ROSARIO
MISSIONARIO MEDITATO
A cura dell'Ufficio Diocesano delle PP. OO. MM. di Vicenza
Questo
"Rosario Missionario" più che un sussidio è la preghiera di un'anima
sacerdotale che ci invita a unirci spiritualmente al suo colloquio con 1a Madre
di Dio.
Lo offriamo a tutte le persone che sentono l'ansia di portare l'annuncio del Vangelo a tutte le genti. Soltanto la preghiera e l'intercessione della Madonna possono dare alla Chiesa autentici apostoli. Alla preghiera uniamo la nostra testimonianza cristiana di vita nella obbedienza alla legge di Dio e nell'esercizio della carità verso il nostro prossimo.
La
Chiesa riconosce che la pietà verso la beata Vergine Maria ha una grande
efficacia pastorale e costituisce una forza rinnovatrice del costume cristiano.
L'azione
della Chiesa nel mondo è come un prolungamento della sollecitudine di Maria.
Infatti,
l'amore operante della Vergine a Nazareth, nella casa di Elisabetta, a Cana,
sul Golgota - tutti momenti salvifici di vasta portata ecclesiale - trova
coerente continuità nell'ansia materna della Chiesa, perché tutti gli uomini
giungano alla conoscenza della verità.
L'amore
per la Chiesa si tradurrà in amore verso Maria e viceversa; perché l'una non
può sussistere senza l'altra, perché ambedue concorrono a generare il Corpo
Mistico di Cristo, e i fedeli sono figli della Vergine e figli altresì della
Chiesa.
La
recita del Rosario diventerà grave e implorante nella Orazione del Signore,
lirica e laudativa nel calmo fluire dell'Ave Maria, contemplativa nell'attenta
riflessione intorno ai misteri, adorante nel Gloria.
E ciò deve avvenire nelle varie forme, in cui si è soliti recitare il Rosario: o privatamente, quando forante si raccoglie nell'intimità con il suo Signore; o comunitariamente, in famiglia o tra i fedeli riuniti in gruppo, per creare le condizioni di una particolare presenza del Signore (cf Mt 18, 20); o pubblicamente, cioè in assemblee nelle quali è convocata la comunità ecclesiale. (PAOLO VI)
L'ora
di Maria!
La
salvezza del mondo è cominciata con Maria ed Essa deve essere condotta a
termine per mezzo di Maria.
Nel
primo avvento di Gesù Cristo, Maria non è quasi comparsa.
Ma,
all'approssimarsi del suo secondo avvento, e in preparazione di esso, Maria deve
essere conosciuta e rivelata per mezzo dello Spirito Santo, affinché per Lei
Gesù Cristo sia conosciuto, amato e servito. Dio, dunque ora vuole rivelare
Maria, il capolavoro delle sue mani; Maria deve risplendere più che mai in
misericordia, in forza, in grazia per il trionfo di Gesù e la salvezza dei
peccatori e degli idolatri, per il ritorno dei fratelli separati, perché i
cristiani e i musulmani nella verità e nell'amore formino il solo Popolo di Dio
eterno e misericordioso, insieme a tutte le altre nazioni della terra...
Dio
vuole che la sua santa Madre sia ora più conosciuta, più amata e onorata di
quanto non lo sia mai stata: e questo accadrà se gli apostoli degli ultimi
tempi, per mezzo della grazia e della luce dello Spirito Santo, conosceranno la
grandezza di questa Sovrana e si consacreranno interamente al suo servizio, come
suoi sudditi e schiavi d'amore.
Questi
saranno anche i veri discepoli di Gesù Cristo, che cammineranno sulle tracce
della sua povertà, della sua umiltà, del suo disprezzo del mondo, della sua
carità; che insegneranno la via stretta di Dio nella pura verità, secondo il
santo Vangelo e non secondo le massime del mondo.
Essi
porteranno nel cuore i sacri nomi di Gesù e di Maria e la modestia e la
mortificazione di Gesù Cristo in tutta la loro condotta, ed Essi estenderanno
il Regno di Gesù nel mondo.
Gesù
Cristo è venuto nel mondo per mezzo della Santissima Vergine Maria, e anche per
mezzo di Lei Egli deve regnare nel mondo...
Quando
Maria ha gettato le sue radici in un'anima, vi produce delle meraviglie di
grazia, che essa sola può produrre, perché essa sola è la Vergine feconda,
che non ha e non avrà mai l'uguale in purezza e fecondità.
Maria
ha prodotto con lo Spirito Santo, la meraviglia più grande che sia esistita e
che sarà nei secoli: l'Uomo-Dio; e in conseguenza, essa produrrà le più
grandi cose che avverranno negli ultimi tempi.
A
Lei è riservata la formazione e l'educazione dei grandi santi che verranno
verso la fine dei tempi; poiché solamente questa Vergine singolare e miracolosa
può produrre, in unione con lo Spirito Santo, cose singolari e straordinarie.
Quando
il suo Sposo, lo Spirito Santo, ha trovato Maria in un'anima, Egli vola a Lei,
vi entra pienamente e si comunica a questa anima abbondantemente, nella
misura del posto che vi occupa la sua Sposa.
Una
delle grandi ragioni, per le quali lo Spirito Santo non opera attualmente
meraviglie nelle anime, è perché non vi trova una unione abbastanza grande
con la sua Sposa fedele e indissolubile.
Più
lo Spirito Santo trova Maria, la sua cara e inseparabile Sposa, in un'anima, più
Egli diviene potente e operante per produrre Gesù Cristo in questa anima e
stabilire quest'anima in Gesù Cristo. (cf
De Montfort)
1°
L'ANNUNCIAZIONE
La
più viva inquietudine dell'uomo è la sua ricerca di Dio. Quale sofferenza in
tanti cuori per questa attesa, che non sfocia ancora in un incontro di luce, in
un abbraccio di pace, con Dio!
Ma
Dio viene, viene ancora!
Dio
discende dal vertice della sua gloria, per prendere dimora nel cuore dell'uomo
e farne un focolare d'amore.
Occorre
intensamente desiderare Dio, rivolgersi a Lui con una accorata implorazione,
fino a sentire nella propria carne (Sal 62, 84) l'anelito di quella salvezza,
che Lui solo può soddisfare: bisogna soprattutto disporsi ad accoglierlo.
Quante
vanità riempiono il nostro cuore, a volte quanti peccati!
Quale
miscuglio si muove in noi, quanti abbarbicamenti delle creature!
Certo,
Dio opera sempre nel cuore umano, infiltrandovisi in ogni fessura, per
seminarvi delusioni e inappagamenti, per scuotere la falsa pace; ma non ne
diventa il padrone, se non quando l'anima si sbarazza di tutto ed offre intera
la sua libertà all'Amore.
Dio
viene pienamente per coloro che, interiormente poveri e puri, sanno
incondizionatamente offrirsi alla sua iniziativa e, anche nel più duro
travaglio, riescono a mormorare con passione d'amore: Eccomi, fa di me ciò
che vuoi!
Nella
disponibilità verso il Signore sta la nostra grandezza.
Non
sono le nostre imprese procurare la gloria di Dio, ma la gloria di Dio
preferisce,.. risplende nella nostra sottomissione e nel nostro servizio ai suoi
disegni.
Ecco
l'esperienza di Maria!
Tutto
è semplice a Nazareth; tutto appare ordinario nella fanciulla che sta appena
varcando le spglie della giovinezza, quando il mistero di Dio l’investe e
si compie di Lei.
Chi
è Maria?
«Essa
primeggia tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono
e ricevono da Lui la salvezza» (LG 55).
In
Maria di Nazareth vibra intensissimo il desiderio di Dio, il compimento d'una
grande attesa; ella lo coltiva in purità integrale, nell'offerta di sé alla
divina Volontà, in un'acuta visione e partecipazione dei bisogni dell'umanità
intera.
Di
tutta l'umanità si fa voce ed interprete, sotto la spinta dello Spirito intenta
a rendersi pronto, perché Dio finalmente venga tra noi, in Lei.
Nessuno
come Lei invoca con tanto struggimento il Signore per sé e per tutti, e nessuno
più di lei sa accoglierlo per sé e per tutti.
Maria,
sorella nostra, sa come non vi sia anima al mondo, benché a volte ignara, che
non frema d'un intimo grido: «Mio Dio!», e non spasimi di specchiarsi nel
volto di Dio (Sal 27).
Quanto
ci è vicino Maria, nello slancio del Dio vivente, con il suo splendore di
fanciulla intatta! Dobbiamo esserle grati per la sua intima presenza nella
nostra vita spirituale, e accompagnarla con fervore nel suo approssimarsi a
milioni di anime nel mondo, per le quali Ella si annuncia quale aurora di
salvezza!
Maria,
come sorella universale, anticipa Gesù e prepara le anime come Madre di Lui, lo
dona a tutti, come Madre nostra, compie il miracolo continuo di vivificare e
letificare il cuore dei suoi figli.
Ella
è vicina a chiunque soffra il buio e i terribili «perché» dell'esistenza, a
chiunque senta la fatica di schiudersi alla fede, a chiunque attenda l'avvento
di Cristo.
Ella
invita ad associarci alla sua missione univale.
2°
LA VISITAZIONE
Maria,
madre di Gesù, va a visitare Elisabetta.
Ella
va missionaria: è il vivente tempio del Dio incarnato, la vibrante sposa dello
Spirito, nella dedizione infiammata all'amore, che tutta la penetra! Ora in lei
viene veramente il Cantico dei Cantici.
Che
mistero questa donna, a cui il Padre chiede collaborazione e corrispondenza; il
Figlio chiede carne, e lo Spirito tenerezza!
E
la terra non sa tutto ciò.
Eppure
se ne dovrebbe accorgere dalla gioia del «Magnificat»!
Maria
effonde in questo canto il suo animo, limpido ed alto.
Sono
rilevabili nel Magnificat tre presenze: Lei, innanzi tutto!
La
Vergine si pone al centro e canta la sua riconoscenza, perché il suo niente
è saturato di meraviglie e di grandezze divine, il suo servizio è elevato a
magnificenza e potenza regali.
Maria
si pone ardimentosa e affascinante, davanti a noi, come trasparenza del Dio
santo, misericordioso, onnipotente e fedele.
Sì,
Lei è specchio della Trinità: il Dio inaccessibile svela il suo cielo; si
meraviglia in quello che compie in lei per noi. Mai si troverà anima più pura
che diriga verso il suo Dio entusiasmo maggiore, mai la grazia divina troverà
rispondenza più entusiastica, come nel sovrumano, ininterrotto trasporto
della Vergine di Nazareth!
Infine
Maria ci svela le grandi linee della storia della salvezza: vicina a Dio, il suo
sguardo abbraccia la distesa dei secoli e scorge la misericordia di Dio, che
trascorre di età in età, in eterno.
Anche
oggi s'incontrano anime, nelle quali si fa visibile la presenza di Dio.
