Tratto dal Quaderno nr 28 di Maria Valtorta Ed. CEV
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luglio. Dice Gesù: «L’amore, la misericordia, la preghiera, la
mortificazione, il desiderio di possedere i doni di Dio e di possedere la santità,
sentimenti innegabilmente degni di lode, possono macchiarsi di impurità che li
guasta e li fa non accetti a Dio.
La
purezza di cuore non consiste nell’avere un cuore chiuso in un corpo vergine,
né nell’avere desiderio di cuore di rimanere tale. La purezza di cuore è
cosa talmente delicata che quella fisica è un nulla in paragone. Massiccio muro
questa, contro la quale rimbalzano senza seria lesione i tentativi di Satana.
Basta che uno non voglia, che non giunge a violare se stesso. Ma l’altra è
tela argentea di ragno e anche l’ala di un moscone la può spezzare. L’ala
di un moscone. La sventatezza dello spirito che cessa di sorvegliarsi
costantemente e attentamente. Allora è facilissimo che le cose più sante si
macchino di umane ruggini decomponendosi o almeno deturpandosi nella loro
essenza buona.
L’amore di Dio è impuro quando date a Dio un culto il cui fine è questo: “Ti amo perché voglio molto da Te”. Tutto potete chiedere e attendere da Dio che vi ama. Ma come è più bello dire: “Padre, io ti amo e voglio ciò che Tu vuoi. Non chiedo che di fare ciò che Tu vuoi. Voglio solo quello che Tu mi mandi perché, se Tu me lo mandi, è certo per mio bene. Tu mi sei Padre ed io mi abbandono al tuo amore”. È impuro quando è per averne compenso. Dio va amato sopra ogni calcolo. Amato in Sé e per Sé. Se ho detto: “Amate senza speranza di compenso” riferendomi al prossimo, con più ragione questo amore puro da calcolo non deve esser dato a Dio?
Ugualmente
l’amore del prossimo è impuro quando fra il prossimo amate soltanto quelli
che vi amano, quelli che vi servono o in qualsiasi modo vi sono utili.
Io
non ho messo limitazione all’amore di prossimo. Ho detto: “Amate il prossimo
vostro come voi stessi”. E conoscendo la vostra tendenza ad autoproclamarvi
buoni, gentili, cari, santi, e così via, e anche la vostra sottigliezza nel
distinguere in ciò che vi fa pro distinguere ‑ cosa che vi avrebbe
portati ad amare ben pochi, perché in tutti avreste trovato difetti rispetto
alle vostre virtù, difetti che avrebbero giustificato, agli occhi vostri, il
vostro rigore verso il prossimo ‑ ho specificato: “Offrite l’altra
guancia a chi già vi ha percosso, a chi ti ha prepotentemente levato la tunica
cedigli anche il mantello. Amate e beneficate chi vi odia, pregate per chi vi fa
soffrire”.
Lo
so che il senso del mondo chiama questi consigli “stoltezza”. I porci
chiamano le perle sudici sassi e preferiscono ad essi la broda fetida su cui
galleggiano gli escrementi e i rifiuti. Il senso del mondo ha molte affinità
coi gusti dei porci. Ma ciò che è stoltezza al mondo è scienza per i figli
dell’Altissimo, è intelligenza e grazia.
Seguite
questa scienza, intelligenza e grazia, e ne avrete gran premio in Cielo e
conforti soprannaturali in terra, quei conforti di tutte le ore che invano i
mondani cercano trovare fra le cose del mondo, e più vi si tuffano e più
l’amaro e il disgusto penetrano il loro cuore. Non vi è che Dio che dia pace.
Dio e la buona coscienza. Due cose che i peccatori non hanno amichevoli a loro.
La
misericordia è pur bella. Ma per esser veramente bella e pura come vergine
felice che va all’altare, bisogna si appoggi alla retta intenzione come a
braccio di sposo amoroso al quale si giura fede. Altrimenti diviene vanità e
superbia, e anche il dare è inutile come gettaste i vostri oboli nelle fauci di
Satana.
