ORA DI ADORAZIONE EUCARISTICA_35

IL CUORE DI GESU’: LA “TENDA” DI DIO PER NOI

Di P. Luigi Coppari

Introduzione

Preghiera

Signore Gesù,

nel sacramento del tuo Corpo e del tuo Sangue ti riconosciamo e ti adoriamo Dio con noi, vivo e presente.

I cieli e la terra non ti possono contenere, ma al nostro bisogno di vederti, di sentirti, di toccarti, tu sei venuto incontro. In te, Gesù, abita corporalmente la pienezza della divinità.

Chi vede te, vede il Padre; chi ama te, ama il Padre.

Tu sei, Gesù, il sommo sacerdote così grande che si è assiso alla destra del trono della maestà nei cieli, ministro del santuario e della vera tenda che il Signore, e non un uomo, ha costruito (Eb 8 ss).

Tu sei per noi, Gesù, vittima ed altare, sacerdote e tempio e nel sacratissimo tuo Cuore contempliamo e troviamo la fornace ardente del tuo infinito amore per noi.

 

I - LA VERGINE MARIA, "TENDA" DELLA PAROLA DI DIO

LA PAROLA DI DIO

Dal Vangelo secondo Luca (1,28. 34-35)

Entrando (l'angelo) da lei, disse: "Ti saluto o piena di grazia il Signore è con te" ... Allora Maria disse all'angelo: "Come è possibile? Non conosco uomo". Le rispose l'angelo: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio".

 

Riflessione

Maria di Nazaret può e deve essere pensata come la "tenda" di Dio, perché in Lei il Signore ha posto la sua dimora, si è reso presente personalmente. Nelle parole dell'evangelista Luca, con l'immagine della nube che copre la "tenda", è espressa la presen­za feconda di Dio-Spirito e quindi la situazione di grazia (e in pienezza!) di Maria-vergine.

Maria diventa così l'Arca santa, il Tabernacolo, la dimora, la "tenda" nella quale volle farsi uomo il Verbo di Dio. In Lei la Parola eterna del Padre si è fatta carne e ha posto la sua abitazio­ne (la sua tenda) in mezzo a noi (Gv. 1,14).

 

Invocazioni

Diciamo insieme: Noi ti adoriamo, Signore, Dio presente!

Donaci, Signore, il desiderio di camminare alla tua presenza, di essere sempre con te,

come tu ci guidi e sei sempre con noi. Noi ti adoriamo, Signore, Dio presente!

 

Donaci, Signore, di vivere nella tua amicizia, nella tua grazia, nel tuo amore, perché possiamo condurre a te, sorgente di vita, anime affamate e assetate che ti cercano e t'implorano. Noi ti adoriamo, Signore, Dio presente!

 

Donaci, Signore, il tuo Santo Spirito: agisca potentemente in noi come operò cose grandi nella tua e nostra madre, la Vergine Maria. Noi ti adoriamo, Signore, Dio presente!

 

Orazione

O Dio, luce vera ai nostri passi è la tua parola, gioia e pace ai nostri cuori; fa' che illuminati dal tuo Spirito l'accogliamo con fede viva, per scorgere nel buio delle vicende umane i segni del­la tua presenza.

Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

II - NEL CUORE DI GESÙ: L’INCONTRO DELL’UOMO CON DIO

LA PAROLA DI DIO

Dal Vangelo secondo Giovanni (14,08-9; 1,18)

Gli disse Filippo: "Mostraci il Padre e ci basta". Gli rispose Gesù: "Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre".

Dio nessuno l'ha mai visto; proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato.

 

Riflessione

Nel mistero dell'Incarnazione la presenza divina e la manife­stazione della Gloria si attuano pienamente e definitivamente. Scrive nel Prologo san Giovanni: "...e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità".

Secondo la nostra fede questa è la realtà storica unica e irripeti­bile, una persona in carne ed ossa, segno verace di Dio presente in mezzo a noi; per questo Gesù deve essere creduto come il sacra­mento primo e originario, il sacramento fontale dal quale sgorgano sia il sacramento derivato che è la Chiesa, sia i sette sacramenti (la Chiesa, sacramento universale; i Sacramenti, segni particolari).