Sono
le anime del Magnificat, perfettamente intonate a quella di Maria, nelle quali
Ella ripete il canto della primavera del mondo, della gioia che solamente da
quella fonte promana.
Tali
anime, svuotate di sé e del mondo e lungamente purificate dall'amore, sono
specchio della divina bellezza, sono immensa capacità dell'inondante amore
divino.
Come
Maria, esse ci ricordano fin dove può arrivare l'effusione dell'amore di Dio
su di noi.
È
bello incontrare nella Chiesa anime, che hanno il dono di far trasparire Dio
dalla loro persona.
C'è
in loro fusione di una pace e immediatezza, di una profondità e nitidezza, che
fanno risalire all'intima presenza: il Dio vivente.
Quante
ce ne vorrebbero di tali anime nel mondo! Dio attrae gli altri per mezzo di
loro, salva tramite loro.
Una
di queste è Maria. Maria, soprattutto.
Quando
Dio sceglie un'anima per riempirla di sé, è per arrivare, mediante lei, a
molte altre.
Bisogna
farsi ricchi di Dio, per diventare veramente amici e apostoli fra gli uomini.
Solo
chi muore a se stesso, alla terra, alla gloria mondana, giunge a farsi strumento
di Dio, per la salvezza dei fratelli.
I
sufficienti, i potenti, i calcolatori, coloro che vogliono imporre a Dio le
condizioni, non sono adatti a operare la salvezza del mondo: Dio li rifiuta.
Dio
si abbassa e si arrende solo a coloro che lo costringono per amore a «guardare
alla loro umiltà».
3°
IL NATALE
Ormai
Gesù è in mezzo a noi; il mistero che Maria viveva tutto per sé, ora è
svelato a tutti.
Gesù
c'è, tutti devono saperlo. Questa notizia dovrebbe già aver fatto il giro del
mondo e raggiunto tutti gli uomini.
Invece
molti ancora non sanno, e in mezzo a coloro che pure lo conoscono, Egli sta
ancora come uno straniero.
La
ragione è praticamente questa: per incontrarsi con Gesù, bisogna prendere la
via giusta, quella che porta a Betlemme, ma è scomoda.
È
la via della povertà volontaria, cioè dell'interiore distacco dalle
ricchezze, dai beni e dalle vicende della vita mondana.
Il
cuore libero riposa più in alto, nel cuore di Dio, e non si preoccupa, non si
intristisce, non si irrita tra gli affanni temporali; e nell'uso di ciò che è
necessario al sostentamento di ogni giorno, non conosce l'avidità sfrenata,
la meschinità dell'egoismo, la durezza contro il prossimo; è colmo di
gratitudine verso Dio e di bontà verso tutti.
È
la via della purezza intransigente, cioè della liberazione dalla tirannia dei
sensi, attuata con il sovrabbondare della grazia santificante, che impregna,
disintossica ed eleva tutto l'essere; là è castità, rispetto adorante verso
Colui che si è degnato di fare di noi suo tempio e suo cielo, creature dell'amore
e della gioia, secondo la nostra fondamentale vocazione, in opposizione al
mondo, pesante e senza pace: «Bèati i púri di cuore perché vedranno Dio».
È
la via dell'umiltà, che ridimensiona nella verità il falso concetto che siamo
soliti coltivare di noi stessi: l'uomo crede di affermarsi, eliminando Dio; si
illude miseramente, perché è proprio allora che vanifica se stesso.
È
la via dell'interiorità, contro la seduzione che proviene dall'esterno:
opinioni, immagini, piaceri, soddisfazioni...
A
Betlemme tutto si vive senza fasto e senza chiasso, ma risplende la ricchezza
del cuore, il silenzio dell'adorazione, il profumo della virtù, la semplicità
della bontà. La fede vede e contempla ciò che in nessun altro modo si può
scoprire e raggiungere: lo stupore dell'amore di Dio, fatto carne, fragilità,
passibilità nel figlio di Maria.
È
la via della perfetta carità: nel contemplare Gesù, Maria e Giuseppe si
percepisce la solenne dichiarazione dell'amore del Padre, per la nostra salvezza.
Maria
è dentro la mia vita, perché mi ha amato. Giuseppe è legato alla mia vita,
perché mi ha amato.
Gesù
è tutta la mia vita, perché io sono salvo, grazie al suo amore.
Il
loro esempio è intransigente invito a ripudiare quanto avviene abitualmente
nell'uomo: il culto di sé.
No,
non si deve vivere più per se stessi, ma per Lui e per il prossimo universale.
Solo
chi sa dimenticare se stesso fino in fondo, sa amare.
Chi
sa spendere la propria vita in un reale servizio ai fratelli, per amore di Dio,
proviene dalla scuola di Betlemme!
È
la via del sacrificio: qui il Calvario è già iniziato, l'ombra della croce è
già proiettata sullo sfondo di questa capanna.
A
volte ci si tira indietro, perché si trova io cristianesimo difficile, duro. E
si tenta di addolcirlo. Ma questo è cedere al mondo, non è salvare il mondo.
L'amore
verso Gesù può rendere dolce ciò che di difficile Egli chiede.
Se
il mondo non conosce ancora Gesù, è perché i suoi «amici» hanno trovato
scomodo il cammino verso Betlemme; o ne hanno sentito vagamente parlare, senza
averlo veramente incontrato.
Uno
è il ritmo di chi va verso Gesù, quello dei pastori: la fretta mescolata alla
sorpresa; o quello dei magi: il desiderio bruciante di godere la visione di
Cristo, non raffrenato, né dalla lontananza, né dal deserto.
4°
LA PRESENTAZIONE
Vi
sono esistenze per le quali è dolce morire,
appagate nella speranza che le ha intessute: sono quelle, per esempio, di
Simeone e di Anna... Il loro sguardo ha finalmente visto la chiarità di Colui
che è LUCE DELLE GENTI.
È
bello il loro tramonto, quando spunta la tua alba, Gesù: ma sarà così anche
per noi in fondo, e per coloro che, nel mondo, spendono la loro vita per Te.
Un
compito meraviglioso ci tocca, nel grande disegno della gloria del Padre:
l'edificazione della Chiesa. Ma è così breve il nostro tempo e così
limitata la nostra prestazione...
Io
presto passerò, quando resterà ancora molto da fare.
A
volte l'anima è scossa da uno zelo che non sopporta barriere di tempo e di
spazio: questi limiti fanno divampare di più il suo amore, la sua dedizione.
La fiamma ingigantita vuole superare ogni frontiera.
Davvero,
mio Dio, tu ci sottrai alle angustie dell'esistenza e c'immergi nel cuore
della Chiesa. La piccola fiamma, che consuma i tuoi apostoli, arde della gran
fiamma dello Spirito Santo.
Dobbiamo
aumentare la fiducia nel Signore; non riusciamo mai ad osare troppo nell'amore
per Lui; diamo senza contare, diamoci a Lui totalmente, saldissimi nella
convinzione che Egli sovrabbonderà, nel contraccambio, al di là di ogni
previsione. Nessuno, come un apostolo, può tanto sul cuore di Dio, a condizione
che non si scandalizzi della sofferenza.
L'anima
apostolica, chiamata all'intimità con Gesù, e alle opere della carità,
necessariamente avverte la presenza della croce.
Chi
ignora, infatti che la vita terrena del Bimbo divino è un segno di
contraddizione che culminerà con la morte di croce?
La
grande aurora è attraversata dalle ombre della fine.
In
Gesù tutto è accuratamente stabilito dalla volontà del Padre: come per Gesù,
anche per coloro che entrano nella sua orbita, le prove non saranno risparmiate.
S.
Teresa di Gesù Bambino impressiona quando, al momento della morte, dichiara: «Non
avrei mai pensato di soffrire tanto!».
Vocazione
precisa di ogni anima apostolica è di essere incamminata verso un'esperienza di
croce, perché qui è il vertice dell'amor e della fecondità salvifica.
Non
c'è da scandalizzarsene: «Che grazia poter soffrire un po' per Lui!». C'è,
purtroppo, chi si allontana da Cristo, perché deluso: «Credevo... che...
tutto... sarebbe stato così bello..., invece...». No, che non avvenga di noi
questo.
La
sofferenza è il grido puro dell'amore, il quale è capace di abbracciarla, di
nutrirsene, trionfare su di essa, e operare meraviglie per essa, inondando la
Chiesa di santità.
Senza
amore, la sofferenza conosce il linguaggio della ribellione, della disperazione;
con l'amore, la sofferenza è la prova sublime di ciò che è possibile all'uomo
nella sua alleanza con Dio.
L'amore
vince tutto e trasfigura anche il dolore: «Mio Dio, ti amo, prendimi, se vuoi,
come vuoi... Mio Dio, il tuo amore mi tormenta più della sofferenza,
soffrirei di più amandoti senza soffrire... Mio Dio, ogni pena mi è dolce,
quando penso che è amore ...». È l'esperienza dei santi.
Quando
l'amore di Dio irrompe in un'anima, presto o tardi si tramuta nella prova,
nello spasimo interiore di dover crescere ancora, di dilatare le angustie
della povera natura, purificandola dalle scorie dei difetti e degli
attaccamenti, incompatibili con la santità del divino amante. In questo lavoro
che assale l'anima, non è mai assente una misteriosa solidarietà con tante
anime che devono essere riportate a Dio e liberate dal peccato.
Non
v'è altra via per ampliare gli spazi interiori e far posto all'Amore; non c'è
maggior amore verso i fratelli di quello che si dimostra, soffrendo per loro.
Come
Gesù ci insegna, le anime costano sangue. Nel tempio di Gerusalemme, quel Bimbo
presentato come luce delle genti, è già designato e offerto come vittima dei
peccati del mondo. E con Lui, coloro che lo seguono.
5°
IL RITROVAMENTO DI GESÙ
«Smarrire
Gesù» non dovrebbe accadere mai, a nessuno!
È
triste doverlo ammettere, eppure ciò accade. Quanto buio, che angoscia per
l'anima!
Dalla
negligenza al rifiuto netto, c'è tutta una gamma di «no» a Cristo, che
fanno piombare l'anima in una condizione miserabile.
Gesù
ci doni di essere fedeli al suo amore, sempre! Il dono della perseveranza è
inestimabile perché è il più necessario, e corona tutta una storia di benevolenza
divina e di corrispondenza umana, nel trionfo dell'eterno amore.
Preghiera
e vigilanza sono più volte richiamate da Gesù nel Vangelo, come corredo del
servo buono, che adempie con fedeltà il dovere, nell'attesa del Signore.
La
vita terrena è esercizio di una lunga fedeltà, per giungere pronti all'ultima
ora.
Ma
se accadesse di perdere Gesù?
Non
incontriamo mai delle anime tiepide o, peggio, delle anime che hanno veramente
bisogno di ritrovare Gesù?
Se
c'è da aver paura per sé, c'è anche da trepidare o piangere per molti altri.
Oggi, in cui il peccato trova inqualificabili giustificazioni e l'indifferenza
si ammanta con l'etichetta della buona educazione, noi siamo molto lontani
dall'angoscia di Maria, dalla sua insonne e martoriata ricerca di Lui.