Io
ho detto: “Siate misericordiosi come lo è il Padre mio”. Ma il Padre Iddio
suona forse la tromba o si affaccia al balzo dei Cieli per dire: “Udite,
udite! Io oggi ho dato pane e vita a tante creature, ho difeso da pericoli tante
altre, ho perdonato altre tante”? No. Egli fa e tace. Fa con una tale
modestia, con una così riservata cura che voi, o stolti del mondo, non pensate
neppure che quanto godete ve lo concede Iddio sempre troppo buono per voi; e
voi, che stolti non siete ma siete però ancor molto lungi dall’essere
cristiani quali esser dovreste, dite: “Dio me l’ha dato. Ma io l’ho
meritato”. Oh! oh! egli l’ha meritato! E non è questa superbia già fonte
di demerito? E chi può dire così sottintendendo: “Se Dio non lo avesse fatto
avrebbe errato”?
Da mattina a sera e dal tramonto all’aurora Dio vi è misericorde e benefico, e solo rarissime eccezioni tra i figli della terra alzano sguardo e cuore per dirgli con un sorriso: “Grazie, Padre buono. Riconosco in questo dono la tua mano”. Quando fate della misericordia, fatela unicamente per amore: di Dio per imitare il Padre buono, di prossimo per ubbidire alla mia parola e al mio esempio.
La preghiera! Oh,
che buona cosa la preghiera! Dio l’ha messa nel cuore dell’uomo come il
bisogno del respirare. Non è infatti il respiro dell’anima? Senza respiro
cessa anche il moto del sangue e il corpo muore. La preghiera è quella che
mantiene vitale lo spirito tenendolo sempre al cospetto di Dio. Due che si
vedono non possono dimenticarsi. Non è vero? Ebbene, la preghiera è mettersi
al cospetto di Dio, in veste di figlio, e dirgli: “Eccomi. So che Tu sei il
Padre mio e perciò mi accosto a Te. Con chi parlare certo d’esser inteso se
non con Colui che mi ha insegnato la Parola, la sua Parola?”
Ma
la preghiera deve, come le altre cose, esser pura. Non fatta per utile umano. Su
i mille milioni di preghiere che vengono fatte sulla terra quotidianamente, 999
milioni sono fatte per chiedere gioia umana, denaro, salute, e delle volte si
spingono persino a chiedere morte per avere libertà da uno che vi è odioso, a
chiedere del male per un vostro simile che, a torto o a ragione, ha la colpa di
non piacervi. Può mai Dio dare del male per fare contento uno che odia?
Solo
un milione di preghiere è fatto per chiedere aiuti soprannaturali che vi
permettano di salire a quella perfezione che volete raggiungere per fare cosa
grata a Dio, che vi vuole santi e ricongiunti a Lui. Questo milione di preghiere
salgono umili e grate e dicono: “Padre, aiutami a santificarmi. La mia
debolezza ha bisogno di Te per esser forte. Padre, io voglio amarti
perfettamente e non so. Insegnami a farlo, Tu, Amore. Padre, io so e ricordo
quanto mi hai già dato. Senza di Te sarei un miserabile nel corpo e più nello
spirito. Grazie, Padre, di tutto. Ti dico: ‘Ancora, ancora dei tuoi
benefici’. Ma non per sete di benessere umano. Più
che per la carne, io dico ‘ancora’ per lo spirito mio, al quale voglio
rendere la Patria eterna. O Padre santo, la tua creaturina sospira al tuo seno.
Sorreggimi sul cammino perché io non devii in altre strade e venga a Te, mio
Riposo e Gioia”.
