DALILA
Dopo
aver presentato figure di donne bibliche chi più chi meno degne dei loro sposi
quasi dispiace parlare ora di una autentica "traditrice": la donna
di Sansone. Chi non è rimasto sbalordito e ammirato davanti alle gesta di
questo eroe biblico paragonabile al mitico Ercole, leggendo le pagine del
Libro dei “Ciudici”? Tra le tante figure presentate, è forse (o senz'altro)
la sua a restare scolpita nella mente ... specie dei ragazzi e di quanti amano
la storia vera un po' spruzzata di fantasia. Fu l'ultimo dei sei giudici
maggiori; era di Saraa, della tribù di Dan, suo padre si chiamava Manohe;
visse verso il 1100 a.C. al tempo in cui i Filistei tenevano in soggezione il
popolo eletto, e fu dalla nascita alla morte il loro nemico costante. Sua
inconfondibile caratteristica fu quella di essere un eroe nazionale strano e
ingenuo, drammatico e librato tra sacro e profano; e isolato: sempre da solo
infatti affrontava i nemici, fidando nel dono della forza fisica "al di là
del credibile"; che era un dono divino, proprio in considerazione che,
come competeva a un vero giudice di Israele, Sansone era destinato alla
sconfitta dei Filistei, nonostante la sua umana debolezza. Era la straordinaria
forza fisica il primo elemento legato alla sua missione, fissata ancor prima
della nascita, quando a sua madre un angelo annunciò: "Ecco, tu che sei
sterile, concepirai un figlio ... ma guardati dal bere vino o bevanda inebriante
e non mangiar niente d'immondo perché devi dare alla luce un figlio che non sarà
mai tosato, che sarà nazireo di Dio fin dall'infanzia, dal seno della madre;
egli comincerà a liberare Israele dalle mani dei Filistei (Cdc 13, 2-5). E, a
tempo debito, "Essa diede alla luce un figlio cui pose nome Sansone. Il
bambino crebbe e il Signore lo benedisse" (Cdc 13,24). Venne consacrato a
Dio fin dalla sua concezione col voto di nazireato: voto che comprendeva tre
obblighi: astenersi dal vino e da ogni bevanda inebriante, lasciarsi crescere
i capelli, evitare il contatto dei cadaveri (Nm 6,1-8). Ma Sansone diventato
giovane uomo dimostrò una grande debolezza in specie verso le donne. Nonostante
le proibizioni mosaiche di contrarre matrimoni con straniere, e le esortazioni
del padre e della madre, s'innamorò di una ragazza filistea; si stava recando
da questa, quando "un giovane leone feroce e ruggente gli andò incontro.
Investito dallo spirito del Signore, Sansone sbranò il leone e senza aver
niente in mano lo fece a pezzi, come avrebbe fatto con un capretto" (Cdc
14,5-6). Poiché si era messo in testa di sposarla (nazireato o no) ritornando
dalla Filistea ... "uscì di strada per vedere il cadavere del leone: vide
nel suo corpo uno sciame di api e del miele ... e ne mangiò (Gdc 14,8-9). Fu la
seconda prodezza. La terza è anche più clamorosa: aveva danneggiato
gravemente i Filistei bruciando tutti i loro raccolti, per mezzo di 300 volpi
legate a due a due con le code trascinanti fiaccole accese; gli Ebrei, per
evitare ritorsioni da parte dei loro nemici, acconsentirono di consegnare
Sansone legato con due grosse funi. E anche questa volta lo "spirito del
Signore Io investì": le funi che aveva alle braccia divennero come fili di
lino così bruciacchiati che le mani di Sansone, libere, raccolsero una
mascella d'asino che stava lì per terra e con essa uccise mille uomini" (Cdc
15,14-15). Grazie alla sua forza straordinaria, Sansone compì altre leggendarie
imprese, mettendo però sempre più in vista i difetti del "nazireo",
cioè il "consacrato". Ma il caso mirabolante accadde proprio a
causa della sua attrazione disordinata verso le donne, che si era trasformata
in debolezza estrema quando era entrata in scena la donna fatale: un'altra
Filistea; di nome Dalila, la quale
riuscì a privare il grande eroe delle sue forze fino allora invincibili, conducendolo
alla completa rovina ... Chiaramente, la forza morale del giudice Sansone non
corrispondeva affatto alla forza fisica. Ed ecco come andarono le cose: Dalila
abitava nella valle di Sorec. I principi dei Filistei sirecarono da lei e le
dissero: "Guarda, se con inganno farai dire a Sansone da che cosa gli venga
tanta forza e cosa sia necessario fare per impadronirsi di lui: se l'otterrai,
ciascuno di noi ti darà 1100 sicli d'argento". Dalila,
oltre che leggera e senza scrupoli era assai venale: accettò. "Mi faresti
il piacere di dirmi in che consiste la tua grandissima forza e con che cosa ti
si dovrebbe legare per non farti scappare?" disse a Sansone. Egli
rispose: "Se fossi legato con sette nervi freschi e ancora umidi,
diventerei impotente come gli altri uomini". Dalila si fece portare dai principi dei Filistei sette nervi
freschi, e con questi legò l'incauto giudice; si mise in agguato ad aspettare
l'esito dell'affare e gridò: "Sansone, i Filistei ti sono addosso!"