Gesù di Nazaret, morto e risorto, è per noi il segno supremo e la via di comunione con Dio. Per Cristo, con Cristo, in Cristo Dio viene a noi, noi andiamo a Dio. Solo nella sua persona, nella sua vita, nel suo ministero possiamo dire che Dio ha incontrato l'uomo e l'uomo ha incontrato Dio.

 

Invocazioni (da Preghiera di Paolo VI)

Diciamo insieme: O Cristo, Tu sei necessario!

Gesù Cristo ... io ti annuncio!

Tu sei il principio e la fine; l'alfa e l'omega;

Tu sei il re del nuovo mondo.

Tu sei il segreto della storia.

Tu sei la chiave dei nostri destini. O Cristo, Tu sei necessario!

 

Tu sei il mediatore, il ponte fra la terra e il cielo.

Tu sei il Figlio di Dio, eterno, infinito.

Tu sei il figlio di Maria, la benedetta fra tutte le donne, tua madre nella carne e madre nostra nella partecipazione allo Spirito Santo del Corpo Mistico. O Cristo, Tu sei necessario!

 

Io voglio gridare: Gesù Cristo!

Voglio celebrarti, o Cristo,

Tu sei il nostro Salvatore.

Tu sei il nostro supremo benefattore.

Tu sei il nostro liberatore.

Tu ci sei necessario... O Cristo, Tu sei necessario!

 

Orazione

O Dio, che hai stabilito la tua Chiesa quale sacramento uni­versale di salvezza per continuare l'opera del Cristo sino alla fi­ne dei secoli, risveglia il cuore dei fedeli, perché essi annunzino con forza e con gioia a tutti i popoli il nome e il Vangelo dell'u­nico Salvatore, il Signore Gesù, tuo Figlio, che con lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen.

 

III - IL CUORE DEL CRISTIANO: UNA "TENDA" DI RIFUGIO, IN COMUNIONE, PER LA MISSIONE

 

LA PAROLA DI DIO

Dal Vangelo secondo Matteo (28, 18-20)

E Gesù, avvicinatosi, disse loro: "Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito San­to, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo".

 

Riflessione

Il tempio più gradito a Dio è sempre l'uomo. Ogni tempio materiale per quanto splendido e sontuoso, è pur sempre uno strumento, un mezzo perché Dio possa abitare nell'uomo.

L'uomo, la donna capaci di ascoltare, di perdonare, di servire, di lavorare, di amare; le persone capaci di essere testimoni di verità, di giustizia, di libertà sono abitazione di Dio, tempio del Signore.

E la "tenda" è ancora un'immagine adeguata ad indicare que­sta ricchezza di contenuti e di verità. Essa ci richiama al silenzio, all'accoglienza, all'incontro. La "tenda" è luogo di ristoro, di ri­ferimento e di partenza anche per una missione che si è maturata nella preghiera e in fraternità. La tenda come la stanza ...superio­re e segreta del Cenacolo! - Che ognuno di noi sia "tenda" al proprio fratello!

 

Intercessioni - Preghiera comunitaria

Siamo dinanzi a te, Gesù eucaristia, in preghiera e in ascolto, sull'esempio degli apostoli e di Maria, tua madre, raccolti nel cenacolo.

Vogliamo essere uditori attenti della tua Parola, meditarla nel nostro cuore, viverla perché porti in noi frutto di opere di bontà e di fraterna condivisione.

Fa', Gesù Eucaristia, che ognuno di noi, da te nutrito e fortificato, sappia essere per i fratelli, le sorelle una "tenda" benedetta di rifugio benefico, di consolazione e presenza che conduce alla fiducia e alla speranza, esempio coerente nel servizio e nell'ardente carità.

