Ci
manca Dio
Testimonianza
di Emmanuel Angeles Garcia, messicano Seminarista msp
Sono
nato a Città del Messico nel mese di novembre 1978. Mi pare d'avere sentito la
chiamata del Signore all'età di circa quattordici anni, quando mi trovavo ad
Acambay, un paese dello Stato del Messico. Il parroco di questa località
m'invitò ad entrare in Seminario.
Era
agosto, e la scuola comiciava in settembre. Io però non avevo ancora terminato
la Secondaria: mi mancava un anno per completarla.
Così
l'anno seguente, conclusa la Secondaria, entrai in Seminario. Mia madre era
felice della scelta, cosí pure i miei due cari fratelli; comunque, si
mantennero al margine di questa mia decisione, con molto rispetto, e così
fecero sempre fino al giorno d'oggi. Mio padre volle parlare con me, facendomi
vedere i pro e i contro di questa mia convinta decisione.
Ricordo
ancora alcune delle cose che mi disse: "Essere sacerdote è qualcosa di
molto difficile. Con chi ti impegni non è con delle persone, ma con Dio stesso.
Nel Seminario troverai la vita molto dura: assomiglia a un ambiente militare.
Tu non sei fatto per questi ambienti ... Non preferiresti studiare qualcosa
d'altro, avere il tuo proprio ufficio e fare una tua vita indipendente? Stai
attento che soffrirai parecchio!".
Non
so da dove tirai fuori questa risposta: "Papà, dovresti essere felice
per questa mia decisione, ed invece cerchi di scoraggiarmi...". Ci fu un
grande silenzio, ma da quel giorno mio padre, nei momenti più difficili, ha
sempre fatto in modo che mi rialzassi per continuare sulla strada che porta alla
santità. Rimasi tre anni nel Seminario minore, fino a quando, per diversi
motivi, lo lasciai. Rimasi molto segnato da questa esperienza: i miei cari e i
miei conoscenti mi dicevano sempre che era stato uno sbaglio uscire dal
Seminario, ma io, nel mio orgoglio, sostenevo con tono arrogante che non avevo
sbagliato e che avrei dimostrato al mondo com'era facile vivere senza Dio.
Che
grosso errore stavo commettendo!
Frequentai
la Preparatoria e m'iscrissi all'università per studiare Diritto. Anche se
nella mia breve esperienza di lavoro non conobbi fallimenti, sentivo che mi
mancava qualcosa. Mi preparai come criminalista in dodici specialità forensi:
vidi molti cadaveri, e tutti quanti, a ricerca ultimata, mi
"dicevano" come, quando e perché erano morti, e rivelavano sempre una
costante: erano delinquenti o vittime della delinquenza. Conobbi pure dei
criminali che non si lasciavano commuovere da niente e da nessuno, eppure,
anche se non mostravano nessun pentimento per i loro crimini, finivano sempre
per confessare che non erano felici. Tutto questo si ripercuoteva nel mio
intimo, come un'eco, con un'avvertenza: "Ci manca Dio!". Ma io,
ovviamente, non volevo farci caso.
Continuavo
la mia vita fredda, nella quale avevo tutto quello che un giovane della mia età
desidera, senza restrizioni. L'auto, l'appartamento indipendente, il denaro e
i piaceri furono parte della superbia in cui vivevo.
Tuttavia,
mi rimase sempre nel cuore il desiderio di aiutare gli al tri. Prestai
assistenza professionale, anche se per poco tempo e per mezzo della
parrocchia, a persone con problemi legali. Questo mi recò una viva felicità,
ma solo per breve tempo, perché sentivo la necessità di dare qualcosa di più
di utili conoscenze soltanto. Un amico, a cui rivelai il mio desiderio di
aiutare, mi disse: "Si può aiutare la gente povera facendole l'elemosina,
ma niente di più, perché queste persone bisognose non finiranno mai di essere
dei sudici cenciosi. Inoltre, senza poveri non ci possono essere ricchi: questo
è sempre stato così e sempre lo sarà".
