Tratto da “I Quaderni di Maria Valtorta” Edizioni CEV
QUADERNO
N°9
13
11. Isaia Cap. 6° v. 6. Dice Gesù:
«Per
meritare di trasmettere la Parola di Dio occorre avere labbra e cuore mondi.
Cuore mondo, poiché è dal cuore che escono i moti che muovono pensiero e
carne.
Guai
a coloro che non tengono puri se stessi ed osano parlare in mio Nome con anima
di peccato. Non sono costoro miei discepoli e miei apostoli. Sono
miei predatori. Perché mi depredano delle anime per darle a Satana.
Le
anime, sia quelle che seguono il sacerdote con rispetto e fede, sia quelle che
diffidenti [977] lo osservano, sono soggette a riflettere, poiché hanno una
ragione, sulla condotta del sacerdote. E se vedono che colui che dice: “Sii
paziente, sii onesto, sii casto, sii buono, sii caritatevole, sii longanime,
perdona, aiuta” è all’opposto preso dall’ira, dalla durezza, dal senso,
dal risentimento, dall’egoismo, si scandalizzano e, se pur non si allontanano
dalla chiesa, sempre risentono in sé un urto. Sono come colpi di ariete che voi
‑ sacerdoti non vittime del vostro sublime ministero, che vi fa i
continuatori dei Dodici fra le turbe che a venti secoli di distanza hanno sempre
da essere evangelizzate, perché Satana distrugge continuamente l’opera del
Cristo e sta a voi riparare le ingiurie di Satana ‑ sono colpi di ariete
che voi date all’edificio della Fede nei cuori. Se anche non crollano, si
lesionano, e basta poi una spallata di Satana per farli cadere.
Troppi
sono fra voi che imitano il dodicesimo apostolo e per bassi interessi umani
vendono le parti di Me ‑ le anime [978] che bagnate del mio Sangue vi ho
affidate ‑ al Nemico di Dio e dell’uomo. Lo stato attuale, per almeno
cinquanta parti ‑ e sono molto indulgente ‑ dipende da voi, sale
divenuto insipido, fuoco che più non riscalda, luce che fuma e non splende,
pane divenuto amaro e conforto divenuto tormento, perché alle anime che, già
ferite, vengono a voi per appoggio, presentate un insieme irto di spini:
durezza, anticarità, indifferenza, rigorismo date alle anime che vengono a voi
per sentire una parola di padre in cui sia l’eco della dolcezza, del perdono,
della misericordia mia.
Povere
anime! Tuonate contro di loro. E perché non tuonate verso voi stessi? Vi fa
gola sembrare gli emuli degli antichi sinedristi? Ma quel tempo è passato. Su
di esso Io ho messo una pietra tombale perché meritava di essere sepolto perché
più non [979] nuocesse, e su di essa ho eretto il mio trono di Pietà e
d’Amore dato da una Mensa e da una Croce dove un Dio si fa pane e un Dio si fa
ostia per la redenzione di tutti.
Imparate
da Me, Sacerdote eterno, come si è sacerdoti. Esser
sacerdoti vuol dire essere angelici, vuol dire essere santi. In voi le folle
dovrebbero vedere il Cristo con una evidenza totale. Ahi! che spesso
mostrate loro un aspetto più simile a quello di Lucifero.
Di
quante, di quante anime Io chiederò conto ai miei sacerdoti! Vi ripeto il detto
di Paolo. E credete che fareste meglio a confessare apertamente che non potete
più rimanere in quella via anziché vivere come vivete. Mi abiurereste voi
soltanto. Rimanendo, recidete da Me tante anime. Lasciate una buona volta da
parte tante frange e tante sollecitudini.
[980]
Per la coltura tornate ai Testi e
chiedete a Dio di purificarvi mente e cuore col fuoco della continenza e
dell’amore per poterli capire come vanno intesi. Perché, sappiatelo,
avete reso le gemme ardenti del mio
Vangelo delle pietruzze opache sporche di
fango, se
pure non
ne avete
fatto dei
pietroni di anatema per
lapidare le povere anime, dando alle parole dell’amore un rigorismo che
agghiaccia e porta a disperare.
Siete voi che le meritate
quelle pietre, perché se un
gregge viene sbranato dai lupi, o precipita in un burrone, o si pasce di erbe
velenose, di chi è la colpa novanta volte su cento? Del pastore accidioso o
crapulone che, mentre le pecore pericolano, gozzoviglia, o dorme, o si occupa di
mercati e banche.
