“COMUNIONE SULLA MANO”

perché… sacrilegio?

Risposta a un Parroco del Sac. dott. Luigi Villa

Preambolo

In questo gennaio 1996, in una parrocchia del brescia­no, venne distribuito, presso alcune famiglie, un certo numero di copie del mio dossier: "Comu­nione sulla mano? No! è sacri­legio!". La reazione da parte del parroco fu immediata: durante le Sante Messe del Sabato e della Domenica, egli si scagliò contro il dossier, sopraccitato, e contro chi lo aveva distribuito in parrocchia, dicendo: «Non fatevi inganna­re!... La Chiesa vi dà la libertà di ricevere la Comunione sia sulla lingua che sulla mano!... Certe cose ci dividono nella Chiesa!... Quel libretto buttatelo via!»...

Per tale pubblico intervento, la persona che aveva distribuito il dossier si sentì offesa e scrisse una lettera personale al parroco, non ricevendo, però, alcuna ri­sposta, né a parole, né scritta. Quattro mesi dopo, in occasione delle "Prime Comunioni" in par­rocchia, per la prima volta, nella storia del paese, il parroco decise di distribuire lui stesso l'Ostia consacrata sulla mano dei bambini!

Questo gesto, che assunse tutto il sapore di una sfida e di una rea­zione alla tesi teologica presen­tata nel libretto "Comunione sulla mano? No! è sacrilegio!", spinse la persona che lo aveva distribuito a pubblicare e distri­buire una "Lettera aperta" di protesta, alla quale, però, il parro­co reagì di nuovo, scrivendo an­ch'egli un "foglio", che inserì nel Bollettino parrocchiale, in cui af­fermava che quel "signore" suo parrocchiano si era posto "dichia­ratamente al di fuori della Chiesa", e aggiungeva che i fede­li della sua parrocchia erano ri­masti "non poco turbati da una pseudo-teologia (quella del li­bretto) quanto meno deviante"! A questo punto, quel "signore" contattò telefonicamente il parro­co per avere un colloquio privato. Fu ricevuto, dopo circa una setti­mana, nel cortiletto adiacente alla canonica; ma fu un dialogo tra sordi, perché il sacerdote, in con­creto, non seppe fornire risposte adeguate sia alle sue domande che alle sue obiezioni.

Dopo di che, l'Autore della "Let­tera aperta" mi scrisse una lette­ra, chiedendomi delucidazioni e un pronunciamento sul contenuto del "foglio".

Il sottoscritto, allora, dopo averne letto attentamente il contenuto, ha scritto queste pagine di risposta alle principali affermazioni fasulle (sia sul piano teologico che stori­co) di quel parroco, e che ora propone, come lettura storico­-teologica, a tutti i Vescovi e sa­cerdoti, affinché traggano conse­guenze concrete, "ad maiorem Dei gloriam, animarunque sanctitatem"!

Egregio e carissimo dott. Adessa, ho qui, sul mio tavolo da studio, la Sua del 29 giugno, uni­tamente al "foglio" di risposta alla Sua "Lettera aperta a don Antonio, Parroco di ...", e inse­rita nel Bollettino parroc­chiale del maggio-giugno 1996. Oggetto: il mio opuscolo: "Co­munione sulla mano? NO! è sacrilegio!".

Lei mi chiede un mio pronuncia­mento sul testo di Don Antonio, o almeno qualche delucidazione ed osservazione sul contenuto.

Pur senza scendere in troppi det­tagli, credo però necessario, an­che per me, rispondere alla grave ingiuria che il suo parroco ha fatto a Lei, dichiarandola "fuori della Chiesa", e a me, scrivendo che "i fedeli che vivono in questa par­rocchia (sono) non poco turbati da una pseudo-teologia (la mia, naturalmente!) quanto meno de­viante".

È una denuncia pubblica, grave e infamante, specie per me, sacer­dote, che, oltre ad essere laureato in "teologia dogmatica", sono stato ordinato "sacerdote" proprio e sopratutto per l'Eucarestia! Comincio, perciò, col far notare l'ignoranza teologica del suo par­roco, vedendo che ignora perfino cosa significhi la parola "pseu­do" (dal greco "pseudòs"=men­zogna) che si usa quando si mi­schiano varie parole, o vari radica­li, per sottolineare una cosa illusoria o speciosa. Per esempio: uno "pseudo-problema", ossia un problema che non esiste o che non si pone, pur apparendo come un vero problema, per effetto di principii erronei. Ora, unito alla parola "teologia", (dal greco "Zeòs"=Dio, e "lògos"=discorso) risulterebbe: "una falsa teolo­gia"; e perciò "deviante" (dal verbo "deviare", ossia che volge in un'altra direzione, uscendo dalla retta via).

Ma come può dire, il suo parroco, che il mio studio: "Comunione sulla mano? NO! è sacrilegio!" è una "falsa teologia"? Forse che l'Eucarestia non appartiene alla Teologia, in tutti i suoi capitoli, riguardanti, perciò, anche i Sacra­menti, dove si specifica: il "Sa­cramento eucaristico", la "Pre­senza Reale" nell'Ostia consa­crata, e il "Sacramento" per antonomasia?

E allora?... È solo ignoranza teo­logica quella del suo parroco?... Comunque, non so come io possa aver turbato la coscienza dei suoi parrocchiani dopo aver letto que­sto mio testo di teologia - seria e penetrante e che credo anche convincente! - dell'errore com­messo da una parte dell'episco­pato italiano (come lo dimostrerò più avanti) nell'aver dato il "permesso", "facoltativo", di usare del "nuovo rito" nel distribuire la Santa Comunione sulla mano, di cui io, però, contesto il diritto di poterlo dare, perché gravemente lesivo del dogma eucaristico della "transustanziazione", so­lennemente definito da due Con­cilii "defide" (e, quindi, intoccabili anche dall'episcopato!), come quello di Firenze (1438-1445) e quello di Trento (1545-1563). Detto questo, passo subito al "preambolo" di don Antonio, che vorrebbe essere come una "ri­sposta" alla "Lettera aperta" che Lei aveva distribuito, nei giorni 30 e 31 maggio, a tutte le famiglie della sua parrocchia.

Egli scrive: «Se metto mano a queste righe, non è per rispondere all'Autore della "Lettera aperta" che dichiaratamente si pone al di fuori del Magi­stero della Chiesa...».

Anche qui, il suo dire è molto gra­ve, quasi da irresponsabile, perchè un sacerdote che ha ap­pena appena studiato un poco di teologia, dovrebbe sapere che ci si separa dalla Chiesa solo caden­do, consapevolmente, in uno o più "errori" di Fede.

