano necessità di un condot­tiero, chiamato Giudice, che gode­va grandissima autorità anche so­pra le popolazioni limitrofe.

Ma venne l'ora di subire la pres­sione dei Cananei che tentavano di ridurli in schiavitù o di cacciarli dal paese. Ciò avveniva intorno al 1125 a.C. e il ricordo di quel periodo è segnato nel libro dei Giudici, il settimo dei Libri biblici. In quel tempo era giudice d'I­sraele la profetessa Debora, mo­glie di Lappidot. I figli d'Israele compirono di nuovo del male al cospetto del Signore, ed Egli li diede nelle mani di Jabin, re ca­naneo che regnava in Hasor e aveva a capo del suo esercito  un certo Sisara, che abitava in Haro­set-goim. I figli d'Israele "gridaro­no" al Signore, perché Jabin ave­va "novecento carri ferrati e op­primeva loro con violenza già da venti anni".

E fu allora che Israele ebbe la sua eroina (che in tempi storici più recenti avrebbero chiamato (chissà?) magari "Giovanna d'Ar­co). Debora proferì un oracolo indirizzato a Barack, capo del clan di Neftali, e gli disse: "Il Si­gnore Dio d'israele ti dà questo ordine: - Va' e marcia sul monte Tabor e prendi con te diecimila uomini della tribù di Neftali e di Zabulon, e ingaggia la battaglia. Io poi attirerò a te, nella valle del torrente Kison, Sisara, capo del­l'Esercito di Jabin, i suoi carri e la sua gente e te li darò nelle mani. Barac si lasciò convincere ma a una condizione: "Se tu vieni con me andrò; diversamente non mi muovo". Debora rispose: "Ebbe­ne, io verrò con te; ma allora non sarà attribuita a te la vittoria, per­ché Sisara sarà dato nelle mani di una donna". Debora si alzò e andò con Barac in Kedes. Barac, chiamati a sé Zabulon e Neftali, salì con diecimila uomini, accom­pagnato da Debora. Sisara, appe­na seppe che Barak era salito sul Tabor, radunò i novecento carri ferrati e tutto l'esercito da Haro­set-goim al torrente Kison. Allora Debora disse a Barac: "Alzati, ec­co il giorno in cui il Signore dà Sisara nelle tue mani, ecco il Si­gnore è Lui stesso tua guida".

E Barak scese dal Tabor con i diecimila combattenti. Il Signore, "gettò lo spavento su Sisara, so­pra i suoi carri e tutta la sua gen­te, che furono passati a fil di spa­da". Debora aveva invocato la pioggia, e Israele ebbe la meglio; i carri ferrati dei Cananei si im­pantanarono nelle paludi di Ki­son, il capo nemico, Sisara, bal­zato giù da cavallo, fugge a piedi e miseramente perisce durante la fuga "per mano di una donna, Giaele". Il combattimento fu lun­go ai piedi del Tabor. Barak inse­gue i carri e l'esercito fino ad Haroset-goim e tutta la turba dei nemici perisce fino allo stermino" (Giud 4, 1-16). È la vittoria; che procurò la caduta della barriera cananea la quale divideva le tribù israelitiche da quelle della Pale­stina.

La donna a cui "sarà attribuita la vittoria" e nelle cui mani "sarà dato Sisara" non era, come si sa­rebbe potuto pensare, Debora: la profetessa infatti predisse: "Or Si­sara, fuggendo, arrivò alla tenda di Giaele, moglie di Aber il Keni­ta, discendente di Hobab, paren­te di Mosè da parte della moglie. Essendovi pace tra Jabin, re di Hasor , e la casa di Aber, Giaele, uscita incontro a Sisara, gli disse:

"Entra da me, signor mio, entra, non temere". Ed egli entrò nella tenda ove le disse: "Dammi, per favore, un po' d'acqua, perché muoio di sete".

Allora Giaele, apri l'otre del latte e lo ricoprì con un mantello. Si­sara disse: "Sta davanti alla porta della tenda, e se venisse qualcuno a interrogarti "Vi è for­se qualcuno qui?" rispondi "Non c'è nessuno". Ma Giaele, rientrata in silenzio, lo uccise con un mar­tello. E quando arrivò Barak che lo inseguiva, andatagli incontro, gli disse: "Vieni e ti farò vedere l'uomo che cerchi". Barak entrò da lei e vide Sisara che giaceva senza vita, con un piolo infitto nella tempia" (Giud 1,17-22).

Ambedue coraggiose e determi­nate queste due donne, ma il lo­ro carattere risulta ben diverso dal loro operato. Leale la prima, bugiarda la seconda, che ricorre a un vile inganno per consumare un riprovevole tradimento, che il testo sacro non manca di porre in cattiva luce: forse per mettere in evidenza che Dio si serve an­che dei cattivi in favore dei buo­ni. Cioè: Jahvé si servi di Giaele per completare l'opera salvatrice di Debora e di Barac a favore del popolo eletto. "E la regione ebbe riposo per quarant'anni", si legge nel libro dei Giudici (5,32).

L'eroina resta sempre Debora, in­traprendente (invoca la pioggia, e la pioggia scende) saggia e co­raggiosa ma leale. Tanto che do­po la vittoria può elevare il suo celebre inno a Jahvé. "Ascoltate o re, porgete gli orecchi o principi, io voglio cantare al Signore, Dio d'israele! (...) Le nubi si sciolse­ro in acqua. Si stemperarono i monti davanti al Signore ... ven­nero i re, diedero battaglia ... ma non riportarono bottino d'argen­to. Dal cielo le stelle diedero bat­taglia, dalle loro orbite combatte­rono contro Sisara. Il torrente li travolse ... E così che periscono tutti i tuoi nemici, Signore. Ma coloro che ti amano siano come il sole, quando sorge con tutto il suo splendore!".