A
noi le anime premono poco, eppure Dio ha rimesso nelle nostre mani la possibilità
che Egli sia conosciuto e amato da tanti fratelli, e questa responsabilità
non scomoda gran che il nostro modo di vivere!
Forse
è successo qualcosa di grave in noi.
La
tenebra del mondo, non solo cerca di vincere la nostra luce, ma anche tenta,
almeno, di illanguidire la nostra fiamma.
In
noi si può molto attenuare la convinzione che solo Gesù è la gioia del cuore
umano.
La
fede ci ha mai fatto sperimentare per noi stessi, profondamente, la sua gioia
essenziale?
O
abbiamo tacitamente ammesso che la fede, in fondo, non è poi tanto necessaria,
e ci sono battaglie più gravi in cui ingaggiarci?
«Anche
senza Cristo, nel mondo si sta bene!». «Il peccato non è poi tanto
disastroso..., la vita offre tante possibilità, che forse è opportuno accettare
l'invito di convertirsi un po' alla terra».
A
forza di sentirci ripetere che si deve essere aperti, che si deve accettare la
realtà e porsi davanti ai fatti con atteggiamento di ottimismo, possiamo arrivare
a disinteressarci delle esigenze dell'Amore di Dio, della genuina vocazione dei
fratelli, del prezzo del sangue di Cristo, della indomabile sofferenza dei cuori
privi della grazia di Dio.
Ecco
il punto: Gesù è veramente necessario ad ogni cuore umano!
E
il cristiano è chiamato ad un così incessante apostolato, da non esservi né
persone, né occasioni, che egli non possa e non debba - anche nascostamente -
orientare verso Cristo, con la testimonianza di vita e la persuasione della
parola.
Non
è cristiano chi resta indifferente davanti a coloro che praticamente vivono
dimentichi di Dio o in rottura con Lui.
Lo
smarrimento di Gesù deve aver fatto provare a Maria qualche cosa di
indicibilmente tormentoso..., simile alla devastazione della morte; più ancora
all'immenso vuoto, che può produrre il peccato.
Dopo
il ritrovamento, la santa famiglia discende a Nazareth.
Qui
si comincia la più intima storia che sia stata mai vissuta, e non potrà mai
essere scritta. Nazareth è uno scrigno che contiene il profumo di un amore
senza pari vissuto da Gesù, Maria, Giuseppe.
Ogni
giorno, ogni ora è vissuta insieme dai tre, anima nell'anima. È bello pensare
alla loro casa, al loro lavoro, alloro parlarsi, al loro intendersi, prevenirsi,
aiutarsi; alla loro sera, alla loro preghiera, Giuseppe trova in Maria la donna
sublime, Maria trova in Giuseppe «il giusto» che cammina nella via del
Signore, e tutti e due hanno con loro Lui, Gesù.
La
famiglia di Nazareth è l'ideale di ogni famiglia, di ogni comunità: Dio né è
il cuore, perché Dio è Amore, e chi sta nell'amore, dimora in Dio e Dio in lui
(cf Gv 4, 16).
1°
L'AGONIA NEL GETSEMANI
Solitudine,
angoscia, pianto e sangue, nel giardino del Getsemani, durante il plenilunio
d'aprile: Gesù è oppresso dai peccati del mondo.
Mai,
come ora, è evidente lo spaventoso atteggiamento degli uomini verso di lui: «In
lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle
tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta» (Gv I 4-5).
«È
mai possibile che gli uomini mi respingano?». Gesù soffre il rifiuto degli
uomini: Lui che è luce, vita, amore del mondo.
Rivolto
al Padre: «E’ possibile che tu lo permetta? È possibile che tu pure mi lasci
solo?».
«Dio
mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Tu sei lontano dalla mia salvezza...
Dio
mio, invoco di giorno e non rispondi. Grido di notte e non trovo riposo» (Sal
22, 2-3). In ogni dolore c'è sempre l'ombra di un'assurdità, e ci si chiede
con angoscia: Perché?
Anche
a Gesù l'esperienza completa della sofferenza umana fa toccare il punto
insopportabile: perché?
Il
Padre «sa» il perché, e può colmare il vuoto che attacca e sfalda
l'inconsistenza umana, ma permette l'estremo smarrimento.
Se
nell'agonia di Gesù, intuissimo la terribilità del peccato e l'amore
infinitamente sopravanzante del Padre, che offre il Figlio ad ogni possibile
pena, non saremmo lontani da una vera partecipazione al dolore di Gesù.
Egli
si rivolge anche ai discepoli, suoi amici da tre anni, ma essi ora non reggono
sotto il peso della loro mediocrità: «Rimanete con me» (Mc 14, 34).
La
straziante implorazione s'imbatte nello sbigottimento, nell'incomprensione,
per poi spegnersi sopraffatta dal sonno greve, invincibile. Intanto un addensamento
di tristezza, un disgusto violento della vita assalgono il grande Cuore.
Il
fisico cede alla tempesta che flagella la santa anima.
Dov'è,
ora, la sua sicurezza di innamorato della vita e della natura, la capacità di
sfidare il male, la supremazia contro Satana, quella immediatezza di presenza,
fino all'intimità, che Egli sa stabilire con tutti, rivelandone debolezze, o
suscitando slancio di affetti? Dov'è ora l'intima gioia di sapersi nella gioia
del Padre, e d'esser mandato a schiudere decisamente i folgoranti segreti
della divina gloria?...
Tutto
sembra lontano!
Gesù,
nella prostrazione, vive la morte, è tutto impregnato di sangue.
L'assoluto
deserto del suo spirito, accompagnato dall'accasciamento del corpo, è al
limite: ma no, il calice dovrà venire degustato stilla a stilla, in lunga
agonia.
Perciò
la morte, che già lo tiene, lo risparmia; e per amore l'Angelo (una sua
creatura) viene in soccorso a lui, che è onnipotenza divina, fattasi mendicante
di conforto.
Il
Maestro, nell'aggravarsi della desolazione, rinnova e grida più intensamente
la preghiera, un gemito altissimo che fende il silenzio della notte: «Padre
mio, Padre mio...», fino a quando dopo tre ore immani, si abbandona: «Non sia
fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22, 42).
In
questa notte, contro il vivente Amore si danno convegno la malvagità del mondo
e la furia dell'inferno: «Questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre»
(Lc 22, 53).
È
giunto, per Lui, il terribile appuntamento d'amore con il Padre, «che non
risparmia il suo proprio Figlio, ma lo sacrifica per tutti noi» (cf Rom. 8,
32).
Questa
notte accumula su di lui le peccaminose nefandezze di milioni di anime, d'ogni
tempo. Esse stanno conculcando l'Amore.
Questa
amara notte, converte l'invincibile forza di Gesù, nell'estrema debolezza della
morte. Quale è la risposta, fatta di lacrime e sangue, se non lasciar fare al
Padre?
A
Gesù basta amare, amare sovrabbondantemente, morire d'amore... Noi siamo dentro
tale mistero di dolore e di raccapriccio, perché a motivo di noi e a nostro
vantaggio, Egli vi soggiace!
Noi
che lo causiamo, siamo coinvolti dall'amoroso annientamento!
Ora
noi, ciascuno personalmente, sappiamo qual è il nostro posto, il nostro
impegno: tenergli compagnia, contemplarlo, adorarlo, riamarlo senza misura.
La
nostra salvezza è legata alla sua follia d'amore: Amore obbedienze al Padre: «Al
Signore è piaciuto prostrarlo col dolore, facendo ricadere su di Lui
l'iniquità di noi tutti»... Amore misericordioso per noi: «Egli si è
caricato delle nostre sofferenze, si è addossati i nostri dolori... Egli è
stato trafitto per i nostri delitti e scacciato per le nostre iniquità» (cf Is
52).
Notte
più triste che mai, tu racchiudi l'immenso peccato degli uomini, che tentano
d'insozzare l'innocenza e travolgere l'amore!
Tu
occulti Satana, che s'avventa con furore contro Colui che altro non ha e non è,
se non la Santità di Dio.
Notte
di pianto, in cui scorre il sangue di Colui, che doveva offrire all'umanità
l'ebbrezza della Gioia divina!
Ma
non dura anche oggi la tua agonia, o mio Dio? Quanto sei ancora sconosciuto,
isolato, rifiutato, tradito!
Noi
siamo raggiunti dalla tua preghiera e dal tuo lamento: «Rimanete con me,
vegliate... Dunque non siete capaci di vegliare un'ora sola con me?» (Mt 26,
40).
Possiamo
ancora dormire?
Signore,
strappami alle vanità del mondo, anche a me stesso, per fissarmi nella sola
occupazione di amarti e farti amare.
Devo
saperlo: ciò comporterà l'ingresso nel buio del Getsemani, nella desolazione
dell'anima, nel martirio del corpo, nel cuore. Ma con te e in te, devo
lasciarmi andare alla volontà del Padre...
Fa'
pure, purché sia tutto a te somigliante in amore, tutto offerto per la
salvezza del mondo.
Fa'
pure, purché molte anime siano raggiunte e ferite dai tuoi gemiti di Salvatore.
Signore,
che molti smettano di correre lungo le vie del peccato e si liberino dalle sue
catene.
Che
molti, contemplandoti agonizzante, entrino nella tua intimità dolorante, per
non sentirti ripetere il rimprovero: «Non siete stati capaci di vegliare
un'ora sola con me?».
Perché
ci ama, accetta di sprofondarci con sé in quel buio abisso, dove non c'è aria,
non c'è spazio, non c'è vita, non c'è un filo di chiarore in alcuna
direzione.
E’
duro per lui aprire la porta della sua anima ai peccati del mondo e inabbissarsi
dove risuona la bestemmia del rifiuto del Padre. Ma là deve arrivare il Figlio
per rompere i ceppi del peccato e ridare all'uomo la possibilità dell'amore e
della vita, fino alla pienezza della visione eterna.
«Vegliate
con me»: ci sono, e ci saranno sempre nella Chiesa, anime che Cristo associa
all'esperienza del Getsemani, perché dal loro martirio venga moltiplicata la
salvezza e la fecondità apostolica.
Quando
sopraggiunge la sofferenza del corpo o dello spirito, ricordiamoci di Gesù
agonizzante, accettiamo di stare con lui, senza chiedere «perché» né «fino
a quando»; restiamo vicino a lui, con la certezza che Egli è con noi.
«Gesù
mi ha fatto sentire che esistono davvero delle anime senza fede... Ha permesso
che l'anima mia fosse invasa dalle tenebre più fitte, e che il pensiero del
cielo, dolcissimo per me, non fosse più se non lotta e tormento.
Questa
prova non doveva durare per qualche giorno, non per qualche settimana:
terminerà soltanto all'ora segnata da Dio misericordioso, e quest'ora non è
ancora venuta...