Il suo parroco, perciò, prima di azzardare (e con tanta sicumera!) che Lei si è posto "dichiarata­mente" al di fuori della Chiesa, avrebbe dovuto anche sapere - già dal Catechismo di S. Pio X! - che «è fuori della Comunione dei Santi chi è fuori della Chie­sa, ossia i dannati, gli infedeli, gli ebrei, gli eretici, gli apostati, gli scismatici e gli scomunica­ti». E avrebbe dovuto sapere, dal Codice di Diritto Canonico 1321, che «nessuno è punito se la violazione esterna della legge, o del precetto, da lui commes­sa, non sia gravemente impu­tabile per dolo o colpa».

Inoltre, avrebbe dovuto sapere che, per "Magistero della Chie­sa", si deve intendere quello "solenne", e cioé quello dogma­tico e definitorio, e quello "stra­ordinario"; mentre invece, quello "ordinario" deve essere usato con molta prudenza, con molto equilibrio e nella logica della Tra­dizione e del Magistero solen­ne, e, comunque, deve essere esercitato, a nome di Cristo, per l'insegnamento e la salvaguardia della Fede.

Ora, questa concessione della "Comunione sulla mano", data dall'episcopato italiano, non è stata certamente data in tale at­mosfera, come ne parlerò e lo dimostrerò più avanti!

Quindi, carissimo Signor Franco, stia pure tranquillo! Quel suo evi­dente desiderio di approfondire i problemi della Fede (come lo è questo della "Comunione sulla mano"!) le fa onore, perchè è un atto proprio della "ragione", come lo ha affermato San Pao­lo: "Fides est rationabile ob­sequium"; la Fede, cioè, è una libera sottomissione della ra­gione alla Verità eterna che si svela. Ne riparlerò ancora. Intanto, leggiamo quello che scri­ve ancora Don Antonio:

«La mia risposta non può essere altra che quella della Chiesa che, a più riprese, ha ampiamente trattato il Sa­cramento dell'Eucarestia e il culto eucaristico, offrendo principii e norme perchè sia degnamente celebrato».

Si, è vero! e tutto questo lo ave­vamo ricevuto dalla Gerarchia ante-Vaticano II! Ci sono secoli di storia a testimoniarlo, per cui non sto a riportarne i testi, nume­rosissimi, sul mistero eucaristico, che abbracciano: la "Presenza Reale", il "Sacrificio della Mes­sa" e il "Sacramento della Co­munione". A Don Antonio baste­rà ricordargli, qui, che è falso che la Chiesa, di sua iniziativa, abbia voluto modificare la bimillenaria prassi liturgica (come ho dimo­strato nel mio studio, "Comunione sulla mano? NO! è Sacrilegio!", al capitolo I°) di dare la Comunione sulla lingua dei fedeli, dopo aver accolto la loro richiesta (di chi?) e dopo aver tenuto conto della loro maturità spirituale (!!). Infatti, l'origine di questa errata riforma fu rivelata dallo stesso Paolo VI, il quale, contro la sua volontà e le gravi ragioni da lui stesso es­poste (e tuttora oggettivamente valide!), ha dovuto cedere alle equivoche insistenze di alcune Conferenze Episcopali, dichiarando apertamente: «(La rifor­ma) rischia di disorientare molti fedeli che non ne sentono la necessità e che mai si sono posti questo problema (...). Sembra che questa nuova pra­tica, instaurata qua e là, sia opera di un numero di sacer­doti e laici che cercano di im­porre il loro punto di vista agli altri e di forzare la mano all'Au­torità. Approvarla, sarebbe in­coraggiare queste persone non mai soddisfatte delle leggi della Chiesa»! (cfr. A. Bugnini, "La Riforma liturgica 1948-1975", Ed. Liturgiche, Roma 1983, pp. 627-628).

E questa "deplorazione" di Pao­lo VI è confermata anche nel suo "Memoriale Domini" (in "Acta Apost. Sedis", 61, 1969, pp. 541­5) dove, tra l'altro, dopo aver esposto le "gravissime ragioni" per le quali non intendeva ap­provare la nuova prassi di dare e ricevere la Comunione sulla mano dei fedeli, sentenziava: «... haudquaquam esse immutan­dam (...)» la precedente con­suetudine (di ricevere l'Ostia con­sacrata sulla lingua). E la Sua decisione era definitiva, inap­pellabile: «... summo Pontifici non est visum modum jamdiu receptum sacrae communionis fidelibus ministrandae immu­tare... (...)». Per cui, tutti sono vivamente esortati a restare fedeli alla prassi tradizionale: «qua­propter Apostolica Sedes episcopos et sacerdotes et fideles vehementer hortatur ut validae iterumque confirmatae legi studiose obsequantur... (...)» (iv. p. 641).

Questa ferma volontà di Pao­lo VI apparve chiara anche nel "Rito della Comunione fuori della Messa" (Roma, 1979, p. 25, n. 21): «Si conservi la consue­tudine di deporre la particola del pane consacrato sulla lin­gua dei comunicandi: consue­tudine che poggia su una tradi­zione plurisecolare».

E allora - si dirà - come si è giunti ad approvare, anche in Italia, que­sta "nuova prassi" col "Decreto" firmato dal cardinale Poletti, il 19 luglio 1989?

Il cardinale Silvio Oddi, già Pre­fetto della Congregazione per il Clero, ad una intervista in propo­sito, ebbe a dire: «Nell'ambito della C.E.I. - mi è stato riferito - i Vescovi hanno preso la deci­sione con una votazione che ha avuto come risultato l'ap­provazione della "Istruzione" con "un solo voto" di differen­za. Se, per fare un esempio, 150 si sono dichiarati favorevoli, 149 sono stati contrari" (cfr. L'Intervista su "Il Segno", apri­le 1990, p. 19).

La "nuova prassi" della "Co­munione sulla mano", perciò, entrata in vigore anche in Italia, la prima domenica di Avvento (3 di­cembre 1989), in base a un do­cumento che non fu dovuto, direttamente, dalla Santa Sede, ma che venne firmato dal cardi­nale Ugo Poletti, quale presidente della Conferenza Episcopale Ita­liana, la dice lunga su questa "concessione" piuttosto ambi­gua e discutibile, anche perchè quella "prassi" era già stata in­trodotta, qua e là, senza alcuna autorizzazione, come lo disse lo stesso Paolo VI, e come se ne può trovare conferma nella più auto­revole delle fonti (cfr. A. Bugnini, "La Riforma liturgica 1948-1975", Edizioni Liturgiche, Roma 1983, pp. 623-624), dove si legge: «Al­l'inizio, vi fu ferma opposizio­ne ...».

