ALEXANDRINA DA BALASAR E L’EUCARISTIA

Un miracolo di diverso genere è quello di Alexandrina da Costa.

Alexandrina nacque a Balazar prov. di Oporto (Portogallo) il 30 marzo 1904 e vi morí il 13 ottobre 1955. Ebbe fenomeni mistici sbalorditivi.

La sua vita fu un calvario continuato dal 1918 fino alla morte. Ogni ve­nerdí vedeva e soffriva la passione di Gesú fino a sembrare ai medici clini­camente morta. Offriva generosamente tutti i suoi dolori per la conver­sione dei peccatori. Di tutto fu testimonio onesto il dott. Emanuele De Azevedo, suo medico curante. Alexandrina aveva una fame e una sete ar­dentissima dell'Eucarestia e la sua abituale preghiera era: « O mio Amore sacramentato, non posso vivere senza di te. O Gesú, trasformami nella tua Eucarestia ».

E un giorno Gesú le disse: « Non ti alimenterai mai piú sulla terra. Il tuo alimento è la mia carne, il tuo sangue è il mio sangue; la tua vita è la mia vita. La ricevi da me quando ti do calore, quando unisco il tuo corpo al mio cuore ».

E dal 27 marzo 1942 cominciò per Alexandrina il digiuno totale da ogni cibo e da ogni liquido; digiuno che si protrasse fino alla morte, cioè per 13 anni, senza alcun bisogno fisiologico; si nutriva soltanto con la S. Comu­nione che faceva ogni giorno.

Dinanzi all'incredulità di molti, specie delle persone di scienza, l'Arci­vescovo le ordinò un controllo medico. Fu eseguito nell'ospedale di Foce del Duro dal dott. Gomes de Araujo, specialista di malattie nervose, dal lo giugno 1943, per un mese, e subito dopo, dal dott. Carlo Lima per altri 10 giorni. Entrambi i medici erano increduli e si fecero aiutare da donne di loro assoluta fiducia. Alla fine dei 40 giorni onestamente dichiararono: « Entrò nell'ospedale alle ore 20 del 10 giugno. Fu subito assistita e vigilata da un gruppo di persone di assoluta probità, incapaci della minima vena­lità, tutte con qualche nozione da infermiera, ma non professioniste, completamente libere, senza interesse pecuniario, pronte ad assistere l'ammalata, a passare le notti con lei tenendo sempre la chiave della ca­mera con loro. Nessuna persona, oltre queste, toccò l'ammalata o fece le pulizie (pulizie che si riducevano a ben poca cosa, cioè a semplici abluzio­ni con alcool a causa del sudore e di rari vomiti, non essendoci evacuazio­ni). Parecchie di queste signore, di cui riportiamo i nomi, furono scelte per la loro incredulità, o cinismo addirittura, riguardo al caso.

È per noi assolutamente certo che, durante quaranta giorni di degenza, l'ammalata non mangiò né bevve mai ».

Il dott. Lima: « Attestiamo anche che la degente, dal 10 giugno al 20 lu­glio corrente anno, rimase nel Rifugio della paralisi infantile di Foce del Duro, sotto la direzione del dott. Gomes de Araujo e sotto la vigilanza, giorno e notte, di persone coscienziose e desiderose di scoprire la verità, e che la sua astinenza da solidi e liquidi fu assoluta durante tutto quel tem­po. Attestiamo pure che conservò il suo peso, la temperatura, la respira­zione, le tensioni, il polso, il sangue; che le sue facoltà mentali furono riscontrate assolutamente normali, costanti e lucide e non ebbe, durante quei quaranta giorni, necessità naturali ».

L'esame del sangue, fatto tre settimane dopo quella degenza, è annesso a questo attestato e da esso si vede come, « considerata detta astinenza da solidi e liquidi, la scienza non possa naturalmente spiegare ciò che risultò in quell'esame; come pure, considerate le leggi della fisiologia e biochi­mica, non si possa spiegare la sopravvivenza di quest'ammalata, a motivo dell'astinenza assoluta, durante i quaranta giorni di degenza, dovendosi sottolineare che l'ammalata, durante quel tempo, rispose giornalmente a molti interrogatori e sostenne moltissime conversazioni, mostrando un'ottima disposizione e la migliore lucidità di spirito».

Durante gli ultimi anni della sua vita, folle immense andavano giornal­mente a visitarla e si convertivano.

La sua abituale raccomandazione a quelli che la visitavano era questa: « Fate la Comunione molte volte; recitate il Rosario tutti i giorni ». Alla sua morte, per 21 ore, si susseguirono fittissime folle a visitare la salma esposta nella camera ardente, e tutti gli abitanti del paese si vestiro­no a lutto per 8 giorni.

Dettò per la sua tomba questa epigrafe: « Peccatori, se le ceneri del mio corpo possono esservi utili per salvarvi, avvicinatevi, passatevi sopra, cal­pestatele fino a che spariscano, ma non peccate piú, non offendete piú il nostro Gesú!

Peccatori, vorrei dirvi tante cose! Non basterebbe questo grande cimi­tero per scriverle tutte!

Convertitevi! Non offendete Gesú, non vogliate perderlo per tutta l'eternità! Egli è tanto buono! Basta col peccato! Amatelo! Amatelo! »

(Pasquale - Alexandrina - Ed. Elle Di Ci - Torino)