 

Orazione conclusiva

O Dio, fonte di ogni bene, che nel Cuore del tuo Figlio ci hai aperto i tesori infiniti del tuo amore, fa' che rendendogli l'omag­gio della nostra fede, adempiamo anche al dovere di una giusta riparazione. Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

 

STOLTI. TARDI DI CUORE NEL CREDERE

Anima eucaristica riparatrice, ritorniamo per un momento al brano dei discepoli che faresti bene a rileggere insieme con me. (Lc 24,13-35).

Mentre i due viandanti sono in cammino Gesù si accosta e cammina con loro, ma i loro occhi sono incapaci di riconoscerlo. All'improvviso non ci sono più due, ma tre persone che cammi­nano insieme e tutto diventa diverso.

C'è dello stupore per la presenza dello straniero, persino del­l'agitazione. Poi segue un lungo racconto: la storia riguardo a ciò che hanno perduto, riguardo alla notizia sconcertante di una tom­ba vuota. Ma questa volta almeno c'è qualcuno disposto ad ascoltarli, ad accogliere le loro parole di disillusione, di tristezza e di confusione totale.

Poi avvenne qualcosa! Lo sconosciuto comincia a parlare e le sue parole richiedono seria attenzione. Egli prima li aveva ascol­tati attentamente. Ora sono loro a pendere dalle sue labbra! Le sue parole sono molto chiare e dirette. Parla di cose che già sape­vano - il lungo passato, la storia di Mosé, dei profeti ecc. - eppu­re suonavano come se le stessero ascoltando per la prima volta. Mentre lo straniero parlava loro, pian piano cominciarono a ca­pire che la loro piccola vita non era poi così piccola come essi pensavano, ma parte di un grande mistero che non solo abbrac­ciava molte generazioni ma si estendeva dall'eternità all'eternità.

Lo sconosciuto non ha detto che non c'era motivo di tristezza, ma che la loro tristezza era parte di una tristezza più grande in cui era nascosta la gioia. Non ha detto che la morte che piange­vano non fosse reale ma che si trattava di una morte che inaugu­rava una vita piena, la vita vera, eterna. Non ha detto che aveva­no perso un amico in cui avevano riposto tutte le loro speranze, ma che questa perdita avrebbe creato le condizioni di un rappor­to che sarebbe andato molto più in là di qualsiasi amicizia e di qualsiasi amore.

Ma questa non è stata una conversazione consolante. Infatti, lo straniero era forte, chiaro, diretto tutt'altro che sentimentale. Lo sconosciuto non aveva la minima paura di sfondare le loro difese e di chiamarli oltre la loro ristrettezza di mente e di cuore. "Stolti - disse - e tardi di cuore nel credere".

"Stolti" è una parola dura, che offende e che ci mette sulle di­fensive. In effetti, sulla bocca dello sconosciuto, suona come una chiamata al risveglio, è uno strappare via le bende dagli occhi, un demolire gli inutili dispositivi di protezione. È come se aves­se detto loro: Voi continuate a guardare una piccola boscaglia e non vi rendete conto che state in cima a una montagna. Conti­nuate a fissare lo sguardo su uno ostacolo e non vi accorgete che l'ostacolo è stato messo apposta per mostrarvi la giusta strada. Continuate a lamentarvi di ciò che avete perduto e non vi rendete conto che tutto questo è stato permesso per mettervi in grado di ricevere il dono della vita, quella vera, eterna!

Anche noi siamo tardi nel credere: tardi nel confidare nel piano di Dio, ben più ampio del nostro; tardi nello scavalcare i nostri lamenti per scoprire le immense opportunità nuove, nel leggere "i segni dei tempi".

Purtroppo è possibile giungere al termine della nostra vita senza aver mai saputo chi siamo e cosa dovremmo diventare. Qualcuno però deve aprire i nostri occhi e i nostri orecchi, deve far ardere i nostri cuori!

Gesù allora si unisce a noi mentre camminiamo nella tristezza e ci spiega le Scritture. Ma spesso non sappiamo che è Gesù. Anche noi pensiamo che sia uno sconosciuto, eppure percepiamo qualcosa: il nostro cuore comincia ad ardere.