Signore,
la tua figlia ha capito la tua luce divina, ti chiede perdono per i suoi
fratelli, accetta di nutrirsi per quanto tempo tu vorrai del pane di dolore e
non vuole alzarsi da questa tavola, colma di amarezza, alla quale mangiano i
poveri peccatori, prima del giorno che tu hai segnato.
Ma
anche lei osa dire a nome proprio e dei suoi fratelli: «Abbi pietà di noi,
Signore, perché siamo poveri peccatori. Signore, rimandaci giustificati... che
tutti coloro i quali non sono illuminati dalla fiaccola della fede, vedano
finalmente...» (S. Teresa di G. B., MA 276-277).
Ogni
anima apostolica conosce quanto Paolo ha lasciato scritto su Gesù: «Colui che
non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore,
perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2 Cor
5.21).
Il
suo sangue è salvezza per tutti noi che abbiamo peccato.
La
sua morte è vita per tutti noi che abbiamo perduto il Padre.
Ma
il Suo amore vuole di più: da peccatori, che la sua santa agonia redime, siamo
chiamati a divenire, con lui, salvatori dei fratelli.
2°
LA FLAGELLAZIONE
Dopo
il tradimento, l'arresto e l'abbandono, per Gesù tutto precipita.
Dalla
cattura alla crocifissione è una fuga di eventi, uno scorrere veloce di
decisioni forsennate.
Gesù
ormai si lascia schiacciare. Tacciono sempre più le sue parole umane; rare ne
affiorano nel silenzio dell'immolazione.
Solo
il linguaggio del sangue diviene più vivido, tremendo. Egli lo dona goccia a
goccia, ad ogni istante, come nota dietro nota, nello strazio che ingigantisce.
Nel
suo precipitare, il silenzio crea una sospesa atmosfera di lentezza.
L'indefinito tempo del mondo si contrae e raccoglie intorno a lui: «Una volta
sola, nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato, mediante il
sacrificio di se stesso» (Eb 9,26).
Gli
uomini hanno fretta di consumare il loro delitto e di lasciarselo dietro. Al
contrario, proprio il suo tacere, quel lasciarsi andare e non appartenersi più,
quell'essere come morto prima di morire, sopraffatto dalla furia banale e
dalla malvagia serietà dei nemici, colma di mistero l'estenuante adagio di
questa passione, drammatica sinfonia universale.
«Chi
si affligge per la sua sorte?» (Is 51, 8). Gesù è processato: ciò che si
dice di lui, che si osa fare di lui, dove venga portato, perché venga
trascinato qui e là, tutto ciò non lo riguarda.
Egli
sta vivendo intensamente la sua offerta: «Ecco! io venga a fare, o Dio, la tua
volontà» (cf Eb 10, 8).
Ed
è tale l'offerta che, dove c'è più sacrificio, ivi c'è più amore.
Con
quale illimitato entusiasmo i cristiani dovrebbero amare il Cuore di Cristo!
È sconsolante quanto non sia compreso, mentre tutta la creazione gravita
attorno al suo Amore!
Chi
intende, anche solo per un attimo, il desiderio di Cristo di essere
profondamente riamato? Quanti cristiani si danno pensiero di lui?
Come
vieni ridotto, Gesù! Per molti appari una rimembranza sfocata. Eppure sei così
vicino al cuore dell'uomo, e... sarebbe così facile riconoscerti!...
Tu
soffri, soprattutto per questo. In risposta al tuo amore, ricevi indifferenza.
Scuotimi,
Gesù, non avere rispetto di me, come non l'hai avuto di te!
Mostrati
come sei nell'orto, o «avvolto nel tuo mantello abbeverato di sangue» (cf Ap
19, 13), o partecipandomi qualcosa della tua passione, perché anch'io, «gettato
a terra» dal tuo amore, sia vittima per salvare i fratelli che cercano la luce,
sono deboli di fronte al male o fanno, lucidamente, dei loro vizi una folle
esibizione.
Ecco
la flagellazione!
Sembra
di udirne i colpi, vedere il povero corpo torcersi, a scatti, e sul volto
disegnarsi le smorfie dell'atrocità che subisce... Di nuovo sangue, quanto
sangue!
Ormai
è così libero, che zampilla senza freni. Che soddisfazione per i suoi
accusatori, questo supplizio!
Ma
a quale spazio di storia essi appartengono?
In
quale preciso angolo del tempio si sono essi rifugiati?
Non
camminano, anche oggi, per le nostre strade di asfalto, non cercano ogni sera la
complicità delle ombre per fustigare a sangue, nuovamente, la carne del Figlio
dell'Uomo?
La
carne di Gesù: l'unico fiore che il fango del mondo non ha raggiunto e la
tossicità del peccato non ha intristito.
È
carne verginale quella che offre in sacrificio, più intensamente risonante di
sofferenza, perché fresca di purezza, nata «piena di grazia e di verità» (Gv
1, 14) dalla carne di Maria; carne ripiena di Spirito Santo, che diverrà per
tutti sorgente di vivificante risurrezione.
Anche
il corpo del battezzato è rivestito di dignità grandissima; è l'esterno di un
meraviglioso interno: l'anima in grazia di Dio, immagine vivente della Trinità
Santa.
Tutto
passerà: i monti, il mare, le galassie, ma l'anima custodita dalla purezza,
santificata dalla grazia, sfolgorerà immortale della bellezza di Dio, associando
nella risurrezione anche il corpo alla sua trasfigurazione di Gloria...
Altari
del mondo, sprigionate irresistibile il profumo della purezza, per affascinare
le anime con gli ideali del cielo!
Santa
Eucarestia, che viva contieni la casta carne di Cristo, liberaci da degradanti
passioni e guidaci verso la patria della luce!
Anime
in grazia, rese splendide nella purezza dall'Eucarestia, riempite il mondo
della vostra fragranza!
Il
sangue della Passione di Cristo alimenti il vostro eroismo, perché il mondo
ha bisogno di voi.
3°
LA CORONAZIONE DI SPINE
La
scena degli oltraggi - sputi, percosse, scherni - termina nella coronazione di
spine e nella presentazione di Gesù alla folla: Ecco l'Uomo!
«Allora
Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato
disse loro: "Ecco l'uomo!"» (Gv 19, 5). Gesù riceve un'accoglienza
parossisticamente contraria a quella avuta nel mattino delle palme; eppure
sembra che il tumulto scomposto non lo raggiunga.
Ravvolto
nello sgargiante manto di piaghe aperte, - che lo straccio rosso, gettatogli
addosso, non nasconde -, all'immenso urlo della folla, solleva appena gli
occhi, sempre penetranti, ma la risposta che affiora appena alle labbra, rimane
dentro il suo cuore: «Io sono l'Amore infinito, che salva il mondo». Qualunque
cosa gli altri osino dire o fare, Egli resta l'Amore, egli è capace solo di
amare. Quanto bisogna amare coloro che cercano, coloro che dubitano, coloro che
non sanno, coloro che non vogliono sapere, coloro che peccano!
Così
ha fatto lui.
Egli
mostra pazienza, dona pietà, dichiara la sua attesa, preferisce la morte per
risparmiarla loro, è disposto a cercare anche un'anima sola il più lontano
possibile, e trovatala, a «farle festa», come premio.
Le
sue risorse sono il perdono, il pianto, il sangue, la sconfitta, perché
diventi nostra conquista ciò che egli vuole donare.
Se
Gesù si comporta così, è permesso ancora dubitare di lui, resistere alla
sua bontà, spregiare la salvezza che offre?
A
un tale punto si leva un ammonimento, che incute terrore: «E’ terribile
cadere nelle mani del Dio Vivente» (Eb 10, 31).
Quando
l'uomo decidesse di voler abbandonare Dio definitivamente, è atroce pensare a
quale condanna si autodetermina!
È
dalla serietà di Dio, che «ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio
unigenito», che apprendiamo la serietà del destino umano.
Guardiamo,
con insistente partecipazione, il Figlio di Dio strapazzato e non gli
resisteremo più. «Non ha apparenza, né bellezza per attirare i nostri
sguardi; non splendore perché proviamo in lui diletto. Disprezzato e reietto
dagli uomini, uomo dei dolori, che ben conosce il patire, come uno davanti al
quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima...
Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca» (Is 53, 2.3.7)
Si
delinea ostinata la volontà di coloro che vogliono eliminarlo: «Non vogliamo
che costui regni su di noi». Quante volte nella storia sembra che si susseguano
coloro che ritengono degradante la luce della fede; oppressivo il riconoscimento
di Dio nella vita personale e negli ordinamenti della società, e alienante
l'obbedienza alle leggi divine!
Non
si accorgono, o non vogliono accorgersi, invece, del prezzo che pagano per
questo rifiuto: a forza di fare a meno di Cristo Gesù, la loro sicurezza si
annebbia e subentra il tormento: «Che cosa è la verità?» (Gv 18, 38).
Inutilmente tentano di lavarsi le mani, mentre l'ingiustizia grida contro di
loro, e una vantata permissività morale avvia inevitabile il franamento nella
paura, nella ipocrisia, nella connivenza, nel cinismo, nella nausea...
Chi
non vuole Gesù scatena con le proprie mani, dentro di sé, un'orda di demoni
impazziti, che furoreggiano come nel pretorio di Pilato, senza più controllo.
Eppure,
anche in questo smarrimento, può affiorare sempre la domanda cruciale: «Di
dove sei tu?» (Gv 19, 9).
Gesù,
risponde a chiunque, anche per un attimo soltanto, si trovi solo e disarmato
davanti a te, nell'intimità della coscienza.
Trasforma
quel momento di pausa, in una irruzione di grazia.
«Luce
vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1, 9), dissipa la tenebra e rompi la
schiavitù dei cuori.
Siamo
proprio meschini e deboli, nonostante il nostro duro orgoglio!
4°
LA VIA CRUCIS
Essi
instistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida
crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita... e abbandonò
Gesù alla loro volontà» (Lc 23, 25).
«Essi
allora presero Gesù ed Egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del
cranio, detto in ebraico Golgota» (Gv 19, 17).
La
croce!
Con
quanta tenerezza la liturgia canta e venera la croce! Si fa interprete
dell'affetto di anime, che in ogni tempo l'abbracciano con trasporto d'amore.
Per
noi, la croce è la prova più grande che apparteniamo al Maestro.
Colui
che prende su di sé, nel tardo mattino della Parasceve, e con essa si avvia
alla morte, mentre è ormai saturo di maledizioni e di abiezione, proclama il
messaggio della più alta dilezione: «Dopo aver amato i suoi che erano nel
mondo, li amò sino alla fine» (Gv 13, 1).
La
luce sta per immergersi nelle tenebre.
La
vita sta per varcare il confine per consegnarsi come preda della morte.
Il
tutto sta per essere ghermito dalla forza dell'annientamento.
Non
è facile intendere ciò che sta accadendo. Non è in nostro potere afferrare
l'amore di Gesù, il Verbo di Dio, che si lascia andare a tale eccesso!
Gesù,
che avanzi con la croce tra gente assiepata e vociante, sappiamo riconoscerti
nelle scelte d'ogni giorno?
