ADORAZIONE EUCARISTICA_32

"Mettete l’Eucaristia al centro della vostra vita”

Gesù stesso, nell'ultima cena, ci ha raccomandato: "Fate questo in memoria di me".

Secondo la testimonianza dei vangeli, lo spezzare il pane è un gesto assai forte di Gesù: esso rivela l'atteggiamento di condivi­sione di Cristo con le folle affamate e stanche.

Nell'ultima cena però, questo stesso gesto esprime la sua volontà di donarsi al Padre e di offrirsi agli uomini come Pa­ne di vita.

Mentre mangiavano, Gesù, «preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me". Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi» (Lc 22, 19-20).

È, la «nuova alleanza» nel sangue di Cristo, «per la salvezza di chiunque crede» (Rm1, 16). È la nuova legge dell'amore.

Ogni volta che la Chiesa obbedisce a questo comando di Ge­sù e pone il segno dello spezzare il pane, sa di ricevere il dono della morte e risurrezione del Signore, per diventare con la sua vita pane spezzato per il mondo. (Eucaristia Comunione e Comunità n. 10)

 

Sembra importante unire assieme la memoria dell'ultima cena e la celebrazione dell'Eucaristia, perché, rendendone presente il valore salvifico, il cristiano d'oggi dovrà confermare la fede in Dio rivelatosi in Cristo, dovrà sostenere la speranza nell'aspettativa della vita eterna, dovrà ravvivarne la carità operosamente impegnata nel servi­zio dei fratelli. (Tertio Millennio Adveniente, n. 31)

 

"Fate questo in memoria di me". Di fronte a questa affermazione categorica di Gesù, dobbiamo capire bene la parola "memoria": "far rinascere l'esperienza passata memorizzandola sempre più".

E gli Apostoli ricordarono il fatto mira­coloso della moltiplicazione dei pani (Gv. 6, 5-11), e la promessa della Euca­ristia (Gv. 6, 26-58).

Di fronte al DONO MERAVIGLIOSO di Dio, sostiamo in religioso ascolto (aspetto contemplativo) e proclamia­molo con entusiasmo (aspetto missio­nario) con le parole, se occorre, soprat­tutto con la vita personale.

Facciamo memoria della moltiplicazione dei pani.

Il Signore sa che noi abbiamo bisogno dei segni per capire il valore soprannaturale. L'Eucaristia è un DONO che supera la nostra capacità di conoscenza: è un Mistero!

Allora Gesù prepara al mistero: ha compassione di quella fol­la e vuole che i suoi siano partecipi, sentano compassione. MA?!

Il mondo degli adulti, ragiona: c'è guadagno? "abbiamo 200 denari ... MA? ..."

Il mondo dei ragazzi: c'è generosità!

"C'è qui un ragazzo con cinque pani e due pesci!" Gesù prese quel poco pane e pesce,

sollevò gli occhi al cielo, dispensò il pane finché ne vollero. L'Eucaristia non è per me, ma è data a me perché io capisca, mi commuova.

Cosa mi dà? Non c'è guadagno, né interesse umano ma CHI MANGIA DI ME, VIVRA PER ME!

Allora l'Eucaristia mi manda ai fratelli mi fa scoprire la situazione dell'altro. È segno di carità. È vincolo di unità (Costituzione liturgica n. 47)

 

Ma tutto questo esige la verifica della vita, come all'ultima cena è seguita la croce. Dall'Eucaristia scaturisce un impegno preciso per la comunità cristiana che la celebra: testimoniare visibilmente e nelle opere, il mistero di amore che accoglie nella fede.

N.B. L'Eucaristia giudica ogni "spirito" e ogni comportamento di divisione e di chiusura egoistica. (Evangelizzazione e testimonianza della carità nn. 17-18)

 

L'Eucaristia deve diventare revisione di vita sulla carità. Cioè: quanto sono stato capace di dare? Di offrirmi?

L'Eucaristia porta al dono completo di sé agli altri. Quel ragazzo ci insegna molto: "Toh! Tutto te lo do. È poco ma è tutto!"

"Fate questo in memoria".

La gente dopo che ha mangiato: "volle farlo re". Noi, dopo che abbiamo mangiato il PANE VIVO, dobbiamo tenerlo nostro Re!