Infatti, dopo aver concesso, su pressione, specialmente da par­te della Germania, Olanda, Belgio e Francia - le nazioni cristiane più progressiste! - dopo che la Congregazione dei Riti concesse la "nuova prassi" alla Germania (6 luglio 1968) e al Belgio (11 luglio 1968), Paolo VI, di fronte a vivaci proteste, ne parlò al segre­tario del "Consilium", nell'udien­za del 25 luglio 1968, "deciden­do di sospendere la conces­sione...". Quanto all'Olanda, poi, il "Consilium" scrisse al card. Al­frink: «Sia conservato il modo tradizionale di distribuire la Santa Comunione» (12 Ott. 1965). Più tardi, ancora il "Consilium" riferiva che il Papa; «Non ritiene opportuno che la Sacra Particola sia distribuita sulla mano e assunta poi dai fedeli in vario modo loro pro­prio; e prega, pertanto, viva­mente la Conferenza che dia le opportune disposizioni perchè si torni, dappertutto, al modo tradizionale di comuni­carsi». (Lo storico, però, scrive: «Ma questi e altri richiami non ebbero effetto»! (cfr. A. Bugnini, op. cit., pp. 623-4).

Questo "inizio abusivo" fu subito favorito dalle psuedo-liturgie, celebrate ovunque dall'eretico Movimento neo-catecumenale (cfr. E. Zoffoli, "Eresie del Movimento Neocatecumenale", Roma, 1990). Comunque, di fronte ai molti abusi che ormai succedevano ovunque con la distribuzione della "Comunione sulla mano", l'Episcopato mondiale volle fare un'inchiesta, la quale diede que­sti risultati:

Su 2136 votanti (vescovi), al "quesito": se si potesse acco­gliere la richiesta di permettere di ricevere anche la "Comunione sulla mano", oltre al rito tradizio­nale, 567 risposero di "sì'; 1233 di "no"; 315 "iuxta modum"; 21 furo­no i "voti nulli".

A un secondo "quesito": se pia­cesse che il "nuovo rito" fosse esperimentato, prima in piccole comunità (con il consenso dell'Or­dinario): 751 risposero di "sì"; 1215 "no"; 70 "voti nulli".

A un terzo "quesito": se i fedeli, dopo appropriata preparazione, avessero accolto il "nuovo rito": 823 risposero di "sí"; 1185 "no"; 128 "voti nulli".

Quindi, non ci fu mai una maggioranza, ma anzi, secondo l'esposto del "Consilium", risultò che c'era «una larga maggio­ranza assoluta contraria alla nuova prassi» (cfr. A. Bugnini, op. cit., p. 637).

Anche in Italia, negli anni `70, non si era raggiunta la maggioranza prescritta, che si ottenne, invece, poi, dal 15-19 maggio 1989, pro­vocando il "Decreto", firmato il 19 luglio 1989 dal card. Ugo Poletti. Qui, però, io posso aggiungere che quella maggioranza di "un solo voto in p!ù" fu un'autentica "frode", perché, mancando alcu­ni "voti" per raggiungere il "quo­rum" stabilito, si fece votare al­cuni sacerdoti presenti, addetti ai lavori della C.E.I. L'approva­zione della Santa Sede, quindi, fu come estorta, ridotta a un ge­sto di "accondiscendenza" fino al limite della liceità, "in fraudem legis"!

Comunque, impiegare lo stru­mento del "voto" per censire il "sacrosanto Mistero dell'Euca­restia" è un atto assurdo e inac­cettabile dal punto di vista teolo­gico. I dogmi (e qui la "transus­tanziazione" è un dogma defini­to da due Concili "de fide"!) non si possono mettere ai "voti"!

Ma qui voglio fare una parentesi: a quei tempi (cfr. A. Bugnini su "L'Osservatore Romano" del 5 maggio 1973) si era nel vortice delle contestazioni episcopali contro l'enciclica "Humanae vitae" di Paolo VI, e le Conferen­ze Episcopali, che allora chie­devano la legittimazione del­l'abuso della "Comunione sulla mano", erano costituite proprio dai vescovi progressisti e neo-modernisti che recalci­travano appunto contro l'encicli­ca! «A Roma si sapeva che erano in corso pressioni e ricatti...» (cfr. Ennio Innocenti, "La Mistica del cristiano comu­ne", Sacra Fraternitas auriga­rum in Urbe", 1989, p. 151).

A questo punto, viene sponta­neo pensare che i Vescovi ita­liani, che avevano votato per il "nuovo rito", non avevano fatto altro che ricalcare le orme dei confratelli stranieri, perché, come loro, progressisti, e an­che per complessi di inferiorità e pressioni demagogiche!

Ora, qui, è bene ricordare e sot­tolineare che il principale rifor­matore della Liturgia fu Mons. Annibale Bugnini, il quale era un "massone", denunciato co­me tale - prove alla mano! - da un cardinale che presentò lui stesso quelle prove a Paolo VI, il quale dovette, poi - e ben pres­to! - liquidarlo, inviandolo come "pro-nunzio" a Teheran (Iran)!

Ed è bene anche ricordare che il cardinale Ugo Poletti, che fir­mò il "Decreto" dei "nuovo rito", compariva anche lui, insieme a Mons. Bugnini, nella lista dei presunti massoni, pubblicata sulla rivista politica dell'avv. Pecorelli, "OP" (del 12 sett. 1978), con tanto di data di iscrizione, di matricola e di sigla; una "lista" che non fu mai sconfessata da alcuno, Santa Sede compresa! Ora, questo mi obbliga a ricor­dare che il "nuovo rito" della "Comunione sulla mano" fu una "operazione" voluta dalla Massoneria, il cui piano con­sisteva in questi tre punti:

1) far ricevere la comunione in piedi;

2) dare l'Ostia consacrata sulle mani;

3) far credere che l'Eucarestia è solo un pezzo di pane, un simbolo della Cena (lutera­na).

Dobbiamo, allora, domandarci il "perché" si è voluto fare questa "imposizione" - perché di vera e propria "imposizione" si deve parlare! - dato che mai nessun fedele aveva chiesto né voluto questo "nuovo rito" della "Co­munione sulla mano", se non la sètta massonica!

E adesso è ormai chiaro che la crisi della Liturgia è ben "visibile per tutti"; ma gli "innovatori" continuano a lavorare per mano­mettere, stravolgere e demolire quel poco che ancora ne resta della "lex orandi, lex credendi", per ridurla a una "licentia oran­di, licentia credendi"! E questo mi fa tornare alla mente, proprio a riguardo di questi ostinati innovatori che continuano a sconciare la Liturgia, quello che scrisse il celebre romanziere francese, Frangois Mauriac: «Mi chiedo, in preda a un panico im­provviso: e se tutti questi brillanti innovatori non fossero che un branco di atroci imbecilli? Allora, non ci sarebbe più scampo: poi­ché s'è avverato che i sordi riacquistino l'udito, che i ciechi vedano daccapo, è perfino acca­duto che i morti risuscitino; ma non c'è nessuna prova, nessun documento su un idiota che abbia cessato di esserlo»!

