ORA DI ADORAZIONE EUCARISTICA_38
Invitati al banchetto preparato dal padre
di
p. Luigi Coppari
Gesù
Eucaristia, nella celebrazione annuale della tua risurrezione, con gratitudine e
gioia rinnoviamo la nostra fede in te, unico nostro Salvatore e Signore.
La
tua risurrezione dai morti ci coinvolge, la tua glorificazione ci rende
partecipi del banchetto del Regno.
Tu
sei "risuscitato per noi" (2 Cor 5,15), Signore.
Protesi
alla completa comunione col Padre tuo, noi ora con te siamo insieme risuscitati,
siamo insieme vivificati, siamo insieme trasformati dalla potenza della tua
risurrezione (cf Fil 3,10.21).
Grazie,
Gesù Eucaristia, dell'invito che ogni giorno ci rivolgi, attraverso la tua
Chiesa:
"Beati
gli invitati alla cena del Signore!". Cercheremo di rispondere a questo
invito, cercheremo di accogliere Te, immenso dono di amore nel nostro cuore,
nella nostra vita.
Dal
Vangelo secondo Matteo (22,1-9)
Gesù
riprese a parlar loro in parabole e disse: "Il regno dei cieli è
simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi
servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire.
Di
nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi
e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle
nozze. Ma costoro non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai
propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.
Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e
diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale
è pronto, ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle
strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze".
Parola
del Signore.
I
figli che ha generato mediante il battesimo, Dio li invita alla mensa che ha
preparato nel suo Unigenito.
Gesù
ha paragonato spesso il Regno a un banchetto e talvolta a un banchetto di
nozze. A quelli che rimproverano ai discepoli di non digiunare, risponde:
"Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con
loro?" (Mc 2, 19). Secondo Mt 22, 2 "il regno dei cieli è simile a un
re che fece un banchetto di nozze per suo figlio".
Il
banchetto è preparato per il Figlio, il Regno è destinato a lui; dai Sinottici
sappiamo inoltre che Gesù è il Regno in persona: quindi è in lui che viene
celebrato il banchetto preparato dal Padre.
Prima
della sua morte, Gesù annuncia ancora una volta il Regno, ma adesso lo paragona
al pasto più sacro, quello che si celebrava in attesa della salvezza
messianica: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi,
prima della mia passione; poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa
non si compia nel regno di Dio" (Lc 22, 15s.).
Il
Regno sarà un pasto pasquale, ma celebrato al di là dei riti mosaici, in un
misterioso "compimento".
Preghiamo
insieme e diciamo:
-
Perché tutti i popoli accolgano l'invito del Vangelo e si riuniscano in unità
nel Regno, dove Dio è il Padre di tutti, preghiamo: Ti
acclamino, Signore, tutti i popoli della terra
-
Perché l'Eucaristia, che frequentemente riceviamo e adoriamo, ci disponga ad
entrare nel banchetto definitivo del cielo, preghiamo: Ti
acclamino, Signore, tutti i popoli della terra
-
Perché il Signore infonda in noi lo spirito di fortezza e di coraggio che ci
renda testimoni della sua risurrezione in mezzo ai fratelli, preghiamo: Ti
acclamino, Signore, tutti i popoli della terra
Dio
onnipotente ed eterno, luce dei credenti, riempi della tua gloria il mondo
intero e rivelati a tutti i popoli nello splendore della tua verità e della tua
gloria.
Per
Cristo nostro Signore. Amen.
II - Il banchetto nel tempo e il banchetto nell'eternità
Dal
Vangelo secondo Marco (14, 22-25)
Mentre
mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede
loro, dicendo: "Prendete, questo è il mio corpo". Poi prese il
calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: "Questo è
il mio sangue, il sangue dell'alleanza, versato per molti. In verità vi dico
che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò
nuovo nel regno di Dio".
Parola
del Signore.