Forse ci dimentichiamo: non lavoriamo per il Regno?

Ci aiuta e ci scuote il documento: Evangelizzazione e Testimo­nianza della carità (n.18):

«Nutrendosi dell'Eucaristia, la chiesa può dire con fiducia: "Chi ci separerà dall'amore di Cristo?" (Rom. 8,35). Ogni au­tentico gesto di carità rappresenta pertanto nella storia degli uo­mini una realizzazione anticipata del regno di Dio.

Per questo Paolo può affermare che la carità non avrà mai fine. Coloro che credono all'amore di Dio e lo accolgono con cuo­re puro e sincero hanno la certezza che è aperta a tutti gli uomi­ni la strada della carità, e, che gli sforzi intesi a realizzare la fraternità universale non sono vani» (E T C, 18).

"Fate questo in memoria di me": i gesti di Gesù diventano i miei!

Prima di partecipare all'Eucaristia: guardare alla gente, aver compassione, dare quello che ho. "Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me".

P. Romeo c.g.s.

 

EUCARISTIA PRESENZA DA ADORARE

Nel nostro linguaggio parlato ‘adorare’ qualcuno significa volergli un gran bene, manifesta un vincolo di particolare intensità affettiva. È abbastanza fre­quente sentir dire: "quei due si adorano", di due persone che si amano profondamente.

Non c'è bisogno di spiegare che cosa significa dire che una mamma o un papà adorano i suoi figli, che i nonni adorano i nipotini, che un bambino adora suo padre e guai chi glielo tocca! La stessa espressione si dice anche riferita ad una cosa: "adoro la musica, lo sport, la montagna...". Quindi, nel senso profano e improprio, `adorare' è usato per esprimere senti­menti forti e caldi: un amore tenero e geloso, una grande passione, un interesse accattivante, l'ammira­zione entusiasta; richiama un atteggiamento che per­vade tutta la persona e, nei casi più intensi ed estremi, può perfino rendere schiavi di qualcuno o di qualcosa.

La parola `adorare' ha un significato religioso ben preciso. Nell'Antico Testamento, la Sacra Scrittura scolpisce l'atteggiamento di adorazione come il fon­damento sul quale Dio può realizzare la sua alleanza con l'uomo. Nella Bibbia risuona fortissima e inap­pellabile l'affermazione che Dio solo è degno di rice­vere l'adorazione dell'uomo. Dio stesso si rivela l'u­nico Signore, al di sopra del cielo e della terra, creato­re di tutto ciò che esiste, ed esige questa adorazione riservata a lui solo. Ci troviamo di fronte al primo Co­mandamento della Legge, al fondamento di tutta l'al­leanza che Dio stipulò col popolo che si è scelto.

Il più grande peccato è l'idolatria, cioè adorare chi non è Dio. Dio, nell'Antico Testamento, si rivela co­me un Dio che salva il suo popolo e lo custodisce con amore geloso e quasi possessivo. La sua santità e la sua onnipotenza provocano con il timore e il tre­more, una fede gioiosa, ammirazione, esultanza e rendimento di grazie.

L' adorazione biblica non nasce, come nelle religioni pagane, dal timore e terrore di fronte alla maestà divi­na e non si esprime in una sottomissione da schiavi. Nell'adorazione il credente è chiamato a rispondere con pienezza all'amore di Dio. Ogni giorno il pio israelita recita questa preghiera che è un invito inces­sante ad adorare il Signore amandolo: "Ascolta Israe­le: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutte le forze" (Dt 6,4).

Anche il Nuovo Testamento ribadisce che esiste un'u­nica adorazione: quella che si deve a Dio soltanto.

 

Gesù stesso c'insegna come rendere culto al Dio della Nuova Alleanza.

Nell'episodio della Samaritana Gesù dice alla don­na: 'Viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adora­tori adoreranno in spirito e verità: anche il Padre infatti desidera che tali siano quelli che lo adora­no..'; (Gv 4,23). Gesù non solo rivela la verità ma egli E la Verità. Il nuovo tempio spirituale è perciò il vero "luogo" del culto messianico. La vera adorazio­ne è solo quella in unione con Cristo, ed è possibile per i credenti se "stanno" "dimorano" in quella ve­rità che è Gesù stesso. Ormai i cristiani adorano il Padre nella comunione con il Figlio e sotto l'azione dello Spirito Santo. Quindi la nostra è un'adorazione filiale: da figli di Dio-Padre, uniti a Gesù, il Figlio unigenito di Dio.