Quanta
folla, quel venerdì!
Ma
tu eri solo, lontano da tutti, anche se così vicino, barcollante da un lato
all'altro della strada in salita, con il sangue che segnava i tuoi passi, ardente
di febbre e di pietà.
Appena
qualche persona ti si fece incontro. Prima di tutti, Maria, dalla compassione
pari alla sua smisurata purezza in partecipante comunione con te, nell'unicità
d'uno sponsale martirio corredentore. Poi la dolce Veronica, miracolo di femminile
coraggio, che restituisce al tuo volto, per un attimo, il suo fascino abituale.
La
Veronica è il simbolo delle anime, che mettono la verginità a servizio della
carità, perché in tutti, fratelli e sorelle, redenti dal male, splenda
luminosa l'immagine del Cristo.
Poi,
Simone di Cirene, il contadino estraneo alla pazza agitazione di Gerusalemme,
timido forse nel soccorrere, ma anche impari a ricevere la riconoscenza del
condannato.
«Se
qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi
segua» (Mt 16,24). Senza rinnegamento di sé e senza croce, non si dà sequela
di Gesù.
La
via della croce è «a senso unico», perché si possa diventare cristiani e
realizzare una vocazione d'amore.
L'esperienza
della croce è preziosissima grazia; dove Dio la depone, prepara la santità; e
niente è più necessario della santità, in ogni luogo e tempo. La santità,
per le povere creature che siamo, è il termine di una lunga azione di Dio nei
nostri confronti, di una paziente opera di amore, con la quale Egli ci
assimila e ci fa protagonisti del suo Regno.
Quando
l'anima si accorge che Dio l'ama, deve rispondere, disponendosi al sacrificio,
all'abnegazione, alla croce.
La
croce fa la santità e la santità fa esplodere l'apostolato.
Dalla
croce fiorisce il regno dell'amore.
Solo
quando c'è un santo, si constata che cosa sia l'apostolato.
Non
è la bocca che predica, ma è l'anima che irradia.
Parli
lui molto o poco, sta di fatto che le folle vanno a Dio.
Conosca
molto o poco, eppure penetra i cuori tanto profondamente, che nessuno sa
vedervi quanto lui, e non c'è nessuno che si parta da lui senza essere stato
colpito del dono di Dio...
Ma
l'apostolato sempre è esperienza di croce: la prova brucia anche la sua carne e
la notte rende desolato il suo spirito. Anime sorde, che si allontanano; fede,
che all'intorno svanisce; comunità di anime che si sfaldano nell'indifferenza,
nell'abitudine, nel materialismo, anche questo può succedere. Ma è una nuova
lezione di fede e di amore.
Dio
vuole ricordarci di non contare su di noi, ma su di Lui. Non deve subentrare un
sentimento di scoraggiamento, ma si deve chiedere più insistentemente a Dio
che ci dia se stesso, disposti ad attenderlo stesi sulla croce, insabbiati nel
deserto dello spirito, nella solitudine d'una sera che scende opaca e pesante,
sul nostro zelo.
Dio
non delude mai un appello d'amore, lanciato verso di Lui: ma interviene quando
ci trova disponibili.
Nell'ora
della prova bisogna stare attenti a non rifugiarsi nelle creature, a nolo
rinchiudersi malinconicamente in se stessi, senza speranza.
La
Croce è l'ora di Dio. Il rischio è di non riconoscere una nuova iniziativa
dell'amore, è buttarsi nella ribellione e nella disperazione. No, questo non
deve succedere.
Gesù
sale al Calvario, per andarvi a morire crocifisso.
È
davvero paradossale che Egli se ne vada alla morte, così giovane, senza dei
giusti motivi e dopo un vile processo, che sigilla di disfatta la breve carriera
d'una bontà senza limiti.
Ma
egli sta attuando lucidamente un'altra logica: la sua morte è vita per i
peccatori.
«Il
Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2, 20).
«PER
ME!»: proprio io, nella mia individualità, sono nelle sue intenzioni e
invocazioni, nei suoi passi di morituro, nelle orrende lacerazioni, che i chiodi
causano nelle mani e nei piedi, nell'ultimo affanno che segna la fine.
E
oltre che per me, Egli muore per la moltitudine delle anime.
Ognuno
si trova, allora, di fronte ad una precisa vocazione: deve realizzare
un'identificazione con Lui fino a poter dire: «Sono stato crocifisso con
Cristo, e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20).
5°
LA MORTE IN CROCE
«E
volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19, 37).
Gesù,
sospeso alla croce, sembra non appartenere né alla terra né al cielo. Gli
uomini non ti vogliono e il Padre se ne sta lontano dalla tua salvezza (cf Sal
21, 2). Per te, che ora sei senza parole, hanno già cantato il lamento, molti
secoli prima: «Io sono verme, non uomo infamia degli uomini fiuto del mio
popolo. Mi scherniscono quelli e mi vedono, storcono le labbra, scuotono il
capo... Da me non stare lontano, Signore, perché l'angoscia è vicina.
Come
acqua sono versato, sono slogate tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera,
si fonde in mezzo alle mie viscere.
E’
arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola...
Mi assedia una banda di malvagi; hanno forato le mie mani e i miei piedi, posso
contare tutte le mie ossa.
Essi
mi guardano, mi osservano, si dividono le mie vesti, e nessuno mi aiuta... sulla
mia tunica gettano la sorte. Ma tu, Signore, non stare lontano, scampami...
salvami... (cf. Sal 22).
Nello
stiramento del corpo, nell'atroce fissità dei chiodi, con l'anima annegata nel
vuoto delle tenebre, tu gridi: HO SETE (Gv 19, 28).
Storditi,
sbandati, fuggiaschi come siamo, non sapevamo della tua sete.
Tu
hai sete dell'ineffabile compiacenza del Padre, e mentre protesti il suo
abbandono, gli rimetti nelle mani la vita, in olocausto di tenerezza e fedeltà.
Tu
hai sete di tutti noi: quanti uomini sono e saranno sulla faccia della terra.
Il
tuo spasimo arde quale incendio: possibile che continuiamo a non sentire il tuo
affanno d'amore? Gesù crocifisso, che muori per me, e per tutti gli uomini, tu
sei il centro del mondo.
Possibile
non mi renda conto che per me, proprio per me, questa divina prodigalità di
sofferenza si sta compiendo, che per me, tu sei devastato dalla sete?
Brami
amore che venga a compensare il tuo, brami amore che risponda al tuo, in
uguale misura; vuoi volgere a te tutti i palpiti dell'universo.
Perciò
gridi sul mondo: HO SETE!
«Guardando
un'immagine di nostro Signore in croce, fui colpita dal sangue che cadeva da una
mano sua divina, provai un dolore così grande pensando che quel sangue cadeva a
terra, senza che nessuno si desse premura di raccoglierlo; e risolvetti di tenermi
in ispirito ai piedi della croce per ricevere la divina rugiada, comprendendo
che avrei dovuto, in seguito, spargerla sulle anime...
Il
grido di Gesù sulla croce mi echeggiava continuamente nel cuore: HO SETE!
Volli
dare da bere all'Amato, e mi sentii io stessa divorata dalla sete di anime...
Egli
fece di me un pescatore di uomini, io sentii un desiderio grande di lavorare
alla conversione dei peccatori, un desiderio che non avevo mai provato così
vivamente...
Davanti
alle piaghe di Gesù, vedendo cadere il sangue suo divino, la sete delle anime
mi era entrata nel cuore...
Il
mio desiderio di salvare anime crebbe giorno per giorno; mi pareva udire Gesù
che dicesse, come alla Samaritana: Dammi da bere!
Era
un vero scambio d'amore; alle anime davo il Sangue di Gesù, a Gesù offrivo
quelle stesse anime rinfrescate dalla rugiada divina; mi pareva così di
dissetarlo, e più gli davo da bere e più la sete della mia povera anima
cresceva ed era quella sete ardente che egli mi dava come la bevanda più
deliziosa del suo amore» (MA 134.136, S. Teresa di Gesù Bambino).
O
Gesù, fa' che la tua sete si comunichi e divampi in noi, rendendoci operai
insonni del tuo Vangelo. Non si può vivere tranquilli, di fronte al fatto che
tu sei in croce, che la tua agonia riempie i giorni e le notti, che il tuo
sangue batte e scorre sulla nostra terra, in continuazione, che la tua sete è
struggimento del corpo e martirio del cuore, che il mondo ha tanto bisogno
di te, ma veramente tanto, e noi non ci pensiamo!
C'è
tanta necessità di lavorare, affinché la tua croce sia fissata in tutte le
contrade della terra e la tua Chiesa s'impianti in ogni continente; affinché
tutte le genti si affratellino attorno all'altare della tua immolazione, perché
il peccato degli uomini sia vinto dalla tua passione redentrice.
Signore
Gesù, trasmettici il tormento della tua sete: che nessun sacrificio ci costi
troppo per provarti il nostro amore, nessun momento venga sottratto al gran
bisogno di spenderci per farti amare, nessun tentativo sia omesso, se si tratterà
di salvare anche solo un'anima.
Ma
non un'anima sola tu vuoi, bensì tutte le anime. Affretta, mediante la tua
Chiesa, l'ora in cui si avvererà il detto del profeta: «Volgeranno lo sguardo
a Colui che hanno trafitta» (cf Zac 12, 10).
Per
questo, ascolta la nostra richiesta: tròvati dei santi in questo nostro tempo,
capaci di trascinare la nostra mediocrità, di spronarci a dimenticare noi
stessi per lavorare con entusiasmo e senza risparmio per te e per la Chiesa.
Donaci
dei santi, che abbiano il tormento della tua sete e la vastità del tuo cuore.
Nascondili
o rivelali: non importa. Ne sentiremo sempre, certamente, l'irresistibile
richiamo. Dimostraci il tuo amore, così, Gesù Crocifisso. Tu sei l'unico
grande AMORE.
«A
Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha
fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a Lui gloria e
potenza nei secoli dei secoli.
Amen.
Ecco,
viene sulle nubi e ognuno lo vedrà;
anche
quelli che lo trafissero, e tutte le nazioni della terra si batteranno il petto
per Lui.
Il
suo volto somiglia al sole quando splende in tutta la sua forza.
Sì,
Amen!
Io
sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente.
Io
ero morto, ma ora vivo per sempre e ho il potere sulla morte e sopra gli inferi.
Ecco,
io sto alla porta e busso.
Se
qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con
lui ed egli con me.
Il
vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono,
come
io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul mio trono.
Prostràti
davanti all'Agnello, come immolato, cantavano un canto nuovo:
Tu
sei degno di prendere il libro, e di aprirne i sigilli, perché sei stato
immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù,
lingua, popolo e nazione.
E
li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti e regneranno sopra la
terra.
Durante
la visione poi, intesi voci di molti angeli intorno al trono.
