CRISTO: ACQUA SALIENTE
MISSIONE DI IVREA (22 OTTOBRE 1958) don Primo Mazzolari TERZA PREDICA
E'
la terza e ultima sera delle nostre conversazioni sul motivo evangelico.
Leggiamo
il racconto dell'incontro della samaritana con Cristo.
«
Chi beve di queste acque ha ancora sete, ma l'acqua che io a lui darò gli
porterà via tutte le seti, e diventerà una sorgente di acqua viva ». Dove viene
quest'acqua?
La
risposta è nella stessa parola di Cristo. E' lui, l'acqua saliente a vita
eterna. Ma dove passa quest'acqua? Passa attraverso tutte le povere acque a cui
attinge questa povera creatura che è l'uomo. Perché, - io ve lo dicevo ieri
sera - niente la religione dispregia, niente rifiuta di quello che è umano. A
un certo momento questi piccoli, insufficienti doni dell'uomo, e delle cose
dell'uomo, prendono un significato perenne. La parola non mi dispiace, benché
non sia forse la più propria. E' attraverso quello che il mio cuore può
portare, attraverso quello che la mia mente può capire, e attraverso quello
che corrisponde a un desiderio di un momento della mia vita che lì vedo
sgorgare l'acqua di vita eterna.
Permettetemi
un'immagine, che la prendo dal momento, direi, più comune e più caro della
nostra vita: i nostri affetti umani sono tutti affetti buoni, ma a un certo
momento vi accorgete di quello che è la loro tremenda fragilità. Qualche volta
noi sacerdoti poco illuminati o da una esperienza nostra che è troppo
manchevole o da una esperienza anche degli altri troppo insufficiente, pensiamo
che nel dire a una persona: « guarda che non tiene questo amore », pensiamo di
poterlo distaccare, o trasfigurarlo, e ci inganniamo.
E'
dare l'unità a questo affetto; è far passare qualche cosa di eterno attraverso
questo affetto, se lo può portare (come io penso che lo possa portare quando è
un vero affetto umano) che noi troviamo la possibilità di far nascere proprio
da questi momenti che sono i più cari e sono anche i più trepidi, perché
quando si ama una creatura e se ne sente il transito attimo per attimo,
l'incapacità di poterla tenere nelle nostre mani, e soprattutto di poter
riposare con una tranquillità che vada al di là della breve giornata, voi
capite bene che soltanto a questa maniera noi possiamo capire la divina bontà
promessa che non è fuori dell'uomo, ma che è dentro ad ogni nostro momento più
caro e lo stabilisce: stabilisce la capacità di quella gioia che altrimenti,
sentendola così breve, finiribbe per diventare anche amara.
Come
risponde la samaritana? Con una di quelle espressioni che un'anima femminile
generosa e provata poteva dare: « Dammi di quest'acqua perché io non abbia più
sete e non venga più ad attingere ».
Tutte
le creature rispondono all'esperienza; non rispondono all'intelligenza, ma
all'esperienza rispondono: perché quella è lì, è nostra, è a portata di
mano, la potete toccare... Ci sono quelle belle parole nella prima lettera di
s. Giovanni: « Quello che io ho visto, quello che io ho sentito, quello che io
ho toccato del Verbo di vita, questo ve lo comunico ». E questa povera donna -
e badate che qui possiamo anche ricordare a conferma di questa spontaneità
gridante di una povera anima le parole del Signore « le peccatrici vi
precederanno nel regno dei cieli »... Per potere capire la sete e stimare
l'acqua bisogna aver provato le piccole seti, e la non soddisfazione delle acque
che sono a nostra portata.
Ecco
perché anche il peccato non è mai un elemento negativo: impariamo che questo
non basta... che questo non basta... che questo non basta... E che cosa volete
di meglio? Una scuola tremenda, ma una scuola illuminante a tal segno che non la
dimenticheremo più la lezione.
E
grida: domanda, ma domanda come domandano le anime veramente assetate, perché
così le ha benedette il Signore: « benedetti coloro che hanno fame e sete »...