Della
Pasqua nuova, Gesù è il primo invitato. È per lui che viene istituita: la
mangerà nel Regno di Dio (cf. Lc 22, 16), "(berrà il vino nuovo) nel
regno di Dio" (Mc 14, 25). Del resto, potrebbe forse il Padre preparare il
banchetto per qualcuno di diverso dal Figlio nel quale si è compiaciuto? Ed
è anche nel suo Figlio che il banchetto viene servito ai discepoli. Dio
infatti non ha nessun progetto, non ne realizza nessuno al di fuori della
generazione del Figlio: è in Cristo che i discepoli sono gli invitati alla
tavola del Padre.
Avendo
proclamato la vicinanza del Regno che sarà un pasto pasquale
"compiuto", Gesù istituisce l'Eucaristia e la colloca così nella
prospettiva del banchetto d'eternità. I due pasti sono misteriosi, quello
dell'Eucaristia e quello della Pasqua "compiuta"; ma posti in un'unica
prospettiva, si illuminano e si chiariscono reciprocamente. L'Eucaristia fa
intravedere quello che è l'eterno pasto pasquale del Regno, del quale essa è
una prima realizzazione; allo stesso modo dell'Eucaristia, il banchetto
celeste viene celebrato da Gesù nella propria Pasqua e da coloro che sono
uniti a lui nella comunione con la sua Pasqua. Dal canto suo, il banchetto
escatologico del Regno proietta la propria luce sull'Eucaristia che ne è il
sacramento: essa è il pasto celeste, ma celebrato in modo terreno, è
l'anticipazione, nel tempo e nello spazio della terra, dell'eterno regno dei
cieli.
Preghiamo
insieme e diciamo:
O Cristo Signore, noi ti adoriamo
-
Tu hai ripreso vita al terzo giorno dalla tua morte! O
Cristo Signore, noi ti adoriamo
-
Tu hai vinto la morte e sei entrato nell'immortalità vera e reale. O
Cristo Signore, noi ti adoriamo
Tu
hai mantenuto la parola profetica della risurrezione. O
Cristo Signore, noi ti adoriamo
-
Tu, Cristo, il Signore, vivi e vivrai per sempre. O
Cristo Signore, noi ti adoriamo
Ascolta,
o Padre, il grido del tuo Figlio che, per stabilire la nuova ed eterna alleanza,
si è fatto obbediente fino alla morte di croce e con la sua risurrezione ci
chiama ad essere partecipi della sua gloria. Egli vive e regna nei secoli dei
secoli. Amen.
III - Il "pane vivo" dono dal cielo, dal Padre
Dal
Vangelo secondo Giovanni (6,30-40)
Allora
gli dissero: "Quale segno dunque tu fai perché vediamo e possiamo
crederti? Quale opera compi? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto,
come sta scritto: Diede loro da mangiare un pane dal cielo". Rispose loro
Gesù: “In verità, in verità vi dico: non Mosè vi ha dato il pane dal
cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero; il pane di Dio è
colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo”. Allora gli dissero:
"Signore, dacci sempre questo pane". Gesù rispose: “Io sono il pane
della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più
sete. Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. Tutto ciò che il
Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché
sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che
mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non
perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno.
Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede
in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno”.
Parola
del Signore.
La
tavola celeste è preparata dal Padre che "fa un banchetto di nozze per
il Figlio". È lui che offre a Cristo il calice del vino nuovo (cf. Mc 14,
25), glorificandolo nello Spirito Santo. I discepoli sono invitati a comunicare
con colui che, in persona, è divenuto il regno dei cieli, primo commensale al
banchetto del Padre e al tempo stesso mensa per tutti. È quindi anche il
Padre che organizza l'Eucaristia, quest'anticipazione terrena del Regno:
“Il Padre mio vi dà il pane dal cielo, quello vero” (Gv 6, 32). Il Padre è
onnipresente nella celebrazione eucaristica. È lui che ha impastato il
pane e preparato il calice, generando il Figlio, in Gesù e nella sua morte e
risurrezione. È lui che lo risuscita nella visibilità delle cose di questo
mondo, sotto le "specie" eucaristiche; è per mezzo del suo Spirito,
potenza della risurrezione, che consacra il pane e il vino e rende visibile la
risurrezione. Dona il suo Cristo in pasto alla Chiesa, intendendo che lo
risuscita, lo genera per essa. Lo dona nel mistero pasquale, e quindi
nell'istante in cui pronuncia: "Tu sei mio Figlio, oggi ti ho
generato". Filializza la Chiesa, nutrendola col corpo del proprio Figlio.