Il
loro numero era miriadi di miriadi e migliaia di migliaia e dicevano a gran
voce:
L'Agnello
che fu immolato è degno di ricevere potenza e ricchezza, sapienza e forza,
onore, gloria e benedizione.
Tutte
le creature del cielo e della terra, sotto terra e nel mare e tutte le cose ivi
contenute, dicevano: A Colui che siede sul trono e all'Agnello lode, onore, e
potenza, nei secoli dei secoli. Amen». (cf. Ap. 1, 5-7; 5, 6-14).
O
Gesù Crocifisso, ti offro la mia vita e la mia morte, per amore.
La
nostra fede trova il punto focale qui: Gesù è veramente risorto, Gesù è in
mezzo a noi, e con noi...
Gesù
è vivo.
«Perché
cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui...» (Lc 24, 5).
La
vita del cristiano ha un fondo di dolcezza e di sicurezza: Gesù è veramente
con noi.
Il
Vangelo secondo Matteo si chiude con la più bella affermazione per avviare i
passi della Chiesa nascente: «Ecco, io son con voi tutti i giorni fino alla
fine del mondo» (Mt 28, 20).
Non
c'è giorno, momento ed evento, anche il più piccolo, nello svolgersi della
storia della Chiesa e del cristiano, nel quale Gesù sia assente.
La
nostra esistenza sulla terra non può essere messa al riparo dalla prova,
dalla sofferenza: anche il più tranquillo specchio di acqua viene sconvolto da
improvvise raffiche di tempesta e di tenebre.
Di
fronte all'insorgere del male, alla persecuzione contro i buoni, di fronte alla
virtù bandita, all'apparente successo del peccato, alla rovina delle anime,
alle lotte che subisce la santa Chiesa, quale turbamento a volte ci assale!
E
poi, la nostra salute, le prove dello spirito, le vicende familiari, la
inquietudine della società!... Ma la prova non è senza fine: il chiarore
dell'alba potrà tardare a venire, ma non deluderà.
Così
nella nostra vita, al colmo della crisi, siamo raggiunti da una voce dolcissima,
inconfondibile: «Sono io, non temete» (Gv 6, 26).
Gesù
Risorto è il cittadino del mondo, il contemporaneo di ogni uomo: la tomba
vuota indica che Egli non è prigioniero di nessun limite o vincolo. Egli è il
Fratello Universale, che ha preso tenda sulla terra degli uomini.
Nelle
nostre Chiese, nei nostri tabernacoli, soprattutto nella santa Eucarestia,
Egli è presente.
Tu
sei la vivente promessa del Padre: «Non temere, piccolo gregge, perché è
piaciuto al Padre vostro di dare a voi il regno» (Lc 12, 32).
«Tu
sei qui, Signore Gesù, tu sei nostro compagno di viaggio, tu sei sempre con
noi; ti posso incontrare ovunque, fonte viva per la mia sete, eco del mio
cuore, in ogni attimo dell'esistenza io posso gridare d'amore a Te, posso
riposarmi con te in ogni zolla della nostra terra. Soprattutto l'Eucarestia è
l'invenzione più originale del tuo Amore: "Io sono il pane vivo disceso
dal cielo"» (Gv 6, 51).
La
tua Eucarestia sarà con noi fino a quando durerà questa nostra avventura di
creature ardenti e fragili; in essa ci manifesti la tua solidarietà, prolungando
il mistero della tua agonia e solitudine, che non cessano di essere grandi; sei
ancora raggiunto dai sospetti che gli uomini gettano contro di Te; sei ancora
sfidato dall'incredulità, che non trova sufficiente ciò che hai fatto per noi.
Nell'Eucarestia tu ti voti ancora, misticamente alla morte, in sacrificio di
amore.
Ma
la tua Eucarestia è anche il segno della vittoriosa risurrezione: attraverso
la trasparenza di ogni piccola ostia, la fede emette il suo grido: «Ecco, io
contemplo i cieli aperti e il Figlio dell'uomo, che sta alla destra di Dio» (At
7, 56).
Nella
santa Eucarestia, posso contenere l'infinita Gioia nel cavo della mia mano,
l'infinito Cielo nell'angustia del mio cuore, l'infinita Trinità in un frammento
di cosa creata: il pane e il vino. L'Eucarestia è Cristo Risorto, che vela di
silenzio la sua gloria già esplosa.
Cristo
Risorto, nella penombra delle nostre chiese sceglie lo spogliamento dell'umiltà
per vivere le nostre vicende; e non desiste dal palpitare d'amore, offrendo
l'immensità dei suoi doni a chi sa ascoltarne i suoi richiami.
«
Sono venuto a portare il fuoco sulla terra, e come vorrei che fosse già acceso»
(Lc 12, 49).
Tu
sei vivo e presente in mezzo a noi, anche se trascorri come uno sconosciuto.
Se
ti riveli, non permetti che ti si stringano i piedi per trattenerli, perché la
felicità del possesso è rimandata più in là, mentre ora c'è molto da fare,
c'è da correre ancora...
Tu
sei anche in me; Tu sei mio. «Mio Signore, mio Dio» (Gv 20, 28).
L'idea
che gli uomini sogliono farsi di Dio, pensandolo lontano, freddo,
indifferente, è stata schiacciata dalla verità che sperimento: Tu sei in me,
io in Te.
Mio
Signore, mio Dio!
Che
altro può dire la povera creatura davanti a Te, quando la tua evidenza la
sopraffà?
Sei
proprio Tu, Signore, la tua grandezza sorregge il mio niente!
Gesù
comunica a noi la sua Resurrezione, innestando il germe della vita divina: la
grazia battesimale.
Questa
grazia ci santifica, ci divinizza, ci accomuna alla familiarità trinitaria.
Creature
nuove, siamo figli della luce, con l'unico dovere di crescere nella santità,
pienezza della vita di Cristo in noi e perfezione della carità (Lc 40, 8). Che
diventiamo santi è il segno di Dio, vagheggiato fin dall'eternità per
ciascuno di noi: «Il Padre, in Cristo ci ha scelti prima della Creazione del
mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (Ef 1, 4).
Come
lo Spirito Santo ha riempito l'umanità di Gesù nella risurrezione,
vivificandola di gloria e di potenza, così Egli estende a tutti coloro, che
sono a Lui incorporati, la sua azione di liberazione dal male, di
divinizzazione progressiva e di risurrezione finale.
Vivere
la risurrezione di Cristo significa vivere nello Spirito. La vita nuova fiorisce
meravigliosamente: «I frutti dello Spirito sono: carità, gioia, pace,
pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5, 22).
Lo
spirito ci possiede totalmente e ci conduce dove vuole, fino al traguardo
dell'immersione nella Trinità: «Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito
di Dio, costoro sono figli di Dio».
«Lo
Spirito attesta nel nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli,
siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo» (cf Rom 8).
La
risurrezione di Gesù è un fiotto di luce sul nostro ultimo destino: la morte.
Il
cristiano può ripetere il canto di esultanza: «Dov'è, o morte, la tua
vittoria?» (I Cor 15, 55).
È
scomparso l'orrore di questo ineluttabile mistero.
Gli
uomini si schiantano di fronte alla morte con terrore o con reazioni banali.
La
distruzione e il silenzio della morte li prostrano in uno sgomento invincibile.
È un mistero contro cui l'uomo, da solo, non può nulla e di fronte al quale
deve riconoscere di essere assolutamente inerme. Ne è pure la vittima, anche se
rare volte gli accade di pensarlo.
Nella
sua Resurrezione, Gesù è stato talmente trasformato dallo Spirito Santo in
gloria e potenza, da divenire fonte di risurrezione e di trasformazione per la
Chiesa, per ognuno di noi e per tutto il mondo. Così anche la nostra morte
s'illumina di speranza: «È necessario che questo corpo corruttibile si vesta
d'incorruttibilità, e questo corpo mortale si rivesta d'immortalità» (Cor 15,
53).
La
morte è la necessaria lacerazione per oltrepassare la zona della caducità,
della limitatezza, della residua tristezza, per poter entrare nella Visione
eterna.
Se
occorre deporre il nostro corpo, è solo per riprenderlo riattraversato dalla
luce e spiritualizzato nella gloria.
Sì,
ci attende il trionfo finale: «Cristo è risorto: tutti rivivranno in Cristo»
(cf 1 Cor 15, 20.22). E sebbene questo prodigio non sia immediato, tuttavia lo
splendore della risurrezione futura si può presagire anche su questa terra: «Noi
tutti, a viso scoperto - come in uno specchio -, riflettendo la gloria del
Signore, saremo trasformati nella stessa immagine, di gloria in gloria, per
l'azione del Signore che è Spirito» (cf 2 Cor 3, 18).
La
seconda ricchezza del mistero della risurrezione di Gesù non ha confini: essa
dilaga in espansioni missionarie.
La
Chiesa avanza nei secoli, raggiunge tutti i popoli, annunciando con franchezza e
fermezza il mistero di Gesù, radunando nel suo nome sempre nuove e più
numerose comunità di credenti.
Gesù,
Signore di tutti, mediante la Chiesa, animata dalla presenza dello Spirito,
infonde la vita nuova a tutte le sue membra; e la Chiesa, mediante l'apostolato
dei suoi figli, comunica la virtù della risurrezione di Gesù a tutte le
genti.
Nella
conversione, infatti, ogni uomo avverte di venire staccato dal peccato e
introdotto nel mistero dell'Amore di Dio, che lo chiama a stringere nel Cristo
una relazione personale con Lui.
Sotto
l'azione della grazia di Dio, il neo convertito inizia un itinerario
spirituale, in cui, trovandosi per la fede in contatto con il mistero della
Morte e della Risurrezione, passa dall'uomo vecchio all'uomo nuovo, che in
Cristo trova la sua perfezione.
In
tal modo, ogni uomo, aderendo sinceramente a Cristo, trova la risposta a tutte
le sue attese più profonde, anzi una risposta che le supera infinitamente (cf
AG 13).
È
in gestazione così, anche la risurrezione di tutto l'universo. La risurrezione
non è il trionfo dello Spirito a dispetto della carne e della materia, bensì
è anche a profitto di queste.
«Non
sapete che le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo che abita in voi e
darà la vita ai vostri corpi mortali?» (Cor 6; Rom 8, 11).
Lo
Spirito pone l'intera creazione in anelito continuo in un ansioso procedere
verso la manifestazione della gloria di Dio.
La
creazione partecipa, in realtà, della nostra ansia: «Noi che già possediamo
le primizie dello Spirito Santo, gemiamo dentro di noi, anelando alla redenzione
del nostro corpo» (cf Rom 8).
Volti
verso i traguardi della futura gloria, troviamo nell'Eucarestia la promessa e
già l'anticipazione della suprema novità.
«Un
pegno di questa speranza e un viatico per il cammino, il Signore lo ha lasciato
ai suoi in quel sacramento della fede nel quale gli elementi naturali
coltivati dall'uomo vengono tramutati nel corpo e sangue glorioso di Lui, come
banchetto di comunione fraterna e pregustazione del convito del cielo» (GS
38).