È con questa presenza misteriosa che la "liturgia della Parola" vuole metterci in contatto durante ogni Eucaristia ed è questa stessa presenza che ci viene costantemente rivelata mentre vivia­mo la nostra vita eucaristicamente.

Le letture dell'Antico e del Nuovo Testamento e l'omelia ci vengono fornite per discernere la sua presenza mentre cammina con noi nella nostra tristezza. Ogni giorno la liturgia della Chie­sa ci presenta letture diverse. Ogni giorno c'è una parola diversa di spiegazione e di esortazione.

Il primo significato della Parola è che essa ci rende presente Gesù stesso. Sia che leggiamo brani tratti dall'Esodo, dai Salmi, dai Profeti o dai Vangeli sono tutti lì per far ardere il nostro cuore. Non dimentichiamo una cosa importante, anima eucaristica ri­paratrice: la presenza eucaristica è prima di tutto una presen­za attraverso la parola.

Senza quella presenza non saremmo neanche capaci di rico­noscere la sua presenza nello spezzare il pane!

Viviamo in un mondo in cui le parole sono a buon mercato: esse ci divoravano. Ci vengono presentate in tutte le misure e in tutti i colori, ma alla fine - per fortuna - diciamo: "Beh! Sono so­lo parole!" Aumentate in quantità, le parole oggi sono diminuite di valore.

In questo contesto, non sorprende che le parole nell'Eucaristia siano ascoltate principalmente come parole che informano. Ci raccontano una storia, ci ammoniscono, ci istruiscono. Ma rara­mente queste parole, ascoltate più di una volta, ci toccano in profondità. Spesso prestiamo loro poca attenzione perché ci so­no diventate troppo familiari. Le ascoltiamo come "la solita vec­chia storia", tanto che siano lette in un libro, quanto pronunciate da un pulpito.

Così la parola perde il suo carattere sacramentale. La parola di Dio è sacramentale. Essa produce ciò che significa; realizza ciò che annuncia. Gesù con le sue parole ha fatto molto di più che far semplicemente pensare a lui, o istruire i due discepoli su di sé, o infondere loro il suo ricordo. Con le sue parole è diven­tato veramente presente per loro! E la sua presenza ha trasfor­mato la loro tristezza in gioia, il loro pianto in danza.

Questo, anima eucaristica, è ciò che accade in ogni Eucaristia. La parola letta e pronunciata vuole condurci alla presenza di Dio e trasformare il nostro cuore e la nostra mente. Spesso pen­siamo alla parola come a un'esortazione ad uscire per cambiare la nostra vita. Ma la vera forza della parola non sta qui; sta esat­tamente nel suo potere di trasformazione che la sua azione divi­na opera mentre ascoltiamo.

Ci soffermeremo anche la prossima volta sulla liturgia della Pa­rola per cogliere altri aspetti molto importanti della parola e per rendere più fruttuoso l'ascolto della Parola di Dio nell'Eucaristia.

P. Franco Nardi

 

DIALOGHI CON GESU’ EUCARISTICO

Imparate da me che sono mansueto e umile di cuore (Mt 11,29)

Gesù: Anima benedetta, hai mai riflettuto come il Mio stato eu­caristico è una perenne applicazione di questo invito ri­volto a chi vuol seguirMi dal tempo della mia vita morta­le?

Anima: Veramente, o Mio Gesù, non l'ho mai pensato, ma ora vo­glio mettermi di buona volontà, scoprire questo Tuo atteg­giamento e, nei limiti della mia pochezza, imitarTi.

Gesù: Vedi, anima cara, certamente la Mia Passione e Morte ha dimostrato come lo abbia applicato e vissuto la mansuetu­dine e l'umiltà per cui il mio Apostolo poté scrivere di Me: insultato, schiaffeggiato, sputato, non rispondeva, ma rimetteva tutto al Padre, giusto Giudice ...e altrove è scrit­to: per quel che patì imparò l'obbedienza. Per obbedienza si intende l'umiltà.