Il
desiderio di possedere i doni di Dio e la santità è quasi obbligo. Che direste
del figlio di un re che non desiderasse possedere i doni che il re suo padre gli
dona mandandogli a dire dai suoi messi: “Qui vi sono ricchezze incalcolabili
per te, perché tu le usi per tuo utile e piacere. Quando ne abbisogni chiedile
e te le manderò”? Che di questo figlio di re che, sapendo che il padre gli ha
destinato la corona, non avesse desiderio di cingerla per continuare la regalità
paterna? Quella corona che il padre re gli ha preparata è un segno dell’amore
paterno, che ha pensato al suo erede anche se in terra d’esilio. Rifiutarla o
trascurarla è disamore irrispettoso per il padre. Lo stesso è del figlio del
Re dei re il quale muore, col suo spirito, nell’indigenza perché, con una
abulia colpevole, non ricorre ai tesori del Padre e mai pensa a quella corona:
la santità che lo farà re nel Regno eterno.
Ma
perché santità? E quali doni? Santità per godere di Dio. Non per boria
d’esser lodato fra gli uomini.
In
verità vi dico: nel mio Cielo vi sono santità e santi di ogni più svariata
caratteristica, ma non ve ne è uno che abbia conseguito santità per il
desiderio d’esser conosciuto e celebrato per questo fra gli uomini. L’uno vi
è per il martirio, l’altro per esser stato anacoreta, l’uno perché
instancabile lavoratore di cuori mediante la predicazione e l’altro perché si
consumò nel silenzio e nell’orazione, questo perché fu l’amante della mia
infanzia e l’altro della mia tortura, ancora chi fu il cavaliere della
Purissima e chi fu l’araldo del gran Re. Ma non vi è, non vi è chi sia santo
perché pensò ad esserlo per portare aureola agli occhi del mondo.
Voi
non vedete i santi il giorno in cui sulla terra viene proclamata la loro santità.
Ma se li poteste vedere in quell’attimo, vedreste uno stupore di bambini che,
avendo già in mano un balocco di gran prezzo o contemplando una incisione
bellissima, si vedono mettere in mano uno straccio meschino e sotto gli occhi un
cincischiato disegno e odono l’adulto che glieli offre dirgli: “Guarda che
bel dono ti do!”. Il bimbo guarda e tace. Ma pensa, con la giustezza di
osservazione dei bambini: “Ma non c’è confronto con quanto ho già”. E
restano indifferenti al dono continuando a guardare e vezzeggiare quanto già
avevano.
I
santi hanno Dio. Che volete che più li seduca? L’aureola aumenta la loro
gioia? Essi l’hanno già completa e perfetta. Hanno Dio.
Ancora:
un bambino buono, molto, veramente molto buono, non un piccolo ipocrita, quando
si vede lodato per esser stato buono pensa: “Non dovevo forse farlo? Il padre
mio mi dice sempre che devo esserlo e perciò non ho fatto nulla che merita
lode. Ho ubbidito al padre mio per farlo contento”. Non capisce, nella sua
umiltà, quanto è grande saper ubbidire per amore e per far felice chi lo ama.
Anche
i santi, umili perché sono santi, pensano: “Che ho fatto di speciale?
Ho ubbidito al comando di Dio mio Padre per farlo contento”. E sono già così
completamente felici, che le feste della terra li lasciano indifferenti. Le
feste, ho detto. Non le preghiere dei fedeli. Queste sono petizioni che gli
amici lontani mandano a quelli che, per essere al fianco di Dio, possono
parlargli più direttamente dei bisogni loro. È carità questa. E la carità,
praticata alla perfezione da loro nella vita, è divenuta ancor più perfetta da
quando si è fusa alla Carità stessa.
Desiderate
perciò con purità la santità e i doni che vi aiutano a possederla. Ma con
purità di cuore. Ossia col solo desiderio di riunirvi al più presto a Dio per
amarlo più ancora e di giovare ai fratelli con i vostri meriti per la comunione
dei santi.