Dall'Eucarestia
avremo la forza di vivere la carità, legge nuova del cristiano, dell'umana
perfezione e della trasformazione del mondo (cf GS 38).
2°
L'ASCENSIONE
Io
vado a prepararvi un posto» (Gv 14, 2), dichiara Gesù ai suoi, prima del distacco.
«Il
cielo, il cielo!».
Si
dice che alcuni santi non vi sono andati direttamente, perché non l'hanno
desiderato abbastanza.
S.
Bernardetta sul letto di morte mormora: «Per me, non sarà certo così».
Vale
ben poco la vita terrena, senza questo sicuro sguardo orientato verso
l'eternità.
L'eternità
è l'assoluto bisogno del cuore, come una fame che tormenta l'uomo, ci pensi o
no. Sulla terra siamo sempre in esilio!
Il
mondo può imprigionare l'uomo, ma non soddisfarlo.
L'uomo
può riempirsi di cose, ma non per questo cessa di cercare ancora.
La
nostra irrequitezza mostra che sulla terra non ci si sente mai a casa propria,
ed ogni creatura è infinitamente inadeguata a colmare il nostro bisogno; le
radici dell'uomo sono piantate altrove, più in là: brame, attese, pensieri,
convergono verso mete più lontane.
L'eternità
è la visione di Dio, il godimento di essere posseduti da Lui, il fissarlo
faccia a faccia, come travolti nel fiume della divina pace.
Il
cielo è Dio, la sua nascosta intimità d'amore, il chiaro abisso della sua
gloria, ove occhio umano non arriva, né orecchio intende; è la profondità
senza fondo dei Santissimi TRE, in cui essi si appartengono e si appagano
nella pienezza della loro unità. Nella pura Realtà divina è penetrato Gesù,
nella sua Ascensione. Non solo con il suo Spirito, ma con tutto se stesso, con
la sua sacrosanta umanità, Lui, il perfetto Uomo Dio, divenendo Signore di
tutto e Spirito vivificante.
Ivi
trascina anche noi: noi non saremo vicini a Dio, nell'ultima prossimità della
divinità, come sulla sponda d'un gran mare; ma dentro, nella stessa intima
essenza di Lui, ove, svelatamente, parteciperemo al mistero della vita
Trinitaria, ove conoscenza, amore e comunione si esaltano in silente chiarità
di gloria.
«O
Signore Iddio, donaci la pace; tutto ci hai tu dato, dacci ora la pace del
riposo, la pace del sabato, la pace senza tramonto...
Allora
tu riposerai in noi, così come ora operi in noi, come ora queste tue opere sono
per noi...
Vi
sono le nostre opere buone che sono tuo dono, ma non sono eterne. Dopo di esse
noi speriamo di riposare nel tuo immenso e santo regno. Tu sei il bene che non
abbisogna di alcun altro bene, sei sempre nel tuo riposo, poiché il tuo
riposo sei tu stesso...
A
te si chieda, in te si cerchi, presso di te si bussi; così, e solo così,
potremo ottenere, così potremo trovare, così ci sarà aperto. Amen» (S.
Agostino).
Il
ritorno di Gesù al Padre non ha posto tra Lui e noi alcuna distanza e assenza.
Con
l'invio dello Spirito si compie la nuova presenza di Cristo con noi:
dall'eterno presente, l'avvolgente Amore tra Padre e Figlio, che è lo
Spirito, viene inviato nel cuore dell'uomo per crearvi la sorprendente novità:
l'inabitazione trinitaria.
Ogni
cuore diviene santuario del Cristo e cenacolo della Trinità.
Non
ci resta quindi soltanto la soavità del suo ricordo, delle sue parole e il
commosso rivivere dei santi avvenimenti della sua comparsa sulla terra; Cristo
sta con noi fino alla fine.
«È
bene per voi che io me ne vada (Gv 16, 17)... In quel giorno voi saprete che io
sono nel Padre e voi in me e io in voi» (14, 20).
Dio
si fa incontro all'uomo nel suo stesso essere: in noi è presente il Signore
glorioso, lo Spirito geme in sussulti d'abbandono: «Abbà» è la fiamma, che
consuma in unità i Tre, dilaga in un abbraccio ecclesiale sulla sparsa umanità.
Con
l'Ascensione comincia anche la grande vigilia delle umane vicissitudini e del
decadere del mondo: «Uomini di Galilea, questo Gesù, che è stato di tra voi
assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete
visto ascendere al cielo» (At 1, 11).
Egli,
che è il Primo, è anche l'Ultimo: il suo ritorno segnerà la fine, sarà
l'erompere della definitiva vittoria, che nel giudizio scuoterà l'universo
dalle fondamenta.
«Il
figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà
sul trono della sua gloria e saranno riunite davanti a Lui tutte le genti» (Mt
25, 31).
Alla
sera del mondo, il giudizio verterà sull'amore e dell'amore sigillerà il
trionfo.
«Ignoriamo
il tempo in cui avranno fine la terra e l'umanità, e non sappiamo il modo con
cui sarà trasformato l'universo. Passa certamente l'aspetto di questo mondo,
deformato dal peccato. Sappiamo però dalla rivelazione che Dio prepara una
nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia e la cui felicità
sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono dal cuore
degli uomini. Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in
Cristo, e l'incorruzione vestirà ciò che fu seminato nella debolezza e nella
corruzione; e restando la carità con i suoi frutti, sarà liberata dalla
schiavitù della vanità tutta quella realtà, che Dio ha creato appunto per
l'uomo» (GS 39,a).
Ma
la forte spinta, che ci proietta verso la fine, determinata dall'Ascensione e
inaugurante gli ultimi tempi della storia della salvezza, apre anche il tempo
della missione della Chiesa, della missione dello Spirito Santo, e della
salvezza delle nazioni.
Tutto
si colora di urgenza, di accelerazione, di dinamismo.
Il
ritmo della missione è in crescita, in espansione,... «Andate in tutto il
mondo» (Mc 16, 15).
La
Chiesa si fermerà quando non potrà andare più oltre, quando tutto sarà
compiuto.
«Predicate
il Vangelo ad ogni creatura»: l'unico messaggio di gioia consiste nel far
conoscere Dio e Colui che Egli ha mandato.
«Battezzate
tutte le nazioni nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,
19): fatele entrare nella comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
«Insegnate
loro ad osservare tutto ciò che io vi ho comandato» (Mt 28, 20): solo nella
Sua volontà è la vita, la pace.
Di
fronte al divino disegno, l'atteggiamento dell'apostolo diviene lode e
adorazione: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, poiché
ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua
benevolenza aveva in Cristo prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei
tempi: il disegno, cioè, di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del
cielo come quelle della terra... il mistero di Cristo, rivelato al presente ai
suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che, cioè, le genti sono
chiamate, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo
stesso Corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo...
Al
solo Dio, Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, che agisce per mezzo di
tutti ed è presente in tutti, a Lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù.
Amen» (cf Ef 1).
3°
LA PENTECOSTE
Il
periodo che intercorre tra l'Ascensione di Gesù, e il suo Ritorno è il tempo
della manifestazione e della missione dello Spirito Santo.
È
più che mai necessario conoscere e adorare questa misteriosa Potenza d'amore,
lo Spirito Santo.
Lo
Spirito trovi sempre in noi una casta dimora, un silenzio di ascolto, un
raccoglimento di abbandono, un fervente desiderio di amore. Dobbiamo abituarci
a mormorare, in ogni svariato momento della nostra giornata: «Vieni, Spirito
d'Amore, riempimi della tua luce e della tua soavità, della tua forza e della
tua gloria».
Lo
Spirito arde nell'intimo della Chiesa: ne è vita e unità, ma anche slancio
incessante, appello alla purificazione, stimolo agli ardui compiti della sua
missione. Bisogna che prendiamo coscienza della presenza del Divino Amore in noi
e attorno a noi, il suo aspirare... ha bisogno della nostra apertura.
In
tutto ci aiuterà lo Spirito Santo: ci insegnerà ciò che dobbiamo fare, quale
sia il nostro compito nella nostra breve vita a vantaggio della Chiesa, e per la
gloria di Dio, come regolarci in ogni attimo per non sottrarci mai ad una
risposta d'amore, ad una solidarietà soprannaturale, per non macchiarci mai
delle interferenze mondane, come vincere la nostra stessa natura difficile e
contorta, debole e confusa.
Lo
Spirito crea in noi quella nuova sacra interiorità, per cui il Padre e il
Figlio possono prendere dimora nel nostro cuore; lo Spirito, inoltre, ci apre a
quell'accoglienza fraterna che la natura non sa concedere, e insieme ci dona la
luminosa capacità di ritrovare noi stessi in libertà e dignità, senza alcuna
durezza d'egoismo e protesta d'orgoglio. La nuova creatura, che vive nella
grazia dello Spirito, è fusa e immersa in una chiara trasparenza nell'immensa
comunione dell'unico mistico Corpo, che è la Chiesa.
Lo
Spirito attua l'Amore profondo fra noi tutti, evitando la sofferenza di voler
appartenere all'altro senza mai riuscirvi; imprigionati e dall'impossibilità di
uscire da noi stessi, e dalla incomunicabilità con l'altro.
Nella
Chiesa, l'uno è membro dell'altro, profondamente.
La
corrente di grazia, che lo Spirito fa fluire dall'interno dei cuori, riempie
gli uni e gli altri e passa dagli uni agli altri come dono personale e ricchezza
comune.
«Tutto
questo ha riferimento a qualche cosa d'incomprensibile: alla nuova creazione,
all'uomo nuovo, al nuovo cielo e alla nuova terra. Sarà il mondo risorto.
Tutto
sarà aperto, infinitamente aperto, e proprio per questo, ogni cosa sarà
tutelata, pura e degna. Tutto apparterrà a tutti. Ciascuno sarà nell'altro in
una forma tersa, in libertà e timore.
Tutto
sarà uno.
L'ho
detto Gesù, quando nel mistero dell'Eucarestia si è donato ai suoi: tutti
deve essere uno, come il Padre nel Figlio e il Figlio nel Padre. A quel modo che
essi sono uno nello Spirito, gli uomini, per lo stesso Spirito, devono essere
una cosa sola in Cristo» (Gv 17, 22).
Allora
il mistero della sacrosanta vita trinitaria penetrerà, opererà nel segreto, e
tutto sarà in tutti. Anche la creazione sarà assunta in esso e soltanto
allora, toccato il suo termine, sarà veramente ciò che essa è.
Questo
farà lo Spirito.
Farà
che tutto sia Sposa (Ap 21, 9) (Guardini). In un tempo come il nostro, in cui la
Chiesa, più che mai, ha viva conoscenza di sé e della sua missione, il mondo
stesso si trova ad una fase inedita della sua storia, con una umanità
ravvicinata al massimo; interdipendente, stretta gomito a gomito, e pur
lacerata ancora da dissidi profondi e da possibilità illimitate di male. La
nostra preghiera e la nostra totale disponibilità allo Spirito Santo sono il
segno più vivo della nostra fede e della nostra percezione storica.