S.Paolo è più chiaro scrivendo ai Filippesi (2,6-11) "che essendo (Io) di natura divina non considerò un tesoro gelo­so la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso assu­mendo la condizione di servo". Mansuetudine ed umiltà sono le due facce di una stessa medaglia.

Anima: Gesù mio, come mai non ho dato il giusto peso a questa realtà da Te vissuta e dagli apostoli, ispirati da Te, messa in risalto? Mi dolgo, Gesù!

Gesù: Quel che conta ora, o anima mia, è che veda nel Mio Stato Eucaristico questa realtà. Il mio annientamento è totale, nulla del divino emerge in apparenza, sono in uno stato di apparente immobilità, Mi riceve chi non è in grazia di Dio spinto dalla convenienza o dalla circostanza ed Io non pro­testo, non mi lamento, subisco e taccio!

Anima: Hai ragione, mio Gesù, sei veramente umile e mansueto! Forse qualche volta anch'io ti ho mortificato per essermi accostata alla S. Comunione senza le dovute disposizioni d'animo. Forse, qualche volta dinanzi al Tabernacolo non ho avuto tutta la riverenza dovuta. Scusami, spero di non farlo più.

Gesù: Anima benedetta, prendo atto del riconoscimento della tua poca e superficiale devozione. In fondo hai ricono­sciuto il tuo torto e ti sei impegnata a comportarti meglio, però, se Io ti avessi rimproverata, il tuo amor proprio ti avrebbe impedito di riconoscere il tuo torto. Questa la so­stanza della mia umiltà e mansuetudine, col silenzio e lo spirito di sopportazione in modo dignitoso dò la possibi­lità di riflettere e di riconoscere il proprio torto. Questo è anche il segreto che dà alla mansuetudine di diventare forza di conquista e attrazione. Per questo ho detto nella mia Beatitudine che i Mansueti conquistano la Terra, cioè la benevolenza di molti. È così che nell'Eucarestia il mio silenzio diventa attrazione per le anime, ammirazione per il mio stato di dolcezza e mansuetudine.

Anima: È vero, Gesù, la tua tolleranza, il tuo silenzio mi conquista e mi aiuta e resto dinanzi al tabernacolo a riflettere sulla Tua mansuetudine e umiltà. Mi fa bene e sento che Tu mi inviti ad imitarTi, a vivere in mansuetudine ed umiltà.

Gesù: Ti auguro, o anima, di veramente comportarti nelle varie circostanze della vita con dolcezza e remissività. Non te­mere se gli altri non apprezzano il tuo comportamento mansueto, col tempo si ricrederanno, ti stimeranno, ti cer­cheranno e tu diventerai polo di attrazione e il tuo sacrifi­cio illuminerà tante anime. Più tu ti annienti nell'accetta­zione dolorosa della contrarietà, umiliazioni, forse calun­nie, coprendo tutto col silenzio e col sorriso, più cresci e ti sviluppi nella vita soprannaturale, sarai più gradita a Dio e le persone ti dimostreranno stima e simpatia.

Tienilo sempre presente: chi muore a se stesso vive e co­munica vita agli altri.

Perché, o anima, ti sia più chiara la virtù dell'umiltà e della mansuetudine ti esorto di rileggere l'episodio in cui Marco mi dà uno schiaffo, come riporta nel suo vangelo Giovanni. La mia risposta è dignitosa: "Se ho detto qual­cosa di male, dimostramelo, ma se ho detto la verità, per­ché mi dai uno schiaffo?"

Ricordalo e imitaMi!

 

 

IL MIRACOLO DI CASCIA

"La comunione non vole essere acciabattata"

Dire Cascia è dire Santa Rita. Le due realtà sono così unite che non si può nominarne una senza sottintendere l'altra. Cascia sarebbe infatti sconosciuta al mondo senza Rita, anche se costruita su uno sperone di montagna così bella che si chiama Meraviglia, e Rita perderebbe un po' della sua attrattiva senza il cortile del monastero in cui si vedono ancora la vite del miracolo (era un bastone che lei innaffiò per ubbidienza); le api senza pungiglione che escono soltanto per qualche giorno all'anno dall'alveare nascosto nei misteri di un vecchio muro; il Crocifisso da cui partì la spina che le trafisse la fronte, e tanti altri parti­colari che stupiscono i pellegrini che arrivano da ogni par­te del mondo.