Decisi
segretamente di tornare in Seminario: mancavano due giorni per la data della
partenza, e io non ne avevo ancora dato la notizia ai miei genitori. Mi feci
coraggio e andai a visitarli. Quando arrivai a casa loro ed entrai nella loro
stanza era di buon mattino, ed essi erano ancora a letto. Prima che io
incominciassi a dire loro quello che avevo deciso di fare, mio padre mi domandò:
"A che si deve tutto questo mistero? Non ci dirai che finalmente hai
capito che devi tornare in Seminario...". Ne rimasi sorpreso, perché si
supponeva che ero io a dover dare loro la notizia. Essi però sapevano che,
presto o tardi, sarebbe successo così.
Una
volta in Seminario, ebbi l'occasione di assistere a delle conferenze
filosofiche, il tema trattato era "Come parlare di Dio all'uomo
d'oggi". Lì ascoltai le parole forse più importanti che mi portarono a
decidermi a servire i più poveri: "AL POVERO O BISOGNOSO NON SI PARLA DI
DIO; SONO INVECE I POVERI CHE CI PARLANO DI LUI". Queste parole, insieme
con quelle di mio padre - che, essendo venuto a sapere del mio comportamento di
seminarista per nulla esemplare, anzi scandaloso, mi rimproverò severamente
- fecero sì che l'orientamento apostolico della mia vocazione s'inclinasse
verso i più bisognosi e verso la vita di preghiera.
Mio
padre, alla presenza di mia madre assorta in un espressivo silenzio, mi disse:
"Ho sentito che la gente parla di te, non solo come persona, ma come
seminarista, e io non sono d'accordo con questa situazione e molto meno con il
tuo comportamento 'liberale'...". E m'intimò di scegliere: "O cambi
vita e diventi un buon servitore di Dio, o continui come adesso, però d'ora in
poi perdi la tua famiglia!...".
"Io
non sono disposto a perdere quello che più amo nella vita!", dissi dentro
di me. In casa ci fu un grande silenzio. Queste parole, senza dubbio, venivano
da Dio, perché accesero nel mio cuore il fuoco della conversione... Dopo tutto
questo, Dio si occupó di aprire il cammino affinché gli avvenimenti mi
orientassero a scegliere un sentiero vocazionale che mi esigesse una maggiore
dedizione e una maggiore rinuncia a me stesso: "la Missione". Dovevo
prende-
re
al più presto una decisione: il semestre scolastico era finito e io non potevo
tornare nello stesso Seminario. D'altra parte, aspettare più tempo voleva
dire correre il pericolo di perdere la vocazione. Dopo aver soppesato diverse
scelte possibili nell'ambito missionario, mi decisi per quello che per la
mia persona era più difficile e perfino, posso dirlo, impossibile. Immaginando
la mia vita precedente, si può dedurre che per me il lasciare comodità,
paese, costumi, amici e famiglia voleva dire lasciare tutto e cominciare una
vita completamente nuova.
Un
giorno, dopo aver letto casualmente questa rivista del Movimento e aver
chiesto per telefono com'era la vita dei Missionari Servi dei Poveri del Terzo
Mondo, la decisione di partire fu immediata.
Mi
misi nelle mani del Signore perché disponesse di me come meglio volesse.
Così
lasciai il Messico per raggiungere la terra di missione a Cuzco, nel sud del
Perù.
Non
trascorsero molti giorni per notare che la mia vita non era più la stessa,
perché succedeva che vivevo una vita di preghiera e di servizio ai più
bisognosi nell'internato San Tarcisio della Città dei Ragazzi, assistendo
bambini poveri e orfani.
Devo
far presente che stare con i bambini non era mai stata la cosa che piú
preferivo, ma Dio mi chiedeva di rinunciare a me stesso, persino aiutando
coloro che non avrei mai pensato di poter servire. Certamente ho sperimentato
che Dio mi ha dato pazienza e affetto per dedicarmi ad essi, perfino come se
fossero i miei figli! È proprio vero che Dio non ti chiede di fare nulla, se
prima non ti ha dato i mezzi per poterlo fare.
Dopo
due anni di questa grande avventura della missione sulla Cordigliera andina,
oggi continuo con entusiasmo la mia formazione nel nostra Casa di Formazione
"Santa Maria Madre dei Poveri" ad Ajofrín (Toledo-Spagna), preparandomi
all'anelato sacerdozio ed al servizio dei più poveri. Fratel
Emmanuel Angeles Garda, Seminarista msp