«
Guai ai satolli »: guai a quelli che si restringono il cuore per poter tenere
dentro la piccola goccia di gioia. Guai a coloro che angustiano la propria anima
per potere dire: mi basta. Quello è il vero peccato contro l'uomo e il vero
peccato contro Dio. A costo di star male bisogna che noi ci apriamo, e abbiamo
la sincerità di riconoscere, come la samaritana, attraverso un grido disperato,
di riconoscere la nostra sete e di gridarla a qualcuno: « dammi di
quest'acqua perché io non abbia più sete e non venga tutti i giorni ad
attingerla ».
C'è
anche la fatica dell'attingere, c'è la fatica del chiedere, c'è la fatica di
prendere le piccole gioie, di spremerle le piccole gioie delle creature, perché
tante volte diventiamo inumani, implacabili nella nostra sete di godimento,
mettiamo sotto il torchio delle creature sperando che esse abbiano qualche cosa
per la nostra sete. E certi pervertimenti della vita moderna non sono che il
segno di una insoddisfazione che per vie naturali non possiamo trovare alla
nostra sete. E allora ecco che confermo quello che vi dicevo prima: stritoliamo
le creature per vedere se dentro c'è quello che non eravamo ancora stati capaci
di scoprire.
La
stanchezza del cercare! Se voi mi permettete un'immagine: ogni giorno la
fatica giornaliera nostra è questa: levare delle pietre per vedere se c'è
qualche cosa che va per il nostro cuore. E non facciamo che alzare delle pietre
e guardarci sotto, fino a quando una pietra diventa la pietra tombale.
Voi
vi aspettate che il Cristo accolga generosamente, entusiasticamente questo
grido. No, il Signore a quest'anima che domanda l'acqua che disseta
perennemente, perché è anche stanca di venire tutti i giorni ad attingere, il
Signore rivolge una domanda strana, o meglio, chiede una cosa strana: « Va e
chiama tuo marito ».
Perché
non è andato incontro a questa aspirazione così spontanea e così viva di
questa povera creatura? Miei cari amici, la religione è una cosa seria. Cristo
è un personaggio serio. Voi potete pensare della religione quello che volete;
potete dire quello che volete della religione, e siete completamente liberi di
farlo. Però una cosa sola potete dire, almeno, del mio Maestro: che non ha
illuso nessuno, che non l'ha data ad intendere, che non si è accontentato di
facili entusiasmi, che ha prospettato davanti ad ogni slancio di anima la
difficoltà del vangelo.
E
badate che una religione che si dimentica di chiarire gli impegni che essa
propone all'uomo, che gioca sul sentimento sbagliato, che prepara artificiosamente
il clima dell'adesione non è una religione rispettabile: e bisogna dire che
colui che ricorre a questi mezzi non ha veramente fede nella religione che
predica. Il Signore ci ha dato questo esempio di onestà perfetta, e quando
qualcheduno si lamentava - ed erano gli apostoli che riportavano a Cristo
questo lamento: « Se tu continui a parlare a questa maniera tutti i
abbandoneranno », il Signore si è rivolto ai suoi apostoli e disse loro: «
volete andarvene anche voi? ».
La
religione-clientela, la religione-massa, la religione che fa strepito e crea
un ambiente, un'aria irrespirabile, voi lo capite bene o miei cari amici, non è
quella che il Signore ha predicato, né quello che il Signore vuole. Non è che
abbia smorzato... ha richiamato questa donna che incomincia a intravvedere
qualche cosa di grande nella persona che gli sta vicino, ha richiamato alla
serietà della posizione cristiana.
E
come l'ha richiamata? l'ha richiamata attraverso una scoperta di quello che
era la triste condizione morale di questa creatura, la quale è lei che
risponde: « Non ho marito ». E il Signore che dice: « Hai detto giusto, perché
colui, che è il quinto che adesso hai, non è tuo marito ».
Non
c'è della sgarbatezza? Se voi volete chiamarla così, io non ho niente da
eccepire. La verità è sempre un pochino sgarbata. Coloro i quali cercano di
addolcirla sono i primi traditori della verità e l'uomo - parlo soprattutto
degli uomini che hanno il senso della virilità e il senso, direi della
responsabilità - sono contenti di avere davanti qualcuno che parla, e parla
onestamente, e non dice una parola di più, e non fa niente neanche per
trattenere colui che se ne vuole andare. Questo, perché non si può illudere,
non si deve illudere nessuno, non si deve mai ingannare nessuno, specialmente
quando si tratta di impegni che possono prendere tutta l'esistenza, e prendono
tutta l'esistenza.