Potremmo dire semplicemente: nell'incontro con la Samaritana Gesù fonda la `nuova' adorazione, e nel consegnare il `Padre Nostro' Gesù rivela gli ele­menti essenziali per vivere quell'adorazione con at­teggiamenti e parole adeguate per alimentare tutta la nostra vita di adorazione filiale. Le prime tre invoca­zioni del `Padre Nostro' esprimono adorazione: il protagonista è Dio. Le suppliche della seconda stro­fa domandano per noi il pane, il perdono, la vittoria sul male. Le due parti del `Padre Nostro' sono ordi­nate secondo un preciso disegno: Dio sta in primo piano, lì convergono i pensieri e i desideri di Gesù,

quelli che Gesù insegnandoci a pregare vuole comu­nicare anche a noi perché la nostra vita non resti pri­gioniera dei bisogni terreni.

Dunque, prima dei miei progetti, dei miei desideri, dei miei dolori c'è il Padre, il suo nome, il progetto del suo regno, i suoi desideri. Si potrebbe dire che Gesù nel `Padre Nostro', "svolge" l'atto di adorazio­ne: in brevi ma con efficaci parole rivelano come il cuore di ciascuno di noi deve rivolgersi a Dio.

P. Franco Nardi

 

I MIEI OCCHI HANNO VISTO LA SALVEZZA

a cura delle Carmelitane di Loreto

Canto introduttivo

Signore, è cominciato un nuovo anno.

Quale augurio quale attesa, quale speranza?

Il mio più grande desiderio è di poter vivere quest'anno CON TE,

in un amicizia sempre più profonda, sempre più intima.

È per questo che oggi sono qui.

È per questo che sono venuto ad adorarti, a guardarti, a sorriderti...

Per me vivere è. . . amarti.

Da chi altri andrò?

Tu solo hai parole di vita eterna, tu solo puoi dare un senso pieno ai miei giorni.

Tu solo sei il filo conduttore della mia storia di ieri, di oggi, di questo nuovo anno che si apre...

Padre, Padre mio, io ti ringrazio per il dono del tuo Figlio.

Tu me l'hai dato, nel tuo grande amore.

Io te lo offro, Padre buono, te lo offro, ed offro me stesso con lui per lui e in lui.

E mentre lo adoro vivo e presente in questo S. Sacramento, te lo dono come il tesoro più caro, l'unico, il vero, di tutta la mia vita.

 

Dal Vangelo secondo Luca… Lc. 2, 22

"Quando venne il tempo della loro purificazione secon­do la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella legge del Si­gnore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore".

 

O Maria, con Giuseppe hai condotto al Tempio il tuo Gesù, per offrirlo al Padre. Quale mistero di amore, di fede, di adorazione nel tuo cuore, mentre attraversavi a passi forse incerti quel maestoso edificio!! Tu, piccola donna di Nazareth, in quell'imponente Tempio, per offrire all'Altissimo un "infinito dono"! Il niente e il tutto attraverso le tue braccia si sposano per sempre mentre donavi il dono al donatore, pacificando cielo e terra...

 

O Madre guardami, qui, nel Tempio del tuo Signore; dammi il tuo spirito di adorazione, di lode, di umile ringraziamento. Prendimi fra le tue immacolate braccia, perché con Cristo, per Cristo, e in Cristo, io mi doni, e sia donato al Padre.

 

Silenzio dell'offerta

 

Luca racconta… 2,25-22

Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio che aspettava il conforto d'Israele; lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. Mosso dunque dallo Spirito si recò al recò Tempio, e mentre i genitori vi porta­vano il bambino per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio:

"Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola, perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele".

Signore, Simeone assecondò la mozione del tuo spirito, e ti trovò nel Tempio...

E io Signore? Certamente è stato lo Spirito Santo che oggi mi ha condotto qui,

nella tua casa, ed ora, con gli occhi della fede, posso contemplarti, posso esultare anch'io di gioia.

