BEATA VERGINE DEL PIRATELLO in Imola

 (27 marzo 1483) 

Un pio pellegrino, di nome Stefano Mangelli, per­corre solitario la «strada regale», che da Bologna conduce alle città di Romagna. Viene da Cremona ed è diretto a Loreto, per venerare la santa Casa di Na­zareth, dove il Verbo si è fatto carne.

A mano a mano che avanza, il pellegrino non manca di rendere omaggio alle tante immagini del­la Madonna che incontra per via e di accendere una candela da­vanti a ciascuna di esse.

Il Giovedì Santo del 1483, quell'anno cadeva il 27 marzo, ed era ancora una rigidissima gior­nata d'inverno; il pellegrino arri­va a tre miglia da Imola, dove scorge, all'incrocio con una stra­da secondaria, un rozzo pilastro, fiancheggiato da un piccolo pero «un Piradel», che custodisce, in una finestrella, un'immagine di Maria col Bambino, dolce e ma­terna. La località, a causa di quel piccolo pero «un Piradel», si chiama «il Piradello o Piratello».

Il pellegrino si accosta a com­piere il rito consueto di recitare una preghiera e di accendere una candela, quando accade un fatto meraviglioso: la sua candela si ro­vescia e si spegne, ma subito do­po, come per mano di un angelo, si risolleva e si riaccende da sé. Lo stupore del pellegrino si accresce, quando ode distintamente una vo­ce dolcissima, che gli dice di an­dare alla vicina città a dire alla gente che lei, «la Immacolata Ma­ria Regina di vita eterna», vuole essere venerata in quel luogo. «Non aver paura, Stefano, sono proprio la Madonna, la Madre di Dio. Se quelli non ti credono, mostra queste»; mentre la Madonna gli parla, Stefano sente che la sua casacca si riempie di rose, nono­stante la stagione ancora fredda.

Con la gioia nel. cuore e la certezza che Maria gli abbia ve­ramente parlato, il pellegrino per­corre d'un fiato le tre miglia che lo separano dalla città e si, pre­senta al Magistrato, al quale nar­ra l'accaduto. Il fascio di rose fre­schissime, che si ritrova in grem­bo, nonostante il rigidissimo in­verno, vale a dissipare ogni dub­bio sulla veridicità del messag­gio che egli reca.

Le campane suonano a diste­sa, anche se in quel giorno il lo­ro suono è vietato dalle leggi li­turgiche. Il popolo accorre sulla piazza maggiore, non sapendo se quel suono indichi un fatto di guerra o un fatto di pace. Inde­scrivibile è la gioia di tutti, quan­do il pellegrino, agitando il fascio di rose, proclama ad alta voce il Messaggio di Maria.

Un'immensa folla si avvia ver­so il miracoloso pilastro, prece­duta dal pellegrino, dal Magistrato e dal Vicario del Vescovo. I mi­racoli si susseguono e l'entusia­smo dei fedeli cresce inconteni­bile; è subito eretta una tettoia a protezione del Pilastro e davanti, un altare per la celebrazione del­la Messa.

Il pellegrino riparte quasi su­bito, per soddisfare il suo voto al Santuario di Loreto, e poi torna a Cremona, dove ha la sua famiglia ed i suoi affari.

I Signori di Imola e di Forlì, Girolamo Riario e Caterina Sfor­za, che si trovano a Roma, infor­mati del fatto, provvedono ad u­na migliore custodia del pilastro ed alla devozione sempre cre­scente della gente, invitando al Piratello i «Romiti di Valverde», cioè i Frati del Terzo Ordine del­la Penitenza di S. Francesco, che essi ben conoscono, perché a Forlì i Frati hanno il romitorio proprio nei pressi del loro castello. 

La conquista disarmata

Tra i primi Frati che giungono al Piratello vi è il beato Geremia Lambertenghi da Como, uomo veramente santo, dedito alla con­templazione ed alla penitenza; la venuta dei Frati segna un incre­mento incessante nello sviluppo del Santuario, dove i miracoli non si contano più.