Perché Cascia non è solo dei suoi abitanti, ma degli uo­mini di tutti i continenti.

Per non dire, poi, di Roccaporena con il Sacro Scoglio, il giardinetto in cui Rita fece cogliere una rosa in pieno in­verno, la casa in cui nacque e via dicendo. Tutte cose che, se Rita fosse nata altrove, le troveremmo lì, d'accordo; ma a Cascia esse sembrano "di casa". Una realtà che si deve al tempo trascorso, è chiaro; ma è così; e per noi stonerebbe se non lo fosse più.

Ma Cascia è anche miracolo eucaristico, passato però in secondo ordine da quando Rita è invocata come la "Santa degli impossibili". Eppure il "miracolo" è a due passi dalla sua tomba, protetto dallo stesso tetto dalla neve e dal sole che protegge la Santa. Tant'è! Non è facile capire, e tanto meno spiegare, come si ricorra con tanta fiducia al servo dimenticando il padrone che abita nella stessa casa.

Forse è più facile sapere come c'è arrivato. Sentite. Bisogna partire dai dintorni di Siena e dall'anno 1330, cinquant'anni prima della nascita di Santa Rita. Un antico codice racconta nell'ingenua lingua del tempo che "uno prete in cura di anime, essendo amalato uno contadino mandò a die a questo prete, che lo andasse a comunicare. Quello pree non troppo devoto pigliò il Corpus Domini sacrato è miseselo in libro nel Breviario et di poi se lo mi­se sotto il braccio et andò a comunicare quello contadino et si li comenzò a dire certe bone parole et poi aprì quello Breviario per dirli una orazione".

Pare proprio di vederlo questo anonimo prete di campa­gna che, forse chiamato in un'ora poco opportuna (ma do­vrebbero esistere ore inopportune per chi ha "cura di ani­me?"), si trascina in chiesa, apre il tabernacolo, rifiuta di fare due passi in più per procurarsi una teca in cui mettere l'ostia consacrata, che infila fra le pagine del breviario co­me un'immaginetta di poco conto, e taglia i campi per sbrigare la faccenda prima possibile.

Ma, una volta di fronte al malato, pare abbia come un ri­pensamento e si ferma a"dire certe bone parole". Forse vien voglia di pensare che non avrebbe potuto fare diversamente, data anche la presumibile presenza dei parenti del malato; ma da uno che aveva osato fare di un'ostia consacrata un segnalibro, non ci si sarebbe aspettato tanto. Invece si attarda vicino al malato e cer­ca di parlare meglio che può a un uomo già affacciato sull'eternità.

Continua a dire l'antico Codice: "Dopo di che aprendo il Breviario, aprì dove stava quella ostia et quando la vidde era tutta liquefatta et quasi sanguinosa. El prete vedendo questo reserrò il detto Breviario et iterum (di nuovo) se lo mese sotto braccio et disse che retornarò, perché la Communione non vole essere acciabattata et così se retornò a Siena et andò in Convento a Santo Agostino, dove che predecava Maestro Simone homo dot­tissimo, santh'uomo, et contolli del caso".

È bellissimo. Non avendo coraggio di confessare che era stata "acciabattata" la sua decisione di mettere l'ostia fra le pagine del breviario che d'improvviso si erano mac­chiate di sangue lasciandolo interdetto, il prete dice che è la comunione a non dover essere "acciabattata". E se ne va, così "acciabattato" nell'animo, che ha bisogno di confidarsi col sant'uomo P. Simone Fidati, un agostiniano che stava predicando a Siena, il quale lo conforta come meglio può e chiede che gli vengano consegnate le due paginette mac­chiate di sangue.