Oh, mio Gesù! Se i miei occhi fossero così limpidi, ti vedrei, come Simeone ti vide nelle braccia di tua madre. Lui vide un semplice bimbo, e credette.

Io vedo una piccola Ostia, e Credo...

Si, credo, mio Dio Che tu sei il Cristo, il Salvatore del mondo. Come lui, dopo questa adorazione, vorrei dirti: ora lascia, Signore, che me ne torni a casa in pace, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza. Si, tu non sei qui inattivo, immobile, come in una vetrina, o in un quadro.

Sei qui, come Salvatore, come Signore, che riversi su chi spera la tua misericordia, la tua salvezza, il tuo amore, la tua grazia.

 

Salmo 121

Alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l'aiuto?

Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto cielo e terra. Il Signore non ti lascerà cadere veglia su di te senza dormire. Certo non dorme né riposa lui che veglia su Israele. Su di te veglia il Signore ti protegge con la sua ombra sta sempre al tuo fianco. Il sole non ti colpirà di giorno né la luna di notte. Il Signore protegge la tua vita ti proteggerà da ogni male. Il Signore ti proteggerà quando parti e quando arrivi, da ora e per sempre! Signore, Simeone, tuttavia, non pensava a sé soltanto. Il suo cuore, era del suo popolo: aspettava la salvezza di Israele. Neanch'io posso considerarmi isolato, occupato di me solo. Sono un membro del tuo corpo mistico. Devo portare in me l'ansia per il mondo intero. Eppure questo mondo sembra perduto, ormai... attraversato da tanti mali: ateismo, guerre, miseria, sopraffazione.

E sembra così lontana la tua salvezza. Eppure devo credere,

che tu, qui, fatto PANE, nella tua pazienza, (PAZIENZA DI DIO!) aspetti l'umanità, che alfine si pieghi a implorare quella salvezza che hai preparato per tutti i popoli.

Signore, eccomi a nome di tutti. Io apro le braccia, piego le ginocchia, io credo, aspetto, spero...

 

Silenzio dell'intercessione

 

Luca (2,33)

Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: egli è qui per la rovina, e la risurre­zione di molti in Israe­le, segno di contraddi­zione perché siano sve­lati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima.

O Maria,

quali furono le tue intuizioni di fronte a questa profezia? Quella salvezza che lui era venuto a preparare gli sarebbe costata la vita.

Avrebbe incontrato ingratitudine, odio, derisione, violenza.

Il tuo cuore purissimo, vaso di limpida fede, cosa avrebbe sofferto di fronte alla sua morte, al suo apparente fallimento e annientamento... Quando uscisti dal tempio, forse non eri più la stessa, Maria. Una nuova annunciazione, quella del dolore e un altro intimo e profondo "FIAT" t'avevano ancora trasformata in perfetta Donna e Madre! Attraversando il Tempio, nella via del ritorno, i tuoi passi forse risuonavano gravi, ma decisi, solleciti,

come quelli di Gesù incontro al patire. Ti guardo in Gesù, o donna piena di grazia, piena di fortezza, Regina dell'amore, Madre del dolore. Mentre adoro il tuo Figlio, una nuova brama

mi brucia il cuore: di seguirlo a qualunque costo per condividere con lui e con te il cammino impegnativo verso la salvezza del mondo.

 

Silenzio della condivisione

 

Brano musicato

 

GRAZIE Gesù, oggi i miei occhi hanno visto la salvezza che tu hai preparato per me e per tutti.

GRAZIE Gesù, perché ho compreso quanto ti è costata, quanto è costata a Maria, e come essa è un mistero di grandezza sempre in ATTO, sempre in ATTESA della mia collaborazione.

GRAZIE Gesù, pane di vita, che mi riempi il cuore e la volontà della tua forza e del tuo amore. Ora lascia che il tuo servo vada in pace a morire a se stesso per ricominciare una vita nuova, e a passi decisi intraprendere il viaggio, come Maria.