Lo storico contemporaneo An­drea Bernardi, detto il «Novacu­la», ci parla di tanti miracoli stu­pendi ed infiniti, fra i quali ricor­da la guarigione di una sua nipo­te, affetta da un gran male agli occhi.

Il Papa Innocenzo VIII, nel 1490, scrive che «per interces­sione della sua genitrice, il Si­gnore Nostro Gesù Cristo, in que­sto luogo, mostrò frequentemen­te miracoli di ogni sorta».

Nel 1500, sulla povera città di Imola si addensano nubi di tem­pesta. Cesare Borgia muove da Bologna con un poderoso eserci­to di mercenari, per riconquista­re le città di Romagna che si so­no ribellate al Governo Pontifi­cio. L'esercito si accampa al Pi­ratello, in attesa di sferrare l'at­tacco e mettere a ferro e fuoco la ribelle città di Imola, difesa da Caterina Sforza. Ma, come egli stesso scrive, viene a sapere che «la potenza dell'Altissimo, ben­ché ovunque diffusa, pure per la mediazione dei religiosi che vi a­bitano (è evidente l'allusione al beato Geremia, superiore della comunità terziaria) frequente­mente esaudisce coloro che pre­gano e li soddisfa con grazie mi­racolose». Pertanto, «acceso da singolare zelo di devozione», fa voto di completare la chiesa, di e­rigere una cappella in onore del­la Concezione di Maria e di do­tarla con perpetua dote, se gli sarà concesso di conquistare Imola senza far ricorso alle armi, e co­sì avviene. Negli animi degli as­sediati in Imola non vi è più or­mai alcuna volontà di combatte­re per la signoria di Caterina; il co­mandante, Giovanni Sassatelli ben volentieri sottoscrive il patto di resa ed apre le porte della città. Cesare Borgia mantiene il suo vo­to: fa costruire la Cappella, ab­bellendola con un prezioso di­pinto, attribuito a Leonardo da Vinci, nel quale vuole essere raf­figurato lui stesso, genuflesso, im­plorante la protezione della Ver­gine. Di questo dipinto però si è persa ogni traccia, ma è certo che esso rimane nel Santuario fino al tempo della soppressione napo­leonica.

Alessandro VI, venuto a cono­scenza del fatto, nel 1501 ricol­ma il Santuario di vari privilegi, dato che «i fedeli - scrive - qui confluiscono volentieri perché conoscono di essere più abbon­dantemente rifocillati dai doni della grazia celeste». I privilegi fu­rono poi confermati da Giulio II, che nel 1504 viene a venerare la Madonna del Piratello e si ferma a pranzo con i frati.­

Francesco Guidi da Montefio­re, un frate del terz'ordine, che vive per molti anni al Piratello, da testimonianze raccolte, agli i­nizi del '600, scrive che le vaste pareti della chiesa, costruita ad opera soprattutto del beato Gere­mia, erano letteralmente tappez­zate da migliaia di tavolette ex voto per grazie ricevute, ma che nel 1557 i soldati francesi, ac­campati all'interno della chiesa, le hanno bruciate in gran parte per riscaldarsi. Ai suoi tempi si contano ancora, appese ai muri della chiesa, più di quattrocento tavolette dipinte, attestanti altret­tanti fatti miracolosi avvenuti per intercessione di Maria.

Fra’ Francesco ricorda in par­ticolare una nave artisticamente scolpita, appesa alla volta della chiesa, a testimoniare l'interven­to prodigioso della Madonna, nel salvataggio dei naufraghi, segno che la devozione alla Beata Ver­gine del Piratello si è diffusa an­che in Paesi lontani.