È vero! Però io direi che se un qualsiasi idiota non può cessare di essere tale, lo si può sempre, però, mettere in condizione di non nuocere!

Ed ora continuiamo a citare anco­ra lo scritto di don Antonio: «Non lo faccio per fredda "obbedienza ai Superiori", ma con la convinzione pro­fonda di chi si lascia guidare con gioia nel cammino ver­so il Signore da chi è stato scelto da Dio a guidare la sua Chiesa».

Sembra bello e commovente un tale discorrere, ma a me richiama alla mente, invece, la risposta de­cisa di San Pietro: «obedire oportet Deo magis quam hominibus (...)» (Act. V, 29). E questo parlare dovrebbe essere chiaro! ma non lo è sempre così neppure per il clero, quando si "abbandona" a quella virtù dell'ob­bedienza (in cui credo anch'io!) ma che non può essere, però, nel­la linea di Don Abbondio, "sem­pre pronto all'obbedienza!" (cfr. "Promessi Sposi"); cioé quan­do la si consideri nel suo valo­re e definizione teologica. L'obbedienza, infatti, è soltanto una "virtù morale" e, tra le virtù mo­rali non è nemmeno elencata come prima, né fu posta tra le "virtù cardinali"; (prudenza, giu­stizia, fortezza, temperanza); e questo perché, prima dell'obbe­dienza (all'uomo) c'è, in diritto as­soluto, la virtù della Fede, che è una virtù teologale che ha Dio per "oggetto" (Credo in Dio!) ed ha per "motivo" la Sua autorità suprema, infallibile, essendo Lui la "Verità" per essenza, che non può ingannarsi né ingannare! Quindi, neppure il Papa è padro­ne della Fede! Difatti, Egli ne è solo il "Custode" e il legittimo in­terprete infallibile; ma anche qui quando è impegnato il carisma della "infallibilità"! Ora, tale ca­risma nessuno se lo può inven­tare, neppure il Papa, a suo arbi­trio! Perciò, nessun Papa può alcunché contro le "definizioni dogmatiche", né può instaurare dottrine contrarie, perché sareb­bero nulle "ipso jure divino", appunto perché, essendo le defi­nizioni dogmatiche infallibili, non possono essere infallibili, nello stesso tempo, delle dottrine con­trarie, anche se insegnate dal Papa, in documenti come: enci­cliche, decreti, istituzioni, ecc. "per la contraddizione che noi consente", come direbbe Dante (Inf. XXVII, 120).

Perciò, il dovere dell'obbedienza è sempre condizionato - non mai assoluto - secondo la materia. Quindi, una dottrina o una legge ecclesiastica che risulti contraria, o ambigua, o co­munque pericolosa alle dot­trine "defide", già definite, cioé, dal Magistero di sempre, deve essere respinta, impugnata; ed è obbligatorio, di conseguenza, negare l'obbedienza alla stessa Autorità, a qualunque livello! Per­ché l'Autorità ecclesiale che non poggia sulla "dottrina", sulla Sacra Scrittura e sulla Tradi­zione, non è che tirannide! Dunque, l'obbedienza è, come afferma San Paolo, «rationalis assensus et obsequium (...)» a un "precetto" che sia, però, le­gittimo, come lo afferma il Cano­ne 2331, par. I°: «Qui Romano Pontifici - ve proprio Ordina­rio - ... legittime praecipienti, vel prohibenti... pertinaciter non obtemperaverit... congruis poenis puniatur (....)». Ora, se il dovere di obbedire fosse incondi­zionato, l'espressione "legittime praecipienti" non avrebbe alcun senso, o sarebbe superflua! In­somma: l'obbedienza è an­ch'essa gerarchica, ma in sen­so "verticale". Prima, Dio! do­po, e soltanto dopo, l'autorità di un uomo, purché quest'ultima non sia in contrasto con quella divina!

Solo così si spiega il gesto cla­moroso di San Paolo che «resti­tit in faciem Cephae, quia reprehensibilis erat (....)»! (Ad Gal II). Anche Sant'Atanasio resistette a Papa Liberio; come resistette Sofronio di Gerusa­lemme a Papa Onorio. Ma più clamoroso ancora fu l'episodio di Papa Giovanni XXII, che fu co­stretto a revocare la sua senten­za (secondo la quale, "la beatitu­dine di un'anima, dopo la morte, è solo imperfetta, fino al giorno del giudizio universale") di fronte alla "resistenza" dei Cardinali, del Re di Francia e della Chiesa (cfr. "Denzinger Ind. Syst. - H 2c). Quindi, l'ubbidienza a Dio, piut­tosto che agli uomini, quando si tratta di questioni di Fede (come nel nostro caso della "Comunio­ne sulla mano"), ben lungi dall'es­sere un errore o un reato, è anzi un "dovere" teologico e un ob­bligo grave di coscienza!

Quanto ai "limiti" del magistero episcopale e presbiteriale, poi, la Storia della Chiesa è più che mai eloquente, perché docu­menta che i più formidabili e nu­merosi nemici della Chiesa sono stati proprio i membri del Clero, tanto da provocare la reazione dei fedeli, richiamando sacerdoti e vescovi ai loro doveri! E quelle reazioni dei fedeli non erano animate da volgare spirito di ri­volta, ma bensì illuminate dalla Tradizione, dalle "verità" appre­se dal Magistero perenne, dal­l'esempio eroico dei Santi, dal­l'opera pastorale dei vescovi e sacerdoti degni della loro voca­zione e del loro ministero! Perciò, ogni reazione di sacer­doti e di fedeli, quando è giusta e doverosa, va vista come vitalità del "Corpo Mistico"; il che è ben diverso dai periodi di de­cadenza - come i nostri! - dovuti invece all'apatia, al silenzio, all'acquiescenza, all'ignoranza di tanto clero e di tanti fedeli che non hanno osato contrap­porsi ai pastori indegni, arro­ganti, faziosi, ignoranti, moral­mente corrotti, ecc. che s'impo­nevano, in nome dell'ubbidienza, per promuovere distorsioni nella Fede, nella Morale, nella Eccle­siologia, nelle Scritture, per cui anche i sacerdoti e i fedeli, loro sudditi, si rendevano responsabi­li, se non sempre complici, degli scismi, delle eresie e degli scan­dali che avvenivano!

E cosa possiamo dire, oggi, degli scandali e delle devia­zioni dottrinali di tanto episco­pato, così da attirare sulla Chiesa il pubblico discredito? Perciò, credo utile (e forse neces­sario!), riportare, qui, anche un elenco, sia pure succinto, ma più che sufficiente, però, a prova­re le mie asserzioni!

Tralasciando di citare alcuni de­gli "scismi" di minori proporzioni, comincio con lo scisma di No­vato, un "prete" di Cartagine del III secolo; con quello di Acacio, patriarca di Costantinopoli (471-489); con quello dei "Tre Capitoli", composto di vescovi dell'Africa, dell'llliria, della Dal­mazia, ribelli al Papa Vigilio, ai tempi del Concilio ecumenico di Costantinopoli (a. 553).

