DEBORA
In questo libro è
raccontata l'opera di sei giudici maggiori e di sei minori: ricorderemo quella
dei tre condottieri più famosi, tra cui brilla la figura di Debora,
moglie di Lapidot; profetessa, aveva in quell'epoca il compito di giudicare
Israele sedendo sotto una palma chiamata appunto "la palma di Debora",
tra Rama e Betel sulle montagne di Efraim; il popolo saliva verso di lei per
ottenere giustizia. E' celebrata con enfasi "madre d'israele" ( Gdc
5,7).
Gli Israeliti che
erano usciti dall'Egitto guidati da Mosè, attraversato un grande deserto,
dopo un lungo cammino e parecchie fermate, giunti sulle rive del Giordano - l'unico
grande fiume della Palestina, considerato come una frontiera - arrivarono alla
Terra promessa, che il loro condottiero vide solo da lontano: secondo la
promessa di Dio ad Abramo, si trattava di una terra meravigliosa "ove
scorreva latte e miele": montagne, colli, vaIli, pianure, foreste e
sorgenti specie in confronto al grande deserto attraversato, poteva considerarsi
il paradiso terrestre. Si chiamava Canaan ed era abitata dai Cananei, i quali
avevano costruito piccole città fortificate, coltivavano le zone fertili e,
convinti che favorissero le coltivazioni, veneravano le loro divinità: i Baal
e gli Astarti Logicamente la vita di questi abitanti venne sconvolta
dall'arrivo degli Israeliti.
Siamo
ormai verso il 1150 a.C. Morto Mosè, gli era succeduto Giosuè. Israele era
stato diviso in tribù che avevano i nomi dei dodici figli di Giacobbe. GI'lsraeliti,
felici di possedere finalmente una terra, non avevano però imparato a vivere:
prima abitavano sotto le tende, ora dovevano imparare a costruirsi la casa, a
coltivare la terra, ad allevare greggi; prima abitavano solo fra loro,
adoravano il loro unico Dio ed erano fedeli. Vedevano i Cananei adorare Baal
e altre divinità e si chiedevano se, per avere buoni raccolti, dovessero
venerare anche gli altri déi. E cominciarono a essere infedeli.
Giosuè
se ne rendeva conto e convocò il popolo a Sichem - una città molto antica,
situata tra due montagne -. Era abitata dagli Israeliti che non erano emigrati
in Egitto, e lì Giosuè ricorda l'uscita dalla schiavitù, il dono della
Terra promessa e chiede al popolo di Dio di scegliere tra Jahvé e gli déi
degli altri popoli, proponendo il famoso "patto di Sichem". Radunati
gl'lsraeliti e convocati gli anziani, i capi, i giudici e gli scribi del
popolo, Giosuè parla: "Dice il Signore, Dio d'Israele... vi diedi una
terra che non avevate lavorato, e abitate in una città che non avete costruito,
e mangiate i frutti delle vigne e degli oliveti, che non avete piantato.
Temete dunque il Signore e servitelo con fedeltà. Eliminate gli déi che i
vostri padri servirono oltre il fiume e in Egitto e servite il vostro Dio. Se
vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire. Quanto a
me e alla mia casa, vogliamo servire solo il Signore". E il popolo
rispose: "Lungi da noi l'abbandonare il Signore nostro per servire altri dèi.
Poiché Egli ha fatto uscire noi e i padri nostri dal paese d'Egitto, dalla
condizione di schiavi".
Giosuè
quel giorno a Sichem concluse un'alleanza per il popolo e gli diede uno
statuto e una legge. Poi scrisse queste cose nel libro della legge di Dio, e
rimandò ognuno nel proprio territorio. Scelto Jahvé, fu stabilito il patto
di una nuova alleanza dopo quella stretta da Dio con Abramo e poi con Mosè.
E' la prima "tappa". Ma per circa 150 anni la vita degli Israeliti
insediati in Canaan fu molto dura. Inoltre tutto era insicuro, e dovettero
difendersi da molti nemici: a est i Filistei, a sud i Moabiti, al centro i
Madianiti: l'unità delle tribù era minacciata, ma Israele non si lasciò
abbattere.
Giosuè
aveva assegnato alle varie tribù il rispettivo territorio. Morto lui, finì
l'unità guerriera e politica del popolo ebraico, e i vari gruppi patriarcali
divennero indipendenti. Ma non si trovarono a proprio agio e spesso ricadevano
nell'infedeltà. Avevano necessità di un condottiero, chiamato Giudice, che
godeva grandissima autorità anche sopra le popolazioni limitrofe.
Ma
venne l'ora di subire la pressione dei Cananei che tentavano di ridurli in
schiavitù o di cacciarli dal paese. Ciò avveniva intorno al 1125 a.C. e il
ricordo di quel periodo è segnato nel libro dei Giudici, il settimo dei Libri
biblici. In quel tempo era giudice d'Israele la profetessa Debora,
moglie di Lappidot. I figli d'Israele compirono di nuovo del male al cospetto
del Signore, ed Egli li diede nelle mani di Jabin, re cananeo che regnava in
Hasor e aveva a capo del suo esercito un
certo Sisara, che abitava in Haroset-goim. I figli d'Israele "gridarono"
al Signore, perché Jabin aveva "novecento carri ferrati e opprimeva
loro con violenza già da venti anni".
