UN GRANDE DONO

di Rosanna Brichetti Messori

Si diffonde in Italia la pratica della "adorazione perpetua". Dalla quale provengono frutti inimmaginabili. L'esperienza di una delle prime parrocchie, nella quale da otto anni, ininterrottamente, Gesù Eucaristia viene adorato

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Per parlare di questa adorazione che si è fatta, come dice­vamo, perpetua, abbiamo scelto l'esperienza della par­rocchia di Fiesse d'Artico, una cittadina in pro­vincia di Venezia ma in diocesi di Padova, una delle prime a muoversi in questa direzione ben otto anni fa, l'adorazione in essa partì, infatti, nel 2002 e da allora non si è mai fermata né di giorno né di notte, né d'esta­te né d'inverno. A mostrarne concretamente la fattibilità ad un parroco, don Carlo Targhetta, già di suo disponibile, fu un sacer­dote romano, don Alberto Pacini, rettore della basilica di San­ta Anastasia al Palatino, che aveva iniziato l'esperienza un anno prima nella sua chiesa e che in seguito diventerà un punto di riferimento per l'Italia intera. Egli non solo spiegò a don Targhetta e ai suoi parrocchiani come era possibile concretamente organizzarla ma, soprattutto, con alcuni suoi collaborato­ri che vennero più volte sul posto, riu­scì ad "infiammare" gli animi dei fe­deli verso questo incontro specia­le con Gesù, al punto che in po­co più di un mese furono trova­ti i ben trecento adoratori ne­cessari a coprire tutti i turni. «Finalmente - ricorda il par­roco la domenica 10 mar­zo, dopo la Messa delle undi­ci, portammo in processione il Santissimo sull'altare della cappellina annessa alla chie­sa parrocchiale. C'era la chiesa stipata come nelle grandi occa­sioni. Il canto di adorazione riem­piva la navata. A mezzogiorno ini­ziò l'adorazione silenziosa e da quel momento cominciarono ad alternar­si continuamente gli adoratori. Da allora non han­no più smesso e sono passati otto anni: alcuni han­no fatto anche ve­glie di diverse ore per sostituire ami­ci impossibilitati o malati. Altri hanno ridiscusso tutto il loro programma giornaliero per re­stare fedeli all'impegno». Aggiunge poi alcuni particolari com­moventi: anzitutto che l'adorazione notturna è così amata da essere praticamente "blindata" da alcuni adoratori che con­tinuano a valorizzare quelle ore come le migliori. E que­sto perché trovano prezioso il tempo che pas­sano a tu per tu con il Signore nella solitu­dine notturna, vicini con il cuore a quan­ti per motivi familiari o di lavoro sono costretti a vegliare la notte. Mentre questi ultimi, spesso consapevoli e dunque confortati dalla presenza in chiesa di gente che sanno in preghiera, si uniscono mentalmen­te a loro. Anche le difficoltà dell'estate, che porta molta gente in vacanza, sono superate proprio cercando di sollecitare paren­ti e amici alla sostituzione, allargando così spesso il gruppo de­gli adoratori. Alcuni, poi, che villeggiano non troppo lontano sulle spiagge venete o sulle Prealpi, non trovano eccezionale tornare a casa per il tempo necessario a rispettare l'ora fissata.

Tra l'altro, nel corso degli anni, il cerchio si è allargato anche fisi­camente perché c'è chi viene dal veneziano o dal padovano fa­cendo molti chilometri anche in bicicletta per raggiungere questa chiesa sempre aperta nella quale, ad ogni ora del giorno e della notte, è possibile incontrarsi con Gesù presente vivo come due­mila anni fa in Palestina. E molti di costoro si rammaricano che nella loro parrocchia non ci sia questa grande risorsa e talvolta riescono pure a convincere i loro parroci a fare almeno qualche ora di adorazione nella chiesa parrocchiale.

Ma se questi sono gli aspetti esteriori, pur notevoli e significati­vi perché testimoni dell'interesse che l'iniziativa della adorazione perpetua ha suscitato, ciò che più colpisce è quanto è avvenuto e avviene in continua­zione nel cuore di questi adoratori. Mi dice don Targhetta: «La gente delle nostre comu­nità è gente semplice, né più santa né più im­pegnata di tante altre. Lo straordinario sta in questo: non hanno preso il loro impegno né come un dovere né come un atto eroico; lo sentono invece come un dono. Si sono sen­tite coinvolte come se lo sposo le avesse in­vitate. "Grazie, Signore - diceva una perso­na - per l'emozione che ho provato in questo giorno, aspettando l'ora del nostro incontro". "Tu sai che io volevo starti vicino - ha detto un'altra - e mi hai esaudito. Ma non sono io a farti compagnia, sei tu che la fai a me"». Naturalmente in questi otto anni, il parroco e i suoi collaboratori non si sono stancati di precisare bene il senso di ciò che si stava facendo: l'adorazione non sostituiva affat­to la Messa che restava il centro della fede. L'adorazione ne era solo la preparazione e la continuazione. E ciò ha fatto sì che anche la frequenza alla Messa sia aumentata nel numero dei partecipanti e nella devozione. Anche per la Messa feriale, così come per la confessione. Alla domenica poi, l'affluen­za è davvero intensa e molti, dopo la Mes­sa, non mancano di passare dalla cappella per restare qualche tempo in adorazione.