E la
mortificazione? Oh! che sia pura! Quante inutili mortificazioni non fate!
Inutili e peccaminose. Perché? Perché impure. Sono impure quelle macchiate da
desiderio di lode e da anticarità. Esser buoni per esser lodati, compiere una
penitenza per esser notati, sacrificarsi nel mangiare un frutto perché il mondo
ammiri e poi non saper esser pazienti, umili, misericordiosi, è proprio
inutile. Che volete che me ne faccia del vostro frutto non mangiato, quando vi
vendicate del sacrificio del mangiarlo col mordere con parole velenose un vostro
fratello? Che volete che me ne faccia di una vostra penitenza se poi non sapete
sopportare neppure quello che la vita vi porta? Che merito ha l’esser buoni
fuori casa quando siete vipere in casa vostra? Che merito portare cilicio se non
sapete portare tacendo il cilicio della mia volontà?
Ricordatevi
quello che ho detto: “Quando fate penitenza ungetevi il capo e lavatevi la
faccia”. Passate pure da immortificati agli occhi stolti del mondo. Basta non
diate scandalo, perché lo scandalo è sempre male. Ma se apparite soltanto
creature comuni, e perciò non ne avete che indifferenza e nessuna lode, mentre
nel segreto vi consumate per amore di Dio e dei fratelli, grande sarà il vostro
merito agli occhi di Dio.
E
se non sapete imporvi penitenze, oh! accettate quelle della vita. Ne è piena!
Accettate dicendo: “Se questa pena viene da Dio, sia fatta, o Signore, la tua
volontà; se viene da un povero fratello cattivo, Padre, io te l’offro perché
Tu lo perdoni e redima”.
Fate
così, diletti. E tutto in voi sarà puro. Avrete allora la purezza del cuore. E
in un cuore che ha purezza ha trono Iddio.
Va’
in pace, adesso. Procedi con la mia pace sulla via della purezza di cuore,
pensando che i puri di cuore godranno Iddio.»
28 luglio.
Giovanni, cap. 9° v. 31. Dice Gesù: «La potenza del fare la volontà di Dio!
Essa fa sì che Dio nulla ci possa negare. Non si può dire, data la maestà del
Signore, che Egli si fa servo dell’uomo ubbidiente, ma pare proprio che
l’Altissimo, davanti al suo servo ubbidiente, voglia superarlo in prontezza e,
per tutto ciò che è bene, lo esaudisce con pronta sollecitudine.
Non
sono le molte preghiere quelle che ottengono. È fare la volontà di Dio.
Preghiere e resistenza a questa volontà vuol dire rendere nulle le preghiere.
Come potete esigere, per giustizia, che Dio si pieghi alla vostra volontà che
desidera una cosa, quando voi non vi piegate al desiderio della sua che vi
chiede un’altra cosa?
Io
‑ pensate quanto sia potente sul cuore di Dio l’ubbidienza alla volontà
sua ‑ non vi ho redento con nessun atto mio proprio. L’avrei potuto
poiché ero Dio come il Padre, e tutto è possibile a Dio. Avrei perciò con una
parola sola potuto cancellare la colpa dal mondo così come cancellavo infermità,
peccato e morte dai singoli. Ma per insegnare all’uomo a tornare figlio di
Dio, Io, Dio divenuto Uomo, ho voluto redimere attraverso l’ubbidienza alla
volontà di Dio. E considerate quale ubbidienza fu la mia! Quando l’ebbi totalmente
consumata, totalmente, allora si aperse il Cielo sull’uomo decaduto
e ne uscì il Perdono.
La
disubbidienza aveva diseredato l’uomo, l’ubbidienza lo rifece erede di Dio.
Tutto ciò che è eterno e infinito fu vostro di nuovo per l’ubbidienza.
Imparate
dunque la via per essere esauditi: “Fare la volontà di Dio per amore di
Lui”.
Va’
in pace.»