Ma egli ruppe i nervi come si rompe un filo di stoppa incenerito e nessuno seppe
il segreto della sua forza" (Gdc 16,5-9). Irritata per Io scacco subito, Dalila
gli disse: "Ecco, ti prendi gioco di me e mi dici bugie: dimmelo dunque
con che dovresti essere legato". Sansone rispose: "Se fossi legato con
funi nuove mai adoperate, resterei impotente come gli altri uomini". E Dalila
ripeté l'esperimento; ma egli ruppe le corde come fili di tela. Allora la donna
si arrabbiò davvero, ma Sansone continuò a scherzare e a mentire. "Se tu
intrecciassi sette ciocche del mio capo con l'ordito e le fissassi con un
chiodo, diventerei debole come gli altri uomini". E Dalila
dopo aver fatto quel che Sansone le aveva detto, lo fece addormentare sulle
sue ginocchia. Ma quando vennero i Filistei, svegliatosi, Sansone strappò via
il chiodo e l'ordito" (Gdc 16,10-14). Amareggiata e delusa, Dalila
non vinta, ritornò ancora una volta all'attacco: "Come fai a dire di
volermi bene, se il tuo cuore non è con me? Tre volte mi hai mentito non
volendomi dire il segreto della tua grandissima forza". Dalila
non si rassegnò, non gli diede pace, lo tormentò per molti giorni, finché
forse lusingato, forse vinto da tanto fascino femmineo, forse annoiato, forse
distratto, Sansone rivelò il suo segreto: "Il rasoio non è mai passato
sulla mia testa, perché io sono "nazireo", consacrato a Dio dal seno
di mia madre; tosato che fosse il mio capo, se ne andrebbe la mia forza e
diventerei come gli altri uomini" (Gdc 16,15-17). La forza di Sansone era
dunque un dono divino concesso in premio del voto di nazireato. Dalida
aveva vinto! Mandò a chiamare i Filistei, i quali arrivarono con il danaro
promesso in cambio del tradimento di una donna indegna. Fece addormentare
Sansone sulle sue ginocchia, fece chiamare un barbiere, che tosò le sette
straordinarie trecce del giudice il quale, svegliatosi, pensò: "Me la
caverò come le altre volte". Invece non sapeva che il Signore si era ritirato
da lui. Allora i Filistei lo presero, e dopo avergli cavato gli occhi, Io
condussero incatenato a Gaza, ove lo chiusero in prigione, condannandolo a far
girare una macina" (Gdc 16,18-21). Il miserando risultato che aveva portato
l'invincibile Sansone alla condizione di cieco e di schiavo perché non era
stato fedele a Dio, al suo voto e alla sua missione impressionò per primo
proprio il protagonista di tanta tragedia, al punto che subito innalzò al Signore
voci di pentimento e rinnovò il voto di nazireato. Ma il tempo passava e già
cominciavano a rinascere i capelli dell'eroe forzuto; quando i Filistei si
radunarono per offrire solenni sacrifici a Dagon loro dio e a banchettare. Il
grande locale era pieno di uomini e di donne: vi erano tutti i principi dei
Filistei e circa tremila persone. "Il nostro dio ha dato nelle nostre mani
il nostro avversario Sansone che devastò il nostro paese e uccise tanta
gente", ricordavano i Filistei. E quando nel convito ebbero ben mangiato e
bevuto, pretesero che venisse Sansone a divertirli col suo misero aspetto e i
suoi giochi. Lo fecero porre fra due colonne, in piedi, e lui disse al
fanciullo che Io teneva per mano: "Lasciami toccare le colonne che
reggono l'edificio, perché mi appoggi per riposarmi un pochino". Il
ragazzo Io ascoltò e Sansone, invocato il suo Dio, disse: "Ricordati di
me, Signore, rendimi la mia forza di un tempo per questa volta sola che possa
prendermi almeno una rivalsa per i miei occhi perduti!". Afferrò poi le
due colonne sulle quali poggiava l'edificio e tenendone una con la sinistra e
l'altra con la destra, esclamò: "Muoia Sansone insieme ai Filistei!".
E data una forte scossa alle colonne fece crollare l'edificio addosso a tutti
i presenti. Così egli ne uccise più morendo che in tutta la vita. I suoi
fratelli e tutta la popolazione andarono a prendere il suo corpo e Io
seppellirono tra Saraa ed Estaol, nel sepolcro di Manoeh, suo padre. (Gdc 16,
22-31). Il sacrificio generoso della propria vita per la salvezza della patria,
ha l'effetto di una battaglia vinta, riabilita dinanzi a Dio e agli uomini un'esistenza
che non fu priva di errori, ma nemmeno di grandezze, mettendo in evidenza
anche la dimensione religiosa del personaggio, storico e concreto, che ha fatto
grandi cose per il suo popolo. Dio può togliere i suoi doni e punire chi ha
mancato al voto, ma tiene conto anche della debolezza umana. Al di fuori e al
disopra del sensazionale e della esagerazione la famosa frase; "Che io
muoia insieme con i Filistei" (Gdc 16, 28-30) riscatta Sansone, eroe ma
uomo, liberandolo da ogni eccesso e da ogni elemento