E
qui sorge un altro aspetto del dialogo tra la samaritana e Cristo: l'inserimento
della nostra vita morale nel momento religioso.
Badate
che è il problema più delicato: lo scoglio dove noi in gran parte abbiamo
fallito la nostra apertura cristiana. A un certo momento siamo tornati
indietro, perché il comandamento finiva per rendere impossibile il credo. O
meglio, per uno di quei motivi di coerenza, che sono più che rispettabili, e
che io lodo, uno non si è più sentito di dire « credo » perché non ha la
forza di potere fare quello che il comandamento viene a saldare o a confermare
del nostro momento di fede.
Lasciate
però che in una maniera semplice e breve io incominci a rivedere anche questa
maniera di inserire non sempre esattamente il momento morale nel nostro momento
religioso.
Intanto
una dichiarazione, che è una dichiarazione che non vi farà dispiacere: non
ci sono due momenti distaccati: non c'è il momento del « credo » e il
momento dello sforzo morale o del comandamento.
La
bontà fa parte della verità, e ogni elevazione, ogni sforzo di elevazione
verso un momento di fede è anche istintivamente, senza che noi qualche volta
lo vogliamo, un tentativo di chiarificazione morale, perché, voi lo sapete come
Gesù ha espresso questa unità con delle parole che sono niente affatto
misteriose: « Chi fa la verità viene alla luce », perché sono due momenti
concomitanti: chi vede fa, e nel fare vede.
Detto
questo, veniamo a un'altra chiarificazione: che forse è ancora più opportuna
e più utile per mantenere dentro di noi una fedeltà anche quando abbiamo
l'impressione che non ne siamo degni.
Il
comandamento dove viene? Il momento morale dove viene?
Se
io incomincio a presentarvi i dieci comandamenti, voi avete l'impressione che
dal di fuori vi vengano dati. C'è una imposizione: voi vi rivoltate verso
l'imposizione. E' direi una difesa della vostra autonomia umana e della vostra,
anche, iniziativa morale. Non solo non la discuto, non solo non la biasimo, ma
la trovo esatta, con una differenza però: - ed è bene che ci badiate a
questa differenza: - che tante volte noi non sappiamo bene donde viene alla
nostra coscienza questa voce, questo richiamo.
Il
comandamento non è di fuori: il comandamento è la sostanza della nostra vita
umana. Cioè ognuno di noi è costruito su una regola morale, che sono poi le
regole espresse attraverso la rivelazione, i comandamenti che poi si riducono
a due: « Ama Iddio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e ama il
tuo prossimo come te stesso ».
Orbene,
Iddio non mi comanda niente, Iddio non mi punisce. Non mi comanda niente, perché
è dal di dentro che egli ha posto questa regola senza della quale io non sono,
o mi disciolgo, o mi diminuisco. Non castiga, perché sono io stesso con le mie
mani che, attraverso questa non rispondenza alla mia costituzione umana,
interiore, spirituale, morale, non mi trovo più come uomo. La diminuzione di
me uomo è in conseguenza di questo rifiuto ad ascoltare e seguire quello che
è la costituzione di me stesso.
Il
comandamento non è fuori di me: lo trovo fuori di me, ma prima lo trovo dentro
di me. Quindi, quando io non accolgo il momento morale, cioè non seguo la
regola umana su cui sono costruito, io disobbedisco a Dio che è dentro di me e
che ha, in una maniera misteriosa ma profondamente umana, dato a me la
possibilità di essere quello che devo essere, senza bisogno d'andare a cercare
altrove.
E
ho detto che non mi punisce, perché sono io che mi punisco con le mie mani
ogniqualvolta, disobbedendo alla legge divina, a questa Presenza adorabile e
misteriosa che è in ognuno di noi, e di cui abbiamo scoperto poco fà la realtà
attraverso un'esperienza che voi non mi potete negare, diminuendomi come uomo
io mi castigo. Sono io che determino le conseguenze di una mia infedeltà:
infedeltà a me stesso, infedeltà a questa presenza di Dio a cui, a un certo
momento nel punto più delicato, io ho segnato un nome: la coscienza.