Così
l'Eucaristia è la manifestazione splendente della paternità di Dio nella sua
Chiesa. "La mensa del Signore" è preparata da colui che, generando il
proprio Figlio, ne fa il Signore della mensa e al tempo stesso il pane e il
calice. Nutre i propri figli e figlie col corpo del Figlio unigenito; li genera
in colui che dona loro come nutrimento. In fin dei conti, li nutre della propria
sostanza, perché, dichiara Gesù, "sono uscito dal Padre".
Preghiamo
insieme e diciamo:
Venga, Signore, il tuo Regno di pace
-
Venga nel tuo nome, o Gesù risorto, il giorno in cui gli uomini sciolgano le
errate ideologie e accettino una sapienza nuova che riveli la vera natura
dell'uomo e i suoi veri destini.
Venga, Signore, il tuo Regno di pace
-
Venga il giorno in cui si compongano i dissidi fra i popoli non con la forza
delle armi ma con la luce di ragionevoli negoziati.
Venga, Signore, il tuo Regno di pace
-
Si plachi ogni guerra per dar luogo a mutue e fraterne collaborazioni.
Venga, Signore, il tuo Regno di pace
-
O Gesù risorto, venga il giorno in cui le prodigiose energie del progresso
siano impiegate a saziare la fame del mondo, a educare le generazioni future, ad
assistere i perenni dolori dell'uomo.
Venga, Signore, il tuo Regno di pace
-
Sia la tua Pasqua, o Gesù risorto, festa di esultanza e di speranza! Ripeti a
noi come quella sera il tuo saluto: la pace sia con voi! Venga,
Signore, il tuo Regno di pace
O
Dio, creatore dell'universo e nostro Padre, che guidi a una meta di salvezza le
vicende della storia, concedi all'umanità inquieta il dono pasquale della tua
pace, perché si possa riconoscere in una gioia senza ombre il segno della tua
misericordia.
Tu
vivi e regni, nei secoli dei secoli. Amen.
"Signore
Dio che governi tutto, Padre di Gesù Cristo, principe eterno e liberatore degli
schiavi, fa' che non esista più niente di vecchio in noi che siamo stati
cambiati e ci siamo volti a te nella verità; tu che vuoi da noi un'anima pura e
ci hai chiamati a una seconda nascita, nel tuo grande amore, imprimi in noi
l'immagine viva del tuo unico Figlio. Rendi forte la nostra fede, perché niente
possa separarci da te; e siamo sempre uniti al tuo Verbo, nel quale è gloria e
potenza a te e allo Spirito ora e sempre e nei secoli dei secoli. Amen ".
(Tradizione
Apostolica)
“Figli
nel Figlio”: sono tre parole soltanto ma contengono la verità più grande
della nostra fede.
Gesù
è stato inviato dal Padre perché gli uomini abbiano la vita e l'abbiano in
abbondanza, ci ricorda san Giovanni. Ma questa vita è Gesù stesso.
Come
il Padre celeste ha la vita in se stesso, anche Cristo ha la vita e la stessa
vita egli la dà agli uomini.
Questa
grazia andò rivelandosi in Gesù in modo progressivo fino alla sua ultima
manifestazione, nella risurrezione. Vinto il peccato, Gesù Risorto rimane
definitivamente costituito Figlio di Dio.
E
noi? Perché anche noi figli di Dio? Lo siamo in virtù della nostra comunione
con lui nella natura umana e nel suo mistero redentore. Così anche noi abbiamo
ricevuto la filiazione partecipando alla stessa filiazione eterna del Figlio
unico.
Dunque
tutti siamo figli di Dio!
Ma
non lo siamo per natura, quindi partecipiamo in modo limitato alla filiazione di
Cristo: il nostro modo di vivere la nostra filiazione non potrà mai adeguarsi o
equipararsi al modo in cui Cristo l'ha vissuto.