Insomma, dopo otto anni, l'adorazione perpetua ha messo radi­ci profonde nella vita parrocchiale. Dice il parroco: «Prima di tut­to abbiamo constatato che l'adorazione è per tutti. E poi abbia­mo visto la forte azione del Signore su tutti quelli che si rivolgo­no a lui. In un primo momento alcuni, soprattutto fra i cosiddetti buoni cristiani, che tendono a partecipare a tutte le iniziative che il parroco propone loro - siano valide o meno - alcuni, dicevo, lo facevano perché si sentivano in dovere di aderire. Poi hanno scoperto, frequentandolo più assiduamente e ponendosi al suo ascolto, che il Signore è veramente vivo e consola, illumina e dà forza alla vita». E aggiunge: «Qualcuno parla di grazie e di mira­coli e noi siamo felici con loro. Ma ciò che è meraviglioso, ciò che diventa il grande segno di Dio è il conforto e la speranza che da­vanti all'Eucaristia molti ricevono. Confrontando la loro vita con il passato molti mi dicono: "Non mi riconosco più"».

Tra l'altro, tutto ciò non ha fatto altro che migliorare anche i rap­porti all'interno della parrocchia, per esempio tra le diverse asso­ciazioni che sono diventate più collaborative, meno gelose della loro identità. Mentre anche il parroco ne ha guadagnato. «Grazie a Dio - mi dice - ora il centro della vita parrocchiale è Gesù Eu­caristia. Così qualcuno che può anche trovarsi in conflitto con il parroco e fargli il muso non sa rinunciare all'incontro con Gesù, vissuto come il vero pastore della parrocchia».

Una sorta di rivoluzione, dunque, silenziosa e inerme, ma reale. Che appare chiara anche dalle testimonianze che gli adoratori la­sciano su un apposito quaderno posto nella cappellina. Ne leg­giamo alcune: «L'ora di adorazione settimanale è stata per me una vera rinascita spirituale e fisica. Là ho la forza di chiedere perdono e di perdonare persone con le quali non parlavo da oltre vent'anni. Lui mi ha dato amore e speranza per vincere abitudini che pensavo insuperabili. Nel silenzio prolun­gato ho visto quanto amore e quante grazie egli mi ha donato ed è nata in me grande rico­noscenza e lode. La gioia che provo in questi incontri mi fa sentire bene anche fisicamente. Così da due anni faccio due ore settimanali: ne sento il bisogno. È per me una grande gra­zia sapere che Gesù Eucarestia si mette a di­sposizione ad ogni ora del giorno e della notte e dice: "Vieni, ti aspetto". Grazie Gesù». «Quando ho iniziato l'ora di adorazione ero un po' confuso. Poi, frequentandola, mi è ca­pitata una cosa bellissima: ero solo col San­tissimo Gesù Cristo, mi sono sentito in pa­ce con me stesso e ho ricevuto la grazia più grande di portare la mia pace interiore e tra­smetterla a tutta la mia famiglia e alle perso­ne che mi conoscono avendo aperto il mio cuore. Gesù mi aiuta ed è sempre con me al momento del bisogno. Grazie Gesù».

«In preghiera davanti al Santissimo, mi sta­vo per assopire. Quando me ne sono accor­ta, ho detto a Gesù: "Non mi parli? Non sento niente". Veloce è stata la sua risposta: "Veni­te a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e troverete riposo per le vostre anime". Gra­zie Signore Gesù perché tu sei davvero nel Santissimo Sacramento dell'altare!».

Prima di congedarmi chiedo a don Targhetta se vuol dire qualco­sa ai suoi confratelli sacerdoti. «Non ho nulla da insegnare», mi ri­sponde. «Quello che posso però dire è che l'adorazione è possibi­le, e che bisogna osare proporla perché la gente non si tira indie­tro di fronte a questo atto d'amore verso il corpo di Gesù. Occorre un po' di coraggio e anche un po' di rodaggio ma è un'opera che il Signore vuole e benedice. E ciò che posso aggiungere è la mia gioia per una chiesa parrocchiale non più chiusa, fredda, ma sem­pre calda della preghiera di tante persone».

Due gli indirizzi a cui attingere ulteriori notizie.

Quello della parroc­chia di Fiesso  parrocchiafiesso@libero.it  

e il sito: www.adorazione-perpetua.it