E
adesso vengo alla terza delucidazione. Che cosa vuol dire: inserimento del
momento morale nella vita di fede; cioè questa dignità di opera in conformità
a quello che credo?
Voi
ci accusate, voi accusate noi cristiani di incoerenza, e avete perfettamente
ragione, e qualche volta vi fermate sulla soglia della chiesa perché non
volete far parte a questo consorzio di gente incoerente tra il momento di fede e
il momento di vita.
Il
momento di fede in voi è sempre chiaro, preciso, completo? Io, se volete
sentire una confessione, io non l'ho mai così chiaro come qualcheduno dice
d'averlo, non l'ho mai così preciso come qualcheduno propone; soprattutto non
l'ho mai molto fermo perché ogni giorno io debbo conquistare la mia fede,
come debbo conquistare la mia piccola fedeltà morale: tanto è vero che il
vangelo ha suggerito a un'anima incerta questa preghiera: « Signore io credo,
ma tu aiuta la mia incredulità ».
Noi
siamo sempre un pochino degli increduli... E così, vedete, nel campo morale:
siamo della gente che si sforza ad essere buona: noi non siamo buoni, ci
sforziamo di essere buoni.
E
quand'è che il passo della mia vita morale non è in contraddizione con il
passo della mia fede? Soltanto quando io mantengo lo sforzo morale, cioè io
resisto ad abbandonare l'impresa di cercare la bontà e di vivere la bontà. Se
io non riesco a scalare una vetta, io devo essere tanto onesto da dire: « la
vetta c'è, anche se io non sono capace di arrivarci ». Io comincio a
diventare disonesto... e guardate che nella vita morale le cime ideali noi le
cancelliamo qualche volta perché non abbiamo la forza di arrivarci; ma nessuno
ha avuto il comando di arrivare lassù.
Tutti
noi abbiamo invece un altro impegno che è quello di mantenere lo sforzo, e lo
sforzo morale lo si mantiene anche nella debolezza più quotidiana, anche nella
caduta. Il peccato non rompe lo sforzo morale: è soltanto una rinuncia che ci
fa abbandonare lo sforzo morale.
Ora,
finché noi siamo nello sforzo morale, noi siamo in una coerenza: una coerenza
che è fatta di insufficienze, di inadeguatezze. Ma il Signore ci aiuterà un
pachino alla volta a migliorare anche le nostre posizioni. Il Signore ci giudica
e ci prende nella sua considerazione, direi, di figliuoli che cercano,
soltanto perché noi non desistiamo dal nostro sforzo morale. Ora vedete, se
noi sapessimo prendere questa indicazione che è una indicazione esatta, anche
se non sempre presentata a questa maniera, noi ci salveremmo da certi
avvilimenti, e resisteremmo in una coerenza penitente.
Badate
bene alle parole: ho sempre prima una fede che ha sempre bisogno di essere
aiutata perché a un certo momento sembra una incredulità; e qui abbiamo uno
sforzo morale che ci dà una vita e una coerenza verso il momento ideale della
nostra vita morale che è penitente, perché io sono buono nonostante i miei
peccati, io sono buono nonostante le mie tristezze. E perché sono buono? perché
voglio essere buono, perché cerco di essere buono, perché mi sforzo di essere
buono: perché a un certo momento io sento che Iddio vuole che questo mio sforzo
resista„ perché egli ha fiducia in me ed io devo aver fiducia in quello che
è la sua volontà che si manifesta attraverso la mia povertà.
Adesso
possiamo anche proseguire perché non ho niente da dire su questo inserimento.
Non voglio farvi la storia di questa anima che è la samaritana: a me preme
piuttosto di vedere i riflessi di questa esemplarità espressa in questo
episodio del vangelo, espressa e riflessa in ognuno di noi.
Qualunque
sia la nostra considerazione di peccatori, per quanto noi siamo peccatori, se
noi rimaniamo in questo sforzo morale, rimaniamo nella possibilità della
redenzione e della salvezza: e quindi cristiani peccatori. Perché, se voi mi do
mandate: - qual è il titolo con cui noi entriamo nella casa del Padre? - questo
titolo è: peccatori. Gli altri titoli non contano, perché sulla porta della
chiesa lasciamo ogni differenza sociale. Lasciamo anche i nostri attributi,
direi, personali o d'intelligenza e d'altro: diventiamo dei poveri peccatori.