Siccome lui risiedeva a Perugia, ma era nativo di Ca­scia, anticipò di qualche secolo la "par condicio" donando una paginetta all'una e all'altra località. Se non che quella donata a Perugia è andata persa durante le soppressioni de­gli Ordini religiosi (avvenute nei tempi che noi ci ostinia­mo a credere migliori dei nostri); quella donata a Cascia invece è arrivata fino a noi, grazie anche alla Santa degli impossibili, nella cui chiesa fu conservata durante le stesse soppressioni.

L'autenticità del miracolo è garantita dal racconto di Si­mone Fidati, testimone oculare, oggi Beato e sepolto nella chiesa di Santa Rita; da un controllo fatto nel 1687 fra le due pagine, le cui macchie combaciavano perfettamente; dalle dichiarazioni di vari Papi e da un fatto particolarissi­mo. Guardando la Reliquia in controluce è possibile vede­re un viso dolce e triste e con le labbra semiaperte, come per dire che tutto quello che lo riguarda, e specialmente la comunione, non va "acciabattata", ma va fatta "pensando chi si va a ricevere", come diceva il catechismo di un tempo.

Se andate in Chiesa ricordatevi anche del "miracolo eu­caristico". Farete piacere pure a S.Rita.

Egidio Picucci

 

 

L’EUCARUISTIA E I SANTI

13 giugno: SANT’ANTONIO DI PADOVA 1195-1231

Di questo santo tutti conoscono tutto. È il "Santo del mondo". Ed è il "Santo dei miracoli". Però, con i miracoli, siamo cauti: tutti i miracoli che a lui si attribui­scono durante la sua vita sono au­tentici; molto più veri e numerosi sono quelli verificatisi dopo la sua morte. Il più grande dei miracoli è lui stesso.

Se vogliamo conoscerlo intimamente, lasciamoci guidare dal come egli viene raffigurato. Ha in mano un giglio, il Bambino Ge­sù e un libro. Ovvero: la verginità, la confidenza con Gesù, e la sa­pienza.

La verginità. La perfetta illibatezza della sua anima e del suo corpo era dovuta all'Eucaristia di cui viveva. Il Signore, assu­mendo il corpo umano, lo purifica da ogni macchia, come ha fat­to nel seno di Maria facendolo "strumento congiunto" degno del­la sua divinità, trasfondendo nel corpo una taumaturga virtù di purezza e di santità. E poiché la consacrazione verginale è un sa­cramento d'amore, tutto e solo amore, ecco stabilirsi una divina simpatia tra Gesù e l'anima verginale. "Il Diletto si pasce tra i gigli". Il diletto perciò risponde perfettamente alla prima esigen­za dell'amore: la sua presenza. Non meraviglia, quindi, che que­sta presenza sia anche fisica, come avvenuto in S. Antonio, sotto le apparenze di un tenero candido Bambino, verso il quale fu vi­sto espandersi in amorosa effusione di amore. Non mi meravi­glia che l'amore verginale abbia una tale forza da vincere ogni materialità, al punto che a Coimbra, quando egli era ancora ca­nonico di S. Agostino, non potendo un giorno essere presente alla S. Messa, al momento della consacrazione le pareti si aprirono ed egli potette vedere e adorare l'Ostia Santissima innalzata dalle ma­ni del celebrante.

La forza del suo amore verginale e della sua fede eucaristica domina anche sulle entità naturali al punto che se ne serve quale mezzo di convincimento per dimostrare la presenza reale di Gesù nell'Ostia santa davanti alla quale fa inginocchiare un affamato giumento prima che questo si slanci sul fieno postogli davanti.

E quel libro che sostiene sulla mano? È il segno della sapien­za acquisita per la limpidezza della sua anima e per la sua profonda umiltà.

Il povero fraticello lusitano, giunto ad Assisi al "Capitolo del­le Stuoie" e invitato da San Francesco all'eremo di Montepaoli a sbucciare le patate, si rivela a Forlì il grande predicatore e apolo­gista, che poi, dalle rive dell'Adriatico dove si farà ascoltare dai pe­sci, passerà lungo le rive della Loira e della Garonna a far squillare la sua voce come "martello degli eretici".