Lo
Spirito estende le frontiere della Chiesa e la spinge non solo ad andare, ma
anche a «incarnarsi» in mezzo agli uomini e al mondo, per tutto salvare, perché
il mondo, fatto da Dio e a Lui finalizzato, anela alla Chiesa, anche se le
resiste, perché ancora schiavo del peccato e di Satana.
Se
la vita cristiana, è «un vivere nello Spirito», oggi è proprio venuto il
tempo, in cui lo sconosciuto amantissimo Spirito Santo deve essere rivelato
dalla nostra stessa vita, dal nostro apostolato, dalle dimensioni
d'universalità, di sconfinatezza, d'immensità, di travalicamento del tempo e
dello spazio, che devono improntare il nostro zelo.
Lo
Spirito Santo, fissa con il suo sguardo il fondo dell'eternità, abbraccia lo
svolgimento dei secoli, gli spazi dell'universo e tutto fa vivere ed ardere
della sua fecondante tenerezza; da Lui prende ispirazione il nostro ardore
apostolico, che partecipa della vertiginosa profondità trinitaria, si esprime
in pienezza d'ecclesialità e raggiunge, in anticipata ebbrezza, l'ultima
visione.
4°
L'ASSUNZIONE DI MARIA
Quella
creatura così dolce e pura, così sublime nei suoi slanci e coraggiosa nelle
sue dedizioni, così svuotata di sé e inarrivabile nel servizio al suo Signore,
non è scomparsa, non è remota da noi. A noi non resta solo la memoria della «benedetta»
fra tutte le donne, ella è viva di quella vita, la cui magnificenza è tutta
ecclesiale, tutta divina. Ella è tutta per noi, pur essendo tutta di Dio.
La
Gloria che il Figlio suo Gesù ha voluto condividere con Lei, dopo averla
associata a tutti i misteri dell'umana redenzione, non la distoglie dalla
terra, anzi ha accresciuto mirabilmente la sua amantissima premura verso tutti
noi.
Tempo
della Chiesa, tempo dello Spirito, tempo di Maria, il nostro.
Anche
la Chiesa è nata da Maria e si specchia in Maria.
Maria
è il capolavoro dello Spirito, suo Tempio privilegiatissimo, sua Sposa e sua
missionaria. Maria in cielo è più presente ed operante fra noi e a nostro
beneficio di quanto era sulla terra.
Ella
è pienamente glorificata nella sua natura: tutta attraversata dalla luce e
dalla gioia, il suo spirito e la sua carne esultano nel Dio vivente.
Se
già sulla terra ella godeva di quella integrità personale, di quel senso
intatto e vasto dell'amore e del vivere in Dio, che sarà ora che è perduta nel
vortice stesso dell'estasi divina?
Ma
nello stesso tempo, ella è ineffabilmente intenta alla sua missione materna a
vantaggio di tutti gli uomini.
Noi
non abbiamo gli occhi molto fissi su Maria, e soprattutto non sospettiamo fin
dove arrivano gli interventi di Lei a nostro favore.
Ella
è una visione piena d'incanto.
Penetro,
mediante la preghiera, in questo mistero di bellezza, che Dio ha voluto
realizzare con indicibile profusione di doni?
Il
mio legame con Lei, come Madre, maestra, amica, sorella, Regina, insomma tutta
quella genuina poesia di riconoscimenti che la cristianità ha sottolineato in
Lei, è da me avvertito profondamente e gaudiosamente? Soprattutto, entro sempre
di più nell'opera di salvezza universale a cui Maria è tutta dedicata?
Non
amo la Chiesa, se non amo Maria, come non amo lo Spirito e non sono disponibile
alle sue iniziative, se non amo Maria.
Non
lavoro apostolicamente in modo incisivo, se non sono associato profondamente a
Maria.
Lei
si serve di me, sono la sua voce, la sua mano, il suo cuore per l'opera di
Cristo a vantaggio delle anime; io da parte mia devo fare agire Maria al mio
posto, in ogni contatto con le anime.
È
Maria a farmi passare nel cuore il tormento di raggiungere tutti i fratelli, di
vivere pienamente il respiro della Chiesa, che altro non è, se non la palpitante
animazione dello Spirito Santo.
«Ella,
la Donna nuova, è accanto a Cristo, l'Uomo nuovo, nel cui mistero solamente
trova vera luce il mistero dell'uomo, e vi è come pegno e garanzia che una pura
creatura, cioè in Lei, si è già avverato il progetto di Dio, in Cristo, per
la salvezza di tutto l'uomo.
All'uomo
contemporaneo, non di rado tormentato tra l'angoscia e la speranza, prostrato
dal senso dei suoi limiti e assalito da aspirazioni senza confini, turbato
nell'animo e diviso nel cuore, con la mente sospesa dall'enigma della morte,
oppresso dalla solitudine mentre tende alla comunione, preda della nausea e
della noia, la beata Vergine Maria, contemplata nella vicenda evangelistica e
nella realtà che già possiede nella città di Dio, offre una visione serena
e una parola rassicurante: la vittoria della speranza sull'angoscia, della
comunione sulla solitudine, della pace sul turbamento, della gioia e della
bellezza sul tedio e la nausea, delle prospettive eterne su quelle temporali,
della vita sulla morte» (Paolo VI).
Vergine
Santa, Regina del cielo, non dimenticare le tristezze della terra.
Posa
uno sguardo di bontà su coloro che soffrono, su coloro che lottano contro le
difficoltà
e
sono rattristati dalle continue amarezze di questa vita.
Abbi
pietà per la debolezza della nostra fede, di coloro che piangono, trepidano,
pregano. Dona a tutti la speranza e la pace. Amen. (da una immagine di Lourdes)
5°
LA GLORIA IN DIO DI TUTTA L'UMANITA’ REDENTA
Allora
vidi la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta
come una Sposa adorna per il suo Sposo» (Ap 21, 2). Siamo sorpresi da un
trasalimento di stupore davanti a questa altissima visione di cielo.
La
sposa è pronta; rivestita di santità e rifulgente nella sua bellezza, si muove
con magnificenza incontro allo Sposo.
È
il trionfo dell'amore nella gioia.
L'Amen
della storia sarà lo schiudersi di questa gloria; il rotolare dei secoli, il
groviglio delle umane vicende, tutto approderà al «grande giorno del Signore».
Noi
che camminiamo pellegrini ed esuli, siamo oltremodo confortati dalla esaltante
speranza finale, della visione di Dio: «Lo vedremo così come Egli è» (I Gv
3, 2). Qui è il senso della terrena esistenza: noi camminiamo verso la luce,
affrettando l'aurora (Cf IS).
Sono
per noi le parole del Maestro che ci invitano alla vigilanza continua, perché
già nella notte si può levare un grido: «Viene lo Sposo, andategli incontro»
(Cf Mt 25, 6).
L'esistenza
dell'uomo che coinvolge il cosmo immenso, trova il suo valore nel volgere
lento, ma inarrestabile del tempo verso il definitivo giorno dell'eternità.
Sappiamo
già che cosa accadrà, anche se è unicamente in potere del Padre conoscere
l'ora e il momento, quando l'Angelo dell'Apocalisse griderà: «Il tempo non è
più» (cf Ap. 10, 6), e si udirà l'annuncio: «Sì, Io faccio nuove tutte le
cose» (Ap 21, 5).
Il
mondo ignora tutto ciò, e per questo si trova prigioniero di fragili speranze.
Quanto esso ha bisogno della speranza cristiana!
La
supplicazione incessante, corale, cosmica, dell'attesa si riduce ad un unico
grido: «Vieni, Signore Gesù» (Ap 22, 20).
Lo
sussurra lo Spirito, che conosce gli abissi di Dio e ricolma l'universo, dando
vita e voce a tutte le cose; lo ripete la Sposa, la Chiesa, sollecitata dallo
Spirito e, in virtù di Lui, sfavillante d'amore e anelante con infinita
nostalgia alle nozze. E l'eco si propaga in noi e accende l'ardore di vederlo.
E
finalmente la risposta: «Sì, ecco; io vengo presto!».
Allora
il Paradiso invaderà la terra; la terra sarà assorbita dal cielo; le nozze tra
l'Agnello e la Chiesa si celebreranno; ogni lacrima verrà asciugata e sul volto
di lei si poserà per sempre la bellezza di Lui.
In
questo incontro tutto sarà compreso: la nostra salvezza, la nostra vita nuova,
la nostra felicità, e tutti, tutti insieme, saremo con Dio Trinità, per sempre!
«Padre,
la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una
cosa sola. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità... li hai
amati come hai amato me» (Gv 17, 22-23).
Finché
siamo sulla terra, in attesa della beata speranza, riservata a noi nei cieli (cf
I Pt 1, 3), raddoppiamo lo zelo, manteniamoci fedeli con tutte le forze a
Colui che è la fedeltà stessa, e consumiamo la nostra vita nell'amore.
Nulla
è più grande che amare Dio con tutto il proprio essere, e i propri fratelli
per amore di Dio. Nessun attimo sia sottratto all'amore per il Signore; a
nessuna anima, fosse pure confinata all'estremo lido della terra, sia negato
almeno uno slancio della nostra soprannaturale tenerezza.
Vieni,
Signore Gesù. Amen.
O
Maria, Madre di Gesù, come in cielo, glorificata nel corpo e nell'anima, sei
l'immagine e la primizia della Chiesa, che dovrà avere il suo compimento nell'età
futura, così sulla terra, brilli come un segno di sicura speranza e di
consolazione per il popolo di Dio in marcia, fino a quando verrà il giorno del
Signore.
E’
grande gioia e consolazione per la Chiesa che tanti uomini sulla terra
concorrano nel venerarti, con ardente slancio e animo devoto, insieme ai tuoi
fedeli, che da sempre si rifugiano sotto il tuo presidio in tutti i loro
pericoli e le loro necessità.
Esaltata
per la grazia di Dio, dopo il tuo Figlio, al di sopra degli angeli e degli
uomini, quale santissima Madre di Dio, sempre vergine, la Chiesa non cessa di
contemplarti e cantare le tue lodi, crescendo mirabilmente in venerazione,
amore, invocazione e imitazione, secondo le tue stesse profetiche parole: «Tutte
le generazioni mi chiameranno beata, perché cose grandi ha fatto in me
l'Onnipotente».
O beata Madre di Dio e madre nostra, noi eleviamo insistenti suppliche, perché tu, che con le tue preghiere hai aiutato le primizie della Chiesa, anche ora in cielo, esaltata sopra tutti i beati e gli angeli, nella comunione di tutti i santi, intercedi presso il Figlio tuo, finché tutte le famiglie dei popoli, sia quelle insignite del nome cristiano, sia quelle che ancora ignorano il loro Salvatore, nella pace e nella concordia, siano felicemente riunite in un solo popolo di Dio, a gloria della santissima e indivisibile Trinità. Amen. (LG 66, 68, 69).