E
allora sentite: finché noi ci sentiamo dei peccatori vuol dire che abbiamo
davanti un ideale di vita verso cui tendiamo e tendiamo con tutto lo sforzo
della nostra anima. Quanto all'arrivare, Dio solo lo sa.
Però
io vi dico (ed è la garanzia che il Signore mette su ogni sforzo) che ad ogni
ricerca corrisponde un momento di grazia, e quindi anche un momento di arrivo,
anche se è un arrivo provvisorio.
C'è
una povera creatura che ha una storia dolorosa. Verrebbe voglia di scrivere un
libro: « i bassifondi del vangelo ». E qualche volta la tentazione mi è
venuta, perché le pagine più belle sono pagine di bassofondo. Son tutte povere
creature, ed è il miracolo della redenzione ma è anche il miracolo della
speranza. E badate, questa anima è scoperta.
Ho
detto che forse c'è stato anche un po' di sgarbatezza da parte di Cristo nel
guardare dentro a questa anima che volentieri avrebbe tenuto nascosto la sua
piccola storia di povera donna, come noi teniamo nascosta la nostra piccola
storia di poveri uomini. Ma a un certo momento questa donna ha come un senso
di liberazione. Non si rivolta a parola strana che conferma quella che è
ammirazione e nel medesimo tempo anche soddisfazione: - « Adesso vedo che tu
sei un profeta » - Perché? Perché le ha detto la verità. Dire la verità!
La
religione ha un compito il più delicato e il più insopportabile: è quello di
dire la verità, la verità a tutti senza guardare in faccia a nessuno.
Naturalmente le nostre disposizioni non sono sempre come quelle della
samaritana, e ci inalberiamo e gridiamo contro il profeta. Voglio dirvi in confidenza
una mia impressione, che vale proprio come impressione e niente altro: oggi,
soltanto una parola profetica può avere presa sul nostro tempo, cioè può
arrivare alle nostre anime.
Mi
domando: quante sono le anime che possono sopportare un linguaggio profetico
sulla bocca dei propri sacerdoti?
Aggiungo
un'altra mia impressione: il tentativo di ipotecare sulla bocca dei sacerdoti
la parola del Signore, di togliere la qualifica di profeta, e di farlo
diventare un semplice funzionario.
Voi
vi lamentate e dite: a che serve questo prete?... E allora perché non gli
concedete, perché non sopportate la parola del profeta?
Ma
questa è una richiesta che io non dovrei porre a voi, perché io so che il
profeta non è mai stato sopportato in nessun momento della vita. So una cosa
soltanto: che il testimone che il Cristo chiama della sua verità deve avere
l'anima del profeta, deve non farsi dimettere da profea e calare in quella
categoria di compiacenza che certe classi, specialmente le benestanti, hanno
sempre la pretesa di vedere calare il proprio prete, perché allora diventa
"uno dei nostri", e si dimentica di essere la "voce di Dio"
che prepara le strade alla salvezza.
Mi
pare che stiano suonando le dieci: e sapete perché mi dànno un pochino
fastidio quelle ore? perché incomincia proprio ora il momento più bello del
dialogo tra la samaritana e il Cristo.
Perché
a un certo momento, questa povera donna, che non ha le carte in regola secondo
il criterio di giudizio di gran parte di noi, ha delle curiosità, ha dei
problemi: ... il problema veramente religioso. Mi accontento di presentarvi la
domanda: « I nostri padri hanno adorato Iddio su quel monte (era il Garizim
che stava di fronte ai due che sedevano in questo momento sull'orlo del pozzo di
Sicar): e voi dite che Iddio bisogna adorarlo nel tempio di Gerusalemme? ».