Tuttavia
è anche vero che ogni cristiano deve andare progressivamente realizzando
nella sua vita "la vita filiale di Gesù".
Gesù
ci dice: "Nessun albero buono può produrre frutti cattivi e
viceversa". In Cristo tutto il suo agire è "filiale": se dunque
il cristiano è figlio del Padre, il suo agire dovrà sempre procedere da questa
radice filiale e anche tutta la sua azione dovrà essere "filiale".
Anche
noi dunque dobbiamo dire convinti: "Mio cibo è fare la volontà del
Padre". Impegnamoci, care anime eucaristiche, a cercare il volto del Padre
in ogni momento della nostra vita, di modo che tutto in noi abbia questo
carattere filiale.
Nella
fabbrica, in ufficio, nella miniera, o nel negozio, nel campo sportivo o tra le
pentole e i fornelli dobbiamo indirizzare il nostro sguardo verso il Padre come
Gesù e dire "io faccio sempre quello che piace al Padre mio"(Giovanni
8,29). Cosa fu la vita di Gesù? Nel tempo e nell'eternità la vita del Figlio
fu un perenne sguardo amoroso al Padre, una consegna di sé, totale e senza
riserve, "obbedendo al Padre fino alla morte e alla morte di croce".
Nello
stesso modo il cristiano, proprio perché figlio, dovrebbe vivere sempre aperto
al Padre, in atteggiamento di dono totale, fino a sacrificare tutto (passioni,
attaccamenti, egoismo, compagnie, affari...) sull'altare dell'amore del Padre.
Penso
che ciascuno veda bene a questo punto quale cumulo di esigenze si apre al
cristiano per la sua condizione filiale, dopo la rottura col peccato mortale,
fino al vertice della consacrazione totale, che è la perfezione della carità,
la santità.
Lo
stile "familiare" col Padre è un'esigenza del nostro essere figli di
Dio. Quando stiamo in una casa di estranei ci sentiamo irrequieti, un po'
inibiti. Certo si sorride, si parla, si ascolta, però quanta convenzionalità e
freddezza c'è in questi formalismi!
Quando
stiamo nella nostra casa, invece, che gioia, che felicità! Quanta confidenza,
quanta tenerezza e affetto si manifestano soprattutto con i genitori o con i
piccoli!
Lo
stesso deve avvenire nelle nostre relazioni con Dio! Dio è nostro Padre e noi
siamo veramente figli suoi. Tutto ciò che non fosse "stare col Padre"
lo dovremmo allontanare decisamente. Dovremmo avere sempre nostalgia del seno
del Padre, della compagnia del Padre, della familiarità col Padre. Questo è
infatti l'atteggiamento di Gesù e deve essere anche il nostro, altrimenti non
siamo veri figli.
Gesù
cercava l'intimità col Padre per rendergli conto di come andava realizzando la
sua opera e per pregarlo per essa.
Care
anime eucaristiche viviamo in un momento demitizzante in cui Dio è messo
praticamente da parte. Ma ascoltiamo Paolo VI in proposito: "Alcuni dicono
che è sufficiente la carità verso il prossimo a scapito dell'amore verso
Dio e arrivano a dichiarare che questo è superfluo. Tutti conoscono la forza
negativa che ha preso questa attitudine spirituale secondo la quale non sarebbe
la preghiera, ma l'azione ciò che manterrebbe vigilante e sincera la vita
cristiana. Il senso sociale soppianta il senso religioso" (Udienza
generale, 20.8.1969)
E
questo succede non solo ai cristiani impegnati nel sociale, ma anche a sacerdoti
e religiosi che del primato di Dio devono essere modelli da imitare!
Anche
Giovanni Paolo II si rivolge ai sacerdoti e ai religiosi con queste parole:
"Un pericolo costante per i sacerdoti, tanto più zelanti, è immergersi
in tal modo nel lavoro del Signore che dimenticano il Signore del lavoro"
(Discorso ai sacerdoti d'Irlanda, 1979)
Come
veri figli, il comportamento intimo e familiare con il Padre deve essere per
noi, come lo fu per Gesù, un'esigenza della nostra condizione filiale.