Muore ad Arcella mentre su un carro agreste si fa trasportare - esaurito per l'intensa predicazione - a Padova. Aveva trentasei anni.

Di lui tutti sappiamo tutto. Del taumaturgo sappiamo anche troppo, del sapiente Dottore della Chiesa sappiamo abbastanza anche da alcuni suoi scritti, del suo infinito amore per l'Eucari­stia sappiamo poco ma più che sufficiente per sbalordirci, forse perché la piena comprensione è privilegio di quelle anime che lo vogliono imitare.

 

21 giugno SAN LUIGI GONZAGA 1568-1591

Un celebre predicatore iniziava il panegirico di questo santo dicendo: Fu povero benché ricco, fu umile benché nobile, fu puro benché ...Gonzaga!".

A parte il Gonzaga, è notissimo che Luigi, in quanto alla virtù della purezza, è un astro di prima grandezza, tanto comune è il detto: "sembra un san Luigi"!

Al mondo di oggi però, non serve molto di esempio il fatto che non avrebbe mai guardato la madre per conservare la purez­za. Più accettabile è che avrebbe dichiarato di non conoscere l'imperatrice Maria d'Austria per non averla mai guardata pur essendo suo paggio nella corte di Spagna; e che non permise neanche al suo cameriere di vedergli nudo altro che il piede.

Quello che fu presentato come virtù eroica era solo puerilità di un bambino che metteva tutto il suo impegno nel diventare santo. Ecco che cosa vi è di imitabile: l'impegno. L'impegno a custodire il suo giglio verginale che è rimasto come suo glorioso emblema, a preferenza del suo stemma nobiliare.

Il voto di perpetua verginità che a nove anni emise davanti al­l'altare non fu, per una grazia speciale del Signore, mai minima­mente turbato, neanche da un pensiero impuro. Doveva ispirare sentimenti di tanto celestiale candore se celebri artisti lo hanno ritratto nel momento di ricevere la prima Comunione dalle mani di San Carlo Borromeo, e se lo vedevano rimanere in preghiera fino a cinque ore senza provare la minima distrazione. Tutto ciò è credibile se si pensa che più per le aspre penitenze a cui si sot­toponeva, si consumava di amore eucaristico fino a morirne, e la sua attrazione per l'altare, e viceversa, era tale che doveva passa­re in gran fretta davanti al tabernacolo per non essere attratto dal Santissimo Sacramento come da irresistibile calamita d'amore, protestando: "no, addio, non posso, non posso fermarmi...." ma poi, inevitabilmente, cadeva in ginocchio!

A diciassette anni, finalmente, ottenne dal padre il permesso di entrare nella Compagnia di Gesù. Era persuaso che il fasto, la ricchezza, la potenza in mezzo a cui era nato non erano che "va­nità delle vanità". Scrisse, infatti, "Non conviene che ci credia­mo grandi a causa della nostra nascita, anche i principi sono ce­nere come i poveri: forse cenere più maleodorante".

I mezzi che egli applicava per conservare la sua angelica pu­rezza, il fervore di spirito e la continua elevazione verso Dio, erano la vigilanza del suo cuore, la mortificazione della carne, il mantenersi in profonda umiltà, la Confessione sacramentale fre­quente; la fonte era il Tabernacolo.

Viveva nel mondo senza essere del mondo; il suo giglio tra­piantato dalla frivolezza della Corte in altri terreni, sfiorava la ter­ra senza contaminarsi, anzi, si illuminava ancor più, tanto da stupi­re gli stessi superiori come San Roberto Bellarmino.

Serpeggiava in Roma la peste, ed eccolo correre in soccorso ai colpiti dal morbo. Sapeva di essere vicino alla morte, ma l'a­spettava con gioia. Prima di spirare aveva manifestato il deside­rio di essere flagellato, di essere deposto sulla nuda terra, e di esalare l'ultimo respiro per unire il rosso del suo sangue al can­dore dell'Ostia della sua ultima Comunione sulla terra.

Sac. Raffaele Bove

Tratto da: “Riparazione Ewucaristica” nr 6 giugno-luglio 1996