Più ampio e grave fu lo "sci­sma greco", dovuto a Fozio, patriarca di Costantinopoli (858-867; 877-886), e reso definitivo dal patriarca Mi­chele Cerulario (1043-1458). Poi, il grande "scisma d'Occi­dente", di cui i principali respon­sabili furono dei cardinali fran­cesi (1378-1417); e durante il quale vi furono parecchi "papi" e "antipapi"!

Ricordo anche lo "scisma di Utrecht", dovuto all'arcivescovo Pietro Codde, sotto Alessandro VII. E ricordo la "Petite Eglise", o degli anti-concordatari, suscitato da vescovi francesi, sotto Pio VII e Napoleone. E ricordo lo "sci­sma dei Vecchi Cattolici", se­guaci del prete Ignazio von Dollinger, i quali respingevano l'infallibilità pontificia definita dal Concilio Vaticano I, sotto Pio IX; e chiudo con lo "scisma di Goa" causato dal "Capitolo" (leggi: monsignori e canonici di Goa) (1853-1886), in ten­sione con la Santa Sede. 

* * * 

Ma, oltre agli "scismi", c'è da ri­cordare anche le "eresie", con la negazione di uno o l'altro dei dogmi di Fede, perché, anche qui, furono i membri del Clero, vescovi e preti, che hanno cer­cato di imporre le proprie idee ai fedeli. Non cito gli eretici minori, perché ne sarebbe troppo lungo l'elenco! Mi limito ai "principali" "uomini della Chiesa" che han­no abusato del loro potere (i. e. del "magistero") per divulgare aberrazioni dottrinali in nome di Cristo e della Chiesa. Un tradi­mento!

Eccoli:

-Tertulliano (160-250?): sacer­dote; cadde nell'errore montanis­ta (una pratica ascetica rigorista). Fu condannato da Papa Zeffirino.

- Origene (185-251): sacerdote; L'origenismo fu un complesso di errori, comprendenti inter­pretazioni, frasi e opinioni, o erronee o molto discutibili. Fu condannato in blocco al Con­cilio Costantinopolitano II (a. 553), sotto Papa Vigilio.

- Ario (256-336): prete della chiesa di Alessandria. Soste­neva che il Verbo non è Dio, ma la prima delle creature.

- Paolo da Somasata, pa­triarca di Antiochia nel 260. Eretico monarchiano del secolo III. Negava il mistero trinitario. Fu scomunicato.

- Apollinare (310-392): vescovo di Laodicea. Sosteneva che "il Verbo sostituisce l'anima razionale del Cristo". Le sue "opinioni" furono riprovate da S. Basilio, da S. Epifanio e dalla Chiesa (375).

- Macedonio (342-364): patriar­ca di Costantinopoli. dal 342 al 350. Fu semi-ariano.

- Teodoro di Mopsuestia (350-­428): vescovo. E il padre del nestorianesimo. Fu dichiarato "eretico" nella condanna dei "Tre Capitoli", ripetuta, poi, nel V Concilio ecumenico di Costantinopoli.

- Pelagio (360-430): monaco. Negava la necessità della Grazia e della non trasmissio­ne del peccato originale da Adamo ai discendenti. Fu com­battuto da S. Agostino. Innocen­zo I condannò l'eresiarca nel 411.

- Aezio (eresiarca, nato in Celerisia e morto a Costan­tinopoli nel 367): Vescovo ariano. Negava la divinità di Cristo.

- Eutiche (378-454): sacerdote e poi archimandrita di Costan­tinopoli. Autore dell'eresia mo­nofisita, che negava la distinzio­ne delle due nature (divina e umana) in Cristo. Fu condan­nato dal Concilio di Calcedonia nel 451.

- Ibero P. (409-488): Vescovo di Maiuma, in Georgia. Fu mo­nofisita.

- Nestorio (morì verso il 451): Patriarca di Costantonopoli, eretico. Ammetteva, in Cristo, due distinte Persone, la divina e l'umana, per cui Maria non sareb­be "Madre di Dio". Fu condannato nel Concilio di Efeso (431).

- Giuliano di Eclano (+455): Vescovo, seguace di Pelagio (monaco bretone), la cui eresia consisteva in un sistema natu­ralistico, antropologico, a sca­pito del soprannaturale. Fu com­battuto da S. Agostino.

- Giuliano di Alicarnasso (morto dopo il 527): Vescovo monofisita.

- Severo (1538): Patriarca di Antiochia. Fu monofisita.

- Sergio (610-638): Patriarca di Costantinopoli; fautore del mono-ergetismo e del monote­lismo; ossia: L'attività di Cristo, Uomo e Dio, non può essere che teandrica (umano-divina). Il mo­notelismo ne è logicamente con­nesso.

- Elipandio, Vescovo di Toledo nel 782. Insegnava che Cristo era Figlio adottivo non naturale, di Dio.

- Bonoso, Vescovo di Naisso (Dacia) dei secolo IV. Sosteneva l'inferiorità di Cristo rispetto al Padre; negava la perpetua ver­ginità di Maria. Fu condannato dal Concilio di Capua (391), ap­provato dal Papa Siricio.

- Maratonio (IV secolo): Vesco­vo di Nicomedia; ariano.

- Priscilliano (IV secolo): Ve­scovo di Avila; eresiarca. Fu condannato dal Sinodo di Saragozza nel 380 (?).

- Fullone Pietro (V secolo): Pa­triarca di Antiochia; monofisita (=Eresia cristologica di Eutiche, che ammetteva in Cristo una sola natura).

- Temistio (VII secolo): Diacono; monofisita.

- Berengario di Tours (1000-88): Arcidiacono. Negava la "reale e sostanziale presenza di Cri­sto sotto le specie eucaris­tiche".

- Ockam Guglielmo (1280­-1340): francescano. Col suo nominalismo e volontarismo fu precursore di Lutero.

- Wycliff Giovanni (1330-1388): Sacerdote; precursore della Ri­forma protestante

- Hus Giovanni (1369-1415): sacerdote. Sosteneva la libertà di esame nell'interpretazione del­la Bibbia; una mal celata nega­zione della transustanziazione; una spiccata avversione all'auto­rità pontificia. Fu un precursore del protestantesimo. Scomu­nicato dal Papa (1412), fu poi condannato come eretico dal Concilio di Costanza (1414-1415).

- Carlostadio Andrea (1480-­1541): Arcidiacono di Wittem­berg. Esponente della pseudo­riforma luterana; poi aderì all'anabattismo (che faceva ribatezzare gli adulti, perchè sti­mava invalido quello conferito ai bambini).