Tanto
la preghiera liturgica quanto quella privata o personale devono essere, per
noi anime eucaristiche, prima di tutto e principalmente un'esigenza della nostra
condizione filiale. A un figlio non c'è bisogno di imporre di stare con suo
padre: passerà del tempo con suo padre perché è suo padre. Ugualmente noi,
figli del Padre per la grazia, non dovremmo aver bisogno di alcun richiamo che
ci obblighi a vivere in una continua e sempre più intima comunione col Padre.
Il
rapporto con Dio è questione di Amore.
P
Franco Nardi
Le
rivelazioni di Fatima di cui sono stati resi partecipi i tre pastorelli Lucia,
Giacinta e Francesco hanno contribuito a diffondere nel mondo un messaggio tutto
attraversato dal richiamo alla preghiera e all'offerta riparatrice.
Ciò
si percepisce e si vive intensamente visitando i luoghi delle apparizioni. E
un'esperienza che anche il sottoscritto ha potuto rinnovare, come pellegrino,
partecipando al grande pellegrinaggio (oltre 1500 persone) dell'Unitalsi
Triveneta (13-22 ottobre 1998) a Fatima.
Rileggiamo
la storia delle rivelazioni.
Le
apparizioni della Vergine sono state preparate e precedute da quelle di un
Angelo. Apparendo ai pastorelli, nella primavera del 1916, disse: "Non
temete, sono l'Angelo della pace, pregate con me".
La
seconda apparizione risale a qualche mese più tardi. L'Angelo apparì la terza
volta nell'autunno di quello stesso anno, portando tra le mani un Calice
sormontato da un'Ostia. Lasciando il calice e l'Ostia sospesi nell'aria, si
prostrò a terra e ripetè per tre volte questa preghiera: "SS. Trinità
Padre, Figlio e Spirito Santo, vi adoro profondamente, vi offro il preziosissimo
Corpo, Sangue, Anima e divinità di Gesù Cristo, presente in tutti i
tabernacoli del mondo, in riparazione degli oltraggi, sacrilegi ed indifferenze
da cui Egli è offeso. E per gli infiniti meriti del suo Sacratissimo Cuore e
del Cuore Immacolato di Maria, vi chiedo la conversione dei poveri
peccatori".
Il
tema della preghiera e della riparazione per la conversione dei peccatori è
stato continuamente richiamato dalla Vergine, nel corso delle sue 6 apparizioni
del 1917.
"Volete
offrire a Dio tutte le sofferenze che Egli desidera mandarvi in riparazione
dei peccati dai quali Egli è offeso, e per domandare la conversione dei
peccatori." (13 maggio)
"Sacrificatevi
per i peccatori, dite spesso, specialmente quando fate qualche sacrificio: Gesù,
questo è per vostro amore, per la conversione dei peccatori, e in riparazione
dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria". (13 luglio)
"Voglio
che facciano qui una cappella in mio onore. lo sono la Madonna del Rosario;
continuate a recitare il Rosario tutti i giorni. Che non si offenda più Dio
Nostro Signore, che è già molto offeso" (13 ottobre).
Apparendo
il 10 dicembre 1925 a Suor Lucia, la Vergine le chiese di diffondere la pratica
della riparazione al suo Cuore Immacolato.
"Guarda,
figlia mia, il mio cuore tutto trapassato di spine, con cui gli uomini ingrati
lo trafiggono in tutti i momenti con le loro bestemmie e ingratitudini.
Tu
almeno cerca di consolarmi e fà sapere agli uomini che io prometto di assistere
nell'ora della morte, con le grazie necessarie alla salvezza eterna, tutti
coloro che nei primi Sabati di cinque mesi consecutivi si confesseranno,
riceveranno la S. Comunione, reciteranno la Corona e mi terranno compagnia
durante un quarto d'ora, meditando sui quindici misteri del S. Rosario, col fine
di offrirmi riparazione".