E'
una domanda: è una di quelle domande che forse noi non siamo abituati a porci
perché abbiamo una maniera molto adattabile, e lasciatemi dire, una
abitudine, una tradizione che non ha più la vivacità di certe richieste o di
certe proteste. Per noi tanto è lo stesso: per noi certe forme di religione ci
potranno sì e no indisporre, ma a un certo momento noi non sentiamo più il
richiamo a qualche cosa di profondo e di vivo perché si è spento... s'è
spento qualche cosa di personale dentro la nostra anima. Cioè la nostra non
è più una religione personale: è diventata una delle solite manifestazioni o
dei soliti "portarsi addietro" di abitudini che noi non abbiamo più
neanche il coraggio di prendere in mano, per vedere fin dove sono dentro di noi,
fin dove ci impediscono e fin dove ci approvano.
Il
problema della religione personale, cioè di una coscienza personale della
religione, è il problema dell'ora.
Mantenere
non la tranquillità della nostra fede, ma mantenere la saldezza della nostra
fede e la fedeltà della nostra fede!
E'
finito il momento di Marx. E' finito anche il momento, sotto un certo aspetto
(ma voglio che mi capite bene), quello di... di "comunione": cioè io
aiuto l'altro a credere, l'altro aiuta me a credere. Prima di questo aiuto
vicendevole, occorre che ognuno di noi pensi alla costruzione personale: e
badate che forse è finito anche il tempo in cui voi vi rivolgevate unicamente
al sacerdote perché vi aiutasse nel momento della vostra vita religiosa. Il
sacerdote ci entrerà come ripetitore di una Parola che egli ha in consegna:
la ripeterà come profeta nei momenti in cui noi non sentiremo forse neanche
più la possibilità di un riecheggiare interiore di questa Parola. Il
sacerdote vi aiuterà nel momento di grazia attraverso la comunicazione del
sacramento; ma ognuno di voi deve essere il costruttore della propria vita
religiosa, spirituale e morale.
Non
c'è altra maniera: e questo momento di sbandamento ci voleva, dico, questa
realtà che misura la incapacità di potere mantenere un quadro che non
risponde più a questa capacità collettiva di ritrovare la strada della
religione.
Ma
naturalmente non dovete credere che questa "adorazione in spirito e verità"
di cui parla il Cristo alla povera samaritana, che ne è sbalordita... e
qualcheduno di voi si domanderà perché questa rivelazione che è la più alta
del vangelo egli l'ha fatta a una povera donna; ma sono appunto le povere
creature che qualche volta hanno le sensibilità e le aperture più grandi.
Lasciate
che vi dica però che questa costruzione interiore, questa persuasione nostra
personale, questo "scio" della parola di s. Paolo (perché se non
avete una conoscenza vostra ricordatevi che tutti vi possono portar via quello
che credete di avere) ha però bisogno anche di sostenersi coralmente. Che
cosa vuol dire: sostenersi coralmente? Ci sono dei momenti di tradizione che
vengono restituiti tutte le volte che noi dentro abbiamo riaperto la
sorgente di vita eterna. C'è un bisogno di tenersi uniti e nella preghiera e
nel sacramento e nella salvezza, perché questo "Corpo di Cristo" di
cui sentite tante volte parlare e che è ancora tanto lontano non soltanto dalla
nostra realizzazione ma dalla nostra consapevolezza, ha bisogno di questo senso
di fraternità che è anche senso di povertà.
Questo
andare a Dio in tanti, questo mettersi insieme, che finisce per sorreggere l'uno
e l'altro, per sentirsi meno poveri in una povertà larga, per sentirsi con voce
meno debole in una voce che diventa un appassionato "corale" di
povere creature che guardano verso il domani che sentono di essere chiamate a
un compito che è quello di mantenere, in un mondo che lo dimentica, e in un
mondo che gli volta le spalle, lo spirito della carità, della verità e della
pace di Cristo.
Io
chiudo, e chiudo vi ripeto, con una certa fatica perché la vostra attenzione
così affettuosa mi ha commosso e mi commuove anche in questo momento. Voi vi
siete accorti che ogni mia parola è stata smorzata da una profonda e devota
venerazione del segreto delle vostre anime. Ho voluto soltanto dirvi le
parole ...meno aggressive della mia sofferenza di sacerdote. Non so se nelle tre
prossime sere io saprò sempre contenere il mio povero animo. Comunque io
sento che il Signore ha disposto in ognuno di voi, senza che io ne sia degno,
un momento di raccoglimento su cui egli fiduciosamente riposa, e davanti al
quale io mi metto in ginocchio silenziosamente e attendo.