- Ecolampadio Giovanni (1482-­1531): sacerdote-monaco. Se­guace di Zwingli; combattè contro i cattolici di Basilea.

- Zwingli Ulrico (1484-1531): sacerdote-parroco; fondatore del protestantesimo nella Svizzera tedesca, detto "Chiesa riformata". Ammetteva i soli Sacramenti del Battesimo e dell'Eucarestia, non intesi come mezzo della Grazia, ma solo come atto di culto.

- Lutero Martino (1483-1546): frate agostiniano; padre della "Riforma protestante". Nel 1520, Leone X, con la Bolla "Exurge, Domine", condannò i gravi errori di Lutero. Il Concilio di Trento, poi, condannerà a fondo tutta la sua dottrina.

 - Calvino Giovanni (1509-1564): chierico con benefici ecclesias­tici. Fu il fondatore del protestan­tesimo luterano a Ginevra. La sua dottrina fu sostanzialmente luterana. La Chiesa condannò il "Calvinismo", insieme al Lute­ranesimo, nel Concilio di Trento.

- Michele Baio (1513-1589): teo­logo e Cancelliere di Lovanio; professore di Sacra Scrittura; teologo regio al Concilio di Trento; Fu precursore di Gian­senio negli "errori" sulla "Gra­zia" e sul "libero arbitrio".

- Huet Pietro Daniele (1630-­1721): Vescovo; precursore del "fideismo" di Bautain.

- Lamennais (de) Fel. Roberto (1782-1854): sacerdote; soste­neva che il "senso comune" del genere umano è criterio di cer­tezza, seguendone la raziona­lizzazione delle verità rivelate.

- Rosmini Serbati Antonio (1791-1855): sacerdote e fon­datore dell'Istituto della Carità. Leone XIII condannò "40 pro­posizioni", tratte da alcune sue opere postume.

- Loisy A. (1857-1940): sacer­dote, razionalista, uno dei princi­pali sostenitori del "Modernis­mo", condannato da S. Pio X con il Decreto "Lamentatili".

A questo triste elenco di scismi ed eresie, potrei elencare anche i molti "anti-papi" che con raggi­ri, inganni, hanno usurpato il potere pontificio, esigendo l'ubbidienza dai fedeli, divisi e contrapposti tra loro.

Eccone l'elenco:

Ippolito (217-235), Novaziano (251-258), Felice II (355-365), Urso (366-367), Eulalio (418-419), Lorenzio (498-505), Dioscoro di Alessandria (530), Teodoro (687), Pasquale (687), Costantino di Nepi (767-769), Filippo (768), Giovanni (844), Anastasio, bi­bliotecario (855), Cristoforo (903­904), Bonifacio VII, Francone (974-984), Giovanni XVI, G. Filagato (997-998), Gregorio (1012), Cadalo (1061-1072), Cle­mente III, Guiberdo di Ravenna (1080-1084-1100), Teodorico (1100-1102), Alberto (1102), Silvestro IV, Maginulfo (1105­1111), Gregorio VIII, Maurizio Burdino (1118-1121), Celestino II, Tebaldo Buccapecus (1124), Anacleto li, Pietro di Leone (Pierleoni) (1130), Vittore IV, Gregorio (3.1138; 5.1138), Vittore IV (V), Ottaviano da Monticello (115?-1164), Pasquale III, Frangipane Lando (1179-1180), Niccolò V, Pietro Rainalducci (1328-1333), Clemente VII, Ro­berto di Ginevra (1378-1394), Benedetto XII, Pietro di Luna (1394-1423), Alessandro V, Pietro Filargo (1409-1410), Giovanni XXIII, Baldassarre Cossa (1410­1415), Felice V, Amedeo VIII di Savoia (1439-1449).

Arrivato qui, dovrei elencare an­che un'altra lista di vescovi, sa­cerdoti, teologi, moralisti, che hanno contaminato con eresie, errori vari e scandali, la Chiesa d'oggi, quella del Vaticano II che, con i presunti "aggiornamenti" ha fatto, invece, una vera "rivo­luzione", ma con la differenza che, mentre le altre rivoluzioni era­no venute dal basso, questa della Chiesa conciliare è stata una rivoluzione che è venuta dall'alto. E non si è trattato di un fenomeno di massa, ma bensì di un fenome­no dettato da chi voleva imporre un "nuovo corso" di montante modernismo, con l'alterazione dei Dogmi, della Morale, del Ca­techismo, della Liturgia, della Sacra Scrittura, dell'Ecclesio­logia, sì da creare l'attuale torbido periodo che smentisce, clamorosamente, le rosee previ­sioni del Vaticano II, i cui "frutti" sono palesi, ormai, a tutti; ossia: sterilità e rovine stagnanti, a dimostrazione di quella "auto­distruzione" della Chiesa di cui ebbe il coraggio di dirlo lo stesso Paolo VI.

Ma tralascio di fare nomi, perché sarebbero centinaia e più, in ogni campo e in ogni stato ecclesiale. Mi basta accennare ai cardinali e vescovi tedeschi, austriaci, sviz­zeri, francesi, belgi e olandesi, che dominarono nell'aula di San Pie­tro, succubi e guidati dal triste­mente famoso gesuita, padre Karl Rahner, tanto stimato ed elogiato da tutto l'episcopato (progressista!), (Ma sapevano della sua "passione amorosa" verso una donna tedesca, la Si­gnora Luise Rinser, già moglie dei musicista Karl Orff, alla quale egli scrisse (proprio in quel periodo conciliare!) ben 1.800 lettere, ricevendone da Lei numerose altre!? (cfr. "Chiesa viva" n. 256 p. 10).

Tralascio, dunque, di elencare i numerosi altri presunti grandi teologi (quali Kúng, Schillebeck, Teilhard de Chardin, e via dicen­do), che hanno terremotato tutta la struttura scolastica dottrinale dell'ante-Vaticano II, tenendo cat­tedra nei Seminari e nelle univer­sità cattoliche, distruggendo me­todicamente e radicalmente la dottrina cattolica. Fu una vera apostasia organizzata! Ne parle­rà, domani, sicuramente, la Storia, di questa alluvione di "eresie" (persino ostentate!) che hanno travolto e quasi sommersa la Chiesa di Cristo!

Comunque, tutto questo panora­ma di "errori umani" obbliga a ritornare ancora sul problema dell'obbedienza cristiana, per ribadire il principio fondamen­tale dei suoi limiti, fissato dalla stessa natura del potere, parteci­pato dal Capo, Cristo Gesù, ai membri della Gerarchia. E cioé: che nessuno può obbedire a chi non ha il potere di coman­dare, ma anche a chi, pur avendolo, ne abusa, coman­dando azioni contrarie alla Legge Eterna. Per questo, S. Tommaso d'Aquino, il Dottore "Angelico", il sommo teologo della Chiesa, a proposito di obbedien­za, è stato categorico: «Non te­netur inferior suo superiori obedire, si ei aliquid praecipiat in quo ei non subdatur» (Sum­ma Theol. II-II q. 104, a. 5. c.).