Quando
una madre è offesa, i figli le si stringono attorno per farle dimenticare
l'onta subita; quando un figlio irresponsabile lascia dei debiti, i genitori o i
fratelli pagano per lui. Così è nel Corpo Mistico la cui realtà comporta una
reciproca integrazione tra Cristo e i suoi e una comunione dei beni spirituali
di tutti per cui gli uni compensano quanto manca agli altri. Praticare la riparazione
è dunque un fatto ecclesiale, un dovere di ogni cristiano.
Ha
scritto p. Emilio: "Non ha importanza il posto che occupi, l'ufficio che
tieni, l'azione che compi ..., è solo materia esteriore, ciò che vale è la
tua intenzione. Quanto più è perfetta, pura, disinteressata, tanto più è
elevato il grado di merito di quella tua azione. Ciò che conta davanti a Dio
non è la quantità e la qualità delle opere, ma l'amore che le ha ispirate e
sublimate ("Squarci di catechismo eucaristico", pag. 68)".
Così
il nostro atto riparativo diventa efficace e noi, in Gesù e con Gesù,
ripariamo e salviamo. È il compito di ogni cristiano e, specifico, di noi
membri dell'Associazione Eucaristica Riparatrice.
Marino
Zerboni
L’EUCARISTIA E I SANTI: San
Giuseppe Benedetto Cottolengo 1786-1842.
Siamo
abituati a vedere i santi eucaristici immobili ce estatici davanti a Gesù
Sacramentato, e ci è difficile immaginarli correre affaccendati dovunque lo
stesso Gesù li invia per partecipare al prossimo l'ardore di carità attinte
proprio dal tabernacolo. Ci sfugge l'esempio di Maria che appena ricevuto
l'annuncio dell'angelo "in fretta" raggiunge la cugina Elisabetta
sui monti della Giudea.
Questo "lasciare Gesù per Gesù" ben lo attuava questo canonico della chiesa del Corpus Domini di Torino, che nel gennaio del 1828, risoluto di imitare San Vincenzo de' Paoli, fondò, con quattro letti, la Piccola Casa della Divina Provvidenza destinata ad accogliere migliaia e migliaia di ammalati di ogni genere: fatui, epilettici, sordomuti, trovatelli, ragazze pericolanti, bambini rachitici, donne ravvedute. Questi, e tanti altri malati rifiutati dalla società, furono affidati a comunità religiose da lui stesso fondate.
Per
espletare tutto ciò abbandonerà Gesù nella solitudine del tabernacolo? No: il
suo cuore per continuare a cantare le più belle lodi al Divino Prigioniero, e,
forse memore dell'Usignuolo di Assisi e del suo "Laudato sii mi Signore per
tutte le tue creature", chi lasciò in sua vece davanti al tabernacolo? due
trillanti canarini!
Ben
sapeva il canonico Giuseppe Benedetto Cottolengo che questo Sacramento è, fra
tutti, il più grande beneficio che sia stato concesso agli uomini; che in esso
risplende la più grande carità di Dio verso gli uomini, e che in esso si
riassume tutta l'economia della salute del mondo.
Quando
Dio ha voluto creare una dimora per gli Angeli ha steso sotto di essi la volta
del firmamento; quando ha voluto creare una dimora a se stesso, ha formato il
cuore dell'uomo; e quando ha voluto identificarsi nelle creature ha scelto i
poveri, i derelitti, gli oppressi.
La
sua Provvidenza raggiunge tutti coloro che sperano solo in Lui, senza
minimamente tesaurizzare, ecco perché alla base delle tante imprese il
Cottolengo pose la più illimitata fiducia nell'aiuto della Provvidenza
impetrata soltanto con la preghiera. L'ultimo soldino è buttato dalla finestra,
certo che dalla porta perverrà l'aiuto sovrabbondante di Dio, purché nella
Piccola Casa risuoni incessante il "Deo gratias!", e davanti al
tabernacolo i trilli dei canarini facciano coro col canto della carità dovunque
profusa dalle anime eucaristiche.
Sac.
Raffaele Bove
Tratto
da: “Riparazione Eucaristica” 4/1999