E
fu allora che Israele ebbe la sua eroina (che in tempi storici più recenti
avrebbero chiamato (chissà?) magari "Giovanna d'Arco). Debora
proferì un oracolo indirizzato a Barack, capo del clan di Neftali, e gli disse:
"Il Signore Dio d'israele ti dà questo ordine: - Va' e marcia sul monte
Tabor e prendi con te diecimila uomini della tribù di Neftali e di Zabulon, e
ingaggia la battaglia. Io poi attirerò a te, nella valle del torrente Kison,
Sisara, capo dell'Esercito di Jabin, i suoi carri e la sua gente e te li darò
nelle mani. Barac si lasciò convincere ma a una condizione: "Se tu vieni
con me andrò; diversamente non mi muovo". Debora
rispose: "Ebbene, io verrò con te; ma allora non sarà attribuita a te
la vittoria, perché Sisara sarà dato nelle mani di una donna". Debora
si alzò e andò con Barac in Kedes. Barac, chiamati a sé Zabulon e Neftali,
salì con diecimila uomini, accompagnato da Debora.
Sisara, appena seppe che Barak era salito sul Tabor, radunò i novecento carri
ferrati e tutto l'esercito da Haroset-goim al torrente Kison. Allora Debora
disse a Barac: "Alzati, ecco il giorno in cui il Signore dà Sisara nelle
tue mani, ecco il Signore è Lui stesso tua guida".
E
Barak scese dal Tabor con i diecimila combattenti. Il Signore, "gettò lo
spavento su Sisara, sopra i suoi carri e tutta la sua gente, che furono
passati a fil di spada". Debora aveva invocato la pioggia, e Israele ebbe la meglio; i carri
ferrati dei Cananei si impantanarono nelle paludi di Kison, il capo nemico,
Sisara, balzato giù da cavallo, fugge a piedi e miseramente perisce durante
la fuga "per mano di una donna, Giaele". Il combattimento fu lungo
ai piedi del Tabor. Barak insegue i carri e l'esercito fino ad Haroset-goim e
tutta la turba dei nemici perisce fino allo stermino" (Giud 4, 1-16). È la
vittoria; che procurò la caduta della barriera cananea la quale divideva le
tribù israelitiche da quelle della Palestina.
La
donna a cui "sarà attribuita la vittoria" e nelle cui mani "sarà
dato Sisara" non era, come si sarebbe potuto pensare, Debora:
la profetessa infatti predisse: "Or Sisara, fuggendo, arrivò alla tenda
di Giaele, moglie di Aber il Kenita, discendente di Hobab, parente di Mosè
da parte della moglie. Essendovi pace tra Jabin, re di Hasor , e la casa di Aber,
Giaele, uscita incontro a Sisara, gli disse:
"Entra
da me, signor mio, entra, non temere". Ed egli entrò nella tenda ove le
disse: "Dammi, per favore, un po' d'acqua, perché muoio di sete".
Allora
Giaele, apri l'otre del latte e lo ricoprì con un mantello. Sisara disse:
"Sta davanti alla porta della tenda, e se venisse qualcuno a interrogarti
"Vi è forse qualcuno qui?" rispondi "Non c'è nessuno".
Ma Giaele, rientrata in silenzio, lo uccise con un martello. E quando arrivò
Barak che lo inseguiva, andatagli incontro, gli disse: "Vieni e ti farò
vedere l'uomo che cerchi". Barak entrò da lei e vide Sisara che giaceva
senza vita, con un piolo infitto nella tempia" (Giud 1,17-22).
Ambedue
coraggiose e determinate queste due donne, ma il loro carattere risulta ben
diverso dal loro operato. Leale la prima, bugiarda la seconda, che ricorre a un
vile inganno per consumare un riprovevole tradimento, che il testo sacro non
manca di porre in cattiva luce: forse per mettere in evidenza che Dio si serve
anche dei cattivi in favore dei buoni. Cioè: Jahvé si servi di Giaele per
completare l'opera salvatrice di Debora
e di Barac a favore del popolo eletto. "E la regione ebbe riposo per
quarant'anni", si legge nel libro dei Giudici (5,32).
L'eroina
resta sempre Debora, intraprendente (invoca la pioggia, e la pioggia scende)
saggia e coraggiosa ma leale. Tanto che dopo la vittoria può elevare il suo
celebre inno a Jahvé. "Ascoltate o re, porgete gli orecchi o principi, io
voglio cantare al Signore, Dio d'israele! (...) Le nubi si sciolsero in acqua.
Si stemperarono i monti davanti al Signore ... vennero i re, diedero battaglia
... ma non riportarono bottino d'argento. Dal cielo le stelle diedero battaglia,
dalle loro orbite combatterono contro Sisara. Il torrente li travolse ... E
così che periscono tutti i tuoi nemici, Signore. Ma coloro che ti amano siano
come il sole, quando sorge con tutto il suo splendore!".