Il che significa che, nella Chiesa, l'unico potere è quello che autoriz­za a volere e procurare il vero bene dei fedeli. Quindi, questo significa saper distinguere la ve­rità dall'errore, perché solo la "verità" è il nostro "bene", mentre l'errore è il nostro "male"!

Ora, il numero degli ecclesiastici indegni fu ed è talmente alto che nessuno può più dubitarne. An­che oggi! Lo afferma lo stesso "Catechismo della Chiesa cattolica", là dove dice che «sopratutto i vescovi, i parroci, i confessori, i teologi, i profes­sori... sono colpevoli degli sbandamenti della coscienza cristiana di oggi, perché, ben­ché agevolati da una dignità che consentiva loro di parlare e agire liberamente in nome di Dio, ingannando, invece, il laicato più sprovveduto... de­vono... interrogarsi sulle re­sponsabilità che anch'essi hanno nei confronti dei mali del nostro tempo...» (iv. 36), specie «l'indifferenza religiosa, l'atmosfera di secolarismo e relativismo etico», «avvele­nando la cultura moderna e spingendo il mondo verso l'anarchia più dissolvitrice» (iv.), propagando «indirizzi teo­logici erronei» (iv.).

Ora, questi "indirizzi teologici erronei" non sono, certo, colpa dei "Laici", ma del Clero, tanto da far riconoscere allo stesso Paolo VI che la «verità religiosa è crollata in molti animi, che non hanno più saputo sostene­re le grandi e solari afferma­zioni della scienza di Dio, della teologia naturale, e tanto meno quelle della teologia della Ri­velazione: gli occhi si sono annebbiati, poi accecati...» (Ud. gen., 20.5.1970). E così, la Chie­sa post-conciliare «si trova in un'ora di inquietudine, di autocritica, si direbbe di "auto­distruzione"! È come uno sconvolgimento interiore, acu­to e complesso, che nessuno si sarebbe atteso dopo il Con­cilio. Si pensava ad una fiori­tura, ad una espansione sere­na delle concezioni maturate nelle grandi assise del Conci­lio. Ma se ne viene a sottoline­are, sopratutto, l'aspetto dolo­roso. Come se la Chiesa per­cuotesse se stessa». (Disc. 7. 12. 1969). E più tardi arrivò ad affermare che «per qualche fes­sura, il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio: il dubbio, l'incertezza, la problematica, l'inquietudine, l'insoddisfa­zione, lo scontro si sono fatti largo. Noi avremmo creduto che l'indomani del Concilio sareb­be stato un giorno di sole per la Chiesa; ma invece dei sole, ab­biamo avuto le nuvole, la tem­pesta, le tenebre. Cosa è suc­cesso?... Una Potenza avversa è intervenuta: il Diavolo, que­sto essere misterioso...» (Disc. 29. 6. 1972).

A rincalzo, contro la raffica dell'umanesimo ateo (voluto anche da ecclesiastici, dietro la spinta dell'immanentismo he­geliano!), ecco anche la voce di Giovanni Paolo II che, il 6 feb­braio 1981, constatava che «si sono propalate vere e proprie eresie in campo dogmatico e morale, creando dubbi, confu­sioni, ribellioni; si è manomes­sa anche la Liturgia. Immersi nel "relativismo" intellettuale e morale, e perciò nel permissi­vismo. I cristiani sono tentati dall'ateismo, dall'agnostici­smo, dall'illuminismo vaga­mente moralistico, da un cri­stianesimo sociologico senza dogmi definiti e senza morale oggettiva».

Ce n'è abbastanza, credo, per chiedersi se, come e quanto sia stata e sia ancora possibile una vera ubbidienza cristiana a ordini e divieti di un Episcopato, di un Clero e dei Religiosi formati in ambienti saturi di dottrine teologi­camente errate, con convinzioni tutt'altro che sicure, con una malcelata noncuranza della Tra­dizione e con un chiaro rifiuto di metodi liturgici collaudati da secoli e da migliaia di Santi! Ebbene, questo Clero attuale, quale autorità, in genere, può esercitare per il vero "bene" dei fedeli, esprimente la reale volontà di Dio, che loro pretendono di im­porre "in persona Christi"? Comunque, la dottrina della Chie­sa di sempre ci insegna che la "Chiesa" non dipende dai fedeli, come le altre società umane, fon­date dagli uomini, perché la "so­cietà ecclesiale" è diversa, per­ché fondata da Cristo, personalità divina, per cui la "Sua Chiesa" è un "edificio" da Lui costruito; è un "regno" da Lui conquistato; è un "gregge" da Lui raccolto. Lui è il Capo che ha formato il proprio Corpo, di cui siamo "membra". Ma i "membri", l'elemento umano della Chiesa, mentre molti di essi imitano la santità di Cristo, altri, invece, e molti, sono "peccatori", pur continuando a credere e fre­quentare i Sacramenti. Quindi, la Chiesa di Cristo è composta di santi e di peccatori, per cui non mancheranno mai, in essa, cattivi esempi di clero e di fedeli incoe­renti alla loro fede.

Da qui la continua protesta da parte di chi, pur risparmiando la persona del superiore inde­gno, colpevole, e rispettando­ne la sacralità del suo carattere sacro, citano, tuttavia, il loro diritto alla protesta, perché giustificata dalla loro piena ed esatta conoscenza delle veri­tà, riguardanti la Fede e la Morale, che hanno appreso dal Magistero perenne, quello di sempre. Perciò, la possibilità della protesta è fondata pro­prio sui limiti oggettivi della legislazione, canonica e li­turgica, sempre riformabili!

Carissimo Signor Franco, dopo quanto Le ho scritto, qui, a sua richiesta, mi sembrerebbe di po­ter chiudere riassumendo, in bre­ve, tutto il mio dire ricordando quanto la C.E.I., prima della sua errata e fraudolenta "conces­sione" al "nuovo rito" della "Co­munione sulla mano", aveva di­chiarato, e cioé: che «Il modo consueto di ricevere la Comu­nione, deponendo la particola sulla lingua, rimane del tutto conveniente» (cfr. "La Comunio­ne Eucaristica", Istruzione della C.E.I. EP 1989). E ricordando ancora quanto Paolo VI fosse con­trario a concederla, perché era una prassi "praticamente peri­colosa e discutibile", perché:

a) facilita la caduta e dispersio­ne dei frammenti; espone il Santissimo a furti sacrileghi e profanazioni orrende: «... ut Sa­cra Communio qua par est reverentia, decore atque digni­tate distribuentur, ut quodvis peri­culum arceatur species eucha­risticas profanandi...» (cfr. Me­moriale Domini", 29, 5, 1969, in "Acta Apost. Sedis", 61, 1969, pp. 541-545): «...ut denique dili­genter cura servetur, quam de ipsis panis. consecrati frag­mentis Ecclesias semper com­mendavit...» (iv.);