 

Canto

 

MIRACOLI EUCARISTICI

Ostie intatte per 130 anni

Misfatti della Rivoluzio­ne che proclamò la `fra­ternità', la 'libertà' e `l'u­guaglianza'. Principi nuo­vi, si disse, dimenticando che il cristianesimo li proclamava da secoli. Gridata a parole, la li­bertà venne tolta soprat­tutto ai cattolici, sacer­doti compresi, molti dei quali furono uccisi o esiliati. Fra questi ci fu il parroco di Pézilla-la-Rivière, un villaggio del sud della Francia, che riparò in Spagna. Nella fretta di salvarsi, il parroco non fece in tempo a consumare le ostie, ma fece passare la voce e provvidero i parrocchiani rimasti nel villaggio. Il sindaco Bonafos, succeduto a un collega mangiapreti, nascose in casa l'ostia grande, la signorina Rosa Llorens prese le ostie piccole.

La sua casa divenne una piccola chiesa, nonostante gli occhi vigili dei soldati, uno dei quali un giorno sali sul tet­to e, attraverso la cappa del camino, senti le preghiere e le conversazioni delle donne chiuse in cucina.

"So che nascondi in casa le ostie - disse alla ragazza - ma fidati di me: non dirò niente a nessuno". Un suo collega, invece, che non sapeva nulla e non riusciva a capire come la gente vivesse in assoluta tranquillità, disse: "Qui succe­dono le cose più strane! Questo villaggio è difeso o da Dio o da un demonio". Passata la tormenta, il parroco tornò e, siccome era al corrente di tutto, andò in processione a riti­rare l'ostia grande dal sindaco e quelle piccole da Rosa Llorens, convinto di trovare qualche frammento imputridi­to. Quale fu, invece, la meraviglia di monsieur Bonafos al­lorché tirò fuori dal cofanetto di legno l'ostia bella, bianca e luminosa! Nonostante i sette anni in cui era rimasta chiu­sa sotto il pavimento della cucina, non si notava la minima alterazione. La stessa cosa avvenne con le ostie conservate da madamoiselle Rosa, chiuse in una custodia di vetro che un giorno, durante un'accurata perquisizione dei soldati, era stata nascosta in un sacco di farina.

Il parroco Abbé Pérone riportò tutto in parrocchia, dove le ostie si conservarono intatte per 130 anni, come attesta­no le testimonianze di quanti ebbero la fortuna di vederle e di inginocchiarsi in adorazione davanti ad esse. Se ne inte­ressò pure il vescovo di Carcassonne, il quale compose ad­dirittura un inno, musicato da un certo P. Hermann.

Nel 1893, centenario della consacrazione delle ostie, fu inaugurata la nuova chiesa di Pézilla e fu cesellato un grande ostensorio per conservare le ostie del miracolo: al centro fu posta l'ostia grande e attorno, a forma di croce, le quattro ostie piccole. Alla realizzazione dell'opera collabo­rarono anche le associazioni della Comunione Riparatrice di Paray-le-Monial, il paese da cui partì la devozione al S. Cuore di Gesù.

Scampate a mille disavventure, le ostie si sono sfarinate per incuria dell'uomo nel 1930: collocate su una colonna-tabernacolo alzata dietro l'altare maggiore prima che l'ambiente si asciugasse, furono consunte dall'umidità, la quale, tuttavia, non ha cancellato la memoria d'un mira­colo che ne ricorda tanti altri simili, testimonianza d'una presenza che rende meno penosa la vita dell'uomo.

Egidio Picucci

 

TESTIMONI DELL’EUCARISTIA

San Giovanni Bosco (1815-1888)

Si può affermare che la vita di Don Bosco (già dagli anni della fan­ciullezza), e poi la storia del primo Oratorio, sono un vero inno all'Eucari­stia. I suoi biografi non mancano di mettere in luce l'evento della sua Prima Comunione, anti­cipata di un anno e minu­ziosamente preparata dalla sua mamma, la Ser­va di Dio Margherita Occhiena. Quel giorno la mamma gli disse: " Sono persuasa che Dio abbia veramente preso possesso del tuo cuore".

Divenuto sacerdote egli ha fatto dell'Eucaristia il centro della sua vita spirituale e della sua missione giovanile. Il Cristo che domina la sua esistenza è, prevalentemente, il Gesù vivo e presente nell'Eucaristia, vero centro di gravi­tazione verso la quale voleva che tutto convergesse.