Chiedete a Dio, attraverso
ad una penitenza di vita che vi lavi da tanta umanità, che un serafino vi purifichi continuamente col carbone acceso preso
dall’altare dall’A[981]gnello,
potrei dire: dal Cuore dell’Agnello,
che arde dall’eternità per lo zelo di Dio e delle anime.
La penitenza non uccide altro
che ciò che va ucciso. Non temete per la vostra carne che dovreste amare per
quel che merita: pochissimo, e che amate come cosa preziosa. I miei penitenti
non muoiono di questo. Muoiono
per la Carità che li arde. È la Carità che li consuma, non sono i
cilizi e le discipline. Prova ne sia che talora giungono alle età longeve e
con una integrità fisica che i solleciti protettori della carne non
raggiungono. I miei santi spenti in
età giovanile sono gli arsi nel rogo dell’Amore, non i distrutti dalle
austerità.
La penitenza dà
luce e agilità di spirito perché doma la piovra dell’umanità che tiene
confitti al fondo. La penitenza vi svelle dal basso e vi lancia in alto,
incontro all’Amore.
[982]
Semplicità, carità, castità, umiltà, amore al dolore, sono le cinque gemme
maggiori della corona sacerdotale. Distacco dalle sollecitudini, longanimità,
costanza, pazienza, sono le altre gemme minori. Fanno una corona di gemme
pontute che stringono in un cerchio il cuore. Ma è proprio dall’essere
stretto così, rimanendone ferito, che quel cuore aumenta il suo splendore e
diviene rubino vivo fra un serto di diamanti.
Non
vi dico neppure: “Abbiate il cuore del mio Pietro”; vi dico: “Abbiate il
cuore del mio Giovanni”. Voglio quel cuore in voi perché fu il cuore
apostolico perfetto dall’alba del suo sacerdozio alla sua sera.
La mente di Pietro la infondo
Io ai miei Vicari, ma il cuore ve lo dovete fare da voi. E quel cuore è
indispensabile in chi mi è sacerdote: dall’altissimo mio Santo che è candido
d’anima e di pensiero come di veste a che è l’Ostia maggiore in [983]
questa cruenta messa che la Terra celebra, al più piccolo mio ministro
che spezza il Pane e la Parola in un
paesello sperduto: una spruzzata di case che il mondo ignora di portare sulla
sua superficie, ma che l’Eucarestia e la Croce fanno 7 augusto come
una reggia, più di una reggia: lo fanno simile
al massimo Tempio della
Cristianità perché, in ciborio di oro tempestato di perle o in misero ciborio,
è lo stesso Cristo Figlio di Dio, e le anime che a Lui si prostrano ‑
vestite della porpora cardinalizia e di manto regale, o ricoperte di umile
tonaca e di poveri panni ‑ sono per Me uguali. Io guardo allo spirito, figli.
E benedico là dove è merito. Non mi lascio sedurre da ciò che è
mondo, come sovente voi fate.
Mutatevi
il cuore, sacerdoti. La salvezza di questa umanità sta molto nelle vostre mani. Non fate
che nel grande Giorno Io debba fulminare folte schiere di consacrati responsabili
di rovine immense che dai [984] cuori hanno dilagato sul mondo.»
14
‑ 11. Isaia C. 8° v. 5°. Dice Gesù:
«Quando
avete fatto il vostro dovere ‑ continuo a parlare a voi sacerdoti ‑
vi autorizzo a dire ciò che insegnai a dire ai miei apostoli mandati in
missione per la Palestina. Però ricordatevi di non stancarvi troppo presto. Io
ho ripetuto per tre anni la mia dottrina. Ero Dio. Dopo tre anni, su dodici uno
mi tradì fra coloro che erano stati saturati di Me. Infiniti altri mi
abbandonarono nell’ora della prova. Pretendete voi di essere più solleciti di
Me? Più potenti? Più ubbiditi?
Ricordate che se ai fratelli va
perdonato settanta volte sette, ai figli spirituali ‑
e tutti i cattolici sono per voi dei figli: tutti senza eccezione ‑ va
perdonato settanta volte settanta
volte.
Ricordatevi che per voi non
esistono le differenze degli umani circa le anime. [985]
Vi è anzi un capovolgimento dei valori. L’uomo ammira e riverisce l’onesto,
il buono, il puro. Voi dovete non ammirare ma amare colui che è un infelice
spirituale. Più uno è sozzo, più uno è lontano da Me, e più voi dovete
esser per lui padre e luce. Nessuna ripugnanza, nessuna stanchezza, nessun
abbandono, nessuna paura vi è concessa. Dovete piegarvi su tutte le miserie. Le
dovete cercare per curarle. Le dovete amare per portarle all’Amore. Respinti,
tornate all’assalto; derisi, aumentate la vostra carità. Servitevi delle cose
umane per portare le anime alle soprannaturali.