b) perchè favorisce la diffusio­ne di gravi errori contro il dog­ma eucaristico: «...ne scilicet penreniatur (...) ad rectae doctrinae adulterationem...» (iv.). "C'è peri­colo-avvertì, infatti, il "Consilium", con Lettera del 30/7/1968 - che l'audacia degli innovatori troppo spinti si diriga su altri settori che recherebbero danno irrepara­bile alla Fede e al culto del­l'Eucarestia» (cfr. A. Bugnini, "La Riforma liturgica 1948-1975", Ed. Liturgiche, Roma, 1983, p. 628);

c) perchè l'antica consuetu­dine assicurava assai più ef­ficacemente la devozione e il fervore dei fedeli; una con­suetudine che fu il termine di un processo evolutivo della fede nella Chiesa, nel più vitale dei suoi dogmi. «In sequenti tempore, postquam mysterii veritas, eius virtus ac praesentia Christi in eo altius explorata sunt, urgente, sensu sive reve­rentiae oportet, consuetudo in­ducta est ut per se minister panis consecrati particulam in lingua Communionem suscipientium deponeret» (iv.);

d) perchè la prassi prece­dente era già stata collaudata da una tradizione bimille­naria, in base alla quale se ne sperimentarono i benefici: «...mutatio enim in re tanti mo­menti (...) antiquissima et ve­neranda traditione innititur...» (iv.). Mentre ora - come osser­vava lo stesso Paolo VI - tale «cambiamento importante di disciplina... rischia di diso­rientare i fedeli, che non ne sentono la necessità e che mai si son posti questo pro­blema...» (cfr. A. Bugnini op. cit., p. 627);

e) perchè la proposta del "nuovo rito" era stata re­spinta dalla maggioranza dell'Episcopato mondiale: «...Episcopos longe plurimos censere hodiernam disciplinam haudquaquam esse immutan­dam; quae immo, si immutetur, id tum sensui tum spirituali cultui eorundem Episcoporum pluri­morumque fidelium offensione fore... » (iv.);

f) perchè lo stesso nuovo Codi­ce di Diritto Canonico dichiara che: «nessuna consuetudine che sia contraria al diritto divino può ottenere forza di legge» (c. 24 Lib. 1);

g) e perchè, infine, essendo certo che, dalla scoperta della strut­tura molecolare della materia, risulta che l'essenza specifica del pane è contenuta in ogni sua molecola, anche se risulta composta di molti elementi (ac­qua, idrati di carbonio, sostanze proteiche, sostanze grasse, so­stanze minerali). Ora, nessuna "polverizzazione" può arrivare mai a corrompere la molecola, anche se ogni suo granellino ne contiene innumerevoli, per cui l'ostia, anche ridotta in polvere, non subisce mai alcuna altera­zione sostanziale, per cui, quale che sia la grandezza dei fram­menti del pane consacrato, la "Reale Presenza" di Cristo è in­negabile. «Corpus Christi non comparatur ad hoc sacramen­tum ratione quantitatis dimen­sivae, sed ratione substan­tiae» (cfr. Summa Teol. III, q. 76, a. 3, 3um. -cfr. i c. e 2um; Sent. IV. d. 10, a. 3, q. la 3; Quod]. VI, q. 4, a. I, ecc.).

Ora, nel mio libro su questo tema: "Comunione sulla mano? NO! è sacrilegio", ho citato, ad abundantiam, il pen­siero dei Padri della Chiesa e del Magistero solenne, "de fide" (Concilio di Firenze e Concilio di Trento), che han­no definito la "Presenza Rea­le" di Cristo anche nelle "particelle", o "frammenti", di Pa­ne eucaristico. Per cui, essendo "de fide", è anche certa e logica la mia affermazione: che il di­stribuire la "Comunione sulla mano" diventa un gesto oggetti­vamente sacrilego, appunto per la stessa definizione che ne dà il "Codice di Diritto Canonico" (cfr. Dizionarietto, p. 1126): «SACRI­LEGIO: È PROFANAZIONE DI PERSONA, COSA E LUOGHI SACRI O CONSACRATI CON RITO RELIGIOSO».

Ora, la "Presenza Reale" non è forse la stessa "Persona" di Gesù, Figlio di Dio e Dio Lui stesso, presente in Corpo, San­gue e Divinità, anche in tutti i "frammenti" dell'Ostia? Dunque, sono proprio questi "frammenti" che, con la "nuova prassi" eucaristica, finiscono certamen­te, inevitabilmente, per terra, do­ve vengono calpestati e poi porta­ti via nella spazzatura, quando le stesse particole consacrate non vanno a finire, prima, nelle tasche, e poi sui corpi immondi di donne, come nelle "messe nere" o in altre profanazioni di altre liturgie in sataniche riunioni! Ormai, nes­suno può ignorare, oggi, l'esi­stenza dei "centri satanici" che, a migliaia, pullulano un po' dovun­que, e che sono appunto alimen­tati da questi "sacrilegi" orribili sulle "Ostie consacrate", trafu­gate dalle chiese parrocchiali, attraverso la distribuzione sulle mani!

È per questo che (…) continueremo a batterci per ottenere, dalla Suprema Autorità della Chiesa, che ven­ga di nuovo abolita simile "prassi eucaristica" di sicuro "marchio massonico" (e, quin­di satanico!), per tornare alla prassi precedente, associandoci al Papa nel "chiedere perdono" «... per tutto ciò che... possa aver suscitato scandalo e disa­gio circa l'interpretazione della dottrina e la venerazione dovu­ta a questo grande Sacramen­to...», e «perchè, nel futuro, sia evitato, nel nostro modo di trattare questo sacro Mistero, ciò che può affievolire o diso­rientare, in qualsiasi maniera, il senso di riverenza e di amore nei nostri fedeli...» (cfr. "Domi­nicae Cenae", 24/2/1980 nn. 11 e 12).

Non perdiamo, dunque, nè la spe­ranza nè il coraggio della lotta, compiendo il nostro dovere: PREGHIERA E SACRIFICIO per la Chiesa, Nostra Madre, la cui drammatica storia sarà sempre piena di queste lacerazioni del Corpo Mistico, ossia tra il Capo e le membra. Ma la Fede viva e illuminata dei credenti in Cristo non è e non verrà mai meno! Essi hanno continuato a soffrire, a protestare, preparando tempi migliori col promuovere rifor­me radicali che hanno sempre fatto risorgere la Chiesa. «ACCENDAT IN NOBIS DOMINUS IGNEM SUI AMORIS ET FLAMMAM AETERNAE CARITATIS»!

Aff.mo P Luigi Villa