Don Bosco è vissuto di questa presenza e in questa pre­senza. Pur non indulgendo ad alcuna forma di ecceziona­lità esterna, tuttavia la celebrazione della sua Messa era tale da commuovere i presenti.

Scrive uno storico salesiano: "Celebrava composto, concentrato, devoto, esatto; proferiva le parole con chiarezza e unzione; gustava visibilmente di distribuire le sa­cre specie, mal riuscendo a celare il fervore dello spiri­to.... (E. Ceria, D. Bosco con Dio, p.97). Negli ultimi an­ni di vita, cominciarono ad apparire anche i segni esterni del suo fuoco interiore: "il volto era inondato di lacrime, dopo l'elevazione appariva così rapito da sembrare che vedesse Gesù Cristo con i propri occhi" (MB IV, 454); avvennero anche quei fenomeni di levitazione che furono testimoniati dal giovane che gli serviva la Messa e che poi divenne salesiano, D.E. Garrone.

Ma ciò che più interessa sottolineare è il fatto che Don Bosco educatore, ha fatto dell'Eucaristia una colonna portante del suo sistema preventivo. Si pensi al celebre sogno delle "due colonne" narrato dal Santo: su di una la statua della Madonna, sull'altra una grande Ostia, le due ancore in un mare tempestoso (Cf. MB, VII, 169). D.Bo­sco definisce la comunione eucaristica "il cardine del buon andamento della casa", "la grande colonna che tiene su il mondo morale", "il più valido sostegno della gio­ventù", "la base delle vocazioni".

D. Bosco ai suoi giovani ha sempre parlato dell'Euca­ristia con accenti che rivelavano un cuore innamorato. Non di rado predicando, nel descrivere l'eccesso di amore di Gesù per gli uomini, piangeva lui e faceva piangere gli altri per santa commozione. Anche in ri­creazione, parlando talora della SS. Eucaristia, il suo volto si accendeva di tanto ardore e diceva spesso ai gio­vani: - Cari giovani, vogliamo essere allegri e contenti? Amiamo con tutto il cuore Gesù in Sacramento.- E alle sue parole i cuori si sentivano compenetrati della verità della presenza reale di Gesù Cristo. Nessuno può descri­vere la gioia quando nella chiesa poté riuscire ad avere tutti i giorni un certo numero di comunicanti il quale si

alternavano" (MB, IV, 457-458). Diceva ancora: "Non c'è felicità più grande sulla terra di quella che procura la Comunione ben fatta. Oh! Che felicità poter ricevere nel nostro cuore il Divin Redentore" (MB XII, 29). Parole che i giovani ascoltavano e facevano proprie.

Sono ispirate a questa convinzione del fondatore le seguenti espressioni del magistero salesiano: "L'Euca­ristia è un significativo momento dell'edificio educati­vo del sistema preventivo. Dall'Eucaristia il giovane apprende a riorganizzare la sua vita alla luce del miste­ro di Cristo che si dona per amore ..... t portato a ricer­care la donazione generosa di sé alle necessità dei com­pagni, impegnandosi nelle attività apostoliche adeguate alla sua età e maturazione cristiana" (CG 23). Don Bo­sco incoraggiando alla comunione quotidiana aveva presenti le obiezioni del tempo: sono indegno, non sono preparato, sono fragile .... Ma rispondeva con San Fran­cesco di Sales che la comunione è fatta appunto per i deboli perché, cibandosi diventino più forti.

Inoltre un mezzo di altissimo valore pedagogico furono per D. Bosco le visite al SS.mo. In una celebre "Buona notte" disse: "Non vi è cosa che il demonio tema di più che queste due pratiche: la Comunione ben fatta e le visi­te frequenti al SS. Sacramento (MB,VII1,49).

Per questo egli ha voluto che la cappella fosse a portata di mano,sempre a piano terra di facile accesso rispetto al cortile. Chiunque è entrato in casa salesiana sa di questa significativa tradizione.

Infine una puntualizzazione: riguarda la devozione ma­riana in prospettiva eucaristica. La Madonna porta a Ge­sù. Ma il modo di presenza reale di Gesù, a cui conduce Maria, è quello del mistero eucaristico. A tale impostazio­ne sempre si ispirò il santo Educatore.

Tratto da: “Riparazione Eucaristica” 1/2003