Ricorda pure l'ex voto di Fra Bartolomeo Garganello, un frate terziario, che, mentre da Lodi si trasferisce al convento del Pira­tello, lungo la strada, sulle rive dell'Adda, è aggredito dai ma­landrini. Il povero frate è basto­nato, ferito con una coltellata al­la gola e poi gettato nell'Adda. Fra Bartolomeo si raccomanda allora alla Beata Vergine del Pi­ratello, che gli appare, «con le sue proprie mani lo caccia fuori dal fiume», e in un baleno lo fa trovare al Piratello. Poiché non può inghiottire cibi solidi, i frati suoi compagni lo nutrono per qualche giorno di brodo e pane grattugiato, con un cannello, at­traverso la ferita della gola. Gli ri­mane così il soprannome di fra "Garganello".

Con i miracoli cresce la devo­zione alla Vergine, e nel 1617 la città di Imola vuole che la Ma­donna del Piratello, in occasione delle Rogazioni, si trasferisca nel­la chiesa Cattedrale, come da an­ni si è soliti fare nella vicina Bo­logna, con la Madonna di S. Lu­ca. In quell'anno, nella piazza Maggiore, la Madonna del Pira­tello riceve la corona d'argento per mano del Vescovo di Imola, Mons. Paleotti. Il 15 agosto 1714, è collocata sul capo della Vergi­ne Santa la corona d'oro, decre­tata dal Capitolo Vaticano il 2 no­vembre 1711.

La protezione di Maria si manifesta in modo speciale nei tempi duri della Rivoluzione Fran­cese. Il 22 agosto 1798 viene sop­presso il convento del Piratello ed espulsi i quindici frati che lo abitano, ad eccezione di P. Luigi Masotti di 86 anni. Ma non per questo la città smette di onorare la sua Madonna e di celebrare le sue feste. Alla fine di maggio del 1799, i cittadini di Imola insor­gono contro i francesi ed abbat­tono gli alberi della libertà; otto­cento francesi, guidati dal Gene­rale Hullin, uno dei più spietati ri­voluzionari che si era distinto nel­la presa della Bastiglia, sono man­dati a punire la città. Il Vescovo, il Cardinale Barnaba Chiaramonti, che il 14 marzo del 1800 sarà e­letto Papa con il nome di Pio VII, muove incontro alle bande ne­miche; al Piratello scongiura la Vergine Santa che salvi Lei la sua città, e poi va incontro al Gene­rale. Si ripete il miracolo acca­duto al tempo di Cesare Borgia: anche questa volta la città è ri­sparmiata.

Nell'aprile 1814, il Papa Pio VII torna dall'esilio, e fa sosta al Piratello per ringraziare la Ma­donna. Qui lo incontrano il clero e il popolo. L'entusiasmo giunge a tal punto che, staccati i cavalli, gli stessi fedeli di gran corsa trai­nano la carrozza del Papa in città.  

Patrona dei pellegrini

La Madonna ha scelto un pelle­grino, Stefano Mangelli per affi­dargli il messaggio, che è alla ra­dice della devozione del Santua­rio del Piratello, luogo di tante grazie di Maria per i suoi fedeli. Per questo Ella è venerata come la Patrona dei Pellegrini.

"Tutti siamo in cammino per le vie del mondo, verso la nostra ultima destinazione, che è la pa­tria celeste - ci ricorda il Papa Giovanni Paolo 11. Quaggiù sia­mo solo di passaggio. Per questa ragione, nulla può darci il senso profondo della nostra vita terre­na, lo stimolo a viverla come u­na breve fase di sperimentazione e insieme di arricchimento, quan­to l'atteggiamento interiore di sentirsi pellegrini. I santuari mariani, sparsi in tutto il mondo, sono come le pietre miliari poste a segnare i tempi del nostro iti­nerario sulla terra: essi consen­tono una pausa di ristoro nel viag­gio, per ridarci la gioia e la si­curezza del cammino, insieme con la forza di andare avanti, come oasi del deserto, nate ad offrire acqua ed ombra" (dal discorso del 19 marzo 1982).Don Mario Morra

Tratto dalla rivista mensile Salesiana: “Maria Ausiliatrice”- marzo 2004.