E
che vi devo Io insegnare le soavi astuzie dell’amore? Non avete mai avuto un
padre, una madre, dei fratelli, coi quali le avete usate per cattivarvi un amore
sempre più grande? I vostri fedeli sono per voi dei figli. Oh! un padre per
farsi amare dal figlio quante cose studia! [986] Il figlio è ancora
un infante e il padre, stanco del lavoro, pure si china sulla cuna e ripete le
dolci parole per udirle poi dire dalla bocchina innocente. È un pargolo, e il
padre si curva per insegnare al piccino a fare i passetti, e gli mostra i fiori
e le stelle, educa la mente alle prime sensazioni, ai primi pensieri. Anche
fosse un tardo, un ebete, il padre si sforza ad aprire la mente del figlio.
Anche fosse un capriccioso indomabile, con mille astuzie cerca mutargli il
cuore.
E
voi? Perché non avete viscere di padre per i vostri figli spirituali? Sono
atei? Non importa. Sono lussuriosi? Non importa. Sono delle sentine di vizi? Non
importa. Pregate e
osate. Oggi, domani, e dopo domani ancora, e sempre, sempre, senza stancarvi.
Molte volte basta saper
guardare con sguardo di vero amore un’anima per conquistarla. Molte volte le
anime non sono mal[987]vagie come credete. Sono
disgustate, sono malate, sono vergognose. Disgustate di ciò che il mondo, e il
clero fra esso, ha avuto per loro. Malate perché Satana ha sopraffatto la loro
debolezza. Vergognose d’esser malate. Desiderano esser guarite, ma si
vergognano di confessare le loro malattie.
Date ad esse ciò che non hanno
avuto: amore santo. Andate loro incontro. Persuadetele ad aprirsi senza
vergogna. Sono fiori restii.
Ma se l’amore li scalda essi si aprono.
Oh!
sante rugiade e benedetti raggi che voi sacerdoti col vostro
sacrificio attirate sulle anime! Pentimenti e redenzioni che fanno di esse
dei figli di Dio. Sacramenti e grazia che voi infondete e che fanno santi voi e
loro. Siate benedetti per quest’opera, o servi fedeli che curate la mia messe
e la mia vigna. [988]
E benedetti anche se vi curvate sulle erbe selvagge nate fuori della mia
vigna.
Non
occorre lasciare la patria per essere missionari, o figli. L’Europa,
il mondo, è tutta terra di missione perché l’uomo è tornato idolatra e
eretico. In verità vi dico che occorrerebbe dissodare il terreno natìo,
per carità di patria, prima dell’altrui, perché
è da una patria cristiana che viene il benessere della patria, e dove sono ora
le nazioni cristiane?
Guardatevi
intorno. Che vedete? Cumuli di rovine e cumuli di vittime. Chi li ha fatti? Uno?
Due? Quattro individui? No. Essi sono gli agenti, i ministri del Male che li usa
da re dispotico. Ma essi sono quello che
sono perché le popolazioni su cui imperano li hanno lasciati essere tali avendo
in loro l’esponente maiuscolo dei loro stessi [989] sentimenti. Da un
popolo privo di Dio ‑ e i popoli ora sono privi di Dio perché se lo
sono strappato dall’anima sostituendovi carne, denaro e potere ‑ germinano
i cobra che
uccidono per la loro triplice fame che Satana aizza.
Inutile
dire: “Furono loro la causa del presente male”. Dite tutti, dico tutti,
voi sacerdoti compresi: “Fummo noi”, e sarete sinceri.
Ora
più duro è il lavoro nel campo incolto. Ma agite. Tornate ad essere come i
primi miei apostoli. Tornate ad essere eroi del sacerdozio che è l’unica
milizia santa. Fate tutti il vostro dovere sino all’immolazione. Che se poi le
folle si ostinano a perdersi Io provvederò a loro. Voi ne avrete ugualmente
premio anche se venite a Me con le braccia, spezzate nel faticoso lavoro,
cariche di ben poche spighe.
Ma,
ve ne prego ‑ e sono Dio ‑ non rendetevi [990]
colpevoli di disamore. Non perdono la mancanza di carità. Essa è
negazione di Dio.»